Sperando che Fran e Lo se la cavino con le sveglie, la colazione e il bus,
E malgrado le scarpe dacuinoncado siano sparite,
Se non ho combinato qualche pasticcio quando ho acquistato i biglietti aerei on line,
domani poco dopo l’alba prendero’ il volo e alle 8 di sera saro’ qui.
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Conversazione n.1 al telefono, con un’insegnante d’italiano, un pomeriggio. Pronto? Sono la mamma di Fran. Pronto, si’ Non ho trovato nessun libro della lista su Ibs. Un mio amico mi aveva detto che ci comprava testi introvabili, che lo aiutavano nella sua ricerca sulle origini degli etruschi e volevo ordinare i libri che mi mancano di Tobias Woolff, e…Pero’ vado a Milano l’11 ottobre, e allora posso prenderli li’. Se hai qualche suggerimento dove… Oh e perche’ vai a Milano. Per…Che faccio glielo dico? Non faro’ la figura della vanitosa? Per la presentazione di un libro. Se non aggiungo altro, mi prende per un’idiota, una non va a Milano solo per…Ho scritto un libro. Un libro, sul serio? S- si’. E di che tratta? Di favole per bambini? Oddio lo sapevo…No. Racconti per ragazzi? Nemmeno. Un silenzio imbarazzato. Racconti per adulti! Ah. Oddio mi ha frainteso…Sono racconti normali, voglio dire di narrativa. Ah. E con quale casa editrice? Einaudi, Feltrinelli…. Riesco finalmente a insinuarmi tra le titolate e a interromperla. E’ una casa editrice nata su internet, fondata da alcune persone che scrivono su dei siti e…dei Bloggers insomma. Ah. Da una chat, quindi?
No. Non e’ una chat, comunqueUn video?? Dove posso trovare quei libri della lista? Conversazione n.2 Davanti alla scuola, verso le 7 di sera. Incontro un tipo di Milano che non ha problemi di pelle, non segue religioni particolari e io non ho mangiato aringhe con la cipolla, non le avevo mangiate neanche domenica, comunque. Ci stringiamo la mano, scambiamo baci, senza difficolta’. Come ti va??? Che fai di bello? Glielo dico? Ma poi? Pero’ e’ uno che legge un sacco, si’ glielo dico. Ho scritto un libro, che e’ uscito proprio in questi giorni. Brava! Brava brava e brava! Complimenti! Ehm, grazie. Arrossendo leggermente, e gonfiandomi un pochino. Ho fatto bene a… Con che casa editrice? Con l’Untitled. Ahhhhh. Ma no aspetta…
Conversazione n.3 a una festa sabato sera, con una brasiliana di fronte al lavello della cucina. Ho visto che hai regalato due libri a P. Un po’ d’italiano lo capisco. Ho avuto un fidanzato di Siena qualche anno fa. Sospira. Ma uno per caso e’ tuo? Domanda che mi viene fatta mentre sto bevendo una pinta d’acqua (e ti credo dopo 7 fette di soppressata e 3 polpette di ceci). Si’, si’ e’ mio. Ora mi dileguo. E come hai fatto a pubblicarlo vivendo qui, cioe’ intendo… Attraverso internet, avanzando lentamente verso il soggiorno, verso la musica. Lei si sposta di un passo, impedendomi di proseguire. Sospiro. Ho un sito dove… Dopo circa tre minuti di parole: Ah! Ma hai un blog! S-si’ . Potevi dirlo prima!
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La cosa che mi piace di più ora che i libri sono fuori, non è tanto che si scriva di me, di noi, ecc., che non mi dispiace sia chiaro, ma e’ lo scambio delle mail che sta avvenendo, e su cui ci si potrebbe scrivere una storiella sopra con il titolo: piovono mail. Dove gli scambi non sono tra lettori e autori, no, no. Gli scambi sono principalmente tra noi: numero 1, numero 2 e numero 3 e sono assai divertenti.
