Mentre Emme s’occupava di centimetri, squadre e matite senza punta, Fran s’impegnava nelle prove dei Miserabili, Lo spariva con una frase: mi sembra di stare al mare, che significava che si sentiva libero e si divertiva,  io guardavo quello che si vedeva dalle finestre, tracciavo la nazionalità dei vicini e m’avventuravo nel giardino dove tra i bambù e i rododendri, rinvenivo quattro piante ancora nelle confezioni di quando furono acquistate al vivaio. 
Intorno alle piante, era cresciuta un’ erbaccia, una specie di filo, che quando l’afferravo per strapparlo via, mi faceva venire delle bolle e un bruciore pazzesco, e parecchie ore dopo che le bolle erano scomparse, le mani erano come addormentate. Comunque mentre Emme salvava le piante,  mi chiedeva: secondo te, perché erano lì, perché non le hanno portate via?
Io ci ho pensato e, in base ad alcuni dettagli a me noti o osservati, ho immaginato che la faccenda sia andata così: 

I signori Begam hanno vissuto per trent’anni in Olanda. Per loro l’inserimento è stato meno traumatico rispetto ad altri europei, ma anche molto più duro da sopportare all’inizio. Meno traumatico perché il loro paese dista 300 chilometri e quindi per la nostalgia iniziale c’era una consolazione quasi istantanea, ma anche duro perché in quanto tedeschi erano mal visti dai locali. Allora i signori Begam hanno studiato l’olandese e l’hanno imparato bene, talmente bene da parlarlo senza accento e anche i figli naturalmente, loro sembrano addirittura olandesi.
Prima di proseguire nella storia, preciso che:  ci sono alcune coppie che vivono la routine ritagliandosi dei passatempi singoli e ciò non costituirà necessariamente una minaccia alla stabilità del rapporto. Altre che invece hanno bisogno di  una passione comune che non sarà la garanzia che non si lasceranno più.
I signori Begam, comunque, rientrano nella seconda categoria.
Nei quindici anni che trascorrono nella casa dove io andrò a vivere dopo Natale, coltivano insieme il giardino.
Lui si occupa dei congegni elettrici e d’irrigazione, studia sistemi che difendano le carpe coi che nuotano nel piccolo stagno dall’assalto dei gatti e  dal ghiaccio. Lei, invece, fa nascere piante impreviste per una terra del Nord. Ad un certo punto
decidono di costruire anche un winter garden, dove crescono un ulivo, un limone e altre piante mediterranee. Le fasi della costruzione del giardino d’inverno sono documentate anche da fotografie scattate dal signor Begam.
Così passano le stagioni, i figli vanno a vivere con le fidanzate, il giardino esplode nella sua bellezza e un giorno il signor Begam  va in pensione. Nella sezione dove lavora, i colleghi organizzano una festa durante la pausa pranzo, il signor Begam beve un bicchiere di troppo, ride come non ha riso mai sul luogo di lavoro, anche gli altri ridono, lo seguono con occhi d’invidia o di compassione mentre raccoglie in uno scatolone il contenuto della sua scrivania. Che farai, gli chiede, ad un certo punto,  il collega più intimo. Torno nel mio Paese, risponde il signor Begam. Davvero? Risponde quello, sbalordito. Non riesco a immaginare la signora Begam lontana dai suoi figli e dal suo giardino. Infatti, dice il signor Begam, tirando fuori da un cassetto una cornice con la foto della moglie, lei non viene con me. Apre la cornice, prende la foto, la getta nel cestino, ripone la cornice nella scatolone. 

Sua moglie è a casa che ha preparato la cena, come sempre. Ma è una cena speciale. E’ anche andata al vivaio e ha comprato 4 piante, 4 piante costose ed esotiche.
Non sa quello che ascolterà tra pochi minuti, non lo sapeva nemmeno il signor Begam fino a che non l’ha detto al suo collega. Cioè intuiva che sarebbe accaduto qualcosa , un cambiamento ci doveva essere perché la sua vita non finiva il giorno della pensione.
Il signor Begam apre la porta di casa alle sei, il cane, sdraiato nel soggiorno, alza la testa e accenna a un  abbaio, le quattro piante esotiche sono nell’ingresso, la signora Begam si sta lavando le mani in cucina, ciao, gli dice indifferente, poi si ricorda che quello è un giorno speciale, va all’ingresso, non ha sentito il rumore della porta che si richiudeva, forse il signor Begam sta guardando dentro la cassetta della posta, pensa,  però non ricorda che sia passato il postino quella mattina.
Il signor Begam è immobile
sulla soglia, ha uno sguardo fisso che attraversa il soggiorno, la serra, raggiunge il giardino, uno sguardo che non s’accorge delle piante che stanno proprio davanti a lui.
La signor Begam sa quello che sta per sentire.
Ho messo in vendita la casa, dice lui.
Lei per un minuto non dice nulla, poi gli spinge addosso le solite frasi, lui invece di opporsi con altre solite frasi, prende il martello dalla cassetta degli attrezzi e colpisce una piastrella di ceramica su cui è scritto in tedesco: Famiglia Begam, poi prende il pigiama lo spazzolino e qualche altra cosa e va a dormire da sua sorella in Germania, quella notte stessa.
La signora Begam piange e si dispera, telefona ai figli e alle amiche, ti stiamo vicino le dicono i
primi e le seconde, te lo dovevi aspettare le dicono, poi forse gli passa, dicono i pietosi, potevi pensarci prima, dicono quelli che pensano: a me non succederà mai, non è troppo tardi per rifarti una vita, aggiungono tutti per consolarla. Ognuno afferma la sua opinione come se fosse l’unica possibila verità, la signora Begam non innaffia più le piante, ma ormai sono diventate robuste e vigorose e non hanno più bisogno delle sue cure, come i figli del resto. Ci sono le piante nuove, ancora nell’ingresso. La signora Begam le trascina fino al giardino e le nasconde tra i bambù e i rododendri. 
La signora Begam quando si trasferisce nel suo nuovo appartamento può portare solo quello che le apparteneva prima del matrimonio, tutto il resto resta al marito. Il signor Begam, mentre lei trasloca, controlla che non porti via nulla di più. Lei concede di prendere solo i regali che ha ricevuto a Natale e ai compleanni. Lei, nei giorni che lui era in Germania, ha pensato di bruciare il giardino e la serra, ma alla fine non ne ha avuto il coraggio, però è andata a raccontare a tutti i vicini e ai lontani ogni particolare che riguarda un poco di buono che si chiama Begam. 
Quando sale sul furgoncino con i suoi pochi mobili e  piccoli oggetti, la signora Begam gli rivela con un smorfia soddisfatta: quelle piante esotiche che ti costarono 300 euro, sono da qualche parte nel giardino, trovale con l’olfatto se ci riesci! Ah poi il cedro, quella cazzata che dicevi che ti rappresentava, gli ho fatto tagliar via la punta dal giardiniere. Muori Begam! 
Lui cerca per giorni quelle piante. Poi alla fine si convince che le ha gettate via. Davanti al cedro del libano senza punta, gli scendono due lacrime. E la punta se la porta via, con l’idea di conservarla per sempre anche se ormai è appassita.   

