Salsa e merende
Sua figlia parla a voce troppo bassa. E sembra spaventata. Tutto bene in casa? Chiede la maestra a sua madre.
Cosa c’entra la mia casa? Ha risposto seccata sua madre, voltandosi a guardarla.
Julia è timida e la rispetta molto, sa? Forse è per via della soggezione che prova nei suoi confronti. Adesso sorride, ma non sembra contenta.
La maestra controlla il registro e dice: scrive dei bei temi, senza errori. Da quanto è che non vede il padre?
Da quattro anni.
Perché non la manda a Cuba quest’estate?
La madre fa un lungo sospiro. I soldi per il viaggio non li ho. E poi il padre non sarebbe in grado di mantenerla: riesce a sopravvivere a malapena.
Almeno la iscriva al corso di danza, le faccia fare una lezione di prova, dice la maestra sfogliando l’agenda. Ecco, – le porge un cartoncino: questo è l’indirizzo di una scuola che sta nel quartiere.
La madre lo prende , lo tiene tra l’indice e il pollice senza guardarlo, poi lo infila nella tasca del cappotto.
Mia figlia non sente il ritmo della musica. Continua a ripetere che vuole fare la ballerina perché è il lavoro del mio ex marito. Avessi i soldi per il viaggio, la spedirei subito all’Avana. Sono sicura che dopo qualche giorno, le passerebbe l’ infatuazione per la danza e smetterebbe di considerare suo padre un eroe. Sarebbe più riconoscente verso chi la mantiene e meno lamentosa.
Con suo marito va d’accordo? Chiede la maestra.
Julia vuole essere coraggiosa come lei quando sarà grande: fare domande senza aver paura delle risposte.
Sua madre diventa rossa.
Non le sembra di essere troppo invadente?
No, affatto. Risponde la maestra senza scomporsi. Sua figlia è triste. Vorrei cercare di capire cosa la turba. Alla mensa della scuola non mangia quasi nulla. E’ molto magra.
Ero così anche io alla sua età. E l’appetito non le manca: rifiuta il cibo perché teme che se ingrassa non puo’ fare la ballerina. Voglio che guarisca da questa ossessione. Per questo non l’iscrivo al corso. E poi non potrei neanche accompagnarla: ho altri due figli piccoli, lo sa?
La maestra chiude il registro, stringe la mano di sua madre.
Al posto suo non le impedirei di ballare: è un modo per restare vicino a suo padre.
La madre fa sì con la testa, ringrazia.
Scendono le scale in silenzio: Julia davanti e sua madre dietro.
Il portone della scuola è accostato, non ci sono bidelle in giro. Julia prova ad aprirlo, puntando i piedi.
Aspetta, dice sua madre.
Poi le tira con forza la treccia. La bambina cade in ginocchio.
Ricordati di tenere la bocca chiusa quando sei a scuola.
Apre il portone senza sforzo.
Fuori è buio.
Julia si rialza e le corre dietro.
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Per Farida
Hai mantenuto la tua promessa.
La cartolina che mi hai spedito ha il timbro postale del 10 agosto come avevamo stabilito.
Ne hai scelta una in cui c’è il mare e hai scritto il tuo nome, senza una parola, una frase.
Tornerai? Mi spaventa saperti in mezzo alle macerie, vicino ai carri armati, ai fili spinati.
Si torna sempre: ho vissuto in quella terra per venti anni senza che mi succedesse nulla. Mi hai risposto così quando ci siamo salutati.
La tua amica mi ha consegnato una scatola in cui c’era l’anello di finto argento, un pacchetto avvolto nella carta di giornale e dei libri che ti avevo prestato.
“Allora non torna?” le ho chiesto, dopo aver dato un’occhiata a quello che c’era all’interno – Perché non dovrebbe? Ha risposto lei, indicando i manuali e l’armadio: la sua roba è qui!
Sui suoi occhi è comparsa quell’espressione che me l’ha sempre resa antipatica.
Ho aperto il libro di patologia clinica: avevi sottolineato alcune frasi con la matita rossa. Torna ho pensato, deve fare l’esame.
Il pacchetto non l’ho aperto davanti a Lilly: continuava a girarmi intorno come un avvoltoio, poi quando stavo per uscire ha cercato di trattenermi con un abbraccio.
Sei gelosa?
Mi piacerebbe che lo fossi.
Sono andato nella mia stanza in affitto. Ho infilato una tuta e ho corso per un’ora sotto una pioggia sottile; poi ho fatto una doccia, pensando alla scatola. Ho acceso il fornello e ho messo dell’acqua a bollire. Ho stappato una bottiglia di vino bianco, stavo per gettare la pasta e invece ho aperto il pacchetto: ho trovato i tuoi capelli tenuti insieme da due fermagli verdi .Visti sotto la luce del lampadario della cucina, il nero sembrava quasi blu.
Non li hai mai portati intrecciati quando stavamo insieme.
E’stato un regalo macabro. A me non sarebbe venuto in mente di fartene uno simile, se fossi partito per la guerra.
Ma poi che dico? Io non farò neanche il militare. E sono troppo individualista per sacrificarmi anche minimamente per qualcosa che non mi riguarda in modo diretto. A volte mi capita di provare disprezzo e insofferenza per il mio Paese e per quelli che lo abitano. Succederà così anche per il tuo se un giorno nascerà. Dopo 100 anni dalla sua creazione, forse anche prima perché il tempo scorre sempre più in fretta, qualcuno proverà vergogna e fastidio di essere nato lì.
