Storia di Giando V.:di come si salvò dal diventare medico per divenire un fruttivendolo felice
Giandomenico V.,chiamato, da tutti quelli che lo conoscono da quando era ragazzo, Giando, ha un piccolo chiosco di frutta e verdura in una strada elegante del centro di Roma. Il chiosco occupa una posizione strategica perché è lontano dal mercato rionale e si trova in una zona che, oltre ad essere densamente abitata, è anche piena di uffici. I suoi affari non hanno risentito della crisi della zucchina o dell’aumento del fagiolino, perché è furbo e quando le verdure arrivano ad un prezzo eccessivo non le compra.
Ma Giando V., non era nato per fare il fruttivendolo, per lo meno non rientrava nelle sue aspirazioni. Il suo sogno, fino all’età di 19 anni, era quella di essere medico. Ma non un medico generico, né pediatra, ginecologo o psichiatra, Giando V. desiderava diventare ricercatore. Voleva studiare le cellule: capirne le mutazioni, gli spostamenti, il loro invecchiamento. A metà degli anni 70, nello zainetto di Giando V, c’era sempre un manuale di chimica o di biologia.
Sua madre, che gestiva quello stesso chiosco a cui poi il figlio avrebbe lavorato, non capiva cosa centrasse questo interesse per le cellule con la medicina; comunque era orgogliosa di lui e raccontava a tutti, con grande enfasi, della soddisfazione che gli stava dando il suo ragazzo che un giorno sarebbe diventato dottore.
Alla passione per le cellule, se ne aggiungeva un’ altra, di cui la madre non era a conoscenza, e che occupava gran parte della sua giornata: quella per la politica. Aveva sempre una copia di Lotta Continua infilata nella tasca della giacca di camoscio, partecipava alle missioni punitive contro i fasci del Colle Oppio e anche contro quelli di altri quartieri, costruiva piccole bombe in una cantina che aveva affittato insieme ad altri compagni di lotta. Usando la sua conoscenza della chimica, preparava delle bombe che facevano un gran rumore, molto fumo e poco danno. Non ne lanciò mai una, neanche contro un cassonetto o un’auto in sosta. Preferiva fare a pugni piuttosto, e ne prese tante dai fasci del Colle Oppio, ma ne diede molte di più.
Con le donne della scuola si vantava di essere come Ernesto Che Guevara: bello, rivoluzionario, ma che niente o nessuno lo avrebbe distolto dal lavorare come medico, come invece era accaduto al Che.
Ma quel destino che allontanò Guevara dall’esercitare la professione di medico, trasformandolo in un guerrigliero e conducendolo ad una morte precoce all’età di 36 anni, quel destino, non concesse neanche a Giando V. di realizzare lo stesso sogno e lo spinse, invece, verso il chiosco di frutta e verdura, regalandogli, a sua insaputa, una vita libera.
Come studente Giando V. se l’era sempre cavata: i suoi voti arrivavano appena alla sufficienza, tranne che nelle materie di chimica e biologia, dove erano ottimi, ed era stato sempre promosso a giugno. Ma quell’anno, l’ultimo del liceo, le assenze da scuola erano state molte. Non se ne era preoccupato perché metà della classe si trovava nella stessa situazione. I professori non potevano bocciare quindici studenti. Era tranquillo, quindi.
Ma un venerdì pomeriggio di fine maggio, nel sottoscala della scuola, accadde un fatto, a cui il ragazzo non diede importanza , ma che avrebbe ricordato negli anni successivi, come quello che incise sulla sua vita futura. Lo avrebbe ricordato dapprima con disperazione, poi con allegria mista a un po’ di malinconia.
Continua nei prossimi giorni..
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Terza puntata di Turbamenti di un Accannato (come un blog può portare alla follia)
Alfonso B. si guardò a lungo nello specchio del bagno: gli occhi erano gonfi, la pelle grigia e delle rughe di cui non si era mai accorto gli premevano sul viso. Doveva prendersi una pausa. Da tutto. Quelle 2 settimane di vacanza che gli restavano dell’anno 2002, che aveva programmato di passare con Antonella a Lampedusa a gennaio, poi con i suoi amici a Cuba , le avrebbe usate adesso. I suoi genitori avevano avuto ragione a negargli il prestito: non poteva chiedere ancora. Avevano pagato per il corso di lingua a Londra, per il master di informatico a New York.