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Aspettando Katrina.  …     29-08-2005  

Aspettando Katrina. 

Due giorni fa 

Davanti a un taxi che lo sta portando all’aeroporto, un uomo alto, oltre i quaranta, parla a un altro, probabilmente della stessa età, che ha una borsa di plastica a tracolla, la camicia slacciata su un petto cosparso di ciuffi di peli grigi, che ascolta prendendo appunti su un taccuino. 

Prima vai alle baracche, ti porti qualcosa da bere, capito? Individui i soggetti interessanti, attento al viso: non mi riprendere qualcuno senza denti o ubriaco, deve apparire sporco, ma pulito. Cerca la storia! Fammi un primo piano anche di un paio di serpenti. Poi vai allo stadio. Lì rintracci uno con il sax, fagli suonare un pezzo, no almeno quattro. I bambini: riprendi i bambini. Ma non così genericamente, capito? Devi trovare una famiglia in cui la gente si riconosca. Devono pensare: se nascevo nero, sarei stato quello, se mi licenziavano l’anno scorso ero lei, quella donna con i capelli trattenuti indietro da una fascia. Tira fuori l’anima della famiglia, capito? Cerca i culi abbondanti, ma non obesi, capito? Gira quando sono addormentati, quando mangiano, quando pisciano. Gira sempre, senza fermarti mai. E nemmeno te ne accorgi di Katrina, nemmeno ci pensi. Hai paura? 

No, capo, no.

 Il taxista, un messicano grasso che riempie la parte anteriore dell’auto, dice: ehi capo, sbrigati ne ho altri tre da caricare. Il capo tira su col naso, si riavvia il ciuffo che nella concitazione delle istruzioni ha scoperto un cranio pieno di bolle.

La polvere, capo. 

12 ore dopo. 

Con la stessa borsa di plastica blu, con la stessa camicia del giorno prima, ha abbordato una  davanti a lui nella fila, lei dopo un attimo di timidezza, di balbettii, gli ha mostrato un foglio in cui c’è scritto: schizofrenia paranoide, gli ha vomitato addosso un fiume di parole, di spazi vuoti e di gengive, la busta con le medicine, una con le collane, quella con i vestiti.

Ho un lavoro, dice per centocinquanta volte. Un lavoro in un gruppo di volontariato.

La vuoi una birra?

Non la voglio, no. Bevo solo succhi di frutta.

Solo succhi. Oh! E perché? Ehi non mi hai detto come ti chiami!

Ha riso. Una mano davanti alle labbra, gli ha chiesto: indovina?

Eh non lo so. Jenny, forse? Hai il viso da Jenny.

No, non mi chiamo Jenny, prova ancora.

Venti nomi gli ha detto, o trenta. L’avrebbe colpita con un pugno sulla bocca, invece. Sarebbe stata meglio. Non si sarebbero più notati i pezzi mancanti.

Alla fine ha urlato : Katrina mi chiamo, come l’uragano!

Mentre lui si stupiva e lei rideva compiaciuta, si piegava dalle risate, ha fatto scivolare il barattolino nella busta delle medicine. 

Ora. 

Aspetta Katrina davanti al cesso del bagno  da 60 minuti.

Non mi dimentico, non ti preoccupare. Ho un lavoro, io. 

E arriva, in ritardo, quando sta già per precipitare nel panico, ma arriva. E senza buste. 

E la tua roba, dove l’hai lasciata? 

Al sicuro, dice lei. 

Nulla è al sicuro qui, pezzo di deficiente. 

Katrina alza le spalle e dice senza coprirsi la bocca:. Voglio 30 minuti di riprese. Altrimenti ti bevi il caffè amaro, ok? 