Certo, sei cresciuta nella miseria e nella violenza. Non posso sapere cosa abbiano significato per te quegli anni; posso imaginarlo, come ho cercato di fare quando ti domandavo i particolari della tua vita di un tempo, ma tu sei stata sempre evasiva. Dicevi: parlare del mio passato mi fa venire i brividi: vedi? E scoprivi il braccio. E allora smettevo di chiedere: ti baciavo e ti facevo ridere. Ma era il tuo passato o il tuo breve futuro a spaventarti? Insieme siamo stati felici: ero consapevole che ci fosse qualcosa che mi tenevi nascosto, ma avevo te; ora sono convinto che un anno fa, quando ti sei iscritta all’università, tu già sapessi che avresti compiuto questa follia. Anzi penso che ti sia concessa un anno per riflettere se quello che avresti fatto, fosse dettato da una necessità ineluttabile oppure dalla suggestione collettiva. Sei venuta in Europa, hai scelto una città italiana e una facoltà che insegna a curare gli uomini; hai continuato a mantenere i contatti con i tuoi amici, ma hai cercato di costruirti una nuova vita, una nuova identità. Hai conosciuto me: io potevo essere quello che ti avrebbe salvato. Mi hai amato, lo so, ma non hai cambiato idea sulla tua missione. Non ti sei confidata con me, convinta che ti avrei giudicata pazza e avrei tentato di fermarti. Se tu non mi avessi spedito la cartolina e mi avessi restituito solo l’anello e i libri, non avrei scritto questa lettera: me la sarei presa con te perché mi avevi dimenticato e, alla fine, mi sarei rassegnato. Sarei venuto a conoscenza del tuo progetto solo dopo la tua morte, sempre che me ne fosse arrivata notizia. Lasciandomi i capelli, hai voluto anticipare quello che stai per fare. Credo che tu abbia agito d’impulso, senza riflettere, ubbidendo a quel poco attaccamento alla vita che ti è rimasto.
La casa dove abitavi non c’è più: i vicini affermano che non c’era nessuno dentro quando è stata distrutta dal carro armato. Mostro la tua foto, che ho ritoccato: avevi i capelli sciolti quando l’ho scattata e li ho nascosti con un fazzoletto nero. Qualcuno ricorda di averti visto nel quartiere, ma nessuno ha saputo dirmi dove tu possa essere. Nello zainetto ho un mucchio di fotocopie di questa lettera; ne lascio una a tutti quelli che ti conoscono. Dei giornalisti francesi mi hanno istruito su come devo muovermi durante le ore del giorno, mi hanno anche promesso che s’impegneranno per lanciare un appello da una radio locale; ma io preferirei che ti giungesse questa lettera, o ancor meglio che c’incontrassimo casualmente lungo la via. Se leggi queste righe, sai dove vado a dormire. E’ una stanza piccola con due finestre; una dà su un cortile interno ed è spalancata durante la notte: si sente il rumore dell’acqua della fontana e arriva il profumo intenso di un gelsomino che si arrampica lungo il muro. Dall’altra si vede la strada percorsa dai camion pieni di militari e si scorgono i bagliori dei colpi sparati oltre la collina. Da quella finestra spero di vederti arrivare, chiamata da questa lettera. C’è ancora qualcosa che devo dirti e che non voglio scrivere.
Togli le bombe dalle tasche, mettici questo foglio e vieni da me.
Andrea
Allaccia i sandali e si guarda allo specchio. Con le dita della mano aggiusta i capelli: non è necessario che li pettini, sono talmente corti che neanche una ciocca uscirà dal fazzoletto. Indossa dei pantaloni di lino nero e una camicia dello stesso colore. Passa sul viso un velo di cipria bianca, si copre con una tunica che le nasconde il corpo . Mentre si annoda il fazzoletto, sente un fruscio sulla strada. Qualcuno ha spinto una busta attraverso la fessura della porta. La raccoglie senza aprirla, senza neanche dare un’occhiata al mittente. La mette nella borsa insieme alle altre. Esce nella notte, sfidando il coprifuoco.
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La palla entra nel cerchio
Guarda suo fratello mentre gonfia le gomme della bici. Ogni tanto tira un calcio al pallone contro la saracinesca del garage. La frangetta gli va sugli occhi e lui la rimanda indietro con uno scatto della testa: è appena tornato da scuola ed è venerdì. Forse andrà al parco e salirà su quell’albero altissimo da cui si vedono i tetti delle case, oppure resterà a casa e giocherà con la play. Non ha ancora deciso.
“Vuoi venire con me?” Dice suo fratello. “Con la tua bici. Puoi guardarmi mentre gioco a scacchi oppure portarti il pallone e aspettarmi nella piazza”.
“E mamma?”
“La convinco io, tu preparati:”
Si toglie gli scarponcini neri e s’infila le scarpe da ginnastica, la maglietta da calcio e si sistema davanti allo specchio la fascetta che gli tiene fermi i capelli. E’ pronto, ma la stanza è un disastro: giornaletti e mostri sparsi ovunque. Li fa sparire sotto il letto. La porta si apre, sua madre guarda lui e la stanza, sorride e gli dice: ”puoi andare, ma non superare tuo fratello”.
E invece la sua bicicletta ha una ruota bucata. Suo fratello gli sussurra all’orecchio: “non importa, sali dietro”.
Sulla strada suo fratello pedala velocissimo. Lui tiene stretto il pallone e chiude gli occhi.
