Ieri stavo andando con la cana al parco e pensavo alla faccenda dei traduttori vocali. Esistono dei telefoni con cui puoi chiamare un arabo o a un cinese e parlargli nella tua lingua e quello, il telefono, traduce in arabo e in cinese. Stanno sperimentando anche dei traduttori con cui puoi parlare direttamente alle persone, però bisogna pronunciare le frasi per bene, altrimenti viene fuori un pasticcio, e al momento ne traducono un numero limitato. Così immaginavo che a un certo punto questi traduttori sarebbero stati perfezionati e diventavano come un ipod, o meglio il contrario di un ipod e io mi mettevo gli auricolari, accendevo il traduttore e ascoltavo quello che la gente diceva. Pensavo che era proprio una bella invenzione e che me la sarei comprata subito.
Intanto arrivavo al parco, lasciavo il sentiero e costeggiavo, come faccio sempre, un tratto del canale passando sotto i salici giganti, che in inverno sembrano un po’ gli alberi delle streghe. Riprendevo il sentiero e mi dicevo: per esempio adesso l’avrei acceso. Guardavo al centro del parco e pensavo: no, l’avrei tenuto spento, per non consumare la batteria. E subito dopo mi chiedevo: ma dove sono tutti? C’era soltanto una taccola, dall’aspetto un po’ desolato, che beccava una pozzanghera ghiacciata.
Allora mi accorgevo del freddo intenso, delle dita che mi facevano male, dei piedi che non sentivo più. Facevo dietrofront, aprivo e chiudevo le mani, mi sforzavo di immaginare il traduttore: niente da fare. Sentivo solo il freddo e quello che riuscivo a vedere per distrarmi un po’ erano le slitte trainate dai cani o la steppa della Mongolia a cinquanta gradi sotto lo zero. Acceleravo il passo e provavo ancora ed eccola lì, la frase che mi gira sempre per la testa: avanzava, scalciando nella neve profonda.
Categorie: Pensierini
[ 0 commento(i) ]
E’ da un anno circa che non scrivo più le mie storie per blog ed è un peccato perché mi divertivo parecchio a pensarle e a buttarle giù.
Le storie per blog avevano due caratteristiche: dovevano essere brevi e ironizzare su una categoria. Per poter fare dell’ironia su un gruppo devi conoscerlo bene, o ancora meglio starci dentro. E quindi ho scritto di blog e di bloggers e di scrittori e delle loro ansie di pubblicazione.
Oggi non ha più senso scrivere di blog perché questo è più o meno deceduto e quindi sono scomparse quelle dinamiche su cui costruivo le mie storielle. Anche il filone dello scrittore un po’ sfigato è esaurito.
Le mie preferite sono:
Per la categoria scrittore sfigato: Con simpatia, Adamo Risvolti e Scritto Mesto: dalla rete alla carta passando per la sacrestia
Per la categoria blog e bloggers: Senza complimenti non scrivo
Ci sono un paio di gruppi a cui pensavo stamattina, da cui potrei cavarne qualcosa, uno è formato da quelle donne che aprono il blog in quanto madri. Il concetto che sbandierano è questo: siamo imperfette, abbiamo un mucchio di difetti però… Però, poi, se vai a leggere tra le righe sono delle esaltate convinte di essere migliori solo perchè crescono dei figli. L’altra è quella degli italiani che vivono all’ESTERO e che parlano male del loro Paese e quelli che stanno in patria, con il mito dell’ESTERO ( che a leggerli o ad ascoltarli sembra un po’ che l’estero sia Marte se Marte fosse abitato da Marziani evoluti), ma che non si trasferirebbero mai pure se venissero pagati profumatamente, pure se li pregassero in ginocchio, eccetera eccetera.Di queste persone non faccio parte, ma ho il privilegio di osservarle da vicino o di leggerle attraverso la rete. Mi sa che appena finisco quello che sto facendo, provo a buttarne giù qualcuna. Tanto i commenti sono moderati perché quelli del secondo gruppo sono un po’, diciamo, suscettibili. E mi sa che pure le mamme esaltate non l’accettano tanto l’ironia.
E se ne scrivessi una su una SuperMamma che vive nel Paese di Bengodi?
E se poi mi uccide? E se mi riempie di maledizioni e di virus il blog? Io mica sono tanto coraggiosa…
Categorie: dello scrivere
[ 3 commento(i) ]
Oggi i tre omini che dirigono il traffico alla rotatoria principale del paese di W. si sono impicciati più del solito.
