I romanzi sono come i matrimoni. E’ così triste finirli. Quando ho finito il mio primo libro mi è parso di essermi innamorato della mia protagonista e che fosse morta. Bisogna capire che scrivendo un romanzo nascono strani e invisibili amici e poi si devono uccidere, anche se sono stati vivi soltanto nella nostra immaginazione, e dopo averli uccisi si deve andare dal droghiere o parlare alla gente nei ricevimenti e simili. I personaggi dei racconti sono diversi. Diventano vivi negli angoli degli occhi. Non si deve vivere con loro. David Foster Wallace
Pensavo qualcosa del genere stamattina mentre sceglievo i fiori. Il venerdì e il sabato, alla rotatoria, c’è un fioraio. Pensavo ‘sta cosa e volevo appuntarmela, ma poi l’ho cercata e l’ho trovata subito. Anche altri hanno scritto pensieri simili, alla fine sembra che tutto sia stato già scritto, già pensato, è solo questione di individuare la forma che ti si adatta meglio, oppure elaborartela a modo tuo.
Ho impiegato un po’ a scegliere i fiori. Alla fine ho preso sette crisantemi viola scuro, dello stesso colore del tulipano nero per intenderci, e un mazzo di rose rosa Almòdovar, mi piaceva il contrasto strampalato: solenne e kitsch, ma poi li ho sistemati in due vasi separati. 
Quando tornavo mi è venuto in mente che potrei aprire un file dove raccogliere le frasi scritte da qualcuno che ha finito o sta per finire un romanzo oppure uno dove segnarmi descrizioni minime e/o dialoghi con le persone che incontro nel corso della giornata e che non conosco. Ieri notte, per esempio, c’era uno fuori di testa. Ero sempre alla rotatoria, stavo per attraversare quando ho visto questo tipo sui trenta, più o meno, che correva zoppicando. Correva come se stesse per arrivare un autobus, solo che andava nella direzione opposta alla fermata e l’autobus comunque non stava arrivando. Siccome procedeva nel senso contrario al mio, ho deciso di continuare. Invece improvvisamente ha cambiato idea, è tornato indietro e in una manciata di secondi era sulle strisce pedonali di fronte a me. Ha tirato fuori una bottiglia dallo zaino e si è fatto un lungo sorso. Poi ha cominciato ad attraversare. Allora sono tornata indietro. Prima col mio passo normale, poi ho accelerato. Avevamo la stessa andatura, cioè, credo che lui fosse più veloce, ma perdeva terreno quando scartava verso destra e verso sinistra. Era come avere dietro uno con una gamba di legno. Naturalmente non c’era nessun pericolo, bastava che m’infilassi nel giardino di una casa e in pochi secondi avrei raggiunto la porta, la finestra e la luce. Mi spaventava un po’ perché aveva un comportamento imprevedibile. Sono arrivata a CameliaHof, che ha un forma di un imbuto, ho percorso una decina di metri e mi sono fermata. Anche lui si è fermato ma per farsi un altro sorso e dopo ha proseguito con la sua andatura barcollante.
Oppure potrei trascrivere dettagli di queste passeggiate notturne. Due notti fa, per esempio, c’era una luna rotonda e una striscia che usciva da una nuvola a pochi centimetri da questa. Sembrava una roba da alieni. Ma sarebbe laboriosa da descrivere per bene. Però se lo scopo é di ricordarla per me, potrei sintetizzare: luna rotonda con striscia luminosa al fianco. Ma alla fine non faccio nulla di tutto questo: il pensiero gira sempre lì, sulla storia che sto scrivendo.
foto presa da qui
Categorie: dello scrivere
[ 0 commento(i) ]
Lo: Domani c’è una conferenza contro l’uso delle droghe.
Emme: Ah.
Lo:Verrà una a parlare, una vecchia. Una che da giovane le ha usate.
Silenzio.
Lo: Si chiama Smith.