Il centro di scacchi è in un quartiere popolare, abitato da arabi, turchi e indiani. Le case sono palazzi a cinque piani con dei terrazzi minuscoli. La porta a vetri del centro è spalancata. I bambini arrivano in bicicletta, in macchina con i genitori, a piedi. Sono poveri, ricchi, vestiti con abiti usati o di marca. I maestri di scacchi sono dei volontari e il costo del corso copre l’affitto delle stanze dove si fanno le partite.
Decide di aspettare fuori. Per un po’ rimane a guardare i bambini che entrano. Poi si gira verso la piazza: al centro c’è una pietra rettangolare su cui è fissata un’asse di metallo azzurra e sulla punta è attaccato un cerchio rosso, di metallo anche questo, perpendicolare all’asse. Comincia a tirare il pallone in alto per farlo entrare nel cerchio. La piazza è circondata da un muro basso su cui sono seduti gruppi di maschi e femmine di tutte le età. Quelli grandi hanno i motorini: ogni tanto lo accendono fanno un giro e poi tornano a parlare con gli altri. Questo fatto lo lascia perplesso: pensava che solo i vecchi usassero il motorino.
Poi un gruppetto gli si avvicina. Sono più grandi di lui:10 o 12 anni forse. C’è anche una femmina, che ha sicuramente 12 anni. E’ africana, fa rimbalzare una palla e ogni tanto sputa: sembra più maschio lei che gli altri. Poi uno alto quasi come lui, ma con la faccia da adulto, gli fa una domanda. “Non capisco”, risponde lui in inglese. Lo guardano in silenzio. Anche lui li guarda. Sono 5: la femmina, quello grasso che ha parlato, uno con la pelle scura, un cinese e uno con i peli sotto il naso. Parlano tra di loro, ridono, poi quello con la pelle scura dice: “Totti: Buono giocatore. Buono spaghetti”. Ride anche lui e risponde in olandese: nella tua lingua conosco solo parolacce”. Ne sa anche in coreano e spagnolo veramente, ma è inutile dirle: tanto non si stupirebbero. Quello con la pelle scura si chiama Ben, è indiano e parla inglese. Gli porge la mano, lui gliela stringe. Gli altri ridono ancora.
“Giochiamo”, dice Ben, “con la tua palla; ma non a calcio: a un gioco che conosciamo noi. Dammi la palla che ti spiego”. E’ indeciso, ma poi gliela lancia. E’ un gioco stupido, da femmine, quello che vuole fare Ben: uno sta al centro e gli altri intorno. Quello che sta in mezzo deve cercare di intercettare la palla. “Devi stare in mezzo tu”, dice Ben. “Perché?” Chiede lui. “Perché così ha stabilito Fiona”, dice Ben. Fiona è quella africana: è lei il capo. Cominciano. Sono più alti di lui e per quanto corra non riesce nemmeno a sfiorarla: il cerchio dovrebbe essere più stretto. Lo dice a Ben. Ma lui alza le spalle e risponde: “la regola è che il cerchio sia così, altrimenti è troppo facile”. Poi quello grasso manca la presa e lui riesce a prenderla. Il bambino fa una smorfia, ma Ben gli strizza l’occhio e tutti ridono. Vorrebbe smettere di giocare; andare a cercare suo fratello e guardarlo mentre muove i pezzi sulla scacchiera. Invece lancia ancora la palla. La prende Ben, poi Fiona che la tira verso il cinese, ma altissima troppo alta perché lui possa afferrarla. La palla sale dritta verso il cielo, poi ricade in un terrazzino, rimbalza e si incastra sotto uno stendino dove sono appesi dei pantaloni ad asciugare.
“L’hai lanciata apposta lì”, dice lui alla ragazza. Lei ride, risponde con suoni incomprensibili e sputa vicino alle sue scarpe da ginnastica.
“Mi dispiace” dice Ben. “Andiamo a prenderla” dice lui e strizza gli occhi per cacciare via le lacrime. “Non si può, quelli della casa non arrivano prima di notte”. Suo fratello ha finito la partita e sta togliendo la catena alla bicicletta, lo chiama. Lui guarda il fratello, poi torna a guardare loro. “Domani torno a prenderla” dice a Ben. “Certo”, risponde quello tranquillo. Si avvia verso suo fratello. Cammina a testa bassa, asciugandosi le lacrime. Poi si ferma, si gira:sono ancora tutti lì, con le braccia incrociate a fissarlo. Agita il pugno e urla in italiano: "Indiano: domani torno a prenderla!"
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Ada Cerulli cammina piegata sotto il peso del tavolo di plastica e del sacco che contiene i suoi lavori all’uncinetto, cammina con fatica tra le case basse del Pigneto.
Ha sessanta anni, ne dimostra dieci di più, ma ha mantenuto l’energia di una donna ancora giovane. Esce dal quartiere dove è nata, costeggia la ferrovia, arriva sulla Prenestina, prosegue ancora per un lungo tratto sotto la sopraelevata fino ad arrivare alla fermata del tram, poi l’aspettano ancora due autobus e finalmente giunge a Castel Sant’Angelo.
Quando è sul ponte, poco lontano dal portone d’ingresso, apre il tavolino, la sedia pieghevole, dispone con attenzione le presine, i centrini, i portatovaglioli e fino alle otto della sera, sotto un sole bollente, vende i suoi lavori ai turisti americani e tedeschi che passano per visitare il castello.
