Qualcosa si muove sotto il velo     24-02-2010  

Io lo sapevo che grazie alla rete qualcosa stava cambiando.

Categorie: Segnalazioni

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Il genio era assente invece     18-10-2007  

Non sarei dovuta uscire perché non sto ancora bene, ma ero troppo curiosa di come fosse il posto dove vive lei. E sono rimasta delusa. Rania fa parte del gruppo di expat in continuo movimento, dunque non ha mobili suoi, e la sua casa è un miscuglio di ikea e divani e lampadari un po’ sontuosi di vent’anni fa.
Tutte le tende delle finestre erano tirate, altrimenti sarebbe costretta a indossare il velo. E c’erano accesi due tivù e un computer. Siccome è da poco finito il Ramadan aveva preparato una varietà incredibile di dolci, peccato che a me non piacciono, ma avevano un bell’aspetto e un gusto presumibilmente molto dolce. E però sono rimasta incantata dalla teiera che corrispondeva perfettamente alla mia immaginazione della lampada di Aladino. E anche dal sapore del tè a cui aveva aggiunto delle foglie di menta fresca. E pensare che a me il tè fa schifo.
Vado a cercare i fazzoletti.

Categorie: Roba d'Olanda

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Rania     11-10-2007  

Rania ride della nostra sorpresa quando ci elenca tutte le cose che non può fare.
E c’è sempre qualcuna che le domanda: ma non ti pesa?
No, affatto, risponde lei.
E secondo me questa è la domanda con cui si diverte più.
Rania è di Riyadh, ha ventitre anni, un corpo da fotomodella, un po’ troppo magro magari, è molto curiosa e allegra anche, non le manca nulla insomma. E però se ne sta chiusa sotto i suoi veli che le coprono i jeans, i capelli, il collo, che la nascondono.
Stamattina ha sollevato molto scalpore il fatto che durante una festa non possa bere alcolici.
Nemmeno un bicchiere di vino bianco? Ha chiesto a un certo punto una.
Ma certo che no! ha risposto lei.
A me quello che ha scioccato veramente – che lo sapevo che c’erano queste proibizioni, ma poi quando le vedi ti fanno un altro effetto – è stato che ha dovuto prendere un taxi per raggiungere il posto dove ci siamo incontrate che era a due o trecento metri da casa sua. Perché non può guidare la macchina e nemmeno la bicicletta, non può prendere neanche l’autobus da sola.
Qualche giorno fa ho preso il tram, però. Ero con le mie amiche ma sono dovuta scappare: il guidatore del tram m’importunava.
Non ci posso credere, ha risposto l’olandese del gruppo.
Penso che fosse ubriaco, ha precisato lei.
Ubriaco? Pazzesco! Dovevi chiamare la polizia! Immediatamente.
Invece sono scappata e il tram non lo prendo più.

Io stavo per dirle che in un ospedale di Amsterdam è disponibile una pillola, da prendere la prima notte di nozze, che sostituisce l’operazione per la ricostruzione della verginità e che la richiesta da parte delle ragazze turche e marocchine è stata notevole, ma poi non le ho detto nulla.

Categorie: Con quella faccia un po così

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Avevo seguito un corso, leggevo i giornali, tentavo di conversare. Non mi devo vergognare, mi ripetevo, di balbettare, di ammutolire perché non riesco a proseguire. Quando tornavo a casa la sera, ripensavo ai discorsi e mi domandavo: esiste un’altra parola che avrei potuto incastrare meglio in quella frase? Oppure altre che abbiano lo stesso significato? Allora aprivo il vocabolario, le cercavo e le memorizzavo. E’ stato per questo che l’ho imparato bene. E ci ho impiegato tre anni. (Così un romeno mi spiegava in italiano di come avesse imparato il dutch).