Avevano pagato abbastanza.
All’ora di pranzo andò all’ufficio del personale: la segretaria era in pausa e alla sua scrivania era seduto il Capo.
Torno dopo – disse Alfonso B.
Chieda pure – disse il Capo
Ho due settimane di ferie dell’anno passato, vorrei prenderle ora - continuò Alfonso B.
Per me va bene, nessun problema. Ha un esaurimento? Perché se porta un certificato medico non deve consumare le ferie – disse il Capo, togliendosi gli occhiali da lettura e fissandolo dall’alto al basso.
Non sono malato: ho sofferto di insonnia ultimamente. Con un po’ di riposo tornerò efficiente come prima – rispose Alfonso B.
Lo spero – disse il Capo con un sorriso che non era un sorriso.
Quella sera Alfonso B. andò dai genitori e durante la cena li informò che sarebbe partito per gli Stati Uniti per due settimane. S i sarebbe fatto sentire al suo ritorno.
Mentre tornava a casa chiamò il suo amico Enzo.
Io sono guarito dalla tristezza, domani parto per le Maldive, tu come stai?.
Beato te - rispose Enzo -, io invece…
Alfonso B. lo ascoltò mentre continuava guidare, diede dei suggerimenti come l’amico si aspettava, concluse la telefonata con: ti chiamo quando torno.
E quello fu l’ultimo contatto.
Da quel momento aveva 14 giorni tutti per sé.
La mattina dopo passò ad un negozio di alimentari dove comprò cibo in scatola, cartoni di latte a lunga conservazione e caffè.
Parte per il campeggio? – chiese la cassiera.
Come ha fatto ad intuirlo? - rispose Alfonso B.
Appena fu a casa, gettò i sacchetti nel corridoio e si precipitò al computer dove continuò a scrivere postare, cliccare e commentare.
Una blogger di nome Viola lo corteggiava e voleva conoscerlo.
Ma Alfonso B. rimandava l’appuntamento. Le concesse solo il numero di cellulare. Viola aveva una voce profonda, che Alfonso B. trovava sensuale. Ma Viola avrebbe dovuto aspettare. Il piano di Alfonso B.era: uscire nell’arco di un pomeriggio e di una sera con almeno 5 donne, ad orari diversi, ovviamente.
A parte questi dettagli, delle due settimane successive sappiamo poco se non che Alfonso B. visse davanti al computer. Non incontrò nessuno. Sotto la scrivania i resti di scatolette di tonno e di fagioli. Cartoni del latte sparsi un po’ ovunque. Perché, a quanto sembra dopo aver terminato le scorte alimentari, Alfonso B. si nutrì solo di latte.
Qualcosa nella sua testa si era rotto.
A trovarlo fu Antonella. La sua ex fidanzata. Ad Antonella non importava più nulla di Alfonso B., però era delusa perché pensava che lui avrebbe insistito di più per tornare insieme.
Così provò a chiamarlo. Ma il telefono squillava a vuoto. Antonella telefonò ai genitori di Alfonso B. E’ negli Stati Uniti – dissero i genitori.
Ho dei libri che non ho ancora portato via, posso passare a prenderli? – chiese lei.
Penso di si, rispose la madre: hai ancora le chiavi?
Antonella le aveva ancora.
Non appena aprì il portoncino della casa di Alfonso B, Antonella intuì subito che era successo qualcosa di grave: un odore pungente di marcio, un buio completo. Accese la luce.
Alfonso? C’e’ qualcuno? - disse, mentre dei brividi le attraversavano la schiena: inghiottì e proseguì lungo il corridoio. Dalla porta dello studio, che era socchiusa, usciva il bagliore di una luce azzurrina.
Alfonso? - chiamò ancora Antonella, poi spinse la porta.
Alfonso B. era seduto alla scrivania: non si girò quando lei entrò.
Con il dito indice continuava a premere un bottone del mouse, mentre mormorava: Mi ha tradito, mi ha tradito…
Antonella corse a chiamare un’ambulanza.
Alfonso B. fu ricoverato in una casa di cura.