Il viso e le braccia di Ada Cerulli sono color carbone, ma quando si va a rinfrescare alla fontana, mostra una pelle bianchissima e piena di pieghe. Ha una pensione che sommata a quella del marito, che é morto da dieci anni, sfiora gli ottocento euro al mese, ma vive come se fosse povera in canna. L’unico lusso che si concede è un cono gelato che succhia lentamente, accomodata sulla sedia pieghevole, quando il sole scompare dietro il castello. Con i soldi che ricava dal suo commercio e con una parte della pensione contribuisce al benessere del figlio che lavora come guardia giurata in una banca.
Tutti gli abitanti del Pigneto sanno bene che Enzo non avrebbe bisogno dei soldi della madre e che se li accetta, è solo perché senza quell’attività che la tiene impegnata tutto il giorno, Ada Cerulli cadrebbe in depressione.
All’inizio di luglio la temperatura raggiunge i quaranta gradi e Ada Cerulli va in cerca del fresco nei giardini poco distanti dal ponte.
Lì, su una panchina incontra Romeo, pensionato anche lui, che consuma buona parte della sua rendita per sfamare i gatti randagi che vivono da quelle parti. Da quel momento Ada Cerulli prende l’abitudine di sistemare il suo tavolino sotto un pino per stare vicino a Romeo che non sopporta il sole, e pian piano s’intenirisce sia di lui che dei gatti, e comincia a finanziare l’acquisto delle scatolette e dei croccantini, dapprima con il ricavato delle sue vendite, poi anche con la sua pensione.
Il figlio, poco convinto dalle scuse che la madre trova per giustificare la fine del contributo economico, chiede un permesso e si apposta dietro la balaustra di marmo bianco del ponte Sant’Angelo, e scopre l’esistenza di Romeo.
Dà un paio di sberle all’uomo, costringe sua madre a salire in macchina, la porta a casa, la riempie di botte, poi l’accompagna all’ospedale.
Al Pronto Soccorso Ada Cerulli dichiara di essere caduta dalle scale.
Tutto il quartiere sa quello che è successo.
Enzo ha detto agli amici del bar: potevo lasciar correre che le piacesse fare la mendicante perché è nata povera, ma non potevo permetterle di fare la puttana.
Tutti sono d’accordo, fanno di sì con la testa e non aggiungono altro: perché non c’è altro da aggiungere.
Poi Ada Cerulli è guarita, anche se zoppica ancora. Trascina il suo tavolino fino allo strada del mercato del Pigneto e vende lì i suoi lavori, ma guadagna un decimo rispetto agli incassi che faceva al Castello.
Adesso è il figlio che va allo sportello a prelevare la pensione perché lei non ci sta più con il cervello, così è scritto sul foglio che ha firmato con una grande croce tremolante.
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L’oggetto del desiderio
Ha quasi 37 anni ma ne dimostra almeno 5 di meno. Le sue giornate si dividono tra le partite di pallavolo, le uscite in surf e l’acquisto di congegni sofisticati. Questa è l’attività che gli consuma il tempo senza che neanche se ne accorga. Per trovare gli oggetti giusti deve consultare decine di riviste, selezionare le informazioni dalla rete, girare per i negozi di Tokyo, New York, Milano. Ama gli apparecchi elettronici più di ogni cosa al mondo. Prova un piacere pazzesco ogni volta che sta per acquistarne uno. Altre ore della sua vita sono occupate dalle attenzioni che destina a mantenere la pelle, che ricopre la sua persona, liscia ed elastica: creme, lozioni e profumi sono allineati secondo criteri precisi nelle mensole del bagno. La moglie ha accettato di usare quello di servizio: ha meno esigenze di lui. Più volte, vedendola di malumore, le ha consigliato di distrarsi in profumeria o di rilassarsi con un massaggio. Ma lei rifiuta con un’alzata di spalle: i profumi le danno la nausea, mani sconosciute che tocchino il suo corpo le procurano disagio. La mensola del bagno di Laura sembra quella di un monaco benedettino: uno spazzolino, un dentifricio, una sapone.
Muscoli, pelle e cervello: di questo è fatto un individuo. Solo con il passare degli anni si ha questa percezione e si riesce a prendersene cura nel modo adeguato.
Ogni tanto litiga con sua moglie; in effetti non l’ama più da un pezzo, ma continua a volerle bene. Comunque le loro discussioni non sono violente, grazie a lui che è abile a sfumarle, cambiando stanza e scomparendo nell’uso dell’ultimo congegno acquistato. Poi ci sono le missioni che lo portano lontano da casa e la loro relazione seguita quietamente. Laura è talmente pigra che non ha neanche voglia di cercarsi un altro uomo. Nemmeno lui ha voglia di cambiare donna. Ne ha avute molte prima di incontrarla e dopo il primo mese diventano tutte uguali: delle seccatrici.
Da qualche giorno è in ansia: tre anni fa ha ordinato un orologio. La settimana scorsa è arrivata una telefonata che lo informava che era pronto.
Quell’orologio non serve a misurare il tempo, deve essere messo al polso ed essere contemplato. E poi rappresenta un investimento.
Pensa questo, mentre parcheggia nel garage. Solleva la testa rasata che brilla sotto la luce del lampione; le tende indiane sventolano fuori dalle finestre e ciò lo irrita: non ci sarà la temperatura che aveva predisposto, sarà costretto ad alzare il condizionatore e l’aria diverrà secca. Detesta questa mancanza di rispetto di sua moglie. Ma non ha voglia di arrabbiarsi, non questa notte, non quando pochissime ore lo separano da stringere il mitico WatchPix , dal percepirne l’odore degli ingranaggi appena assemblati, dallo sfogliare il libretto di istruzioni, dall’ usare le sue possibili funzioni.
