Io non so se ho imparato a guardare     09-10-2008  

- Arrivammo a Lucerna, e mi condussero in una barca sul lago. Io sentivo com’era bello, ma intanto ero pieno di tristezza, - disse il principe.
Perché? - domandò Aleksandra
Non lo so. Provo sempre tristezza e inquietudine nel guardare per la prima volta una natura come quella; mi sento bene, eppure sono inquieto; del resto, ero ancora malato.
- Ah no, io ho una gran voglia di vederle queste cose, - disse Adelaida. - E ancora non so quando potremo andare all’estero! Io, vedete, sono già due anni che non posso trovare il soggetto di un quadro:
L’oriente e il Mezzodì da un pezzo sono descritti…
Trovatemi il soggetto di un quadro, principe!
- In questo io non ci capisco niente. Mi pare che basti guardare e dipingere.
- Io non so guardare.
Ma perché parlate a indovinelli? Non capisco nulla! - interruppe la generalessa: - che cosa vuol dire: “non so guardare”? Hai gli occhi: guarda. Se non sai guardare qui, anche all’estero non imparerai. Raccontaci piuttosto come guardavate voi, principe.
Sì, sarà meglio, soggiunse Adelaida. - Il principe, lui, all’estero ha imparato a guardare.
- Non so; là mi sono rimesso in salute; non so se ho imparato a guardare. Ero quasi sempre felice però.
- Felice? Voi sapete essere felice? - esclamò Aglaja: - come mai allora dite di non aver imparato a guardare? Insegnerete anche a noi.

Questo scambio tra il principe Myskin, la generalessa Epancina e le sue figlie, che trovo bellissimo, mi ha generato un conflitto: non riuscivo a prendere una posizione, anche se l’espressione “prendere una posizione” è sbagliata perché la generalessa, il principe e le figlie si parlano ma da gradini diversi, come se ognuno di loro ascolti e capisca solo in parte quello che dicono gli altri e dia risposte coerenti in base a questo suo sentire a metà.
Comunque, ha ragione la generalessa quando afferma che se non sai guardare nel tuo Paese (o aggiungo io: dentro te stesso) non sarai in grado di guardare neanche altrove.
Ma mi riconosco anche nel pensiero di Adelaida: se vivi in un luogo che ti è sconosciuto (ma anche ostile) non perdi nemmeno un dettaglio. E in Aglaja: si può essere felici senza saper guardare?
Ma alla fine è al principe Myskin a cui mi sento più vicina, quando dice: non so se ho imparato a guardare.

Brano tratto da L’idiota

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Altri tempi, altri luoghi     08-10-2008  

Quando avevo cinque anni mandai giù per sbaglio una pallina di metallo contenuta in un fischietto e mia nonna mi portò al ps insieme a un fischietto intero. I medici del ps spaccarono il fischietto intero, con mia grande tristezza, si passarono la pallina, e dissero che non era nulla, dato che l’avevo ingoiata senza problemi.