Lo psichiatra, che lo seguiva, chiese ai genitori di portargli il computer. Prima di iniziare la terapia lesse attentamente Turbamenti di un Accannato e gli altri 9 blog di Alfonso B.
Ecco quello che aveva capito lo psichiatra: Alfonso B. si era dissociato tra Arturo che scriveva Turbamenti e Diario di un Malefico redatto da Supercattivik. Arturo e Supercattivik avevano lottato furiosamente a colpi di post. La battaglia era stata vinta da Supercattivik che aveva svelato gli inganni perpetrati da Arturo per acquisire popolarità nella blogosfera: il counter truccato, gli otto blog femminili falsi, la traduzione di questi da altri blog in lingua inglese. Aveva denunciato tutto Supercattik, ma aveva taciuto su un dettaglio: che anche il suo blog era opera di Alfonso B. I commenti di Turbamenti di un accannato erano pieni di insulti.
Bene, Alfonso – disse lo psichiatra.
L’aiuterò a star meglio, conosco la sua storia.
Di solito quando comincio una terapia, chiedo al paziente di scrivere un diario, ma questa volta faremo qualcosa di diverso, perché è proprio dalla compilazione di un diario che si è manifestato il suo disagio.
Conosce i giochi di ruolo? Ne faremo uno.
Alfonso B. assentì.
Come si chiamavano i blog femminili?
Camelia, Rosa, Margherita, Iris, Jasmine, Gardenia, Lilium e Viola.
Dai suoi appunti leggo che una certa Viola voleva uscire con lei.
Era la stessa Viola di cui scriveva il blog?
Forse sì, rispose Alfonso B.
Ora giochiamo, disse lo psichiatra.
Lei sarà Viola.
Alfonso B. si schiarì la voce.
Poi cominciò a parlare con una voce da donna che lo psichiatra trovò molto sensuale.
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Seconda puntata di Turbamenti di un accannato (come un blog può portare alla follia) La prima puntata è al post del sette aprile
Il counter lo truccò in modo tale che ogni visita lo facesse crescere di un numero che non fosse mai lo stesso.
Creò altri nove blog oltre al suo. Ciascuno con caratteristiche diverse. Naturalmente aggiornarne dieci sarebbe stata un’impresa che avrebbe fatto uscire di senno chiunque, ma non dimentichiamo che Alfonso B. era una mente matematica, uno abituato a risolvere i problemi minimizzando lo sforzo. Cercò tra i blog in lingua inglese quelli che parlavano di fatti personali: li selezionò tra quelli meno noti e poi velocemente tradusse i primi post. Chi se ne sarebbe accorto? Oltretutto alcuni risalivano a uno o due anni prima. Dei 9 blog creati, otto femminili, lo avrebbero elogiato, lusingato, consolato, uno solo maschile, che chiamò SuperCattivik, gli sarebbe stato avverso. Rimaneva il suo blog da scrivere e i commenti che non poteva copiare. Prima di buttare giù il secondo post, che voleva più lungo ed esplicativo del primo, digitò sul motore di ricerca: pena d’amore, cool, tristezza, spiritoso.
Lesse, rielaborò e scrisse:
Vuoto, rabbia, solitudine. Desiderio di ridere. Sono un romantico decadente. Prima ero un rivoluzionario, poi sono cresciuto. Che fa un romantico decadente? Sta ascoltando i Tindersticks, c’è una duetto tra la Rossellini e il cantante dei Tinder: bellissimo e reale. Ho una candela che sta per spegnersi; prima che diventi buio, metterò Tristan und Isolde con cui mi addormenterò in questa notte così malinconica.
Contemplò per qualche minuto le righe scritte, poi premette il tasto per l’invio in rete. Si affrettò a lavorare sui commenti. Andò a letto che erano quasi le quattro. Il giorno dopo, dall’ufficio, telefonò alla palestra e sospese l’abbonamento per tre mesi, chiamò il suo amico Enzo e spiegò che non avrebbe potuto essere presente alle prossime partite di calcetto per una distorsione alla caviglia, contattò l’analista, con cui avrebbe dovuto iniziare una terapia per riprendersi dalla depressione e gli comunicò che era guarito improvvisamente dalla sua pena d’amore. Ai genitori disse che non sarebbe più andato a cena da loro, come aveva preso l’abitudine di fare da quando Antonella lo aveva lasciato, perché un impegno urgentissimo lo costringeva a lavorare anche la sera.