Laura è seduta sul divano, davanti al televisore appeso alla parete, che però è spento. Quell’immobilità e quell’assenza sul suo viso lo sorprende e lo trattiene dal rimproverarla per aver aperto le finestre.
Ciao,- dice, indicando la tv, – sembra un quadro, vero? E’ capitato anche a me prima di accenderla, di stare lì a fissarne la forma.
Ma sua moglie non risponde, non si gira neanche verso di lui.
“Sei stanca?, vuoi che ci facciamo portare qualcosa per cena?” domanda con voce più gentile.
Adesso lo guarda, con un’occhiata che lo supera.
“Hanno portato l’orologio, un’ora fa”. E poi “Io ti lascio, Andrea”.
Il WatchPix, dove? Dov’è?. Ma non c’è bisogno che glielo indichi, ha già visto la scatola argentata sul tavolo.
Resiste all’impulso di prenderla. Si avvicina solo un po’, in modo da vedere la scritta incisa sul coperchio. Prima di aprirla deve affrontare la seconda frase.
“Cosa significa che mi lasci?, hai conosciuto un uomo?”
“No, mi annoio con te, solo questo”.
“Succede, a volte, in una lunga relazione”. Sfiora la superficie della scatola, ne accarezza i contorni. Poi la apre, con cautela. Quel momento di concentrazione viene disturbato da sua moglie che si mette al suo fianco con una valigia in mano. La guarda: ha la pelle grigia e i pori della pelle dilatati.
“Potevi inviarmi una mail o un messaggio per dirmi che eri triste. Mi sarei inventato qualcosa”.
Scioglie il filo che fissa l’orologio all’involucro di velluto.
Poi lo appoggia delicatamente al polso e fa scattare la chiusura.
Dovrebbe trattenerla per un braccio, ne è consapevole. Parlarle, piagnucolare, pregarla. Ma non adesso. Non in questo momento con il WatchPix al polso. Prima deve abituarsi alla pressione del metallo, alla sua temperatura, allo scorrere della lancetta. Domani, la cercherà domani. Questa notte vuole restare solo con lui.
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rettifica al post precedente, che per motivi oscuri non posso correggere: la madre di Giando V. si chiama Maria e non Pina.
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Ultima puntata di: Storia di Giando V.: di come si salvò dal diventatare medico per divenire un fruttivendolo felice
Se Giando V. si fosse trovato alle otto all’ingresso della scuola, avrebbe incontrato l’insegnante e forse avrebbe ancora potuto convincerla a cambiare idea. Invece quando Adele Valle scese dal taxi, il ragazzo giaceva sempre nel letto a due piazze, con una borsa di ghiaccio sulla fronte, mentre sua madre tentava di mantenere la temperatura sotto i 39 gradi centigradi, passandogli una spugna intrisa di acqua e spirito su tutto il corpo. Finalmente il delirio era cessato. Durante la notte aveva ripetuto frasi incomplete di cui la signora Maria non riusciva a capire il significato: sedie rotte che scoppiano, bombe, parco, valle, evasione. Alle 6 aveva chiamato il medico che gli aveva fatto un’iniezione e diagnosticato una febbre nervosa dovuta alla preoccupazione per gli esami. Ma la signora Maria non era tranquilla. Alle 9 telefonò ad un pranoterapeuta, che arrivò pochi minuti dopo, per trasmettere la sua energia benefica mediante tocchi leggeri sul corpo inerte del ragazzo. Alle dieci la febbre scese a 37 e Giando V. si svegliò dal suo torpore.
Che succede? Perché sono nel tuo letto? – chiese alla madre.
-Non ricordi nulla? Hai avuto una febbre altissima!-
-A scuola! Devo andare a scuola!- urlò, correndo verso il bagno.
-Scherzi? Tu non esci assolutamente!.-
Seguì una discussione molto animata, poi mentre il ragazzo si vestiva determinato ad uscire, sua madre serrò il catenaccio della porta di casa e si nascose la chiave nel reggiseno. Giando V. pianse e urlò per un’ora. Minacciò di saltare dal balcone. Alle undici il termometro segnava di nuovo 40. La signora Pina, disperata, chiamò un mago a cui portava la frutta a domicilio, per scacciare il malocchio di cui suo figlio era vittima. Il mago, oltre ad impestare l’appartamento e il palazzo con incensi e zolfo, lo costrinse a bere una mistura preparata da lui stesso che mandò via la febbre e lo fece dormire per due giorni.
Adele Valle attese fino alle 9,30 prima di andare a parlare con il preside. Voleva godere dell’espressione che avrebbe avuto il Venturini, quando lo avrebbe informato di ciò che stava per fare. Ma dello studente non c’era traccia. Quando suonò la campanella che segnava l’inizio della seconda ora di lezione, l’insegnante entrò nella stanza dei professori, prese il foglio dall’armadietto e bussò alla porta del preside.
Torinto Melilli, preside del Michelangelo, era benvoluto dai suoi studenti perché, contrariamente a tanti altri che ricoprivano la sua carica, era un mediatore, un uomo che lavorava nell’ombra per trovare compromessi tra studenti e professori.