Ieri notte Lo, mentre mangiava dei biscotti, si è inghiottito un pezzo del filo di metallo dell’apparecchio. Il filo sarà stato lungo forse un centimetro, ma quanto era appuntito?
Naturalmente non ho pensato nemmeno per un momento di portarlo in ospedale, ché mi avrebbero riso in faccia, ho aspettato stamattina e tra le otto e le nove ho chiamato per un’ora il centro odontotecnico e la dentista. Sul centro non avevo grandi aspettative, ché anche se sono in un rapporto di due a uno con i pazienti più la segretaria rispondono al telefono a seconda dell’umore, del caffè più o meno bollente, del tempo.
Speravo nella dentista, però. Ha lavorato dieci anni in Italia, adora parlare italiano. Speravo che quando avrebbe riconosciuto la mia voce alla segreteria, la sollevasse quella accidenti di cornetta e mi parlasse per un paio di minuti.
E invece niente. Così ho chiamato un mio amico odontotecnico, in Italia, che mi ha risposto subito, ma non conoscendo l’apparecchio più di tanto non mi poteva dire. Finalmente verso le dieci hanno risposto pure loro, quelli del centro, e sono riuscita ad ottenere un appuntamento: “se era proprio urgente…” Certo che lo era: avrei voluto sapere qualcosa di più sullo spessore del metallo, la lunghezza del pezzo che aveva inghiottito, inoltre l’apparecchio non era più stabile.
Quando sono arrivata un’ora dopo, c’era solo una donna distesa sulla poltrona reclinabile e un odontotecnico, uno dei due capi sui quaranta, che lavorava sull’apparecchio della cliente e il computer, non fanno nessuna azione senza annotarla sul computer, e altri cinque odontotecniche, oltre i cinquanta, che si muovevano tra i computer, il bancone della segretaria, la stanza dove hanno gli attrezzi e gli apparecchi, l’altra sala con quattro poltrone reclinabili vuote, senza fare nulla.
Nella sala d’aspetto: nessuno, o meglio solo noi, Lo e io, a seguire il movimento dato che non ci sono pareti, ma muretti. Sembravano le formiche che portano i semi al formicaio: invece di andare dritte, si fermano, curvano, tornano indietro, impiegando un tempo quadruplo a causa di tutte quelle pause e incertezze. Certo, con questo metodo di lavoro le formiche e le odontotecniche non si stressano, a me invece vengono certi nervi…
Poi una di loro fa distendere Lo sulla poltrona, legge la scheda sul computer, dove la segretaria ha scritto il motivo della visita, e si mette ad armeggiare sulla bocca di Lo.
Scusi, dico.
Come se non avessi parlato.
Mi avvicino e insisto: scusi, ieri sera si è ingoiato un pezzo di filo metallico…
Non è niente.
Nemmeno si gira.
Ma non potrebbe fargli male dentro?
No.
E’ un robot, penso. Sotto i vestiti nasconde una cerniera e la sera quando si mette a riposo, si tira giù la lampo e si disfa della maschera da donna.
Dopo quando usciamo Lo mi dice: certo che sono tutte uguali.
Chi?
Le odontotecniche. Sembrano uscite da una fabbrica, ma da una quelle fabbriche che produce robe vecchie, che non comprerà mai nessuno.
Ah, così già va meglio.

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Presto pedaleranno anche loro.     06-10-2008  

Sono nella mia stanza a riordinare libri e oggetti vari ammucchiati sulla libreria. Sono truccata e pronta per uscire, aspetto che Emme mi chiami.
Ma ti sei accorta che nel soggiorno c’è tutto il settimo anno?
Oddio, dico a Fran, mi hai fatto paura! Tutto il settimo anno? Tuo fratello aveva detto che aveva invitato qualcuno…e ho sentito il campanello suonare solo quattro o cinque volte…E come ci sta nel soggiorno tutto il settimo anno? Impossibile!
Affacciati alla finestra.
Esco dalla stanza, percorro il pianerottolo ed entro in quella dove dormiamo. Sollevo la tenda, spingo la finestra in fuori e vedo un numero infinito di biciclette, dentro e fuori il giardino, sui cavalletti o schiantate per terra.
Hai visto che roba?
Ho visto, ho visto.
Guardo ancora, la casa d’angolo, la finestra sotto il tetto: c’è la tenda un poco scostata e dietro la tenda qualcuno incollato al vetro. La distanza è tale che non posso identificare se sia maschio o femmina, posso stimarne l’altezza però, che non corrisponde a quella di un adulto e coincide più o meno con quella di Lo.
Poco dopo, quando scendo, do un’occhiata rapida al soggiorno. Almeno in dieci sono sul divano, tre o quattro sulla poltrona e poi sul pavimento: un mare di teste e di gambe incrociate.
Stanno guardando un film.
Lo si materializza dal gruppo. Mi saltella intorno come una molla.
Stai uscendo?
Non fate casino, eh.
No, no. Ciao, ciao.
Latifa non l’hai invitata?
Chi? Latifa? Certo che no, tanto ha il divieto di uscire quando ci sono i ragazzi. Non può nemmeno andare in bicicletta. Che brutto: vivere in Olanda e non poter andare in bicicletta. Ma… ciao ciao.