Ok, ha risposto. 

Poi mi consegni la cassetta e io ti do lo zuccherino, ok? 

Non vorresti dei soldi, invece? 50 dollari, che ne dici?

No. Voglio vedermi alla tv, io. Voglio quello.

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La prima volta che …     10-05-2005  

La prima volta che

Dopo il gelato ci offriva dei fazzoletti umidi per pulirci il mento, il naso e le magliette. I fazzoletti umidi glieli regalava una sua amica americana, le portava anche il burro d’arachidi, che bisognava spalmare sul pane insieme con la marmellata, ma a me faceva schifo.

La passeggiata si concludeva nel negozio di giocattoli. Bisognava decidere in fretta perché  s’irritava subito e c’era il rischio che decidesse lei il pensierino e allora mentre leccavo il cono compilavo una lista mentale.

Quel giorno erano arrivati dei soldatini nuovi e la commessa li stava ancora allineando sullo scaffale.

C’erano tutti gli eserciti.

Mio fratello scelse i soldati francesi perché c’era Napoleone, mio cugino Enrico quelli americani perché erano invincibili e Giorgio i tedeschi perché erano cattivi.

Io volevo i soldati russi. Mi piacevano perché erano dipinti di rosso.

La zia si fece il segno della croce e disse che non li avrebbe comprati. Io risposi che volevo solo quelli e nient’altro, di solito se m’impuntavo su  un regalo costoso, cedeva pur di sbrigarsi.

Perché insisti con i russi? Sono comunisti quelli!

Stavo per ribattere che era per via delle uniformi e invece dissi: perché vinceranno tutti gli altri eserciti!

Mia zia si spaventò e io non ne capii la ragione – era ai soldati dei miei cugini e a quelli di mio
fratello a cui mi riferivo.

Indicò alla commessa un cilindro di vetro dentro cui era chiusa la Cupola di San Pietro – se agitavi il cilindro scendevano dei fiocchi di neve - e me lo fece impacchettare.

La carta la pretesi rossa.

Fu la prima volta che riuscii a trattenere le lacrime e anche che sentii la parola comunista.

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E’ pronta. La camicia avvelenata, intendo. Quella che con il calore della pelle, esala il veleno che paralizza il cuore. Sono anni che sperimento, provo, m’intossico in cantina. Nel bosco ho seppellito le cavie. Rimane l’ultima cavia morta, ma questa posso gettarla anche nel cassonetto: non ci sono tracce di veleno sul suo corpo, c’è solo quel cuore bloccato per sempre.

Stasera l’indosserà, dopo aver fatto la doccia. Gli chiederò di metterla senza maglietta. Glielo domanderò in un certo modo. Mi guarderà sorpreso e poi l’abbottonerà sorridente davanti allo specchio. E’ sempre lusingato quando gli parlo in un certo modo. Io sarò alle sue spalle. A rubargli lo sguardo mentre il suo cuore si arresta.
                                                                       *******

Sono le 19,53. Dove ho messo la ricevuta? La ricevuta in cui c’è il numero d’identificazione. Se non hanno il numero non mi consegnano le camicie, non possono rintracciarle. Eccola. Il pacco, sbrigati a fare il pacco. Corro. Tolgo la carta, le mani mi tremano: ho paura di rovinare la piega. Ora le sistemo. Le camicie bianche nel cassetto di destra, quelle colorate nel cassetto di sinistra. Il citofono, suona il citofono. Sta salendo. Tutto a posto? ha chiesto. Lo spezzatino è nel forno. L’accappatoio è sul termosifone, la tavola è apparecchiata, rimangono le candele da accendere. Quello lo lascio fare a lui, è il suo compito: gli piace accenderle, lo so. E’ tutto a posto, sì. Mio dio, mio dio. Ho sbagliato ancora: non ho staccato l’etichetta della lavanderia. Forse farà la doccia prima e dopo aprirà i cassetti. Ecco, gli miscelo l’acqua. Non troppo calda. Sorriderà per questa premura e dimenticherà di controllare che sia tutto a posto. E allora sarà veramente tutto in ordine.
                                                          ***************
E’ venuta Maria? - Chiede lui guardando le camicie piegate sul letto.

No. Risponde lei con una voce sottile che gli raggela lo stomaco.
Ho stirato io. - E sorride.

Ha scoperto l’esistenza di Ludovica! - Pensa lui.

Deve prender tempo: se riesce a capire chi puo’averlo visto, potrà elaborare una difesa pertinente.

Ne ho bruciate un paio. - Continua lei, rammaricata - Sulla schiena.-

Non preoccuparti: erano camicie consumate, che volevo eliminare. - Risponde lui con i muscoli che tornano leggeri e pensa, tranquillizzato: aveva quel tono perché si sentiva in colpa.

Poi aggiunge, ravviandosi i capelli con tutte e due le mani: Hai stirato anche quelle di Prada, perché? Maria è malata?.

Avevo voglia di fare qualcosa per te. Dice lei senza guardarlo.

Con quelle ho fatto attenzione: cioè, da principio mi sono distratta e allora per rimediare…

Lui ne spiega una.

Spalanca inorridito gli occhi: le maniche sono recise all’attacco delle ascelle. Apre la seconda, quella celeste, la più costosa: la stoffa del retro è divisa in strisce dello spessore di un centimetro.

Si siede sul bordo del letto e comincia a piangere.

