Dieci anni fa quando dovevo scegliere tra la scuola americana e la british scelsi la seconda perché, mi dissi, se i miei figli non potevano frequentare una scuola italiana che almeno fosse europea. E poi perché la maggior parte degli italiani che erano qui l’avevano scelta. Sbagliai clamorosamente e rimediai spostandoli all’americana e feci bene, anzi benissimo.
Quella british era rigida, diciamo, con tutti gli annessi che siamo abituati a vedere nei film. Alcuni degli italiani che vivevano qui erano molto diversi da me e dalla mia famiglia.
Mi dicevo un po’ scherzando e un po’ no: “l’Europa ci va stretta a noi perché siamo cittadini del mondo!”
Nel frattempo qualcosa è cambiato.
Essere cittadini del mondo è diventata una roba ancora più naif.
La vicina è partita e mi ha lasciato in custodia la gatta.
I miei compiti sono questi: andare a casa sua la mattina, fare uscire la gatta, tornare al tramonto, farla rientrare, riempire le ciotole d’acqua e di cibo.
E’ una gatta più pigra della media (la mattina bisogna convincerla a uscire) ed una grande cacciatrice.
Durante la sua carriera oltre a pettirossi, merli e passeri, ha catturato anche un discreto numero di colombi selvatici che gli altri gatti si guardano bene dal cacciare dal momento che sono piuttosto grossi. E’ anche scafata come una gatta di città. Infatti, qui a CameliaHof, la durata media dei felini non supera i due anni e prima o poi finiscono sotto una macchina.
Al tramonto, quando vado a recuperarla, mi sorprende sempre.
La chiamo e apparentemente non c’è. La chiamo ancora e si zittiscono i merli. Alla terza o quarta volta eccola che si fa viva con un miagolio vagamente disperato o irritato, chi lo sa, e compare la sua enorme testona da un cespuglio, tra i rami di un albero o dal tetto. Solo quella. Dopo qualche minuto si materializza il corpo.
Ieri l’ho vista camminare sul bordo della mia staccionata. L’ho chiamata, mi ha risposto con un tono più disperato o irritato del solito, ma non è scesa. Alla fine si è fermata su un albero, si è messa in modalità solo testa ed è andata avanti a miagolare per un po’. Pensavo si trattasse di un caso, il mio giardino è distante dal suo, e i gatti di solito lo evitano per la possibile presenza della cana, e invece poco fa è tornata, e adesso è di nuovo in modalità testa tra i rami dell’albero, che miagola risentita.
Chissà se vuole anticipare l’orario del rientro o se mi tiene d’occhio, oppure si sente sola.
La certezza che la primavera è arrivata l’ho avuta dai crochi che sono sbocciati ovunque, dal cinguettio sincopato che continuo a sentire anche quando lascio il parco alle sette della sera, ma soprattutto dalla prima battaglia coi fucili ad acqua e dai timidi, insicuri fili di fumo che s’alzano dai giardini.
E dagli odori buoni e cattivi, ovviamente. Di questo periodo, per dire, abitare vicino a un vivaio può essere letale per certi nasi sensibili.
Stiamo tornando dalla passeggiata serale con la cana Emme ed io. Quando imbocchiamo CameliaHof Emme le toglie il guinzaglio.
Poco dopo ci sentiamo chiamare da qualcuno alle nostre spalle, in inglese. Prima, però, ci ha chiamato in olandese solo che noi non lo abbiamo registrato.
Ci giriamo e ci sono due tipi con giacche a vento, sciarpe e cappellini di lana. Piuttosto insolito per due olandesi.
Uno ha circa quarantacinque anni e un’altezza di centonovanta centimetri, è magro e ha le guance con le cicatrici dell’acne. L’altro è sui trenta, misura circa centottanta centimetri, occhi di un bel celeste non nordico, piuttosto carino, malgrado lo strabismo all’occhio sinistro.
“Abitate in questa strada?” domanda il tipo meno giovane.
“Sì.” Rispondiamo Emme ed io.
“Noi siamo poliziotti, ora vi facciamo vedere i tesserini”.
“Non importa”, dice Emme.
“Importa. Dovete sempre farvi mostrare il tesserino di riconoscimento da qualcuno che afferma di essere un poliziotto.” Si slacciano le giacche, lo pescano da una tasca interna e ce lo mostrano.