I tre omini sono a tempo perché stanno rifacendo alcune strade e il traffico è stato dirottato a questa rotatoria e ci sono solo tra le sette e le nove, poi spariscono. Indossano giubbotti luminosi, guanti neri che lasciano liberi i polpastrelli, sono esili e non superano il metro ottanta ma non sono né turchi né marocchini, sono olandesi e sono piccoli.
E’ accaduto che uno dei tre ha calcolato male la lunghezza (ah, se avessero in dotazione dei metri per prendere le misure quanto sarebbe meglio!) e ha fatto passare un camion con il rimorchio. Il camion è uscito fuori dalla rotatoria ma non aveva lo spazio sufficiente per proseguire e così ha bloccato le strisce pedonali e soprattutto il passaggio ciclabile. Erano le otto, l’ora in cui circa mille studenti vanno a scuola in bicicletta. Così si è formata un’onda che cresceva e cresceva e a un certo punto ha cominciato a fluire e i ciclisti hanno invaso la rotatoria, i marciapiedi, si sono incastrati tra le macchine. Un automobilista ha persino suonato il clacson. La mia cana ha abbaiato. Gli omini erano agitatissimi e hanno cominciato a parlarsi febbrilmente con le radiotrasmittenti. Al termine di questa consultazione frenetica, quando tutto ormai pareva perduto, due omini hanno abbandonato la loro posizione e hanno raggiunto quello che aveva combinato il disastro.
L’omino numero uno ha convinto l’automobilista che era davanti al camion ad avanzare di un metro, l’omino numero due ha dato l’ordine al camionista di procedere per un metro, l’omino numero tre ha assunto il ruolo dell’ape impazzita e ha bloccato i ciclisti. L’effetto ottico è stato quello di una scia luminosa che si muoveva velocemente e imprevedibilmente, un po’ come la coda di una stella cometa.
L’unione fa la forza e i tre omini del paese di W., stamattina, hanno fatto un vigile romano.
Categorie: Pare che sia andata, Roba d'Olanda
[ 2 commento(i) ]
Sabato mattina avevo un’ora da far passare nella piccola strada commerciale del paese di W. c così, per un po’, sono rimasta a guardare i commercianti che spargevano il sale davanti alle vetrine, i bambini sugli slittini, i cani che aspettavano fuori dai negozi, le persone che si salutavano o chiacchieravano negli angoli. C’era il sole ed era tutto bianco: bello. Dalla pasticceria veniva fuori un buon odore di caffè, ma come si sa, e io lo sapevo, non sempre quello che sembra è, quindi ho proseguito. Ho tirato fuori la telecamera, ho ripreso i grovigli di biciclette con i sellini sepolti dalla neve, i mazzi di tulipani rossi e gialli nei secchi, le arance, le albicocche, l’uva sistemate nelle cassette come oggetti preziosi, stavo per inquadrare i gioielli veri nel negozio a fianco, ma poi ho pensato: “meglio di no”. Ho spento la telecamera, ho guardato l’orologio: erano passati solo quindici minuti. Ho avuto un’illuminazione: comprerò il giornale.
“Un pacchetto di sigarette, una penna e Repubblica”, ho detto in inglese alla commessa.
“Otto euro e venti” mi ha risposto lei in italiano.
Ho pagato e mi sono messa di lato.
“Un pacchetto di sigarette, per favore” ha detto il tipo dopo di me in italiano, ma non era italiano, era olandese. Poi ha riso, tutto contento.
“Quattro euro e venti”, ha risposto la commessa in italiano.
“Io compro questo giornale, prego” ha detto quello che veniva dopo. Ha riso pure lui, con certi occhietti molto soddisfatti.
Li ho lasciati ai loro esercizi e sono andata a sedermi su una panchina sgombra dalla neve. Ho letto un articolo sull’amicizia ai tempi del pallone e ai tempi di facebook di Alessandra Baricco. Siccome non voleva essere retorico, dopo aver citato un paio di volte il suo ultimo libro, aver descritto quanto fosse bello ai suoi tempi giocare a pallone, Baricco finiva il suo pezzo senza concluderlo.
Poi mi sono stancata di leggere e allora mi sono messa a pensare che poco prima anche dal tabaccaio era mancata la conclusione. Mi sono detta che sarebbe stato carino che il terzo fosse stato un italiano che comprava il de Volkskrant e lo domandava, che ne so: in spagnolo.