Emme: Ma guarda che casino che avete fatto con i dvd!
Lo: Faceva la cantante, e dopo la conferenza ci canterà qualcosa.
Emme:Ah sì? Fico.
Lo:Ci hanno detto pure i nomi delle canzoni, però ora non me li ricordo. Dicono che quando era giovane fosse famosa, questa Patti.
Emme: Patti? Come si chiama?
Lo: Patti Smith, te l’ho detto!
Emme: Ripeti!
Lo: Ancora? Ma basta!
Emme: Fran! Scendi immediatamente! Subito! All’istante!
Dopo qualche secondo…
Emme: chi viene domani alla conferenza contro l’uso delle droghe?
Fran: E io che ne so. E’ una roba che riguarda quelli delle medie.
Lo: Viene una che si chiama Smith. Smith Patti.
Fran: Ah, Patti Smith. Si vede che quando era giovane avrà fatto uso di droghe, per questo l’hanno invitata.Tra tutti quegli americani ci sarà qualcuno che la conosce.
Emme: Mi state prendendo in giro?
Io: sarà un’omonima. E se fosse lei? Se fosse lei… la scuola ce lo avrebbe comunicato nella mail che spedisce ogni venerdì e io non l’ho letta, quella lettera.
Emme:Per favore vuoi andare a controllare? Perché non le leggi mai, quelle accidenti di lettere? State scherzando? Eh? Sì?
Fran: ma se ti ha detto che verrà Patti Smith, verrà Patti Smith. Neanche lo sa lui chi é.
Lo: Sì che lo so. Era una che cantava.
Emme: cioè, io stanotte non dormo.
Lo: tanto non puoi venire. E’ una conferenza per quelli della medie, mica per i genitori. Non sei ammesso.
Emme: non posso venire? Ho mille ragioni per cui devo venire! Ale?! Perché non vai a leggere la lettera di venerdì?
Lo: non andare. Si chiama Smith, ma non Patti e non cantava da giovane, per lo meno non credo.
Dopo un po’ passeggiando con la cana nel parco
Io: veramente ci hai creduto a quella storia della Patti?
Emme: io? Macché! Ho fatto un po’ di scena per farli divertire, anche se… anche se quando Lo ha accennato al fatto che non si ricordava i nomi delle canzoni e poi con quel tono tranquillo ha detto: questa Patti, per un attimo, ma solo per un attimo, ho immaginato che poteva anche essere.
Categorie: Chiacchiere
[ 12 commento(i) ]
David Foster Wallace è morto. E io volevo scrivere qualcosa sul perché la sua morte mi abbia colpito molto. Poi mi sono messa a leggere i commenti che la gente sta lasciando qui e me ne è passata la voglia. Non perché sia rimasta scandalizzata dalle (poche) frasi malevole o inopportune, ma perché trovo semplicemente più interessante impiegare del tempo a capire perché certe reazioni altrui piuttosto che indagare sulle mie.

Preferisco ricordarlo, quindi, con la frase per cui un giorno, in modo del tutto casuale, mi sono imbattuta in un suo racconto e ho cominciato a leggerlo:
Per tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero. Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me da offrire agli altri. Più che altro per piacere o per essere ammirato. Forse è un po’ più complicato di così.
Categorie: Libri, Pensierini
[ 8 commento(i) ]
Torno dalla passeggiata con la cana.
Se Emme non c’è non vado al parco, è uno dei posti più sicuri al mondo, il piccolo parco dietro a CameliaHof, ma è nel buio, si riesce a vedere appena il sentiero che lo attraversa perché i due lampioni che ci sono hanno una lampadina da pochi watt e sono coperti dai rami.