“Stiamo sorvegliando questa zona. C’è stato un forte aumento di furti negli ultimi mesi, per questo siamo vestiti così male…”
“Vestiti male? Ma no…” dice Emme.
“Sì, siamo vestiti male apposta, per mimetizzarci con i ladri. Comunque volevo dirvi…”
“Sì?”
“Dovete tenere gli occhi aperti quando uscite con il cane. Far caso se c’è qualcuno con un comportamento sospetto, qualcuno vestito in modo strano, come noi.”
“Ok!” dice Emme.
“Io faccio caso a tutto quando vado in giro con la cana”, dico io.
“Se vedete qualcuno così, anche se non siete sicuri che sia qualcuno davvero così, con brutte intenzioni intendo, telefonate immediatamente. Questi sono i numeri da chiamare…”
Più tardi ripenso a quei due. Non li avrei guardati con sospetto, con curiosità sì, per il fatto dei cappelli e delle sciarpe. In effetti ho mille immaginazioni sul possibile abbigliamento di un ladro e quindi non ne ho nessuna. Però quei due, per come erano vestiti, per come camminavano, per i gesti che facevano mi ricordano qualcuno. Ma chi? Qualche secondo e ci sono. Ma certo! Mi ricordano i poliziotti italiani!
Erano identici a dei poliziotti italiani in borghese.
E così ho scoperto che la cittadella fortificata di Carcasonne ha ben cinquantatre torri e non è in perenne costruzione come immaginavo io. Ma quella che guardavo un mucchio di tempo fa era un modellino di carta, quella in cui sono stata durante le vacanze di febbraio è fatta di mattoni, che è un’altra cosa.
Non saprei dire, però, quale delle due sia quella vera. Comunque, quella di mattoni l’ho girata al tramonto, con i vicoli deserti e le porte delle torri sbarrate. Ho anche scoperto che nella Carcasonne di mattoni vendono i biscotti più buoni (e più cari) del mondo.
Quando la barca affonda i topi scappano.
Lo diceva sempre un maestro di vela in un piccolo lago nel Trentino.
Noi, io e i miei compagni di corso, eravamo i topi. E quando arrivavano le raffiche e la barca cominciava a inclinarsi e inclinarsi, anziché provare a governarla, mollavamo scotte, fiocco, randa e il povero maestro e ci tuffavamo in acqua. Be’, questo accadeva alle prime lezioni, poi abbiamo imparato a restare. Qui invece i topi fanno qualcosa di inquietante. Abbandonano una barca per passare su un’altra. Su un’altra che da parecchio tempo è in equilibrio precario. In realtà sta viaggiando in bolina e naviga piegata, ma continua a mantenere saldamente la sua rotta. E i topi, che sono furbi, ci rimangono sopra, anzi nel corso del viaggio l’equipaggio aumenta sempre più.
Non fanno errori di valutazione, i topi.
Così la barca è inarrestabile. Per fermarla bisognerebbe squarciargli le vele, aprire una falla nel pozzetto, gettare il timone ai pesci. Non far conto sulle raffiche improvvise o sulle onde anomale perché il comandante che la governa è da un ventennio che è lì sopra e possiede porti, mille gommoni di salvataggio e qualcuno dice che è persino padrone del mare.
Per questioni logistiche sono stata alla manifestazione di sabato, organizzata dai Viola non a quella di ieri organizzata da un gruppo teatrale. Perché poi le manifestazioni sono state due non l’ho capito.
Eravamo un’ottantina, forse qualcuno in più. Pioveva, quella tipica pioggia sottile che uno si immagina che cada sempre sull’Olanda, invece è diventata piuttosto rara e viene giù principalmente quando c’è un barbecue o una manifestazione organizzata dai Viola, che sono sempre loro che di solito le organizzano. Il Pd, che qui è il partito di maggioranza, ed ha un rappresentante, finora è stato a guardare.
Non è andata molto bene perché non avevamo avuto il Dam, ma eravano in una piazza all’interno di un parco dove, con quel tempo, non passava nessuno. E non sono venute tv, radio e stampa come nel passato. Spero che siano andati a quella di domenica, senz’altro più importante anche se non erano molti di più.