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E’ morto Mbre Mbre.     05-07-2004  

E’ morto Mbre Mbre.

Me lo dice mia sorella al telefono, tra una chiacchiera e l’altra.

E’ arrivato un telegramma indirizzato agli inquilini del palazzo e gli abbiamo portato un mazzo di fiori prima che il becchino sigillasse la bara - continua, alla mia esclamazione di stupore.

E lo sai? Portava una parrucca.

Una parrucca? Come era fatta?

Non lo so, non mi ricordo.

Hai notato che aveva una parrucca e non sai descrivermi come era? I capelli erano scuri o chiari: dimmi almeno un particolare che io la possa immaginare.

Era…discreta, dice lei.

Non che io sia cinica, ma il tipo che è morto era del 1910, è stato ricoverato una settimana in un ospedale per accertamenti e una mattina le infermiere si sono accorte che non respirava più.

Era uno degli abitanti del palazzo dove ho vissuto fino a 23 anni.

Lui però aveva traslocato già da tempo, quando io sono andata a stare per conto mio.

Mbre Mbre era il soprannome che gli avevano cucito addosso mia madre e la sua amica per via del viso che gli tremava quando parlava, ma anche quando stava zitto. Assomigliava a quei cagnolini di peluche che, un tempo, si vedevano ondeggiare nel ripiano posteriore delle auto.

Era basso Mbre Mbre e un po’ obeso. E calvo. Di una calvizie che impressionava perché non c’era nemmeno il ricordo di un capello. E mi suscitava il desiderio, quando l’incontravo, di chiedergli il permesso di passare un dito su quel cranio liscio e lucido per saggiarne la consistenza.

Portava degli occhialetti di tartaruga dietro cui sporgevano un paio d’occhi gonfi e semichiusi ed era gentilissimo con tutti, anche con me che ero una bambina. Apriva il portone d’ingresso e mi faceva un mezzo inchino, diceva un prego e mi lasciava entrare in ascensore e la moneta per farlo partire la metteva sempre lui. Credo che fosse anche l’unico a infilarla nella fessura del contenitore metallico senza recuperarla. Gli altri abitanti del palazzo avevano fatto un buco alle dieci lire a cui avevano attaccato un filo e quindi, quando un condomino avvistava, attraverso il portone di vetro, qualcuno che saliva le scale si affrettava a premere il pulsante corrispondente al piano mentre quello trafficava con le chiavi e se non riusciva a partire in tempo, cominciava a rovistare nel borsellino scuotendo la testa, che era sprovvisto delle dieci lire. Io la moneta non l’avevo, neanche quella attaccata al filo, e i sei piani li facevo a piedi. E quegli avari cercavano tra gli spiccioli fino a che io non arrivavo alla rampa del secondo piano e quando mi superavano con l’ascensore, dicevano: Sali, sali, che ti irrobustisci le gambe.

Mbre Mbre viveva con la madre, vecchissima, minuscola e paralitica. Era il figlio a prendersi cura di lei: gli faceva persino la tinta ai capelli con l’argento e si occupava anche delle pulizie della casa. Era impiegato in un ministero e non aveva un gran stipendio, però sosteneva delle spese assurde che istigavano i vicini a chiedersi di quali altri redditi disponesse.

Tutte le mattine alle 7,45, un taxi lo aspettava davanti casa e con lo stesso faceva ritorno alle 14,30. E la spesa gli veniva consegnata dal garzone del fornaio. Lussi esagerati per un impiegato ministeriale e in contraddizione con il fatto che non aveva una donna che lavasse i pavimenti al posto suo.

A me faceva pena: perché era brutto e conduceva una vita misera e perché era gentile.

Qualche volta sono stata a casa sua. Mi mandava mia madre quando gli mancava un uovo o aveva finito lo zucchero: lui era sempre rifornito di tutto.

Gli occorrevano alcuni minuti prima di aprire la porta. Sentivo il fruscio dei suoi passi strascicati nel corridoio, poi lo scricchiolio del legno: era lui che controllava dallo spioncino; poi seguiva un rumore dei catenacci e infine compariva con addosso una vestaglia verde a quadri rossi e gialli e delle ciabatte di pelle marrone. Il corridoio era buio, mal illuminato da una lampadina che pendeva dal soffitto, proprio vicino all’ingresso. Appena varcavo la soglia, mi faceva un piccolo inchino, portandosi la mano al petto e abbassando il testone lucido, poi mi accompagnava a salutare sua madre che era seduta in una poltrona nella prima stanza sulla sinistra e guardava la televisione. Lei mi dava una Rossana che io accettavo, ogni volta con questa frase, non proprio cortese: le caramelle non mi piacciono, la porterò a mia sorella. E la vecchietta rispondeva: che brava bambina.

Poi seguivo Mbre Mbre di nuovo nel corridoio e lui apriva un armadio bianco da cui tirava fuori una scatola piena di pezzi di un formaggio duro simile al pecorino. Dall’armadio si spandeva un odore di muffa, di vecchio, però il formaggio era buono e ne chiedevo sempre un secondo pezzo.