Alle 18.00 era a casa.Passò le otto ore successive a cliccare sui blog di donne che avevano il countert, un rilevatore di accessi che segnalava il sito di provenienza del lettore. Verso le 11 mangiò due supplì che aveva preso in rosticceria e bevve del latte direttamente dal cartone. Si sarebbe addormentato sulla tastiera, se la luce brillante del salvaschermo non lo avesse infastidito. Nei giorni che seguirono diventò più astuto: frequentò solo i blog le cui autrici vivevano nella sua stessa città e che avevano una fascia di età tra i 20 e 35 anni. Ad una settimana dalla nascita dei Turbamenti di un Accannato, il counter registrava 10.000 visite. Quante fossero le visitatrici reali, Alfonso B. non avrebbe saputo dirlo. Ma poteva ritenersi soddisfatto: nella blogosfera si cominciava a parlare di lui e nella sua casella di posta affluivano lettere di incoraggiamento e di comprensione per il suo mal d’amore. A breve avrebbe scritto un post sulla sua guarigione, a cui ne sarebbe seguito un altro sulla sua disponibilità.
Lo turbava un po’ il ruolo che aveva assunto il blog di SuperCattivik: il suo counter non era truccato e Alfonso B .non si spiegava perché avesse tanti lettori. I post di SuperCattivik erano cinici, spietati, offensivi; il blog su cui si scagliava era soprattutto Turbamenti di un accannato, ma ne ridicolizzava anche altri, quelli tenuti da uomini, ovviamente. Era un po’ perplesso Alfonso B. Prese una decisione: se durante la settimana successiva, l’indice di lettura di SuperCattivik, fosse continuato a crescere, lo avrebbe chiuso.
Terza ed ultima puntata nei prossimi giorni
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Turbamenti di un accannato
Il 31 dicembre dell’anno 2002, alle ore 10.45, Alfonso B. scrisse il post numero 1 del suo primo blog. La data di apertura la diceva lunga sui motivi che lo avevano spinto a tenere un diario pubblico. Prima di tutto doveva assolutamente cambiare qualcosa nella sua vita e gli sembrava banale aspettare il nuovo anno. Poi non era riuscito a partire per Cuba. Terzo, ma forse anche primo e unico motivo: Antonella lo aveva lasciato, in modo definitivo, da venti giorni. La notte stessa di quella drammatica separazione, aveva cominciato a tenere un diario e la prima riga che scriveva ad ogni nuova pagina era una frase che ricordava quella di apertura di un bollettino di guerra: c’era stato il primo giorno di vita senza Antoni, il secondo, il terzo; A questo monotono incipit seguivano delle boiate pazzesche sulla sua disperazione. Ma del ventesimo giorno non leggiamo nulla dal suo quaderno nero perche’ Alfonso B si ribello’ al nichilismo che lo stava intrappolando e decise di reagire; il viaggio a Cuba avrebbe potuto essere la soluzione alla sua depressione: cosa c’e’ di meglio di un culo disponibile di una cubana che si agita al ritmo della salsa? I soldi che aveva sul conto in banca non erano sufficienti neanche per pagare il soggiorno e aveva bussato alla porta di papa’ e mamma, ma loro erano stati irremovibili: “in caso di bisogno ti aiutiamo, ma i capricci devi finanziarteli da solo!”. Non aveva insistito ancora: non era poi cosi’ convinto che il retro della cubana potesse funzionare da panacea a quel dolore che continuava a consumarlo. Allora aveva pensato alla rete. Poteva acchiappare qualcosa da li’. Si rendeva conto che navigare nel web l’ultimo giorno dell’anno era una mossa da perdenti, ma si consolo’ pensando che esistevano donne attratte da uomini con pene d’amore. Era entrato in una chat, ma dopo trenta minuti di parole ripetitive come: citta’?, anni?, cosa fai stasera? aveva cliccato sul tasto “esci”e si era messo a cercare altrove. Forse poteva distrarsi aprendo un blog! Chi, se non un bravo informatico quale era lui, reso grafomane