L’ho visto domenica alle dieci di mattina nel piccolo parco dietro casa.
Io ero lì a far correre la cana. Lui aveva una vecchia bicicletta con due grosse borse nere.
L’ho notato subito, e ho cominciato a guardarlo non perdendo alcun dettaglio, perché aveva una giacca a vento celeste decisamente fuori moda e soprattutto portava il cappuccio, malgrado il sole tiepido e deciso.
Il primo povero del ricco paese di W. Stava raccogliendo bottiglie vuote.
Dapprima ha ripulito le tre aiuole dietro le tre panchine. E ancora non avevo capito chi fosse e cosa ci facesse a quell’ora, senza bambini e senza cani.
E’ che gli olandesi che vivono qui non si mettono a ripulire le aiuole o a spalare la neve sulle strade se ha nevicato. Lo possono fare una volta con la prima neve perché sono contenti, ma poi si fermano. Gli olandesi che vivono qui se gli spazzini del comune non mettono le bustine per gli escrementi dei cani, gliela fanno fare sul marciapiede senza raccoglierla. Non ci pensano proprio a comprarle. E’ compito del Comune, dicono. Io pago la tassa per il cane e loro devono fornirmi le bustine. E’ compito del Comune ripulire i parchi, è compito del Comune raccogliere la neve. Noi li paghiamo e loro devono lavorare. Perciò sono rimasta a guardare questo tipo che con un’aria furtiva raccoglieva bottiglie di birra e le infilava nelle borse nere.
Costui è proprio un ambientalista, mi sono detta. Le mette da parte per gettarle nella campana del vetro. Forse qualcosa sta cambiando, mi sono detta. L’amore per l’ambiente sta prevalendo su quelli che sono i diritti dell’individuo che paga le tasse. Quando il tipo con la sua improbabile giacca a vento celeste si è messo a frugare nei cestini, allora ho capito che stavo osservando il primo povero di W. Magari non abiterà a W. Magari abiterà in un paese vicino. Ma se si è spinto fino a qui, in questo piccolo parco, noto soltanto ai residenti, vuol dire che le bottiglie vuote che si trovano la domenica mattina nei parchi e nelle piazze con le panchine non ci sono più.
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Meglio i nitriti del cavallo del vicino di sinistra o gli esercizi di batteria del vicino di destra? Oggi tocca alla batteria, anche se sotto questo sole vedrei meglio un bell’assolo di Furia, il cavallo più nervoso d’Olanda che il destino ha voluto collocare proprio vicino a me.
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Confrontando status e informazioni dei profili su FB, ho notato che sia quelli che rientrano nel gruppo A (di politica non ne capisco nulla), quelli del gruppo B (tanto i politici sono tutti uguali)* e del gruppo C (delusi e sconfortati)** si sono tuffati con più foga nella vicenda di nani e ballerine rispetto a quelli del gruppo D (indicano nelle info dei profili l’appartenenza a un partito o la fanno intuire con una battuta).
Nel frattempo la telenovela va avanti e non appena ci si abitua a certi personaggi, e comincia a diventare ripetitiva, ecco che ne salta fuori un altro.
*sono convinta che i gruppi A e B hanno votato e probabilmente continueranno a votare il pdl. Siccome non ne capiscono nulla votano come gli altri, cioè come gli suggerisce la televisione e/o il Vaticano, se sono frequentatori assidui di parrocchie e parrocchiette. Oppure minimizzano lo sforzo di decidere e scelgono la coalizione che viene data come favorita, tanto è inutile.
**Il gruppo C è misto. Ritengo sia composto da elettori dell’IDV, del PD e da quelli che al seggio non ci hanno messo piede nemmeno per votare scheda bianca, eh quel giorno c’era il mare che era una tavola, oppure i bambini scalpitavano per andare al centro commerciale a giocare dentro la gabbia piena di palline, oppure…
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Ho cercato, tagliato, copiato e incollato e inviato qui, insieme a migliaia di emigranti come me.