Nei primi tempi di vita qui rimasi assai affascinata dalla figura di Kader Abdolah. Nel 1998 fugge dall’Iran e si rifugia nei Paesi Bassi. Nel 1993, cinque anni dopo quindi, esce la prima raccolta di racconti in olandese.
Per me, che non riuscivo a memorizzare e tanto meno a pronunciare neanche una parola, rappresentava un mito.
Kader Abdolah non è l’unico naturalmente ad aver fatto questo sforzo enorme. Ce ne sono decine come lui.
Però io credo che lo sforzo compiuto dallo scrittore iraniano non abbia confronti con molti altri. Perché, oltre alla barriera linguistica, ha dovuto superare una barriera assai più impervia quale è la differenza di civiltà tra l’Iran e l’Olanda.

Quanto a me, dopo cinque anni di permanenza qui, continuo a non sapere una parola d’olandese, e ho mille ragioni per cui non le ho imparate (ragioni che non vogliono essere giustificazioni), anche se talvolta mi succede di capire interi discorsi per una specie di miracolo. Credo che dipenda da un senso particolare che possiedo, il senso randomico, che mi permette di usare apparecchi senza leggere le istruzioni o di far ripartire un computer senza sapere come.
Comunque un po’ d’olandese qui, un po’ d’inglese là, e mi capita, a volte, di bloccarmi su una parola. Di doverla pensare. E questo succede malgrado ascolti radio e tv italiane, legga e scriva in italiano e frequenti, per lo più, stranieri che parlano nella mia lingua (e ciò è curioso). La parola non è più immediata.
Dopo questi anni d’ assenza ridimensiono così, quello che era il mio mito iniziale: D’ impossessarsi talmente bene di una lingua da utilizzarla per scrivere un romanzo.
Considero difficile, anzi forse più difficile, conservare la capacità di esprimersi nella propria lingua d’origine pur essendo immersi in suoni, abitudini e atteggiamenti che non hanno alcun legame con il proprio paese. Scrivere in italiano, per esempio, risulterebbe meno complicato se si vivesse in Spagna, in Portogallo o anche in Francia. Perché si possono rintracciare dei suoni, delle abitudini, delle reazioni comuni. Scrivere da un Paese del Nord Europa è più duro. Soprattutto se vivi fuori dal tuo Paese da lunghissimo tempo.
Così mi emoziona un po’ sapere che è uscito Quattro giorni per non morire di Marino Magliani.
Mi ricordo che una sera, in libreria o al telefono, Marino m’ accennò proprio alle difficoltà di trattenere le parole. Quelle parole che fuggono via.

*Agota Kristof – L’analfabeta-

Categorie: Libri

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“Era ormai qualche mese che abitavamo in quel quartiere, in quella via. I vicini ci passavano accanto come se non esistessimo. Come se non ci fosse nessuno straniero nella loro strada. Neppure io li guardavo, perciò non sapevo ancora chi abitasse in quale casa e chi fosse la moglie di quale marito.

In realtà tutto il vicinato ci teneva accuratamente d’occhio. Le donne della nostra via si nascondevano dietro le tende e controllavano i nostri acquisti.” Da Il viaggio delle bottiglie vuote di Kader Abdolah.

Ho letto questo libro due anni fa, prima di trasferirmi. Ogni tanto lo riprendo in mano e mi rileggo qualche frase. Kader è nato in Iran ed è arrivato in Olanda come rifugiato politico nel 1988. Come profugo ha ottenuto una casa e un sussidio. Ha studiato l’olandese e dopo nove anni ha scritto questo libro. Il romanzo racconta di quanto possa essere duro e pieno di ostacoli l’integrazione di un uomo che proviene “da un paese in cui tutto era proibito a uno in cui tutto era permesso”. Il protagonista si rende conto che per capire e accettare queste differenze così radicali deve impararne la lingua. E la impara talmente bene da scrivere in olandese.