Questo pezzo l’ho scritto un venerdì pomeriggio quasi sera di un paio di settimane fa, poi mi sono dimenticata di postarlo. Me ne sono ricordata stamattina quando camminavo lungo la strada e Lo mi ha salutato mentre pedalava insieme a un gruppo di suoi compagni e poco dopo ho visto Latifa, che teneva un fratello più piccolo per mano, in attesa del pulmino che é il trasporto che le é permesso per percorrere i quattrocento metri che la separano dalla scuola.

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Il signor Uh (2)     03-10-2008  

Il Signor Uh abita in un attico nei pressi del Ponte Lungo a Roma e il nonno, quando il signor Uh era bambino, lo portava su questo ponte a guardare i treni. Al nonno piacevano molto i treni e gli diceva i loro nomi e le velocità che potevano raggiungere. Sul muretto del ponte c’era - ma c’è ancora - una rete e sulla rete c’era un cartello - ma c’è ancora - con il simbolo della morte e una scritta e il nonno gli aveva raccontato che se appoggiava le mani sulla rete moriva fulminato dalla corrente elettrica. Il Signor Uh, quando ha imparato a leggere, stava per posarci un dito sopra alla rete, il dito indice della mano sinistra per la precisione, ma poi non ne ha avuto il coraggio.
Nell’attico il signor Uh vive con sua madre. Sua madre è secca e piccola, scoppia di salute e di idee, e ha una barboncina bianca di nome Pussi che odia il Signor Uh e gli ringhia e gli morde le caviglie. Ma l’odio è reciproco. Il signor Uh, certe volte, quando Pussi dorme nella cuccia e sua madre è nel bagno, le tira un calcio, e certe sere che si annoia, immagina i cento modi di come potrebbe ucciderla. Il suo modo preferito é quello in cui la getta nel cassonetto e con lo sportello chiuso le sussurra: e adesso abbaia! Secondo il suo collega, a cui il signor Uh ha confidato il passatempo, si potrebbero trovare sistemi più crudeli per uccidere Pussi, e che tutto dipende dalla scarsa fantasia del signor Uh. Il signor Uh è rimasto turbato da questa considerazione circa la sua fantasia. E ci ha pensato e ripensato. Alla fine ha ipotizzato che quel pomeriggio il collega, che trasporta merci con il camioncino della ditta, fosse stanco. Così il Signor Uh ha deciso di aspettare e poi di chiedergli una conferma se sia proprio convinto di quello che ha detto.
Il signor Uh e sua madre hanno diviso l’attico a metà. Ci sono due muri e due porte tra loro. Le porte non vengono mai chiuse a chiave e c’è la regola che se uno va nella zona dell’altro suona una campanella. Sua madre non la rispetta mai questa regola, il Signor Uh invece sì. Tranne quando sua madre è in bagno e al signor Uh viene voglia di tirare un calcio a Pussi.
Tra i due muri e le due porte c’è la cucina in cui a volte il signor Uh e sua madre s’incontrano.

Categorie: Appunti sul Signor Uh

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Tre     01-10-2008  

Un mese fa Lo raccontava che: un mio amico si era fatto male a un braccio giocando a pallone e la madre l’ha portato dal dottore. Il dottore gli ha dato le pasticche di paracetamolo, ma il dolore non gli passava, allora è tornato dal dottore che gli ha detto che era solo una questione di tempo, che al braccio non aveva nulla, che se avesse avuto qualcosa non lo avrebbe neanche sollevato, il braccio. Ma ancora gli faceva male, allora suo padre ha prenotato un volo e sono tornati a casa, in Svizzera, e lì gli hanno fatto le lastre e hanno visto che il braccio era rotto, però nel frattempo l’osso si era messo a posto da solo, ma nel modo sbagliato, e adesso si deve operare. Ma non si opera qui, va in Svizzera a farla, l’operazione.

Una settimana fa Fran raccontava che: il mio professore non si sentiva tanto bene, allora è andato dal medico che gli ha detto: effettivamente potrebbe esserci qualcosa che non va, ti faccio la prescrizione per la visita da un cardiologo, il cardiologo gli ha ascoltato il cuore, gli ha fatto qualche domanda, poi è andato al computer e ha cominciato a cercare sulla rete, mentre cercava sulla rete il mio professore ha deciso: domani prenoto un volo per Chicago.