E’ che alla realtà, certe volte, manca qualcosa proprio come alla scrittura che la racconta.
Categorie: Pensierini
[ 3 commento(i) ]
Qualche giorno fa, la capa del ritrovo dei cani al parco, mi si avvicinava con l’atteggiamento di chi mi stava per proporre qualcosa d’illegale e bisbigliava: “lo vuoi un video con Camilla e tutti i cani?” Io, un po’ inebetita dall’atteggiamento, dicevo sì e lei mi rispondeva: “bene.”
Dopo si allontanava e riprendeva a indirizzare il gruppo formato dai cani e dai loro padroni.
Più tardi, tornando a casa, riflettevo che invece non lo volevo.
Primo perché i cani che giocano con la mia cana al parco li vedo tutti i giorni e non mi interessa riguardarli in un video. Secondo perché ne ho girato uno io quando c’era la neve.
A cena raccontavo la faccenda. Si commentava e si rideva.
“Ora mi toccherà comprarlo per forza.”
“Scherzi?” “No che non devi!” Mi rispondevano.
“E se non andassi più in quel parco per un mese? Potrebbe essere il modo più semplice per chiudere la faccenda.”
Ma non ero veramente io ad avere questa idea. Era l’elaborazione fantastica di me che sceglieva una soluzione apparentemente più semplice ma che le avrebbe potuta portare a situazioni grottesche, un po’ come accade ne Il Piccione.
Questo potrebbe essere l’incipit provvisorio: Margherita B. era riconoscente a quella persona. Non poteva dimenticare quando era corsa dietro al suo cane, l’aveva agguantato e gli aveva strappato un airone morto da almeno da due giorni dalla bocca.
Nella realtà, la mia cana aveva preso una taccola. Ma quanti sanno cos’è una taccola? Di che colore ha le penne, di che grandezza è? Quindi andrebbe descritta. Andrebbe descritto pure l’airone. Però, in questo caso, si può fare con meno parole. Poi, di solito, preferisco un personaggio maschile. Lascia più spazio: può avere qualità maschili, e/0 anche femminili se si riesce a dosarle nel modo opportuno. Ma in questo caso, avrei scelto un personaggio femmina per contrapporlo all’altro che pure è di sesso femminile, ma parla, si muove e agisce come un maschio. Oddio, ora che ci penso sarebbe interessante avere un personaggio-uomo con un atteggiamento timido e pauroso e un personaggio-donna che è il suo esatto contrario. Ma a prescindere dalle caratterizzazioni dei personaggi, il centro della storia rimane l’ossessione che svilupperà Margherita B., le strategie che metterà in atto per non comprare quel maledetto video.
Quanto a me, il giorno dopo sono tornata al parco, ho preso la capa da una parte e le ho sussurrato: “Mi spiace, non lo voglio il video, ne ho già uno che ho girato prima di Natale con la neve.”
Ha insistito parecchio e io ho continuato a dire no. Alla fine mi ha detto che me l’avrebbe dato pure gratis. Allora le ho risposto: “grazie, sei gentile, ma sai, io la televisione non la guardo mai.”
E finalmente questa frase l’ha fermata.
Categorie: Pare che sia andata, dello scrivere
[ 0 commento(i) ]
Ieri si è realizzato un altro dei miei sogni infantili: ho visto finalmente la neve sulla spiaggia. E ho potuto verificare che non accade nulla di speciale, però fa un certo effetto e infatti c’erano parecchie persone a guardarla.
Mi ricordo che quando ero bambina capitava che domandassi: “può nevicare sulla sabbia?” E quello a cui facevo la domanda mi rispondeva che sul mare non nevica mai, che non si era mai visto e io replicavo: “che peccato, sarebbe bellissimo!” Così, a un certo punto, avevo deciso che se non era possibile, l’avrei reso possibile io. Solo che di questo progetto me ne ricordavo sempre nel luogo sbagliato e cioè in montagna.
E dato che, a quanto pare, periodicamente realizzo un sogno, purché sia un po’ assurdo e/o strampalato, ma la maggioranza dei miei sogni ha questa caratteristica, me ne preparo qualcuno:
Vorrei trasferire la casa dove abito adesso con il relativo giardino sul litorale laziale o toscano, ma pure Umbria o Marche andrebbero bene.