dal recente scaricamento, aveva il diritto di creare un blog?. Butto’ giu’ rapidamente i codici per un template semplice e accessoriato, scelse un titolo spiritoso, di quelli che, riteneva, potesse attrarre le femmine della rete: “turbamenti di un accannato” e invio’ il primo post nella blogsfera. Poi ando’a curiosare su quello che scrivevano gli altri. Rimase impressionato dai numeri delle visite di alcuni: competevano quasi con le testate dei giornali! Comincio’ ad analizzare i generi che erano piu’ cliccati; tre erano le tipologie dei blog piu’ seguiti: 1)quelli giornalistici; 2) quelli che inventavano storie 3) quelli che elencavano siti internet, mostre, ecc. C’erano poi i diari veri, ma erano noiosi, quelli romanzati e i blog polemici; questa categoria aveva, talvolta, un elevato numero di accessi quanto piu’ era piena di insulti. Fondamentale era anche la campagna pubblicitaria che avveniva a piu’ livelli e di cui doveva tener conto se voleva raggiungere lo scopo che si era prefissato. Bisognava porre anche molta attenzione ai motori di ricerca: accannato e sesso, erano due parole chiave che gli sembravano buone. Alfonso si fermo’ a riflettere sui commenti al blog: se ne ricevevi 10, 20 a post, dovevi ritenerti soddisfatto e suscitavi anche un richiamo per quelli che capitano sul tuo sito senza leggere.. I commenti erano importanti, ma bisognava stare attenti anche alla qualita’ che non doveva degenare in una chat, ma che dovevano essere inerenti a quello che era stato scritto.
Aveva le idee chiare, ora; il suo blog sarebbe diventato il blog piu’ cliccato del web e ne avrebbe tratto vantaggio nella vita reale: le donne sarebbero arrivate numerose e Antonella sarebbe divenuta solo un nome abbinato al numero 54 nel libricino delle sue ex…Pero’, che concidenza: 54 corrispondeva al peso di Antoni…”Basta! Non voglio pensare piu’, cominciamo a lavorare sul counter”….
Continua il primo maggio
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Questo racconto e’ dedicato alle melanzane speciali che compravo all’ ex mercato di piazza vittorio quando vivevo a Roma e a mio padre.
Melanzane e delusione
Se decido ora cosa farò domani, forse riesco ad addormentarmi.
Sono sicuro che quando aprirò gli occhi sarò affamatissimo. Potrei fare una visita segreta all’orto del signor Antonio: le mele dovrebbero essere mature; porterò il sacco che usiamo per la legna e lo riempirò fino all’orlo. Dopo andrò a scuola, ma arriverò in ritardo come sempre e, per scusarmi, comprerò dei dolci: due paste per le mie amiche che mi fanno copiare gli esercizi di ragioneria e un grosso bignè per l’insegnante di italiano. Poi dormirò un po’, appoggiando la testa sul banco e la professoressa abbasserà la voce. Durante l’intervallo mi farò ripetere la lezione di storia che c’era da studiare e dopo mi farò interrogare.
Quando suonerà la campanella sarò il primo ad uscire; ho scoperto che fa colpo sulle signorine della classe sparire senza fermarmi a parlare con nessuno.
Ho fretta perché devo andare a servire i caffè. Sono al bar dalle 3 alle 8. Sono stato fortunato a trovare questo lavoro perché dopo pranzo ci sono pochi clienti e a metà del mio turno, il padrone mi dice: “Vai a giocare a biliardo con Ceccotti. ”
E io ci vado. Vinco di rado, perché ho capito che se vincessi spesso con Ceccotti e gli altri clienti , il padrone mi lascerebbe al banco a rovinarmi le mani lavando i bicchieri.
Dopo cena, torno al bar e non perdo una partita, ma gioco con i miei amici e non mi devo preoccupare: loro vincono a botte, io con la stecca.
Ho sempre sonno quando suona la sveglia. Per giustificare il ritardo a scuola, ho raccontato che lavoro in una pasticceria. Il mio lavoro notturno commuove le professoresse e anche le compagne di classe.