Se Emme non c’è, come stasera, vado a destra, verso la rotatoria, giro intorno a un prato con sei o sette abeti e, mentre la cana annusa i cespugli, mangia l’erba, io sbircio dentro i salotti che hanno le tende scostate. In uno c’erano decine e decine di candele e lampade accese e, seduta su una poltrona attaccata alla vetrata, una donna anziana che leggeva il giornale. Un po’ insolito: per tutta quella luce, per l’ora: alle undici la maggioranza dorme, e inoltre quelli che sono ancora svegli guardano la televisione. 
Apro la porta e il gatto schizza fuori come un proiettile, la cana vorrebbe rincorrerlo, ma io glielo impedisco. Salgo le scale, fino all’ultimo piano che è sotto il tetto. Lo dorme, ma Fran é ancora in piedi.
Un quaderno pieno di formule sulle ginocchia, la penna in mano, il portatile sulla scrivania.
Ancora a fare i compiti?
Ho litigato con la professoressa di chimica, oggi.
Litigato? O discusso?
Litigato. Avevamo un appuntamento e lei se ne è dimenticata. Quando è entrata in classe le ho detto che non ci si comporta così.
Davanti ai tuoi compagni? Con un tono arrabbiato?
Sì. E dopo lei è esplosa, mi ha urlato addosso per almeno cinque minuti e alla fine mi ha detto che la lettera per Oxford non me la scrive più. Ti rendi conto?
E va be’, ma te la sei cercata.
Comunque sono andato a parlare con il capo dei professori che mi ha detto di non preoccuparmi troppo, ché a volte gli insegnanti giovani perdono la pazienza e dicono cose che non vorrebbero dire e che io devo sentire di più la sua autorità. Però io non la sento la sua autorità! Ha solo nove anni più di me! Non potrebbe essere neanche mia madre! E poi l’ho rintracciata su facebook. Eccola qui sul Partenone che fa ciao con la manina. Ed è andata a Sharm! E pure sul cammello! E questo spiega tutto. E un bel giorno, fa la sua valigia, sale sull’aereo, sorvola l’Atlantico e viene a rovinare la vita a me. Il capo degli insegnanti mi ha consigliato di scriverle una mail di scuse, e lo stavo per fare, anche se…però la stavo per scrivere, poi mi è venuto in mente di controllare se avesse facebook e dopo aver visto le foto e quello che ci ha caricato, mi è passata la voglia, ecco!
Foto presa da qui
.
Categorie: Questioni di famiglia
[ 4 commento(i) ]
Una differenza che passa tra un ingegnere aerospaziale e un fisico é che se interrompi il primo mentre sta parlando del più e del meno per domandargli: ma tu sei un fisico? Quello ti risponde: no, sono ingegnere e prosegue il suo discorso. Se scambi il fisico per ingegnere invece, quello sgrana gli occhi, ride finto, scuote la testa e ti dice risentito: Sono un fisico, io! E si dimentica di cosa stava parlando.
Un’altra differenza è che su tu chiedi all’ingegnere aerospaziale di spiegarti come funziona il cielo, quello attacca a parlare, ti riempie di concetti, di esempi, di rimandi, di calcoli che sono stati fatti e che dovrebbero essere fatti e tu non capisci nulla, anche se rispondi, cioè io rispondo: più o meno credo di aver capito.
Il fisico invece:
Io: ma allora ci sarà il Bang e verremo risucchiati tutti?
Fisico: Ah, ah!
Io: posso stare tranquilla?
Fisico: Ah, ah!
Categorie: Pensierini
[ 6 commento(i) ]
Per una brasiliana deve essere difficile adattarsi qui, dico io. Più che per un’italiana.
Ma mi piace l’Olanda. Mi risponde lei in un italiano pieno di lettere che suonano. Mi piace che vai tranquilla per le strade, che non ti devi tenere la borsa stretta, che puoi comprare un paio di pantaloni senza debiti. Piove troppo, questo mi dispiace tanto.
Ah, il portoghese! Le chiederei volentieri: parlami un po’ nella tua lingua, ma poi mi ricordo quando a Lo, in Italia, qualcuno domanda: dimmi qualcosa in inglese, e allora sto zitta.