Diceva il tipo che ha chiesto l’autorizzazione che c’erano già due gruppi al Dam, per questo non c’hanno dato quella piazza, e diceva sempre il tipo che il poliziotto gli ha detto: “Ancora manifestate contro Berlusconi? Ma è così divertente!” E insomma dopo un’ora d’acqua ho fatto una cosa che non faccio mai: me ne sono andata. Sono entrata in un Caffé, con certe persone che erano venute dal dorato paese di W. E questa è stata la cosa buona della manifestazione di sabato: per la prima volta qualcuno che abita a W. è venuto con me, a parte la mia famiglia, ovvio. E uno di loro mi ha chiesto: “ma da W. di solito non viene nessuno?” E io ho risposto: “Eh, no.” E poi avrei la tentazione di riportare una battuta che mi è venuta in mente la sera, a questo proposito, una battuta che spiega il motivo per cui gli italiani di W. non partecipano a queste iniziative, ma non la scriverò. Oggi va così: faccio la diplomatica, di solito non mi riesce.
Comunque credo che non parteciperò più a manifestazioni indette dai Viola, che presi individualmente sono simpatici, l’organizzatore soprattutto è simpaticissimo, ma poi non so, ogni volta scopro che quelli dei Viola sono quasi tutti dell’idv e anche il video che viene girato, è caricato su Youtube con l’account di questo partito e non mi va di metterci la mia faccia.
Ho seguito la diretta, ho guardato le foto, i filmati. Un mucchio di persone, tante piazze. Bello! E però visti da qui le donne e gli uomini che c’erano mi parevano tutti ben vestiti e ben pettinati. E mi sono chiesta: ma sono stati ripresi quelli vestiti meglio per una questione estetica o quelli vestiti peggio sono rimasti a casa?
Mi telefona Davide dall’Inghilterra.
“Un mucchio di novità!”
“Buone?”
“Dipende dai punti di vista. Comincio? In ordine sparso?”
“Vai!”
“Sono il primo studente della facoltà chimica.”
“Ma bravo! Anzi bravissimo!””
“Il primo tra gli studenti non asiatici però.”
“Bravo lo stesso!”
“Tanto poi loro tornano nei loro Paesi…”
“E tu? Tu tornerai?”
“Per ora non ci penso proprio, con quello che leggo dell’Italia… Ma andiamo avanti. Senti questa!”
“Dimmi!”
“Il capo di dipartimento ha accettato la mia domanda per lavorare a quel progetto a cui tenevo parecchio. Dice che è molto contento di avermi nel suo gruppo. Proprio tanto. E sarò pagato! Ma ti rendi conto?”
“Ma è una notizia bellissima! Davvero! Complimenti!”
“Però c’è un dettaglio che non ti piacerà…”
“No? E quale sarebbe?”
“Be’…il progetto si svolgerà d’estate, ovvio…”
“Ovvio.”
“E durerà dieci settimane…”
“Dieci settimane???Dieci settimane? E le vacanze che dovevamo fare in Puglia?”
“Eh, purtroppo non si potrà. Te l’avevo detto che c’era un dettaglio che non ti sarebbe piaciuto…”
“Eh, già. L’avevi detto.”
“Però, dai, a Pasqua ho un mese di vacanza, poi ho il mese di giugno e pure metà settembre. Un mucchio di tempo per stare insieme! E soprattutto….”
“E soprattutto?”
“Soprattutto durante quelle dieci settimane sarò in grado di mantenermi da solo! Ma ti rendi conto?”
“Musica!”
Stavolta faccio la scaletta.
Stavolta scrivo una roba commerciale.
Stavolta discuto della trama con più persone.
Stavolta mi sbrigo e i personaggi li gestisco io. Non permetterò che uno di loro, nato con lo scopo di restare sullo sfondo, cominci a parlare e a parlare fino a diventare protagonista o comprimario. Glielo impedirò, lo giuro!
Stavolta il titolo lo decido alla fine.
Questi erano i punti che avrei dovuto seguire quando a settembre ho cominciato a scrivere il romanzo. Anzi, quando l’ho ripreso perché, come d’abitudine, avevo già scritto un paio di capitoli mentre terminavo La scelta.
Per ora ho rispettato solo l’ultimo punto.
E a che cosa penso durante le lunghe passeggiate con la cana non curandomi del vento, della pioggia, delle cinciallegre che filo dopo filo stanno costruendo i nidi, dei narcisi che stanno spuntando o delle chiacchiere, al buio, della gente nel parco?
Al titolo, ovvio.
Farei meglio a cercarmi un editore, piuttosto, ma è un’attività così noiosa. E a me annoia annoiarmi.