Un giorno sua madre è morta nel sonno proprio come è successo a lui e tutti i condomini sono andati a casa sua per non farlo stare solo. La vecchia era distesa sul letto con un fazzoletto che gli teneva chiusa la bocca e le mani erano intrecciate sulla pancia e le unghie erano viola scuro, quasi nere. In cucina, su un tavolo di marmo, c’erano i biscotti e gli aperitivi, ma tutte le porte del resto della casa erano chiuse a chiave. Lo so perché ho sentito uno del secondo piano che lo raccontava agli altri condomini mentre portavano via la bara. Mbre Mbre non piangeva quel giorno, si preoccupava invecedi riempire i bicchieri non appena si svuotavano.

Quelli del palazzo dicevano che in quella casa c’era qualcosa di strano e che la morte della madre era circondata dal mistero.

Comunque due giorni dopo il funerale Mbre Mbre se ne è andato via con una valigia su un taxi giallo, lo stesso con cui andava al ministero, e non è più tornato o per lo meno noi non lo abbiamo più visto. E durante il mese di agosto, quando il palazzo era deserto e c’era solo il tipo del secondo piano, è venuto un camion enorme che ha caricato tutti i mobili della sua casa. E che a lui, a quello del secondo piano, intendo, non è stato permesso di entrare nell’appartamento.

Poi abbiamo saputo che si era sposato con una che lavorava nel suo stesso ufficio.

Ogni anno, arrivava una cartolina con gli auguri di Natale. Una cartolina indirizzata a tutti gli abitanti del palazzo, ma nessuno la prendeva perché dicevano che portava male. Poi non hanno detto più niente, che uno dopo l’altro se ne sono andati tutti. Mbre Mbre è stato quello che ha vissuto più a lungo di quella generazione. Più volte mi sono chiesta perché io, sempre curiosa di tutto, lo abbia seguito ogni volta verso la camera da letto di sua madre, senza mai continuare oltre a dare un’occhiata e perché abbia deciso di comprarsi, ormai vecchio, un parrucchino. Alla prima domanda so dare una risposta: non ho mai tradito la sua fiducia proprio per quell’incredibile gentilezza. Per l’altra, non so. Forse possedeva già il parrucchino che indossava di nascosto dopo che era salito sul taxi.

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Chisseneimporta del ritardo…     12-05-2004  

Chisseneimporta del ritardo

Ore sei: un suono prolungato termina la notte. Scende dal letto, va in cucina a piedi nudi, accende il gas sotto la caffettiera già pronta, mette un fetta di pane ad abbrustolire. Apre il rubinetto della doccia, la caldaia è spenta, non trova il fiammifero, la riaccende, torna in bagno, si lava, ma quei tre minuti che ha perso nell’accensione della fiamma blu, l’hanno distratta: il caffè è rovesciato sulla piastra, il pane bruciato.

Il turno al pronto soccorso inizia alle 7. Infila le calze, la gonna, un maglione. Si guarda allo specchio: fa una smorfia e pensa: devo piantarla con questo nero.

Va in cucina, sciacqua la caffettiera mentre si dice: chisseneimporta del ritardo…

Non sa che alle 7 arriverà al pronto soccorso Bruno, di anni 32, che ha da poco superato un concorso per giudice, che accompagnerà il padre con un dolore al torace. Non sa che avrebbe parlato a lungo con Bruno, mentre suo padre sarà attaccato agli elettrodi che riveleranno un dolore muscolare e che sciolta la tensione, Bruno le offrirà un caffè al distributore automatico, che nascerà un amore travolgente, che partorirà una bambina e che seguiranno alcuni tradimenti e milioni di altri dettagli.

Riempe la caffettiera d’acqua, squilla il telefono: è Mara, la sua collega. Le chiede: hai fatto colazione? Vediamoci alle 6,40 davanti al bar dell’ospedale.

Lascia la caffettiera nel lavandino, prende lo zaino, infila i guanti, il cappello, la sciarpa, il giaccone e parte con il motorino.

E’ di nuovo in orario. Al bar prenderà solo un cappuccino e indosserà il camice alle 6,50 e alle 7 sarà nella sala del pronto soccorso dove farà distendere il padre di Bruno sul lettino, ma…

Non immagina che Mara arriverà in ritardo e lei deciderà di aspettarla e mentre l’aspetta, sfoglierà il giornale che qualcuno ha dimenticato sul bancone ed entrerà un medico del reparto cardiochirurgia, un cardiochirurgo di nome Sergio, anni 45 sposato con tre figli e che vedendola lì tutta sola, pallida e infreddolita, gli chiederà: si sente bene e le dirà qualche altra frase, la saluterà il giorno dopo e quelli che verranno, pregherà quello che decide le guardie notturne di metterli di turno insieme, la porterà ai congressi con lui, l’amerà con passione, ma la lascerà sempre di riserva, perché non abbonderà mai la moglie.

Percorre l’ultimo tratto di strada, mentre il freddo le ha tolto la sensibilità alle dita, accelera, decelera, frena, ma non come avrebbe dovuto: urta una passat blu. Riesce a mantenere l’equilibrio, ma ha ammaccato il parafango. Accosta al lato della strada, maledicendo la sua distrazione. Anche la macchina blu accosta.

Dall’auto scende Francesco che ha fretta: ha un appuntamento con un sindacalista a cui deve fare un’intervista prima che inizi la conferenza e non puo’ perdere tempo a riempire il modulo. Esce dalla macchina furibondo e, mentre lei si sfila il casco, dice: quelli che guidano i motorini li farei scomparire dalla crosta terrestre. Lei lo guarda male, malissimo. Poi si accorge che le si sono sfilate le calze. Si slaccia il giaccone, solleva la gonna poco oltre il ginocchio.