Però sto sempre chiusa in casa, esco solo per la spesa, sempre negli stessi posti, ma nessuno mi riconosce per un saluto.
E le mogli dei colleghi di tuo marito? Lavorano tutte?
No, nessuna.
E allora stai con loro.
Ma io non parlo l’inglese. Sto prendendo lezioni, ma è difficile: l’insegnante parla l’inglese e l’olandese. Niente portoghese, niente italiano.
Stai con le italiane, intendo. Ce ne sono parecchie. In fondo basta una persona, una della tua età.
Loro si vedono una sera a settimana, vanno a cena fuori, i mariti giocano a calcio, loro guardano la partita e dopo vanno in un locale. Si vedono anche la mattina. Fanno delle gite, delle passeggiate, credo.
E non ne hai trovato nessuna con cui vai d’accordo?
Loro sono diverse. Sono uscita per vedere la partita qualche volta, ma poi ho preferito stare a casa. Sono brave ragazze, però sono…diverse.
Dì le cose come stanno, dice il marito. Dì che non ti piacciono.
Tu le frequenti, mi domanda lei.
Io, in linea di massima, no. Sono…Cerco un aggettivo che s’adatti alla maggioranza, alla maggioranza di quelle che ho conosciuto. Per ognuna potrei indicare almeno un motivo per cui non mi va di passarci del tempo insieme, ma di collettivo non mi viene in mente nulla. Cioè qualcosa c’è, ma non è una parola gentile. Inoltre c’entro anch’io: mi annoio facilmente con le persone.
E comunque, continuo, comunque ho tutto il giorno occupato io, non potrei vedere nessuno, sono libera solo il fine settimana.
Il fatto è, prosegue lei, arrotolandosi i capelli, che ha lunghi neri e arricciati, il fatto è che loro non mi parlano, mi salutano solo se c’incontriamo alla partita, ma se sono da sola in un altro luogo: è come se non ci fossi. Perché siamo diverse.
Dì le cose come stanno, dice il marito. Dì che si credono chissà chi perché conoscono quattro parole d’inglese, perché i mariti sono assunti a tempo indeterminato, perché, magari, sono laureate. Ma tu te ne devi fregare di quello che si sentono.
E perché tu sei più bella di loro, penso, e mi viene da sorridere ma pure un certo nervoso.
Sì, siamo diverse, riprende sorridendo anche lei, io poi sono permalosa e allora preferisco starmene chiusa, ma quando saprò l’inglese allora. Allora. cambierà. Potrò parlare con chiunque. E poi forse conoscerò altre brasiliane, mi hanno detto che ce ne sono…
Categorie: Fatti italiani
[ 2 commento(i) ]
“ Tutti gli italiani infatti si possono dare dei “fascisti” a vicenda, perché in tutti gli italiani c’è qualche tratto fascista (che, come vedremo, si spiega storicamente con la mancata rivoluzione liberale o borghese); tutti gli italiani, per ragioni ovvie, si possono dare a vicenda dei “cattolici” o dei “clericali”. Tutti gli italiani, infine si possono dare a vicenda dei “qualunquisti”. E’ ciò che appunto ci riguarda in questo momento. Non perché io e te abbiamo rotto quello che dovrebbe essere ormai il tacito patto tra persone civili, consistente nel non darsi mai dei “fascisti” o dei “clericali” o dei “qualunquisti” a vicenda, ma perché sono io stesso che mi accuso, qui, di un certo qualunquismo. Che cos’è che io vedo (qualunquisticamente) accomunare “una signora fascista e un extraparlamentare, un intellettuale di sinistra e un marchettaro”? E’ una terribile, invincibile ansia di conformismo.