Le donne della classe non sono male:quella che mi piace di più è una con i capelli sempre in piega e, dicono, che li lava con la camomilla tutti i giorni per renderli più biondi. Ha una gonna scozzese rossa, che mette solo il sabato, quando si dimentica di abbottonare il grembiule.
Lei e la sua amica sono quelle che mi aiutano con i compiti. Io, per riconoscenza, porto le paste, ma alla sua amica che e’ brutta e secca e ha pure gli occhiali, le do quella alla crema, a lei, invece, faccio scivolare nella tasca del grembiule una pasta gigante al cioccolato.
Quando arrivo a scuola mi aspettano davanti al portone.
Quella della gonna rossa, dopo aver dato un’occhiata al pacchetto bianco che ho in mano, mi dice: “Vieni a pranzo a casa mia, domenica? Mamma fa le melanzane alla parmigiana”.
“Certo che vengo”. E già mi sento un languore allo stomaco.
Le melanzane alla parmigiana non le ho mai assaggiate, ma devono essere buone. Mia madre le frigge nello strutto e ci aggiunge un po’ di sale quando sono ancora calde.
Una che si lava i capelli con la camomilla, la domenica mangia il parmigiano. Mia madre quel formaggio non lo ha mai comprato e la pasta la condisce con il pecorino.
Quando arriva domenica, faccio il bagno, taglio anche le unghie dei piedi, mi rado con cura e mi metto la giacca di mio padre. C’e’ una macchia di unto sul taschino , ma mia madre la copre con una spilla della croce rossa .
Voglio fare bella figura con la famiglia di Annamaria e prendo a credito una bottiglia di vino rosso dal Signor Antonio.
Quando suono il campanello, viene ad aprirmi sua madre, che le assomiglia molto, solo che e’ grassa e ha dei baffetti grigi sotto il naso. Poi arriva lei: mi presenta suo padre, suo fratello e anche la nonna che non mi stringe la mano.
Annamaria fa una smorfia quando le porgo la bottiglia avvolta nella carta di giornale.
Hanno apparecchiato in una stanza che odora di chiuso.
La tovaglia e’ bianca, ma Annamaria vi ha ricamato dei fiori blu.
Ho un buco allo stomaco perché ho paura di sporcare la tovaglia.
Dopo che ci siamo seduti , la madre porta una pentola, ma invece degli spaghetti, ci sono le melanzane. Anzi, una torta di melanzane ricoperta di sugo e formaggio.
“E la pasta?” chiedo sottovoce ad Annamaria
“E le paste?” mi risponde lei con lo stesso tono.
Poi sua madre mi spiega come le ha preparate: “In questa casa, usiamo un olio speciale che andiamo a prendere tutti gli anni a Scandriglia, da un contadino che lo vende solo a noi. Con questo olio le ho fritte, e sarebbero già buone da mangiare. Ci andrebbe il parmigiano, ma noi siamo veneti e il parmigiano non lo usiamo, così ci ho messo del formaggio di Asiago stagionato. Ci andrebbe anche la mozzarella, ma non l’ho comprata perché è domenica e la mozzarella è’ buona solo se fresca”.
Le porzioni sono piccole perché, dice la madre, le melanzane sono molto nutrienti.
Mangiamo in silenzio; dopo il primo boccone mi comincia a pizzicare la lingua; berrei volentieri un bicchiere di vino rosso, ma non hanno aperto la bottiglia perché fa male alla nonna.
Mangiamo dell’insalata: anche questo e’ un piatto speciale perché è condita con un aceto che viene da un convento.
La mamma di Annamaria ha un baffetto sporco di sugo, ma nessuno glielo dice, neanche la figlia.
Quando ritorno a casa, mi sento lo stomaco strano e mia madre mi dice che c’e’ un piatto di pasta nel forno. Ma non ho fame, bevo invece due bicchieri di acqua e bicarbonato e vado a dormire.
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Me ne infischio del counter io…;-)
La lettera
Aveva il cuore in gola: non aveva mai ricevuto una lettera simile; ma non c’erano dubbi, era indirizzata proprio a lei: Elena Ferrari via del Falco 8.