Tra me e lui le differenze sono profonde. Lui sapeva che non sarebbe più tornato nel suo Paese, io ci ritorno, più o meno, quando voglio. Lui è stato costretto ad abbandonarlo, io no. Non poteva permettersi di pagare una scuola internazionale per suo figlio, io invece si. Lui quando arrivò nella casa assegnatagli dal Comune, era l’unico iraniano. Io, se mi sposto di pochi chilometri, incontro tutti gli italiani che voglio.

In comune abbiamo gli episodi di vita quotidiana. Quando lessi questo libro mi ero spaventata. Ora, quando lo riguardo, mi fa sorridere. I paesi in Olanda sono uno attaccati all’altro. In uno si concentrano gli americani, in un altro i francesi, gli italiani, e così via. Poi ci sono quelli distaccati che vivono tra gli olandesi. Io sono una distaccata. Dopo due anni che abito in questa casa qualcuno, a volte, mentre cammino per strada, mi fa un sorriso. Preferisco così, piuttosto che fare la vita di comunità. Chiacchiero solo con un tipo alquanto singolare. Non so come si chiami, non glielo ho mai chiesto. So che è arabo, scappato anche lui, molti anni fa, ma non so da dove. Mi ha abbordato lui, una mattina. Volevo comprare il giornale e lui stava davanti all’unica copia di Repubblica. Mi ha guardato e mi ha detto nella mia lingua: “c’e’ un articolo interessante sulle origini dell’uomo”. Se vivesse in Italia dormirebbe per strada, invece qui ha una casa e un sussidio. Di solito è davanti al supermercato a vendere una rivista per extracomunitari. Mi ha raccontato che ha studiato a Perugia, che una volta suonava la batteria con degli amici italiani. Non so se sia vero o no, certo è che l’italiano lo parla bene come anche l’inglese e l’olandese. Non gli si possono fare domande, si innervosisce. Racconta qualcosa quando è di buon umore. Qualche volta canta e lo fa in modo da sembrare un po’ fuori di testa. Ma è solo una scena che mette in atto per gli olandesi, non so perché. Non appena mi vede, mette via il suo sguardo un po’ folle e comincia a chiacchierare.

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A cena in un ristorante italiano     09-02-2003  

E’ la prima volta da quando vivo qui che vado a mangiare cibi del mio paese. Ci ha servito un cameriere iraniano, anzi persiano ha precisato, che è emigrato da anni. Ha imparato la nostra lingua dagli altri camerieri e quando ha le ferie vola in Italia a trovare un suo fratello che lavora a Pescara. Con l’aereo scende a Roma e aspetta che il fratello lo venga a prendere con la macchina.

“Mentre lo aspetto”, raccontava, “vado in libreria e sfoglio dei libri di cucina italiana. Gli spaghetti al miele (buonissimi!) li ho presi da una ricetta del 1950 e anche i saltimbocca alla romana li ho copiati velocemente su un pezzo di carta”.
“Sono buoni?” mi ha chiesto
“Sì
“Sono uguali a quelli che si fanno a Roma?”
“Non proprio, credo che non ci sia la salsa di soia e che al suo posto si usi del vino bianco, farina e forse un pò di burro”.
“Ma questo è un dettaglio!” ha risposto. ” Loro, gli olandesi, non ci fanno caso. Ieri sera è venuto il Ministro. La gente diceva sottovoce: Oh …c’è il Ministro. Ma lui è come loro: non capisce niente di cucina: mangiava i saltimbocca e beveva coca cola. Allora sono andato al suo tavolo e gli ho detto: Ministro se proprio non vuole bere del vino, beva dell’ acqua. Ma lui, il Ministro, ha riso e ha risposto che la coca cola ci stava proprio bene con i saltimbocca.”
“Forse dipende dalla soia”, ho detto io, “prova a fare la salsa con il vino bianco”.
Ha scosso la testa, perplesso.
E quando sono andata via mi ha baciato la mano facendo rumore come fanno i bambini quando danno i baci.

Categorie: Chiacchiere

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