Succede spesso, in questa nostra società, che un uomo (borghese, cattolico, magari tendenzialmente fascista) accorgendosi consapevolmente e inconsapevolmente di tale ansia di conformismo, faccia una scelta decisiva e divenga un progressista, un rivoluzionario, un comunista: ma (molto spesso) a quale scopo? Allo scopo di poter finalmente vivere in pace la sua ansia di conformismo. Egli non lo sa, ma l’essere passato con coraggio dalla parte della ragione (uso qui la parola ragione contemporaneamente in senso corrente e in senso filosofico) gli permette di sistemarvisi con le antiche abitudini che egli crede rigenerate, reificate. Mentre non sono altro, appunto, che l’antica ansia di conformismo. Ciò durante questi trent’anni postfascisti ma non antifascisti è sempre accaduto. Ma le cose si sono aggravate dal 68 in poi. Perché da una parte il conformismo, diciamo così ufficiale, nazionale, quello del “sistema”, è divenuto infinitamente più conformistico dal momento che il potere è divenuto un potere consumistico, quindi infinitamente più efficace – nell’imporre la propria volontà – che qualsiasi altro potere al mondo.”
….
“Ora, uno dei luoghi comuni più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare e (inventiamo la parola) de-sentimentalizzare la vita. Ciò si spiega, nei vecchi intellettuali progressisti, col fatto che sono stati educati in una società clerico-fascista che predicava false sacralità e falsi sentimenti. E la reazione era quindi giusta. Ma oggi il nuovo potere non impone più quella falsa sacralità e quei falsi sentimenti. Anzi è lui stesso il primo, ripeto, a voler liberarsene, con tutte le loro istituzioni (mettiamo l’Esercito e la Chiesa). Dunque la polemica contro la sacralità e contro i sentimenti, da parte degli intellettuali progressisti, che continuano a macinare il vecchio illuminismo quasi che fosse meccanicamente passato alle scienze umane, è inutile. Oppure è utile al potere.
Per queste ragioni sappi che negli insegnamenti che ti impartirò, non c’è il minimo dubbio, io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istituito. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi autonomi adoratori di feticci.”
Pier Paolo Pasolini - Lettere Luterane
Pasolini non poteva sapere che nel 2008 la Chiesa avrebbe imparato a vestire Prada e l’arte del presenzialismo, dello spettacolo. A usare i i nuovi mezzi di comunicazione per rubare il cuore.
La società clerico- fascista è tornata.
E quelli che non sono caduti nelle reti dei preti - ma che ne subiscono comunque le decisioni - come stanno reagendo? C’è un atteggiamento comune? A me, dal mio punto di osservazione (che mi salva? no, nessuno è senza colpa per usare una parola con cui siamo cresciuti) pare che si possa rintracciare nello sbeffeggiamento o nel piagnisteo, ma che di concreto accada ben poco. E con questo atteggiamento si (mi) mettono “l’anima in pace”. Che fare? Denunciare, scriverne, manifestare, opporsi? In parte è stato fatto e si fa, ma è evidente che non è sufficiente. Non può considerarsi una vittoria se una rana resta dove sta. E’ una sconfitta, invece, questa.
E allora? Allora bisogna combattere. Vincerli in quello che rappresenta uno dei cavalli di battaglia della Chiesa: l’assistenza ai deboli, ma anche, vedendo quello che accade qui in Olanda, regalare un pezzo del proprio tempo insegnando cose che sappiamo fare in altri settori. Far passare il pensiero che si agisce per proprio conto, per conto dell’uomo, e non nel nome del divino.
Smettere di fare i de-sentimentalizzati o le vittime. Riprendersi il Paese.
Mi rendo conto che queste parole scritte dal posto dove mi trovo suonino un po’ grillesche. Ma non me importa un accidente: mi andava di scriverle e l’ho fatto, anche perché vorrei tornare prima o poi.