Ieri Emme raccontava che: allora arrivo all’ospedale e intanto pensavo: comodo che la strada dove si trova l’ospedale si chiama con lo stesso nome dell’ospedale, compilo la scheda d’ingresso, mi chiama il medico, gli spiego che mi fa male il ginocchio quasi come mi faceva male l’altro che poi mi é stato operato. E’ anche un poco gonfio, gli faccio notare, ma non tanto.. Lui me lo stringe tra l’indice e il pollice, e mi fa un male cane, mi fa male dottore gli dico, ma lui non risponde e continua a stringere, e alla fine mi fa una radiografia. Dalla lastra non si vede nulla, mi dice il dottore , ma se hai detto che hai lo stesso dolore dell’altra volta e lo stesso gonfiore: facciamo l’intervento e verifichiamo, tanto é un piccolo intervento. A quel punto ribatto: c’è un esame per verificare se il menisco è rotto…, ma il dottore continua a scrivere.
Ma.. dico io.
Doortje (Doortje era l’infermiera) annota: intervento al menisco del ginocchio destro…
Ma è il ginocchio sinistro!
Poi durante l’operazione ti spiego tutto.
Ma è il sinistro! E intanto Doortje rideva e io, io quando sono uscito da quella stanza ho telefonato al medico che mi ha operato a Roma e ho fissato un appuntamento e il ginocchio da quando me l’ha stretto ha cominciato a farmi male di brutto…

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Il bianco e il nero     29-09-2008  

Ho due vicini che sono l’uno l’opposto dell’altra e quando li incontro m’influenzano un poco l’umore.
Lei, la mia vicina di sinistra, occupa la casa di Paola-Paola da fine agosto, è americana, nata in California ma cresciuta a New York, bionda alta magra e carina, ha tre figli piccoli, maschi!, cambia Paese ogni due anni !, ride e sorride spesso, e se ti vede da lontano ti saluta sbracciandosi.
Venerdì un fattorino ha suonato il mio campanello e aveva tra le braccia un mazzo di fiori. Gigantesco. Ce ne erano di tutti i generi, eccetto i tulipani, e senza erbette riempitive. Erano per lei, per la mia vicina (e per chi altrimenti?).
Più tardi glieli ho portati.
Ah, sono i miei?
(E qui già mi veniva da ridere.)
Sì!
Ah, sarà un pensiero del mio fidanzato! i mariti mica li regalano dei mazzi così belli.
Non li regalano proprio! ho corretto io.
(E qui non mi veniva da ridere più).
Il tuo fidanzato, mamma? Ha domandato il figlio più piccolo.
Ma no, ma no, sarà la mia amica. Chi si prenderebbe tua madre? E poi Io l’amore già ce l’ho!
Mamma fa sempre gli scherzi, ha continuato il bambino e si è perduto in qualche ragionamento incomprensibile.
Poi lei ha aggiunto qualche altra sciocchezza, ed era divertente non tanto per il contenuto quanto per il modo in cui l’aveva detta, abbiamo riso ancora un po’, si è impicciata tentando di aprire il biglietto d’accompagnamento, un secondo figlio ha cominciato a tirarle la camicia con un ritornello lagnoso, una finestra ha sbattuto, il telefono ha squillato, povera me mi faccio pena!, ha strillacchiato con un tono con cui intendeva altro.

Il vicino di destra è austriaco, brizzolato, cammina con un passo né lento né veloce, non ha figli o se li ha studiano altrove, ma questa è la regola per gli expat di W., porta a spasso un cane che non è vecchio ma che si comporta come lo fosse. Quando c’incrociamo al parco, con i nostri cani, mette su un sorriso che sarebbe meglio non lo mettesse, e io quando lo vedo che fa quel sorriso lì, mi viene un disturbo dentro perché non ci sono parole per farglielo passare, per lo meno io non ce l’ho. Poco fa, avevo la cana sciolta e si era messa a saltargli intorno, a lui e al suo cane, alla fine sono riuscita a recuperarla, le ho agganciato il guinzaglio, gli ho detto: scusa, è ancora piccola e a volte non si contiene, e lui ha sollevato un braccio e le ha fatto una carezza leggera leggera, e ha composto un altro dei suoi tristissimi sorrisi, e io avrei voluto non esserci.
Forse si dovrebbero conoscere, lui e lei, ma hanno percorsi incompatibili.