Francesco si calma. Quella sera quando tornerà a casa scriverà il primo capitolo di un romanzo il cui incipit descriverà proprio una smagliatura di una calza. Dal romanzo sarà tratto un film.

Francesco si scusa, lei sorride e spiega: non ho fatto in tempo a fare colazione e dormivo ancora. C’è un bar proprio lì davanti. Francesco dice: mentre compiliamo il modulo ti offro un caffè, chisseneimporta del ritardo.

Hai ragione, approva lei, chisseneimporta del ritardo.

Con Francesco litigherà un po’ negli anni che verranno, ma senza troppa convinzione. Poi lui scoprirà di essere sterile e partiranno insieme per Mosca, dove adotteranno due bambini. Lei, dopo l’adozione, lascerà il lavoro d’infermiera.

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Up and Down…     11-02-2004  

Up and Down

Spesso eventi che appaiono tragici sfumano nel tempo e perdono la drammaticità iniziale. Altri fatti che da principio sembrano leggeri nascondono, invece, un lutto che ci seguirà per sempre.

Ogni Natale quando la cena è arrivata a metà e gli Adulti hanno il naso rosso e i Bambini non riescono a stare fermi, c’è sempre uno dei Parenti che chiede al Padre: ti ricordi quando è nato Giacomino?

Il Padre risponde: guai a chi me lo tocca adesso! La Madre si passa una mano sugli occhi e fa sì con la testa e una delle Zie va a farle una carezza.

Poi continuano con un discorso che è sempre uguale, ma che a lui ogni volta pare diverso: sì che ricordano quel pomeriggio al centro dell’inverno quando, dopo quattro femmine belle e allegre, è nato lui il maschio di cui non si poteva fare a meno.

Dopo il Padre sperò che morisse e restò ore a fissarlo da dietro il vetro fino a quando un medico lo scosse per un braccio e gli sussurrò all’orecchio: è il bambino più robusto di tutto il nido tuo figlio. Rassegnati: vedrai che troverà la sua strada.

Sono passati trenta anni e ora è diventato un uomo anche se per la forma degli occhi tutti credono che sia ancora un bambino.

Vive nel Paese con le Zie perché gli è sempre piaciuto stare lì, e quando finì la scuola, mentre le Sorelle e i Genitori si consumavano il cervello su come tenerlo occupato, lui, Giacomino batté un pugno sul tavolo e urlò: Della mia vita decido io!

Vogliamo soltanto aiutarti - disse Caterina.

Lo so io quello che voglio: vado a vivere al Paese.

Scossero la testa il Padre, la Madre e le Sorelle: impossibile! Poi aggiunsero, quando mise su il broncio: sentiamo le Zie. Le Zie dissero: vediamo. Quella vecchia, la Zia Matilde, da principio rimase in silenzio, poi fece un bel sorriso e se ne uscì con: sarei proprio contenta che Giacomino vivesse con me così la notte non avrei più paura degli Assassini.
E Giacomino era partito. E lavorava come fattorino nel negozio di alimentari. Poi alle due, terminate le consegne, era libero e passeggiava: giù verso il lago a bere un decaffeinato al bar, su per la pineta che c’era all’inizio della montagna quando aveva voglia di star solo, che poi non era mai solo perché gli regalarono un cellulare, che uno ad una certa età deve averlo dissero e lo chiamavano tutti i giorni le Sorelle e il Padre e anche le Zie. La Madre invece gli telefonava alle otto perché voleva essere tranquilla che fosse al sicuro.

Con tutto quel girare per le case e quel passeggiare per le strade, lo conoscevano tutti, ma proprio tutti. La gente scherzava e lo ascoltava, poi lui andava via per non disturbare troppo con le domande.

Soltanto gli Scioperati lo cacciavano quando si avvicinava. Lui per un po’ continuò ad insistere: erano anche più piccoli di lui. Le Zie lo minacciarono: se continui ad andare da loro ti rispediamo a casa. Sua Madre gli ordinò: non ti accompagnare con gli Scioperati. E allora promise che no, non li avrebbe seguiti più. Si avvicinava di nascosto, di tanto in tanto, per verificare se avessero cambiato idea e una volta il Capo disse: puoi stare con noi se vieni a fare un giro in moto e lo portò su per i tornanti oltre la pineta e lui si disperò, pianse, fino a che quello frenò di colpo e lui tornò al Paese a piedi quando era già notte. Non raccontò di quel fatto a nessuno, ma da quel giorno li evitò con cura.

Non li incontrò più neanche per caso. Alcuni partirono per il militare e non tornarono. Altri comprarono un camion e giravano il mondo. Erano rimasti soltanto in tre e uno dei tre era quello che l’aveva quasi ammazzato con il giro in moto: lui era il Capo e non aveva convenienza ad andar via.

Così quando li vide arrampicarsi su per la pineta, l’ignorò come fossero trasparenti e anche quando cominciarono a canzonarlo: ehi mongolino, cosa fai seduto sotto l’abetino? - non solo non rispose alla provocazione, ma si mise a lanciare sassi per dimostrare che non li ascoltava.

Poi notò il cane. Quello era il cane da caccia del signor Ugo. Si alzò in piedi e pensò: non si porta un cane con una corda al collo. E’ pericoloso. Ripeté ad alta voce questa cosa. Quelli continuarono a salire e a ridere, tirando forte la corda perché la povera bestia puntava le zampe per non seguirli.