Categorie: Fatti italiani, Libri
[ 3 commento(i) ]
Ieri, Emme e io, stavamo sulla spiaggia, dove eravamo arrivati in bicicletta - avevamo parcheggiato lontano perché c’era l’intero paese di W. sulla spiaggia ieri - distesi su due parei accostati, dal momento che non avevamo gli asciugamani, ché ingombrano troppo e tanto il bagno non lo facciamo. Sembrava un pezzo d’argento, l’acqua, mai vista così calma, c’erano increspature solo intorno alle persone che stavano dentro e che se la godevano un sacco, così mi sono alzata, ho superato lo strato di gusci di conchiglie e ho proseguito in mezzo a un’acqua che da dentro era color marrone-sabbia e gelata. Non sono riuscita a tuffarmi, ho continuato a camminare fino a che mi è arrivata alle spalle, allora sono tornata indietro.
Mi sono fatta il bagno, ho detto a Emme.
Ma va? Non ci credo. Ha risposto lui mentre scattava foto.
Intanto c’erano tre bagnini sul gommone che procedevano paralleli alla riva, altri due che passeggiavano con giubbotti e fischietti e in fondo in alto - bisogna scendere per arrivare al mare - c’era un tavolo lungo con delle caraffe con sopra scritto coffee e altri bagnini seduti, che chiacchieravano del più e del meno e che non erano proprio un belvedere, anzi, sembravano il contrario, nei corpi, di quello che una si aspetterebbe da dei bagnini.
Certo che mi sono fatta il bagno, ho detto dopo un po’. Pareva l’acqua della Sardegna.
L’acqua della Sardegna?
L’acqua della Sardegna all’inizio di giugno, gelata nello stesso modo. Non capisco perché. Fa così caldo!
Come si chiama questo mare? Mi ha detto lui.
Io non ho risposto.
Se si chiama come si chiama ci sarà un motivo, no?
Poi ho aperto il libro che mi ero portata e ho cercato di concentrarmi - da un po’ non riesco più a leggere: c’è sempre qualcosa che mi distrae - ma ho smesso subito perché ho sentito un tipo che diceva in olandese - diciamo che ho immaginato di sentire e che ci ho azzeccato - ah, ah! quei ragazzini hanno costruito un canale e stanno per inondare quelli distesi intorno. E così mi sono girata ed effettivamente c’erano questi ragazzini che avevano fatto questo canale dove l’acqua del mare affluiva e poi defluiva intorno, e allora ho detto a Emme: è meglio se ci spostiamo. Dopo non mi andava più di leggere, lui continuava a fotografare e allora gli ho detto: fotografa i gabbiani,- ce ne erano di marroni e di bianchi, i marroni sono quelli giovani, i bianchi sono gli adulti invece, i bianchi erano bellissimi, forse per la luce che c’era ieri che alterava i colori, a un certo punto infatti era calata una foschia e le penne degli adulti sfumavano nell’azzurro, anche se i marroni erano più interessanti da guardare: curiosi, affamati e per nulla intimoriti dalla folla. Fotografa la superficie dell’acqua, fotografa la coppia di bagnini, fotografa quello con il camicione verde che gioca a bocce e Emme fotografava quello che gli indicavo, e a un certo punto c’era un insetto sul mio pareo arancione, un insetto nero e minuscolo, coricato di schiena, che sgambettava per ritrovare la posizione, l’ho preso per un braccio e gli ho detto: fotografa questo!
Ma non ho l’obiettivo adatto, ha risposto, ma l’ha scattata lo stesso, la foto.

Ah, mi piace, mi piace. Kafka on the shore. Ha detto. Dovresti leggerlo, quel libro.
Non mi va in inglese.
Compralo in italiano, è bellissimo.
Ma ce l’abbiamo in inglese.
E poi lui ha guardato la gente, il mare, l’orizzonte e ha detto: chissà quanto dura questo tempo. Ho letto le previsioni e …, e intanto aveva ripreso a scattare, fino alle sei ho detto io, e adesso sono le sei, infatti il cielo si era ingrigito, abbiamo risalito le dune, abbiamo cominciato a pedalare, ma quando stavamo per entrare nel bosco era di nuovo tornato il sole.