Categorie: Roba d'Olanda

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Il signor Uh     25-09-2008  

Il signor Uh è pallido, leggermente soprappeso. E’ appena stato dal barbiere e ha una testa liscia e profumata, ma questa sera soffia un vento freddo, a raffiche, e il signor Uh è a disagio.
Questo ventaccio, pensa il signor Uh, mi ruba il profumo e lo infila dentro le narici delle persone, per questo motivo mi guardano. Allora si allontana un po’ dalla fermata dell’autobus, sta aspettando il 43 che lo riporti a casa, e ricorda quando un groviglio di riccioli neri gli proteggeva la testa, gli riscaldava il collo e gli dava la sensazione di stare in compagnia.
Una volta eravamo tanti, ora sono rimasto solo. Meglio solo che male accompagnato, sillaba nel pensiero.
Il signor Uh ha la passione per i proverbi e le frasi che spiegano tutto. Ha un quaderno con la copertina rigida blu dove trascrive quelle che lo colpiscono e ogni notte, prima di addormentarsi, lo sfoglia e le ripete ad alta voce. Ogni anno ne riempie uno e nel ripiano dell’armadio nella camera da letto c’è una torre di nove quaderni. Sia quelli terminati che quelli nuovi hanno la stessa copertina e le pagine sono un poco ingiallite. Il signor Uh ne comprò due pacchi da dieci in un grande magazzino a un prezzo conveniente molto tempo fa, talmente tanto tempo fa che se ci ripensa gli pare un’altra vita.
Certe volte, il sabato pomeriggio, se non ha questioni importanti da risolvere, il signor Uh prende un quaderno nuovo, va in un quartiere vicino o lontano a quello dove vive e si fa il giro delle cartolerie.
Avete un quaderno come questo? Domanda al venditore.
Quando iniziò la ricerca, il signor Uh telefonava ai cartolai e chiedeva: avete un quaderno a righe sottili, praticamente invisibili, con la copertina blu notte e un’etichetta rettangolare sulla prima pagina? E quelli rispondevano: sì, l’abbiamo! E il signor Uh saliva sull’autobus, consultava la mappa, e raggiungeva il negozio. Ma sempre, sempre! rimaneva deluso, e s’irritava e discuteva con i cartolai.
Come si può fare questo lavoro se non si conoscono i nomi dei colori! diceva stizzito. Una volta uno di questi esseri abominevoli che frodano le persone, dopo aver cercato di convincerlo ad acquistare tre quaderni con la copertina blu notte ma con le righe troppo marcate e senza etichetta rettangolare sulla prima pagina, afferrò quello che il signor Uh aveva in mano e si mise a sfogliarlo e a leggerne le frasi.
Ah, ti piacciono i proverbi, commentò dopo che il signor Uh l’ebbe ripreso.
Se ti interessa ho un libro di proverbi in offerta.
Che gente volgare esiste al mondo, pensò il signor Uh in quell’occasione.
Un suo collega, a cui ha confidato in parte il suo cruccio, gli ha detto: dovresti cercarlo su internet. Lì si trova l’incredibile.
Ma il signor Uh non lo sa usare internet e sta valutando se sia il caso di seguire un corso o meno, e ne pesa i vantaggi e gli svantaggi durante l’intero tragitto in autobus. Quando scende, trenta minuti dopo, il vento è scomparso e lui ha quasi deciso.