Allora, agitato, prese il cellulare. Cercò nella rubrica la parola Caramba , ma la linea era assente. Per questo fu costretto ad andargli dietro: stavano per commettere un assassinio!

Tentò di afferrare la corda

Lo spinsero, ruzzolò giù fino ad un albero, li raggiunse di nuovo.

Giacomino il Mongolino.

Gli montò la rabbia.

Poi il Capo si fermò e lo minacciò puntandogli un dito contro: se fai ancora un passo ti do una lezione che ti fa tornare normale.

E si piegò sulle gambe tanto rideva per quello che aveva detto.

Lui proseguì oltre il solco che quello aveva fatto sulla terra e gli si gettò addosso: se lo immobilizzava, gli altri sarebbero fuggiti.

Brutto Mongolo Bastardo. Toglietemelo di dosso!

Era pesante, più del Capo.

I due, invece di aiutarlo, continuarono a ridere.

Poi ci fu un boato simile a quello di una valanga che viene giù dalla montagna. I due ammutolirono e poi gridarono con le facce bianche come quelle dei morti.

Il Capo scivolò da sotto il suo corpo e si tirò su in piedi. Lui rimase giù per terra invece. Infine gli Scioperati andarono via correndo.

Il cane rimase. A leccargli la faccia.

Chissà se anche la lingua delle donne era così morbida.

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Un esercizio di taglio, senza cucito
(Le prime righe sono al post di ieri)

E’ venuta Maria? - Chiede lui guardando le camicie piegate sul letto.

No. Risponde lei con una voce sottile che gli raggela lo stomaco.
Ho stirato io. - E sorride.

Ha scoperto l’esistenza di Ludovica! - Pensa lui.

Deve prender tempo: se riesce a capire chi puo’averlo visto, potrà elaborare una difesa pertinente.

Ne ho bruciate un paio. - Continua lei, rammaricata - Sulla schiena.-

Non preoccuparti: erano camicie consumate, che volevo eliminare. - Risponde lui con i muscoli che tornano leggeri e pensa, tranquillizzato: aveva quel tono perché si sentiva in colpa.

Poi aggiunge, ravviandosi i capelli con tutte e due le mani: Hai stirato anche quelle di Prada, perché? Maria è malata?.

Avevo voglia di fare qualcosa per te. Dice lei senza guardarlo.

Con quelle ho fatto attenzione: cioè, da principio mi sono distratta e allora per rimediare…

Lui ne spiega una.

Spalanca inorridito gli occhi: le maniche sono recise all’attacco delle ascelle. Apre la seconda, quella celeste, la più costosa: la stoffa del retro è divisa in strisce dello spessore di un centimetro.

Si siede sul bordo del letto e comincia a piangere.

Qualcuno mi ha calunniato. Qualcuno deve averti raccontato chissà quali fatti terribili su di me. Chi è stato? Cosa ha detto? - Chiede tra un singhiozzo e l’altro. Perché non mi hai chiesto spiegazioni prima di vendicarti?

Lei si avvolge una striscia di stoffa intorno all’indice e poi dice: ha telefonato Daniela. Vi ha visti abbracciati nel parcheggio.

Avevo pensato di parlartene, ma è una storia che non è mai iniziata: ci credi? L’ho abbracciata perché era disperata: disperata per il mio rifiuto di cominciare una relazione e mi ha fatto una gran pena. E quella pettegola mi ha sorpreso proprio nell’attimo in cui sono stato sopraffatto dalla compassione. E quale è la conseguenza per essermi commosso per il dolore altrui? La distruzione di due opere d’arte. Perché chi ha disegnato questi modelli, scelto questi tessuti è un artista! Non c’entra nulla la moda; ma ancora una volta divago e mi perdo in spiegazioni inutili.

Si asciuga gli occhi e si soffia il naso. Poi riprende: Sono turbato, Agnese. Turbato, avvilito e offeso dalla tua mancanza di fiducia e…

Non ti credo. – Lo interrompe lei, guardandolo dritto negli occhi.

Non sopporto l’inganno e tu mi hai tagliato il cuore. Ho provato il desiderio incontenibile di farti male anche io e detesto la violenza, lo sai.

Lui tira su con il naso. Dice: in fondo erano solo due camicie..

Sente nella tasca della giacca il cellulare che vibra, trattiene un sorriso che si trasforma in una smorfia: per fortuna si è ricordato di togliere la suoneria.

Comunque lo scempio delle camicie non è stato sufficiente a calmarmi, - seguita lei tra sé e sé.

Avrei potuto cercare tracce del tuo tradimento nelle tasche delle giacche, ma sarebbe stata un’azione meschina e poi non avrei trovato nulla: sei furbo, tu. Potrei chiederti il tuo cellulare: ora! Controllare le telefonate che hai ricevuto, i messaggi. Ma sono metodi che disprezzo.

Non ho nulla da nascondere io! Risponde lui, con gli occhi umidi.

Sapevo che avresti detto queste parole.

Mi sono trovata di fronte ad un bivio: Scoprire la verità o continuare a vivere nel dubbio.

Ho cercato una soluzione che ti avrebbe fatto calare la maschera. E’ stato facile scovarla, più complicato metterla in atto.

Lui si alza di scatto in piedi, gli occhi improvvisamente asciutti e chiede: cosa hai distrutto ancora?

- L’impianto stereo: l’ho fatto a pezzetti.- Risponde lei con gli occhi dilatati.