Categorie: Roba d'Olanda
[ 5 commento(i) ]
Il 23 maggio, alle otto e un minuto di mattina, un uomo chiuse a chiave una porta picchiettata di buchi come se fosse stata colpita da una mitraglietta e si chinò su un water ancora puzzolente di disinfettante.
L’uomo ebbe un paio di conati e poi rimase immobile , a occhi chiusi, emettendo respiri lunghi e regolari, infine tirò lo sciacquone e uscì, schiarendosi la voce e armeggiando con la cerniera dei pantaloni.
Dopo aver controllato che il locale fosse vuoto, l’uomo sollevò il viso verso l’alto: la luce della telecamera era accesa e si domandò se la sua ’immagine fosse andata in onda o fosse stata archiviata insieme alle centinaia di altre che erano state riprese in quei minuti. In ogni caso, si disse, anche se qualcuno dei vigilanti l’avesse guardato non avrebbe avuto sospetti: era uno qualsiasi che aveva appena pisciato e soprattutto era in orario.
Categorie: Incipit, La scelta
[ 2 commento(i) ]
Coffee morning, open house. Nella scuola americana dei figli i primi giorni sono pieni di incontri. E poi: lettere, manuali, faq. Sono tre sere che ci passo un’oretta sopra a questa roba e quest’anno, per non cadere dalle nuvole, me lo sono appuntate sul calendario e le più importanti persino sull’agenda. Ti spiegano tutto, ti guidano in tutto. Poi vai a questi incontri, e se hai dato un’occhiata ai manuali, alle lettere e alle faq, concludi che potevi anche non andare. Però la scuola ci tiene alla tua partecipazione, e per lo meno al principio mi sforzo di esserci, inoltre serve per la socializzazione. Ma che noia questa socializzazione. E saltano fuori delle domande pazzesche, delle richieste assurde, e un po’, ma giusto un po’, mi diverto a scrutare le espressioni degli insegnanti, per vedere se ce la fanno a restare impassibili. Al coffee di stamattina era un francese che li sfiancava. I francesi, di solito, non ci sono all’americana, in ogni parte del mondo hanno le loro scuole, i francesi,ma questo qui forse è sposato con un’americana e c’era purtroppo. E perché non c’era la moglie? Forse perché era un marito al seguito. Comunque dopo la sua seconda domanda mi è partita la noia, e per diluirla mi facevo le domande. Domande che non c’entravano nulla con quello che veniva detto, ma che avevano la stessa inutilità di quelle poste da questo francese con i capelli neri sparati verso l’alto non dal gel, ma da cosa? Il suo quaderno zeppo di appunti, ma perché gli appunti? C’avevano già scritto tutto nelle lettere. E dopo le domande, guardavo e annotavo mentalmente: l’insegnante di filosofia, con gli occhi azzurri piccoli e distanti e dalla corporatura robusta, che se non parla sembra un contadino russo - perché poi un contadino russo? - ma che se parla pensi che sia sprecato per fare il professore di filosofia, ma forse no, non è sprecato, quelle che portavano i sandali d’argento e lo smalto bianco, quelle che portavano i sandali d’argento e lo smalto rosso. Da come erano vestite potevi indovinare il colore dello smalto? I visi sperduti di quelle appena arrivate. E i biscotti e affini che saranno preparati per gli studenti del dodicesimo anno che poi andranno via, ah è meglio che non ci penso. Una signora coreana-americana mi ha mostrato le scatole di quelli che prepareranno domani: avevano un aspetto decisamente chimico più che dolce, del resto queste sono le usanze e chi non si adatta tanto peggio per lui.
Categorie: Questioni di famiglia
[ 4 commento(i) ]
|