Categorie: Appunti sul Signor Uh

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I capelli lunghi e lisci gli cascano su due spalle da uccellino. Lui ride e sorride, e poi corre dietro agli amici, frullando nell’aria bollente una bottiglia d’acqua minerale. Ecco Luca che lancia il suo gavettone. Ecco Luca e i suoi compagni d’asfalto bagnati fradici in una domenica di fine estate che corre in moto su una pista da Kart. Alla prima occhiata qui sembrano tutti matti. Bambini stretti dentro tute di pelle che aprono il gas e giocano a centoventi all’ora. Genitori che urlano da lontano (i genitori urlano quasi sempre ma qui, per fortuna, dentro a un casco i figli non li sentono), rinchiusi oltre una rete, vicini ai loro camper e ai loro sogni che sanno di benzina
….
Ma adesso è l’ora delle premiazioni. Luca ha in mano una boccia di spumante più grande di lui. Quando è passato sul traguardo ha iniziato ad agitare nell’aria il dito della mano sinistra proprio come il fratello. “È vero, ma prima o poi inventerò qualcosa di mio”, risponde il piccolo fenomeno indeciso tra un futuro alla Valentino e uno alla Indiana Jones. “C’è tempo, intanto vado veloce in motocicletta”, dice. E allora applausi per Luca e per i suoi amici. Bambini buffi, coraggiosi e matti da legare.

L’intero articolo si può leggere qui

Mi è venuto il maldistomaco a leggere ’sto pezzo di Benedetto Ferrara, per la forma e la sostanza.

Categorie: Segnalazioni

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Prima corsa d’autunno     22-09-2008  

Ieri c’era la Terry Fox Run, ma era domenica e abbiamo fatto colazione lenti lenti, ci siamo preparati e ancora eravamo in anticipo, ho stampato l’indirizzo del posto dove c’era la gara e mi sono accorta che non c’era l’indirizzo ma solo questa indicazione: stadio atletico dell’Aja, allora ho cercato su google map dove fosse questo stadio e ho visto che era in una certa strada che abbiamo raggiunto esattamente a metà, ma lo stadio non si vedeva, abbiamo chiesto ai passanti ma nessuno lo sapeva, cioè dicevano: in questa strada, così siamo andati a sinistra, e alla fine sono comparse le transenne e i volontari con le giacchette fosforescenti, ed era un po’ curioso perché era un quartiere di periferia e a quell’ora era deserto, intanto però eravamo in ritardo, e quando stavamo al tavolo per l’iscrizione, ci siamo accorti che eravamo senza soldi, e insomma tutta quella levataccia per nulla!, però frugando tra le pieghe della borsa ho trovato la cifra che ci occorreva, e via!, l’iscrizione era fatta, ma abbiamo segnato Lo alla gara sbagliata, a quella dei due chilometri anziché dei cinque.
Stanno per partire, ha detto la signorina della cassa.
Non la faccio questa gara, corrono quelli di dieci anni e chi non corre mai, ha bisbigliato Lo.
Invece poi l’ha fatta.
Siamo entrati dentro allo stadio e c’è stato il bang, Lo ha continuato a camminare con un atteggiamento un po’ da fighetto per chi non lo conosce bene, ma era per nascondere l’imbarazzo, è arrivato al via e lì ha attaccato a correre quando non c’era più nessuno, nemmeno i bambini più piccoli. Mi sono spostata di cinquanta metri perché mi piace guardare i corridori quando stanno per arrivare, l’espressione che hanno, ognuno ne ha una diversa, quando invece superano il traguardo diventano di nuovo uguali.
Lo si è piazzato al quarto posto, a pochi secondi dal primo.
Bravo! Li hai ripresi tutti!
Aveva una striscia di sudore che gli partiva dalla tempia e gli attraversava la guancia, ma i capelli erano asciutti.
Non mi sono stancato per niente, ha risposto lui.
Ho tentato di consolarlo, ma non mi voleva sentire. L’importante è partecipare, gli ho detto alla fine.
L’importante è partecipare e provare a vincere con quelli come te o meglio di te, mi ha corretto lui. ‘Sta cosa è stata una vergogna.
Poi ha visto i suoi amici, che avevano partecipato alla gara giusta, ed è andato a chiacchierare con loro.
Io, invece, ho incontrato la direttrice delle medie che armeggiava con una macchina fotografica.
Buongiorno, le ho detto.
Buongiorno mi ha risposto lei.
Ho fatto qualche commento sul tempo, in inglese riescono particolarmente bene, lei ha aggiunto qualche altro dettaglio sul sole fantastico che splende sull’olanda da un paio di giorni, poi ha sollevato la macchina fotografica, e ha detto con un gran sorriso: ho fotografato l’arrivo di Lo! Domani espongo la foto nella bacheca.
Io avrei voluto spiegare che non era il caso di esporla, la foto, invece sono stata zitta, ma siccome lei continuava a sorridere, alla fine mi è uscito un: ah, bene! quasi entusiasta, ma solo perché ho parlato in inglese.