29-11-2004 Ancora tu, non pensavo di vederti qui
Nelle strade del paese dove abito ci sono dei lampioni, come in tutte le strade del mondo. Stanotte su ogni lampione hanno attaccato tre adesivi: Su uno ci sono degli aerei in volo e la scritta: l’Europa degli aerei. Su un altro c’è un vecchio che fa la spesa con un carrello semivuoto e sotto c’è scritto l’ Europa dell’inflazione. Sul terzo c’è lui, Berlusconi, con la frase: “Dit Europa… Best Ondemocratish”, che tradotto dovrebbe essere più o meno così: Questa Europa…la più indemocratica.
06-01-2008 Di ritorno in Olanda dopo un viaggio in Egitto
Ci hanno messo con i belgi. Però quando giravamo nei mercati ci individuavano subito, a noi quattro, che eravamo italiani, anche se stavamo zitti.
“Italiani! Bel Paese. Canale Cinque, Italia Uno, Berlusconi!”
“Berlusconi, no!”
“No?”
“E’ un uomo cattivo”.
“Cattivo?”
Così ho capito. Ho capito che l’abbinamento con gli spaghetti e il mandolino è terminato e ora abbiamo questo. 15-04-2008 Dopo le elezioni
Sono al centro esatto della pineta, il cane insegue i corvi, io sto per accendermi una sigaretta, quando qualcuno mi urla: “Congratulazioni!” L’autore dell’urlo é a dieci metri da me, un gigante sui cinquanta anni con una pancia incastrata tra la camicia e i pantaloni. Non capisco il suo sguardo beffardo, non capisco, soprattutto, perchè si stia congratulando con me. Così non rispondo, faccio un mezzo sorriso e chiamo il cane.
“Congratulazioni per il nuovo presidente! Berluscoooniii. L’uomo che sistemerà l’Italia!”
“Ecco che si comincia”, penso.
“Non l’ho votato io. E nella circoscrizione Europa ha perso”, rispondo.
“Eh, mi dispiace”, fa lui. Purtroppo voi italiani all’estero non contate nulla, giusto?”
25-05-2009 Le feste finiscono e i festini?
Berlusconi è entrato nelle feste degli italiani che vivono nel Nord Europa, dove di solito di politica non si parla mai: è un po’ come stare in barca quando sei in un altro Paese, e certi argomenti è preferibile evitarli.
E’ scomparso invece dai miei incontri della mattina, quando passeggiando con il cane incontro americani, olandesi e resto del mondo.
Su un giornale ho visto la sua caricatura. L’ombra della caricatura era quella di Mussolini.
O7/09/2009 E le stelle stanno a guardare, anche gli ignavi stanno a guardare. Io non ci voglio stare più a guardare
Ieri qualcuno mi ha detto: “In Italia non ho case, non ho redditi e quindi Berlusconi non può gestire la mia vita in alcun modo e ciò mi mette proprio di buonumore.” Però non sorrideva mentre lo diceva. Ho scritto una mail a una deputata, ho firmato la petizione contro la chiusura di Report, e ho un desiderio: vorrei che quelli che incontro per strada, alle cene tornassero a farmi battute. Da un mucchio di tempo hanno smesso di ridere sopra di lui, beffandosi di noi, anzi di me. Non lo considerano più uno scherzo.
17/12/2009 Dopo il lancio della statuetta del duomo
Stamattina un vicino mi ha domandato: “sei triste per Berlusconi?”
Triste a me? Per Berlusconi?
“No comment” gli ho risposto.
Lui si è messo a ridere, poi è tornato serio. “Lo sapevo che tu non saresti stata triste, ma tutti gli italiani sono tristi per Berlusconi.”
“Non tutti, molti.” Ho risposto.
“Molti è come tutti. Molti che vorrebbero essere come lui.”
18/01/2011 Quello sguardo un po’ così.
Oggi mi hanno guardato tutti un po’ così, pareva che stessero per scoppiare a ridere, poi sono tornati seri e uno si è messo a parlare del tempo.
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Mi sento piuttosto ridicolo nel sottoscrivere una simile petizione, posto che Berlusconi avrebbe dovuto essere dichiarato, temporibus illis, incandidabile, ineleggibile e incompatibile. Una politica e uno Stato che, per vent’anni (facciamo anche trenta) consentono di fare politica a un soggetto, che per ricchezza, potere economico e mediatico e rapporti con i beni pubblici, non può e non deve ricoprire incarichi istituzionali, è una politica morta e sepolta. Ridurci a chiedere le dimissioni di Berlusconi per una, sia pur grave, vicenda come quella di “Ruby & C.”, testimonia la putrefazione della civiltà politica in Italia. Non credo che rimarrà qualcosa, dopo le macerie.