Il mese precedente aveva pagato per pubblicare una storia, ma quando era uscita dall’ufficio postale si era pentita. La mattina che aveva letto il racconto sulla rivista si era vergognata . Al posto del titolo le sembrava di leggere: e’ ricca, può fare quello che voi poveri scrittori non potete.
Aveva cominciato a scrivere quando era al liceo.
Era bella a 16 anni: occhi azzurri e capelli rosso scuro. I compagni di scuola subivano il suo fascino e i professori erano incantati dal suo contegno ricercato. Aveva sempre avuto il dubbio che le sue storie piacessero perché fosse lei a scriverle.
Per un lungo periodo aveva accarezzato l’idea di fare la scrittrice e per anni aveva inviato manoscritti alle case editrici, ma non aveva mai ottenuto una risposta. .
Così aveva deciso di comprare una pagina.
Ma quando aveva letto il racconto stampato sulla carta patinata, le era apparso sciatto e contorto. Un’alternarsi di stili pomposi e secchi. Non era una buona inventrice di parole.
La lettera arrivo’ qualche giorno dopo la pubblicazione .
Era una busta bianca, scritta con una penna d’ inchiostro azzurro e dal tratto sottile.
L’apri’ con il tagliacarte, lentamente.
"Cara Elena il tuo racconto mi è piaciuto perché sembra vero.
Non voglio conoscere la storia della tua vita, ma sarei felice che trovassi il modo di parlarmi indirettamente di te con un altro racconto. Anche io amo la scrittura. Spesso comincio a scrivere all’alba e continuo fino a che scende la notte"
Elena ripiego’ il foglio e rimase, a lungo, con gli occhi chiusi.
Quelle poche righe l’ avevano legittimata a inventrice di parole.
Chi poteva essere?
Un uomo in prigione?
Uno studente?
Uno scrittore?
La calligrafia era lineare e comprensibile. Annuso’ la busta, cercando un odore che evocasse l’immagine di chi aveva scritto. Chiuse gli occhi concentrandosi: le parve di scorgere un uomo con capelli grigi e un colletto bianco. Respirò più profondamente e finalmente colse un odore più’ deciso che assomigliava a quello della carta appena stampata.
Osservo’ il francobollo. Era di una serie che non aveva mai visto. Servendosi del vapore separo’ il francobollo dalla lettera, cercando un messaggio nascosto.
Torno’ nel soggiorno, sedette alla scrivania e digito’ alla tastiera:
Caro sconosciuto, la tua proposta mi intriga, ti racconterò una favola…
Scrisse trenta pagine: racconto’ la storia di un delfino blu che nuotava nell’ oceano con la speranza di trovare un pesce che avesse il suo stesso colore. Per una settimana intera lesse e riscrisse. Poi confeziono’ il pacchetto e attese.
Dopo qualche giorno arrivo’ un’ altra lettera. Proveniva da una casa editrice.
L’apri’ con il cuore in gola.
Il racconto apparso sulla rivista aveva impressionato gli editor ed era stata convocata una riunione per discutere su quello che avrebbe potuto essere un nuovo caso letterario. Avevano rintracciato negli archivi anche un romanzo che aveva inviato mesi prima e lo avevano letto attentamente. Il suo stile era innovativo e, soprattutto, semplice.
C’era solo un’ombra nel romanzo che non li convinceva: una eccessiva universalità della storia; questo difetto era presente anche nel racconto. Si erano chiesti se questo vizio era proprio del suo modo di scrivere o se piuttosto fosse stata condizionata dal numero indefinito di persone che l’avrebbero letta. Così era nata l’idea di farle scrivere da qualcuno che richiedesse una corrispondenza personale. Un impiegato aveva redatto in bella calligrafia una lettera . Il trucco aveva funzionato; la favola scritta aveva dimostrato quanto avevano supposto.
L’aspettavano negli uffici, per rivedere il romanzo e firmare un contratto.
Richiuse la lettera incerta se fosse uno scherzo del lettore anonimo, forse per cambiare le regole del gioco.
La lettera era firmata come la prima , sopra un timbro questa volta. C’era anche un post scriptum che giustificava il metodo utilizzato per farla scrivere meglio. Le scuse non erano personali.
La lettera con l’inchiostro blu era finta.
Chiuse gli occhi per poco: non voleva un milione di lettori.
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