foto presa da qui

Categorie: Questioni di famiglia

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Progetti di collezioni     19-09-2008  

I romanzi sono come i matrimoni. E’ così triste finirli. Quando ho finito il mio primo libro mi è parso di essermi innamorato della mia protagonista e che fosse morta. Bisogna capire che scrivendo un romanzo nascono strani e invisibili amici e poi si devono uccidere, anche se sono stati vivi soltanto nella nostra immaginazione, e dopo averli uccisi si deve andare dal droghiere o parlare alla gente nei ricevimenti e simili. I personaggi dei racconti sono diversi. Diventano vivi negli angoli degli occhi. Non si deve vivere con loro. David Foster Wallace

Pensavo qualcosa del genere stamattina mentre sceglievo i fiori. Il venerdì e il sabato, alla rotatoria, c’è un fioraio. Pensavo ‘sta cosa e volevo appuntarmela, ma poi l’ho cercata e l’ho trovata subito. Anche altri hanno scritto pensieri simili, alla fine sembra che tutto sia stato già scritto, già pensato, è solo questione di individuare la forma che ti si adatta meglio, oppure elaborartela a modo tuo.
Ho impiegato un po’ a scegliere i fiori. Alla fine ho preso sette crisantemi viola scuro, dello stesso colore del tulipano nero per intenderci, e un mazzo di rose rosa Almòdovar, mi piaceva il contrasto strampalato: solenne e kitsch, ma poi li ho sistemati in due vasi separati.
Quando tornavo mi è venuto in mente che potrei aprire un file dove raccogliere le frasi scritte da qualcuno che ha finito o sta per finire un romanzo oppure uno dove segnarmi descrizioni minime e/o dialoghi con le persone che incontro nel corso della giornata e che non conosco. Ieri notte, per esempio, c’era uno fuori di testa. Ero sempre alla rotatoria, stavo per attraversare quando ho visto questo tipo sui trenta, più o meno, che correva zoppicando. Correva come se stesse per arrivare un autobus, solo che andava nella direzione opposta alla fermata e l’autobus comunque non stava arrivando. Siccome procedeva nel senso contrario al mio, ho deciso di continuare. Invece improvvisamente ha cambiato idea, è tornato indietro e in una manciata di secondi era sulle strisce pedonali di fronte a me. Ha tirato fuori una bottiglia dallo zaino e si è fatto un lungo sorso. Poi ha cominciato ad attraversare. Allora sono tornata indietro. Prima col mio passo normale, poi ho accelerato. Avevamo la stessa andatura, cioè, credo che lui fosse più veloce, ma perdeva terreno quando scartava verso destra e verso sinistra. Era come avere dietro uno con una gamba di legno. Naturalmente non c’era nessun pericolo, bastava che m’infilassi nel giardino di una casa e in pochi secondi avrei raggiunto la porta, la finestra e la luce. Mi spaventava un po’ perché aveva un comportamento imprevedibile. Sono arrivata a CameliaHof, che ha un forma di un imbuto, ho percorso una decina di metri e mi sono fermata. Anche lui si è fermato ma per farsi un altro sorso e dopo ha proseguito con la sua andatura barcollante.
Oppure potrei trascrivere dettagli di queste passeggiate notturne. Due notti fa, per esempio, c’era una luna rotonda e una striscia che usciva da una nuvola a pochi centimetri da questa. Sembrava una roba da alieni. Ma sarebbe laboriosa da descrivere per bene. Però se lo scopo é di ricordarla per me, potrei sintetizzare: luna rotonda con striscia luminosa al fianco. Ma alla fine non faccio nulla di tutto questo: il pensiero gira sempre lì, sulla storia che sto scrivendo.

foto presa da qui

Categorie: dello scrivere

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