Comunque, come dicono dalle mie parti, piuttosto di niente, meglio piuttosto.”
Questo il commento lasciato da Michele alla petizione proposta da Leg, commento che condivido in pieno e ogni tanto mi viene da pensarci a tutti quei politici che hanno permesso a quell’essere lì di fare quello che voleva da almeno un ventennio.
E poi segnalo questo articolo, scritto dall’avvocato Maddalena Claudia del Re, (articolo che pur trattando l’argomento noto esce un po’ fuori dal coro) e di cui riporto queste righe: “E’ molto grave se si impone nuovamente, come in un tempo che sembrava lontano, il modello per cui “in casa mia faccio quello che mi pare”. Il messaggio lanciato dal Premier e da chi lo spalleggia è quello di poter abusare, in ogni forma, sui deboli, donne e figli, nel proprio ambito privato e familiare. Come negli anni ’50 e ‘60, periodo che Berlusconi evoca nei suoi sproloqui con aria trasognata, come un’epoca d’oro, in realtà un epoca pre-modernizzazione di questo nostro Paese”.
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Ricevo una mail che mi propone uno scambio di link, quindi nulla di nuovo, quello che c’è di diverso stavolta rispetto alle precedenti sono le modalità in cui è scritta.
Innanzitutto mi propone un’intervista (così ti gonfio l’ego), poi precisa che per la pubblicazione sul loro sito, che vanta oltre diecimila lettori, non dovrò pagare nulla ( te lo gonfio ancora). E’ una grande opportunità quella che mi si presenta, si ripete di nuovo, e, soprattutto, è completamente gratuita.(…). Soltanto verso la fine si fa cenno allo scambio di link.
Vado a guardare il sito, do un’occhiata veloce alle foto degli italiani che vivono all’estero. Italiani che sorridono davanti a mari trasparenti o nei pressi di monumenti e palazzi che molti vorrebbero vedere almeno una volta nella vita.
Sono felici, affermano nelle interviste che hanno rilasciato.
Nel loro Paese erano disperati e adesso invece sono appagati, liberi, realizzati. Persino quelli capitati in Cina hanno libertà che in Italia mai si sarebbero sognati di avere. Gli emigrati italiani che sono stati intervistati sono addirittura più felici di quelli di cui mi è capitato di leggere in questi anni. Costoro non vivono nel Paese di Bengodi come gli altri (sostituisci al Paese di Bengodi la parola ESTERO tassativamente scritta in maiuscolo), costoro vivono proprio in Paradiso.
“Eh”, mi dico, “questi italiani all’estero mi sorprendono sempre”. Do ancora un altro sguardo. E capisco un po’ di più. Perché mi accorgo che questo sito guadagna qualcosa con gli adsense che ne infestano le pagine, ma soprattutto conta sulla vendita di ebook. Ebook messi in vendita alla modica cifra di quindici euro. I titoli sono intriganti perché promettono il Paradiso. Quel Paradiso che si trova al di là delle Alpi o oltre il Mediterraneo.
Chiunque può arrivarci, basta trovare il coraggio e il coraggio lo puoi imparare leggendo le dritte di quei fortunati che hanno osato prima di te e che poi hanno deciso di dargli una forma scritta attraverso l’ebook…
In tempi di crisi i siti e le associazioni (non presenti sul web) che lucrano sulle speranze delle persone disperate o avvilite per mancanza di lavoro, in modi più o meno leciti, aumentano vertiginosamente. Perciò state attenti: mai trasferirsi sui “sentito dire” , mai tentare l’avventura se non si hanno offerte concrete.
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La capacità di resistenza al freddo di alcuni componenti della mia famiglia è assai sorprendente e supera, senza dubbio, quella dei locali del paese di W. , umani o animali che siano.