Percio’ chi vuole dir male e’ avvisato! Che abbiamo il numero dalla nostra parte;-)
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Che in tre, quel filo di paura, - filo? ma che dici? - si divide. Perche’ c’e’ lei e anche lui.
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Io: Testa, Pantaloncini, Stelle, Righe. Qualcuno perplesso: Cos’e’ un gioco? Io: No, no. E’ un’altra cosa. Qualcuno ora preoccupato: E che sarebbe? Io: E’ di colore grigio con un’etichetta bianca, e’ leggero, e con delle parole all’interno. Qualcuno che comincia a capire: e’ un libro! Io: si’ Qualcuno di nuovo perplesso: e chi lo ha scritto? Io: indovina? Qualcuno incredulo: tu, lo hai scritto tu!? E di che tratta? Io: Vedrai Vedrai.
E per chi lo ha letto e vuole lasciare un commento e’ possibile farlo qui.
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E’ una notte tra sabato e domenica di undici anni fa quando Daniele viene portato al pronto soccorso. Dopo un’ora è operato per una peritonite. Quando lo portano nella camerata è solo: il padre è andato a prendere la madre che fa la cuoca in un ristorante. Arriva una donna bassa, robusta, con un grembiule e le ciabatte di gomma, i capelli leggermente unti tenuti indietro da una fascia. Gli accarezza il viso e lui, che non ha ancora compiuto tredici anni, si sveglia dall’anestesia e le dice: a Ma’ non te preoccupa’, è tutto a posto. Lei se ne va subito che il giorno dopo lavora: sono le due di notte. Resta il padre con lui, che si addormenta sulla panca del corridoio e che si fa vivo solo al mattino per fargli un saluto. Durante la notte, Daniele tenta di strapparsi la flebo, si agita e vomita di continuo. Io che mi trovo lì perché anche M. è stato operato di appendicite, cerco di farlo stare fermo insieme a due infermiere. Ad un certo punto mi arrabbio e decido di andare a svegliare quell’imbecille che si sente russare dal corridoio, ma una di loro mi convince a non andare. Durante quella notte penso: ma come si fa a lasciare un bambino solo appena operato?
Quando si sveglia la mattina dopo, Daniele non è più un ragazzo, ma è un uomo. Parla come un adulto. Durante quei venti giorni che lo frequento in ospedale, mi dimentico quasi della sua età. Il padre non torna più a trovarlo e sua madre viene la domenica insieme ai fratelli. Lavorano troppo i miei genitori e io, ormai, sto bene, dice lui.
Ci racconta che vive in collegio, dove si diverte tantissimo. Che vuole fare il veterinario.
Non vive in un collegio, naturalmente, ma in un centro dove trovano alloggio ragazzi che hanno genitori in prigione, alcolizzati, con gravi problemi insomma. Verrà a trovarci, per anni, con suo fratello.
Ricordo molto bene la prima volta che sono venuti a casa nostra: suo fratello aveva 16 anni, lui 13. Hanno giocato con i giochi di Fran che ne aveva 2. Il libro parlante, i peluche e i puzzles a 12 pezzi. Verso la fine del pomeriggio, suo fratello trova la cassetta di Peter Pan. La possiamo vedere? Ci chiede. E lui, rivolto a noi: mio fratello è proprio un bambino e non conosce nemmeno la buona educazione.
Non avremo mai il suo numero di telefono, sarà sempre lui a chiamarci a Natale, a Pasqua. L’ultima volta che l’incontriamo, Daniele ha 20 anni. Da due è fuori dal centro. Non è andato all’università perché vuole aiutare sua madre: fa il cameriere in una pizzeria alla stazione Termini. Per la prima volta ci parla del padre: ci racconta che è depresso e che la notte gira per la città perché soffre d’insonnia e durante il giorno dorme. Anche suo fratello lavora adesso, ma ha le mani bucate, dice. Sono io che devo pensare alle famiglia, ma le mie soddisfazioni me le tolgo. Sto con una signora di una certa età. Io la rendo felice e lei mi è riconoscente. Ha un suo cellulare, ora: un modello costoso. Sorride soddisfatto quando ci scrive, a caratteri giganteschi, il suo numero. Quel numero lo perderemo durante il trasloco. Daniele non lo sentiremo più e io mi dimenticherò di lui.