Quando l’insegnante di matematica lo informò del grave fatto accaduto il giorno prima, cercò innanzitutto di calmarla, poi dato che lei non voleva sentir ragioni e insisteva per un’immediata sospensione del ragazzo , convocò gli altri professori della sezione D. Tutti erano d’accordo sul fatto che si dovesse prendere un provvedimento disciplinare, e dopo alcune proposte, mentre Adele Valle ascoltava senza interrompere, stabilirono di promuoverlo con il minimo dei voti. L’insegnante di chimica, addirittura, si dichiarò contraria anche a questa decisione, sostenendo che aveva visto la formula con cui Venturini preparava la miscela delle bombe e che non era pericolosa. Tutti erano contrari alla sospensione che ne avrebbe impedito l’ammissione agli esami. Quando poi Adele Valle uscì dal suo silenzio e dichiarò che lo avrebbe denunciato, Torinto Melilli affermò che, in quanto capo di una scuola pubblica, la diffidava di una tale azione. Erano sempre più numerose le famiglie che sceglievano le scuole private, a causa delle occupazioni e degli scioperi, e una denuncia tanto infamante su uno studente del Michelangelo, avrebbe fatto diminuire ulteriormente le nuove iscrizioni. Tutto gli insegnanti appoggiarono l’intervento del preside. A quel punto Adele Valle si slacciò la camicetta e mostrò i graffi, causati dal guanto di crine, che aveva sulle spalle e sul petto.
-Nel sottoscala ha tentato anche di violentarmi-.disse con voce gelida.
Riuscirono a convincerla a non denunciarlo ma, subito dopo su un foglio, ancora privo di giudizi, fu scritto in rosso accanto al nominativo di Giandomenico Venturini: NON AMMESSO .
Il suo destino era ormai compiuto.
Epilogo
Quando il venerdì successivo, Giando V., ormai guarito, andò con i suoi amici a vedere le ammissioni, fece un gran chiasso: dovettero bloccarlo in tre per impedirgli di correre dietro al Pilotto e al Trucido per sterminarli. Poi si calmò e si arrabbiò con sua madre. Infine, quando era del tutto tranquillo, se la prese con sé stesso.
La signora Pina, il cui cuore già fragile era stato molto sollecitato durante la settimana di malattia del figlio, ebbe un infarto da cui si riprese, ma il medico le proibì di tornare al banco di frutta e verdura.
Dal letto di ospedale dove era ricoverata, pregò il figlio di rintracciare il padre che risiedeva in Belgio. Ma Giando V., con orgoglio, rispose che sarebbe stato lui a mantenerla.
Così mentre i suoi compagni guardavano il vuoto, riflettendo su una frase di Benedetto Croce, lui tornava dai Mercati Generali, dopo aver scelto la merce che avrebbe venduto al chiosco.
Durante l’anno successivo, mentre pesava mele e patate, si preparò come privatista agli esami di stato e li superò brillantemente. Alla domanda del presidente della commissione che gli chiese quale fossero i progetti per il futuro, rispose: Non dipendere da nulla e nessuno.
E Adele Valle?
All’inizio del nuovo scolastico, chiese ed ottenne il trasferimento ad un liceo nella provincia dell’ Aquila, che raggiungeva tutti i giorni con la corriera. Acquistò una villetta alle pendici di una montagna: da lì si inerpicava un sentiero su cui transitavano capre, cani e pastori.
Ma le vicende accadute alla professoressa sull’ Appennino fanno parte di un’altra storia.
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5 Puntata di: Storia di Giando V.: di come si salvò dal diventare medico per divenire un fruttivendolo felice
Nello stesso momento, nella camera ammobiliata sopra il refettorio, anche Adele Valle aveva un po’ di febbre. Ma dopo essere stata a lungo sotto il getto dell’acqua fredda, la temperatura era scesa di nuovo a 35. Era il fuoco che le si era acceso dentro che l’aveva scombussolata.
La cena, portata dalla suora di turno in cucina, era rimasta intatta sul tavolo. Non riusciva a stare ferma. Camminava avanti e indietro dalla finestra alla porta e, svanito l’effetto rinfrescante della doccia, aveva ripreso a sudare. Doveva rimanere lucida. Riflettere attentamente sulle frasi che avrebbe detto al ragazzo il giorno dopo. Innanzitutto doveva scegliere il luogo dove parlargli. Il corridoio o la biblioteca non erano posti adatti: poteva arrivare qualcuno all’improvviso e far caso alla sua agitazione che era sicura di non riuscire a mascherare. Il sottoscala era da escludere: potevano essere notati, anche se fossero scesi separatamente. Decise di fissare l’appuntamento in un vicolo, non molto lontano dalla scuola, dove lei lo avrebbe raggiunto con la 127, non appena terminate le lezioni. Nella sua macchina avrebbe trovato quella lucidità che non riusciva a raggiungere in quella squallida camera con mobili di plastica che odoravano di borotalco e di morte. Quando avrebbe parlato, sarebbe stata esplicita: avrebbe confessato che le era piaciuto il bacio, che ne voleva altri, anche se non a tempo indeterminato: si rendeva conto di quanto fosse poco desiderabile per lui. La loro relazione sarebbe durata fino al termine dell’anno scolastico, poi lo avrebbe lasciato andare. Non poteva rifiutare. Durante questo mese e mezzo, sarebbe stata lei a fissare i luoghi e gli incontri. Il 15 luglio, il giorno in cui sarebbero stati esposti i risultati degli esami, gli avrebbe consegnato la dichiarazione che il ragazzo aveva firmato e gli avrebbe dato l’ultimo bacio. Non correva rischi penali: Venturini era maggiorenne. Avrebbe potuto denunciarla che lo stava ricattando, ma si sarebbe difesa sostenendo che il ragazzo la calunniava per salvarsi dal grande guaio in cui si trovava. Una seconda condizione che avrebbe dovuto accettare era di non svelare a nessuno l’esistenza del loro rapporto. Dopo l’incontro nel vicolo, sarebbe andata alla stazione e avrebbe cercato una pensione che affittasse camere ad ore. L’idea di far l’amore in una stanza impolverata, pregna di sudore e di orina e con il pavimento lurido, l’eccitava. Ora doveva calmarsi. Dormire. Tirò fuori la camicia del Che dal cassetto, si sfilò l’accappatoio, si distese nuda sul letto, immaginò il momento in cui ne avrebbe allacciato i bottoni al Venturini e finalmente si addormentò con la camicia sopra il viso, come se fosse un sudario.