Così quando, prima di Natale, il termometro arrivò a meno cinque, mio figlio Lo scorazzava sulle ciclabili senza guanti e senza sciarpa, con una giacchetta leggera, anche se aveva l’immancabile capellino bianco che ha, però, un ruolo esclusivamente estetico. Solo quando la temperatura scese a nove gradi sotto lo zero ritenne di coprirsi un po’ di più (io nel frattempo mi ero trasformata in un mucchio di lana di cui erano visibili soltanto gli occhi).
E poi la cana.
Delle decine e decine di cani che affollavano ieri la spiaggia del Mare del Nord (il termometro segnava dieci gradi e c’era una promessa di sole oltre le nuvole) chi era l’unico essere che correva allegramente tra le onde? Chi se non lei?
Ieri, comunque, non c’erano solo cani sulla spiaggia del Mare del Nord. C’erano bambini che costruivano dighe nella sabbia, ragazze a cavallo dalle lunghe trecce bionde, ciclisti professionisti che parevano mosconi e poi aquiloni, corvi e gabbiani, parecchie coppie felici e alcune coppie scoppiate. (Le coppie scoppiate sono quelle in cui lui e lei hanno le espressioni di quelli che fanno una passeggiata da soli e sembra che camminino vicini per un motivo del tutto casuale. Ieri, per dire, il motivo casuale avrebbe potuto essere un colpo di vento).
Ah, e poi c’era un’altra cosa ieri, sulla spiaggia del Mare del Nord. Una cosa che vale la pena di vedere almeno una volta nella vita, così giusto per sapere se ti piace o non ti piace: quella luce indescrivibile, di quando sta per venir fuori il sole e gli oggetti e gli esseri viventi hanno quasi gli stessi colori.
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Era più o meno un anno fa che andai all’ufficio postale per spedire le copie di un manoscritto e lo trovai chiuso. Mi parve un segno del destino e decisi di non spedirle. Dopo aver preso questa decisione mi avvicinai alla vetrata e guardai dentro: le sedie rosse vuote, il bancone senza impiegati, la macchinetta che distribuiva i numeri sul pavimento, gli scaffali con le buste e le scatole per l’imballaggio desolatamente impolverati . Tentai di decifrare un cartello che spiegava quello che era accaduto, poi telefonai. Infine mi vidi allo specchio, cioè vidi una che faceva le stesse mie azioni e aveva le mie medesime reazioni. C’erano solo tre differenze tra me e lei: era giapponese, aveva un taglio di capelli meraviglioso e un cappottino celeste semplice, bellissimo e certamente assai costoso, che avrei voluto io.
Da quel giorno seppi così che la posta non era più un servizio pubblico. Se si voleva spedire o ritirare un pacco bisognava andare in due apposite cartolerie. E nel paese di W., abitato per un terzo da emigranti, tutti spediscono e ricevono pacchi. Il risultato è stato un notevole aumento dei tempi d’attesa. Perché se devi comprare una penna, un pacchetto di sigarette, dei biglietti dell’autobus o spedire dei bulbi di tulipani o le tazze azzurre di Delft sempre la stessa fila devi fare. E siccome le commesse sono terrorizzate dall’idea di commettere errori con le spedizioni e i ritiri sono di una lentezza esasperante. Un altro segno del destino, che mi ha spinto alla decisione di non spedire più manoscritti. Quindi o posta elettronica o niente. Capita che arrivi qualche pacco. C’è l’ottima usanza qui in Olanda che il pacco te lo prende il vicino se il postino (che è un dipendente privato) non ti trova a casa. Ma se non c’è nessun vicino, e durante le vacanze di Natale erano tutti tornati ai loro paesi d’origine, non c’è niente da fare: ti tocca andare a prenderlo in cartoleria. E se i pacchi sono due? Devi andare in due cartolerie diverse e fare due volte la fila. Comodo, no? Soprattutto se piove orizzontale e le strade sono chiuse per il rifacimento delle tubature, dei cavi elettrici e delle ciclabili.
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Il ventiquattro dicembre, alle due del pomeriggio, scoppiò il temporale che era nelle nuvole sin dalla mattina.
Seduto sul marciapiede di una strada commerciale c’era un uomo di circa quaranta anni, vestito come un motociclista che partecipa a un raduno. Capelli biondi fino alle spalle e la chierica lucida d’acqua. Gli occhi semichiusi, un bicchiere di plastica fumante in mano. Un rivolo di latte sulla barbetta gialla, di un colore diverso capelli.