In alternativa (anche ai sogni si deve concedere un’alternativa, secondo me): mi piacerebbe tornare a vivere in Italia in una casa che abbia almeno una finestra sul mare o sul lago.
Oppure: il teletrasporto, ovvio!
Perché sarebbe la soluzione che acconteterebbe tutti.
Categorie: in un altro luogo
[ 0 commento(i) ]
Passavo l’aspirapolvere per le scale poco fa e a un certo punto notavo che il filo si allungava. Di solito devo sempre risalire, togliere la spina dalla presa di corrente, infilarla nella presa del piano inferiore, ma questa volta no. Anzi, il filo era così lungo che potevo continuare il mio lavoro pure nel soggiorno. Proseguivo nel soggiorno e mi accorgevo che la porta-finestra diventava sempre più lontana e mi chiedevo: ma com’è che si allontana così? Allora mi fermavo, mentre l’aspirapolvere continuava ad andare, e notavo che sul tratto di parete non occupata dalla libreria c’era una porta, una porta che era proprio della mia altezza. Spingevo il pulsante dell’aspirapolvere, mi avvicinavo alla piccola porta dello stesso colore della parete – ecco perchè non l’avevo notata prima! – abbassavo la maniglia, ma la porta restava chiusa. Mi accorgevo, allora, di una piccola chiave bianca sullo scaffale della libreria, prendevo la piccola chiave, la inserivo nella serratura, e sentivo lo scatto del meccanismo. Posavo la piccola chiave sullo scaffale, aprivo la piccola porta con circospezione e mi appariva una piccola stanza comparsa di ragnatele con dei fili che pendevano dal soffitto spessi quasi come liane e sul pavimento c’erano delle scatole impolverate, dei fogli sparsi…un’altra stanza da pulire! Richiudevo la piccola porta velocemente, giravo di nuovo la piccola chiave nella serratura e la mia avventura in un ipotetico paese delle meraviglie si concludeva lì.
Stamattina è andata così, ma altre volte si svolgono storie incredibili, talmente incredibili che non possono essere scritte. E ho notato che quelle migliori mi capitano quando stiro o o pulisco il bagno.
Categorie: in un altro luogo
[ 6 commento(i) ]
Se decidessi di commettere un furto, ruberei la nuova macchinetta elettrica dei giardinieri di W.: pare un’astronave in miniatura con le ruote. In effetti a guidarla poteva essere anche un alieno. Però l’alieno mi fissava con stupore. E magari sono io l’aliena e non lo so.
Categorie: Roba d'Olanda
[ 0 commento(i) ]
Stamattina, oltre a chiedermi se il piccolo ponte tra i salici giganti lo preferissi come oggi immerso nella nebbia o come qualche giorno fa coperto di neve e di ghiaccio, mi sono anche domandata se fosse più facile immaginare una vita di ricchezza smisurata o una di povertà estrema e ho pensato che per me è più difficile la seconda. Io credo di stare nel mezzo, ma non è vero. Per dire, non ci vuole molto a immedesimarmi con qualcuno che ha al suo servizio un cuoco, un massaggiatore, un allenatore, un segretario. E di possedere una villa in mezzo a un bosco, dove c’è un lago con l’acqua pulita e popolato di pesci, e l’acqua del lago pulita e i pesci sono opera mia, cioè del mio conto in banca, perché una o due volte l’anno vado a farci il bagno in quel lago. E riesco anche a immaginare che mi piace mangiare sotto un gazebo o delle palme, delle palme che ho fatto piantare io perchè mi piacciono le palme. Che mangio una trota sana, cucinata su un barbecue da un cuoco con l’uniforme bianchissima, oppure che me la cucino da sola la trota sana e il cuoco con l’uniforme bianchissima mi fa da assistente e si complimenta con me per come la giro senza frantumarla.