E però voglio scrivere una storia su di lui, ma ci penso e ripenso ma non riesco a immaginarla felice. Sorride, ma non ride mai.
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Il treno che porta al mare di Ostia la domenica mattina parte ogni 15 minuti. Il viaggio su quel treno è fondamentale per capire quello che succede a Roma. I ragazzi italiani rappresentano il 20% dei passeggeri, vengono dalla periferia e sono ben vestiti. Hanno qualche euro in tasca e li spendono per andarsi a tuffare nelle piscine degli stabilimenti. In uno di questi, dalle 4 alle 5, possono buttarsi da un’altezza di circa 15 metri e si tuffano urlando il nome della squadra del cuore, della loro donna o semplicemente gridando: W la fica! Ognuno ha qualcosa da dire nell’attimo in cui precipita nel vuoto.Anche le ragazze italiane sono vestite con cura, alcune in modo vistoso e sono molto magre. Nel viaggio di ritorno ne vedo tre svenute: una nel treno e due alla stazione. Non fa particolarmente caldo a quell’ora, tutte e tre sono distese per terra con un amica che sostiene le gambe: gambe scheletriche che ricordano quelle di un airone. L’altro 80% dei passeggeri del treno è composto da ucraini e polacchi. Li riconosci dal suono della lingua e dai denti: gli uomini ucraini hanno degli spazi scuri e le donne ucraine i denti d’oro. Alla stazione di Porta S.Paolo c’è un piccolo mercato dove le donne dell’est comprano abiti usati e un chiosco dove gli uomini si siedono ad aspettarle bevendo birra alle 9 del mattino. Gli emigrati dell’est di venti anni invece preferiscono il vino frizzante che portano sul treno e bevono con le loro amiche sudamericane. Il treno impiega 30 minuti ad arrivare al mare. Alla fine del viaggio negli scompartimenti rimangono molte bottiglie vuote.
Ore 20.00: c’è un supermercato aperto vicino alla piazza del concerto del 1 maggio. A pochi metri c’è un piccolo giardino, alla sinistra del giardino ci sono delle mura romane. Il giardino ha una decina di panchine, è pieno di spazzatura ed è affollato da quei polacchi e da quegli ucraini che hanno preferito l’ombra al sole della spiaggia. Ognuno ha la sua bottiglia. Un paio dormono su quello che sembra un prato. Alcuni si aggirano barcollando al centro del giardino. Quelli che passano a piedi, bisbigliano: che schifo! E si allontanano in fretta. In quel giardino mio padre mi portava quando avevo pochi mesi. Ho delle foto dove lui è seduto su una panchina e mi tiene in braccio. Credo che sia la stessa panchina, di cui è rimasto solo lo scheletro,che adesso è circondata da bottiglie vuote.
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Domani alle 10 prenderò l’aereo che mi riporta a casa. Devo pensare a qualcosa di piacevole per scacciare la tristezza che comincio a sentire. Mi compro un gelsomino. Faccio una passeggiata sulle dune. E venerdì un pranzo, che nel nord europa si chiama coffee morning, dove preparo tiramisù, tramezzini, pasta e fagioli. Poi ho i nuovi cd da ascoltare, 3 libri da leggere e dei film che mi farò prestare. Inizio un nuovo racconto. Mi piacerebbe scriverne uno sulla gente che prende il trenino che porta al mare. Oppure su quelli che alle due di notte aspettano il pullman che ferma ai mercati generali. Già va meglio.
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