La gente guardava la vetrina ed evitava l’uomo.
L’uomo rimase seduto fino al termine del temporale che durò circa quarantacinque minuti. Non vedeva nessuno, aveva solo un pensiero: procurarsi da bere. Provò a tirarsi su, appoggiandosi a una sporgenza del negozio, ma dopo parecchi tentativi riuscì solo a mettersi in ginocchio.
Qualcuno gli si avvicinò e gli chiese se avesse bisogno di un’ambulanza.
L’uomo spalancò gli occhi e rispose con una voce sorprendentemente chiara, in un italiano senza accento: “no, grazie, devo solo riuscirmi a mettermi in piedi, poi andrà tutto bene.”
Poco dopo l’uomo entrava, barcollando, nel bar che c’era accanto al negozio, s’avvicinava al bancone e chiedeva un bicchiere di vino. Il barista, che stava preparando dei tramezzini, non si accorse di lui, così rispose la cassiera: “Il vino è finito, mi spiace”.
“Allora prendo un bicchiere di cognac”.
Il barista smise di tagliare la crosta al pane. “Abbiamo finito anche quello, stiamo per chiudere, te ne devi andare”.
“Ma io posso pagare! Guarda ho i soldi!”
E nella mano dell’uomo comparvero dieci euro piegate.
“Te ne devi andare fuori di qui, via!” Il barista accompagnò l’uomo fuori dal locale tenendolo per un braccio.
“Ecco, stai qui e non entrare più, hai capito?
“E io adesso come faccio?” si disse l’uomo. E con la sua andatura sbilenca, s’allontanò di un paio di metri, per piombare dopo qualche secondo sul marciapiede, a un centimetro da un’enorme cacca di cane. Socchiuse gli occhi, sollevò la faccia verso il cielo che s’andava schiarendo.
Poco dopo faceva un sogno, anzi ricordava qualcosa che gli era accaduto quella mattina, quando con passo scattante stava andando a prendere un treno che l’avrebbe portato in una cittadina vicino Roma. Lì, alle dodici, avrebbero girato una pubblicità, una pubblicità con dei motociclisti, e l’uomo, che era disoccupato da tempo perché aveva cominciato a bere o aveva cominciato a bere perché era disoccupato (non è chiaro come sia cominciata la sua storia d’alcolismo, ma non è chiaro nemmeno se questo sia un sogno, un ricordo, o un’invenzione) aveva accettato con entusiasmo e aveva tirato fuori da uno scatolone l’abbigliamento che portava quando ancora possedeva una moto e frequentava dei raduni.
L’uomo era quasi arrivato alla stazione quando aveva visto delle persone in fila.
Si era fermato, incuriosito.
“Che danno qui?”
“Il pacco di Natale”
“E che c’è dentro?”
“Un mucchio di roba. Panettone, torrone, una coperta.”
“Scorre la fila?.”
“Pochi minuti e hai il pacco”.
“Allora ho il tempo.”
Alle nove e un quarto, Achille Bessani, così si chiamava l’uomo, girò l’angolo, con il pacco sotto il braccio, soddisfatto e soprattutto in perfetto orario.
Dietro l’angolo un altro evento.
“E’ stata densa di eventi questa mattina del ventiquattro dicembre”, disse rivolto al cielo, ad alta voce, l’uomo seduto sul marciapiede.
“Tutta quella gente che era con me a ritirare il pacco ferma davanti a quel camioncino!”
Cinque tavernelli per il pacco.
Achille Bessani si morse le labbra e rallentò. Cinque tavernelli pesavano come il pacco. Quella sera sarebbe rimasto nella cittadina dove giravano la pubblicità e avrebbe festeggiato il Natale in allegria.
Il sogno o il ricordo dell’uomo l’ho inventato io. All’ora di pranzo del ventiquattro dicembre oltre ad Achille Bessani c’erano moltissimi ubriachi che dormivano sulle strade. E non me lo toglie nessuno dalla testa che qualche furbetto sia arrivato nei pressi di un istituto di beneficenza con i cartoni del tavernello.
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Se il postino mi passa le bollette dalla finestra, mentre sto lavando i piatti, vuol dire che sono tornata a W.
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