Alle 6, quando suonò il campanello che chiamava le suore in chiesa, era già sveglia. Si spalmò abbondantemente di crema depilatoria, poi passò e ripassò la lametta fino a che non ci fu più traccia di quei peli piccoli e duri . Si strofinò con il guanto di crine, fece un’altra doccia gelida e si vestì senza asciugarsi. Prima di lasciare la stanza si fissò a lungo nello specchio del bagno, quasi a volersi imprimere il viso che il ragazzo avrebbe guardato. Poi uscì in fretta, senza aspettare la colazione.
Si accorse da lontano degli squarci alle gomme. Dapprima non pensò ad una vendetta degli studenti, ma quando si girò per tornare al convento e chiamare un taxi, la scritta rossa sul portone l’agghiacciò: il ragazzo si era confidato con i suoi amici e il ricatto non era più realizzabile. Durante il tragitto nel taxi, cercò di ritrovare la calma che le occorreva per esporre l’accaduto al preside e alla polizia subito dopo. Venturini non sarebbe più entrato in quella scuola. Avrebbe trovato qualcun altro a cui far indossare la camicia. Ad agosto sarebbe andata in Abruzzo: sulle montagne avrebbe cercato un pastore, ci avrebbe fatto l’amore, dopo avergli fatto infilare la camicia, nel posto dove questo richiudeva le capre per la notte. Quando l’auto si fermò davanti alla scuola, la professoressa di matematica Adele Valle, sorrideva pensando che alla sua collezione, che fino a quel momento contava solo un esemplare, avrebbe aggiunto almeno un altro indumento; le sarebbe piaciuta una maglia di lana ingiallita dal sudore di chi l’aveva portata.
Continua….
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Quarta puntata di: Storia di Giando V….
Stasera non torno a casa pensò: arriva la volante, mi mettono i braccialetti e dormo in cella. Con questa cazzata mi sono giocato la promozione e la vita.
Gli veniva da vomitare.
Adele Valle gli fece prendere la borsa, lo portò nella sala dei professori dove lo costrinse a firmare un foglio in cui dichiarava che era stato sorpreso mentre nascondeva dieci bombe nel mucchio dei banchi rotti nel sottoscala, insieme gettarono la miscela esplosiva delle molotov, infine mise nell’armadietto il borsone contenente le bottiglie vuote e il foglio firmato.
Mentre chiudeva il lucchetto, Giando V. , pallidissimo, balbettò : – Professorè mi sento male.. –
-Siediti,- disse lei con voce fredda.
Ritornò con un bicchiere d’acqua.
Lo bevve come se fosse stata la medicina che lo avrebbe salvato.
-Chiama la polizia? – Chiese con una voce debolissima.
-Non lo so Venturini. Non mi piace prendere decisioni affrettate. Stanotte ci rifletterò e poi ti farò sapere se ti denuncio o se ne parlo con il preside, oppure…ne riparliamo domani .-
-Mi perdoni professorè: le prometto che cambierò, mi scusi anche per non aver resistito all’impulso di baciarla: Era così bella…, – aggiunse sottovoce, guardandola di sfuggita, mentre pensava: perché eri nella penombra mentre alla luce non sei altro che una cozza!.- Si compiacque anche di se stesso per come riuscisse a trovare un lato comico in un momento così drammatico.
L’insegnante sembrò gradire quel complimento: non sorrise, ma contrasse più volte i muscoli del viso.
-Vai a casa adesso- aggiunse con una voce più gentile.
-Professorè pensi bene di me: quelle bombe non erano per la scuola, ma erano destinate alla manifestazione di domani e non danneggiano né cose, né persone: le preparo anche per capodanno.-
-Vai Venturini…-
Accidenti a me e alla passione per la chimica! Va bè, allora…arrivederci!
E uscì di corsa.
Ma invece di andare a casa, andò dritto al bar di Mimmo.
-Dammi 20 gettoni: Veloce, che ho un’urgenza!-
Erano quasi tutti a casa a guardare Happy Days.
Dopo mezzora si trovava nella cantina di San Lorenzo e, oltre a lui, c’erano almeno 30 compagni.
C’era chi proponeva di bucarle le gomme dell’auto e di lasciare un foglio di avvertimento sul parabrezza, chi di chiamare un certo avvocato e di chiedere un consiglio, chi di andare in gruppo a parlare con lei, chi di promuovere un’assemblea nella scuola. Ma su ogni proposta, Giando V. scuoteva la testa, sempre pallidissimo. Non fece neanche un tiro alla canna che girava, né un tentativo di spegnere il bruciore che sentiva alla gola con una birretta.
Poi qualcuno disse: senti, se invece ci provassi con la Valle?
Questa volta Giando V. rimase a fissarsi i piedi, mentre nella cantina scendeva un silenzio di attesa.