Lui non ha sentito la conclusione della frase ed è corso di là, nel soggiorno; quando lei lo raggiunge, con i resti della camicia in mano, lui è in ginocchio con le mani infilate nei due scatoloni in cui ci sono i pezzi dell’impianto lunghi non più di tre centimetri.

Li ha tagliati con la sega elettrica: un lavoro faticoso che l’ha impegnata quasi tutto il giorno. Le fa male la schiena per lo sforzo fisico e la tensione, ma è tranquilla ora.

Bastarda! Strilla lui con gli occhi iniettati di sangue.

Io te l’ho comprato, io te l’ho tolto. Dice con un dolore al cuore.

Un altro urlo. Senza parole questa volta. Un urlo emesso da una bestia che continua a vibrare nella stanza anche quando è cessato.

Ha scoperto i cd su cui ha inciso con un cacciavite la lettera A.

I dischi. I miei dischi. Anche quelli comprati in America e persino le edizioni introvabili: graffiati con uno scarabocchio, segnati per sempre! E le copertine, le copertine con le dediche: strappate, tutte!

Ormai ha perduto il controllo: Con Ludovica faccio l’amore. Con te scopo. Capisci la differenza? .

Il limite, sono riuscita a farti superare il limite, - mormora lei.

Poi tace e si mette a giocare con i brandelli della camicia celeste.

Lui affonda le mani nello scatolone mentre lacrime giganti bagnano il parquet.

Suona il campanello, entrambi rimangono dove si trovano, poi la porta viene aperta con la chiave di servizio: la scena appare a chi entra senza un morto; gli applausi giungono dal cortile dove le televisioni sintonizzate sullo stesso canale si uniscono superando le finestre chiuse.

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Un esercizio di taglio, senza cucito

L’urlo raggelò gli abitanti del quartiere dopo le otto di sera quando le televisioni erano  accese e le pentole a bollire sui fornelli. Molti si affacciarono alle finestre, chiedendosi da dove provenisse, qualcuno chiamò la polizia e quando gli agenti, seguendo le indicazioni di chi era ancora affacciato, entrarono nell’appartamento da cui era partito, si trovarono di fronte a una donna che guardava il nulla accarezzando delle strisce di stoffa e a un uomo disperato che, in ginocchio sul parquet lucido, affondava le mani trai i pezzi di quello che una volta era intero.

Un’ora prima della comparsa delle forze dell’ordine, in quella casa si era svolto questo dialogo:

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Salsa e merende…     03-12-2003  

Salsa e merende
Sua figlia parla a voce troppo bassa. E sembra spaventata. Tutto bene in casa? Chiede la maestra a sua madre.
Cosa c’entra la mia casa? Ha risposto seccata sua madre, voltandosi a guardarla.
Julia è timida e la rispetta molto, sa? Forse è per via della soggezione che prova nei suoi confronti. Adesso sorride, ma non sembra contenta.
La maestra controlla il registro e dice: scrive dei bei temi, senza errori. Da quanto è che non vede il padre?
Da quattro anni.
Perché non la manda a Cuba quest’estate?
La madre fa un lungo sospiro. I soldi per il viaggio non li ho. E poi il padre non sarebbe in grado di mantenerla: riesce a sopravvivere a malapena.
Almeno la iscriva al corso di danza, le faccia fare una lezione di prova, dice la maestra sfogliando l’agenda. Ecco, - le porge un cartoncino: questo è l’indirizzo di una scuola che sta nel quartiere.
La madre lo prende , lo tiene tra l’indice e il pollice senza guardarlo, poi lo infila nella tasca del cappotto.
Mia figlia non sente il ritmo della musica. Continua a ripetere che vuole fare la ballerina perché è il lavoro del mio ex marito. Avessi i soldi per il viaggio, la spedirei subito all’Avana. Sono sicura che dopo qualche giorno, le passerebbe l’ infatuazione per la danza e smetterebbe di considerare suo padre un eroe. Sarebbe più riconoscente verso chi la mantiene e meno lamentosa.
Con suo marito va d’accordo? Chiede la maestra.
Julia vuole essere coraggiosa come lei quando sarà grande: fare domande senza aver paura delle risposte.
Sua madre diventa rossa.
Non le sembra di essere troppo invadente?
No, affatto. Risponde la maestra senza scomporsi. Sua figlia è triste. Vorrei cercare di capire cosa la turba. Alla mensa della scuola non mangia quasi nulla. E’ molto magra.
Ero così anche io alla sua età. E  l’appetito non le manca: rifiuta il cibo perché teme che se ingrassa non puo’ fare la ballerina. Voglio che guarisca da questa ossessione. Per questo non l’iscrivo al corso. E poi non potrei neanche accompagnarla: ho altri due figli piccoli, lo sa?
La maestra chiude il registro, stringe la mano di sua madre.
Al posto suo non le impedirei di ballare: è un modo per restare vicino a suo padre.
La madre fa sì con la testa, ringrazia.
Scendono le scale in silenzio: Julia davanti e sua madre dietro.
Il portone della scuola è accostato, non ci sono bidelle in giro. Julia prova ad aprirlo, puntando i piedi.
Aspetta, dice sua madre.
Poi le tira con forza la treccia. La bambina cade in ginocchio.
Ricordati di tenere la bocca chiusa quando sei a scuola.
Apre il portone senza sforzo.
Fuori è buio.

Julia si rialza e le corre dietro.

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