Invece per la miseria estrema, prima che io riesca a immaginarla, mi cade subito addosso ciò che ho visto dal vivo o dai media. Penso a una buca in un deserto di sassi dove vivevano tre persone, e dentro questa buca c’erano una pentola e un pentolino e degli stracci e un’aria irrespirabile, ma penso che alla fine queste tre persone, che a me pareva non avessero nulla, possedevano quattro capre e una decina di galline. Allora penso ai sopravvissuti di Haiti, ai più poveri di Haiti, a quelli che mendicavano e dormivano in un angolo della strada prima del terremoto e che se la caveranno. Be’, quelli per un po’, quando gli aiuti saranno più organizzati, quando i Paesi avranno smesso di litigare su chi ha più diritto di piazzare la bandiera in un certo posto più ripreso dalle televisioni, avranno i pasti e una tenda sopra la testa. Ed è un caso di miseria estrema quella in cui qualcuno dopo un terremoto possa, almeno per un po’, star meglio di prima. E’ qualcosa di difficile da immaginare mentre guardo un piccolo ponte di legno immerso nella nebbia. Ma quello che mi è impossibile immaginare è che succeda questo, anche se uno lo sapeva prima di guardare il filmato che succedeva.
E insomma, riesco a sentire il sapore di una trota consumata davanti a un lago, il piacere, la noia o la tristezza di quello che la mangia, ma mi risulta praticamente impossibile mettermi negli occhi, nei nasi, nelle lingue e nelle teste di queste persone quando stavano per cadere e soprattutto dopo, quando sono cadute.
Categorie: Con quella faccia un po così
[ 0 commento(i) ]
E’ un uomo sui trentacinque anni, con un corpo lungo e senza muscoli, le spalle strette e curve, la testa piccola e quasi calva e due occhi blu un poco sporgenti, quello che ho davanti. Indossa un paio di pantaloni grigi ben stirati e una camicia bianca a righe celesti, ben stirata anche questa. La camicia è sbottonata e si può contemplare il petto, che ha bianchissimo, con un ciuffo solitario di peli biondi. Di mestiere fa l’ottico, è uno dei tre ottici del paese di W.
Nel negozio è presente un altro individuo con un abbigliamento simile, con le stesse caratteristiche fisiche, solo di dimensioni più ridotte: certamente è il fratello minore.
Sono lì con Lo, che prima di entrare mi ha detto: “parlo io.”
Lo tira fuori un foglio, dice: “devo farmi le lenti a contatto, questa è la prescrizione.”
L’ottico prende il foglio, lo posa sul bancone, apre un file nel computer. “La gradazione è completamente diversa da quella che ho preso io a novembre. Poi le lenti della mia gradazione le ho, quelle indicate qui invece bisogna ordinarle e chissà quanto ci vorrà per averle.”
“Prendiamo queste con la gradazione che è indicata qui”, dice Lo.
“Sì, certo, prendiamo queste. Non importa se dobbiamo aspettare”, dico io.
“Che volete dire?” domanda l’ottico. “Che non so fare il mio lavoro?”
“No, no.” Risponde Lo. “Non ho detto questo. Però prendiamo queste perché la visita che ho fatto dall’oculista è di pochi giorni fa, quella che ho fatto qui è di novembre.”
“Ma la gradazione che ho preso io è maggiore! Io non lo so come sono i medici italiani, so come sono i medici olandesi però. Se questa prescrizione fosse stata fatta da un medico olandese, non avrei avuto dubbi, ma siccome così non è, vi dovete assumere voi la responsabilità nel caso sia sbagliata.”
“Va bene ce l’assumiamo.” Risponde Lo.
“Io so come sono i medici italiani, dico io. E soprattutto conosco questo oculista e quindi voglio le lenti con questa misurazione.”
“Spostiamoci a quella scrivania.” Dice l’ottico.
Sulla scrivania c’è un altro computer. L’ottico riapre il file di Lo, fa vedere quali sono le differenze.
“Una delle due misurazioni è sbagliata e non la mia. Sono quindici anni che faccio questo lavoro!”
Lo attacca a parlare, io chiudo l’audio e l’osservo. Dopo parecchie ore la sua faccia bianca, le bolle che ha sul collo, il suo corpo non ben collegato ce li ho davanti come se li stessi guardando in un video.
A un certo punto si schiaccia la mano sul viso e fa uno starnuto, poi si pulisce il naso sulla manica della camicia bianca a righe azzurre, se lo pulisce ancora con il dorso della mano, corregge il file del computer, mi porge la prescrizione. Prendo la prescrizione e la metto nel portafoglio.
“Vi telefonerò quando sono arrivate”, dice alzandosi.
“Che antipatico.” Dice Lo quando usciamo dal negozio.
“Orrendo.” Dico io. C’era da andarsene subito.”
“E mettersi alla ricerca di un altro ottico? Nooo, avremmo perduto ancora più tempo.”
Categorie: Roba d'Olanda
[ 2 commento(i) ]
|