Poi rialzò gli occhi, li guardò tutti non dimenticandone nessuno e, ritrovando l’ultima scintilla di vita, disse: – Ma che siete matti? Chi è stato l’unico a spuntarla con Mara? E con Beatrice? Mi volete abbassare la media? –
Risero tutti. Ci furono schiaffi di solidarietà da parte dei maschi e battute acide delle poche donne presenti.
Alla fine si decise di non rendere il fatto pubblico. Giando V. avrebbe parlato con l’insegnante il giorno dopo, proponendole di verificare quanto fossero innocue le bombe e di andare al parco della Caffarella dove gliene avrebbe data dimostrazione facendone scoppiare una appositamente costruita. Poi l’assemblea si sciolse. Giando V. tornò a casa e dopo un’ora vaneggiava sul letto della madre con quasi 41 di febbre; il Pilotto e il Trucido, suoi amici per la pelle e poco convinti della decisione, andarono al convento delle suore dove, oltre a bucare le 4 ruote della 127 della professoressa, scrissero sul portone di legno con la vernice rossa: Attenta: ti puniremo sempre!
Nello stesso momento, nella camera ammobiliata sopra il refettorio, Adele Valle….
Continua…
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Terza Puntata – Storia di Giando V.: di come si salvò dal diventare medico per divenire un fruttivendolo felice.
Quel giorno Giando V. si era legato sulla testa la bandana che portava normalmente al collo e con cui si copriva il viso durante le incursioni malandrine con i suoi compagni. Non pensava al Che nel momento in cui l’aveva sistemata davanti allo specchio del bagno, ma piuttosto aveva tentato di nascondere i capelli che non aveva avuto il tempo di lavare. Aveva rinunciato anche a radersi la barba (erano almeno tre giorni che non la tagliava) ed era volato a scuola. All’uscita andò con Marco, detto il Padella, per la forma schiacciata del viso e del labbro superiore che assomigliava a quella di un coniglio, alla cantina dove si fumarono una canna ascoltando Lizard dei Crimson e finirono di preparare le molotov da portare ai compagni del Bramante. Alle quattro e mezza il Padella lasciò Giando V con il borsone davanti al cancello del Michelangelo e partì sgasando con la sua mitica 500 che però raggiungeva in caso di bisogno o di sballo, la velocità di 110, 120 chilometri orari, alla volta della palestra di karate dove l’attendeva un incontro a cui si preparava da tempo.
Prima di proseguire sul fatto che accadde nel sottoscala, dobbiamo soffermarci ancora su un particolare, che finora è stato appena accennato, un dettaglio che non ha una grande rilevanza nella storia, ma che serve a spiegare meglio perché alla professoressa di matematica, Adele Valle, girò la testa quando fu investita dall’odore di Giando V. che non faceva una doccia e non si cambiava la camicia da circa una settimana (i jeans da oltre due mesi). Circa un anno prima, l’insegnante di educazione fisica con cui Adele Valle chiacchierava sempre volentieri nella sala professori, era partita per un viaggio a Cuba. Prima della sua partenza, Adele Valle le aveva spiegato che da qualche tempo aveva intrapreso una collezione di indumenti appartenuti ad uomini celebri, e l’aveva pregata di comprarlele, a qualunque cifra, una maglietta o una camicia appartenuta al comandante Ernesto Guevara. L’insegnante, al ritorno del suo viaggio, le aveva portato una camicia, pagata 25 dollari, con tanto di certificato di garanzia. Adele Valle, aveva osservato con attenzione il pezzo di carta, scettica sulla sua autenticità, ma era tornata eccitata nella camera ammobiliata: la camicia emanava un fetore che poteva essere anche quello del Che. Quando la solitudine la sorprendeva durante la notte, tirava fuori la camicia dal cassetto, l’annusava a lungo e si addormentava appagata.
3.3.Giando V., con la sua borsa piena di molotov, che avrebbe dovuto rifornire tutti i bombaroli delle scuole del centro, capì di essere nei guai: ma nei guai terribili, di quelli che ti spediscono in carcere per anni, senza possibilità di ottenere il perdono. Agì senza riflettere, ubbidendo al suo istinto di maschio a cui nessuna aveva mai detto no: prese tra le mani il viso della professoressa e le diede un lungo bacio che lei ricambiò. Poi Adele Valle si divincolò, lo respinse e con una voce rauca, che schiarì subito, disse: Venturini, sei impazzito? Mi scusi professorè, rispose lui, più tranquillo perché aveva visto che aveva accettato il suo bacio, – non so cosa mi sia preso, era buio, l’aveva scambiato per Mara. Se c’era una frase che non doveva dire era proprio quella; Giando V. lo capì mentre la pronunciava e aggiunse: poi quando le ho preso il viso l’ho riconosciuta e allora mi è venuto un bacio diverso. Mara non la bacio così, con questa intensità. Indietreggiò leggermente in modo da nascondere meglio la borsa. Adele Valle fremeva di sdegno e di passione trattenuta: di sdegno perché l’aveva scambiata per Mara, di passione trattenuta perché avrebbe continuato a baciarlo. Per quello che hai fatto potrei darti una sospensione e…cosa nascondi là dietro? E con l’indice puntò la parte della borsa fosforescente che brillava nella semioscurità del sottoscala. Fammi vedere! Ma niente professorè, stavo nascondendo la borsa di ginnastica del Padella, cioè di Camposanti, per fargli uno scherzo. Aprila! No! Venturini: apri quella borsa immediatamente! Così uscirono fuori le molotov.
Continua…
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