Ma Tamara non lo sa     16-09-2009  

Alle sette e venticinque minuti Tamara suona il citofono e lascia le figlie a sua madre, sarà lei ad accompagnarle a scuola, poi corre a prendere la metropolitana, afferra il giornale gratuito con cui si sventola se nel vagone non funziona l’aria condizionata.
Alle otto meno cinque spalanca le persiane dello studio dentistico, svuota i cestini, prepara il caffè, ascolta i messaggi alla segretaria telefonica, lavora come sempre. All’una fa le consegne alla ragazza del pomeriggio e  vola a prendere l’autobus e il tram, mangia un panino durante il percorso, guardando fuori dal finestrino.
Alle due raggiunge lo studio dell’ avvocato,  stampa le fatture, prepara il caffé, lavora come sempre, alle quattro e mezza parla con le figlie: “com’è andata oggi a scuola?”
Una cliente vuole dell’acqua. Tamara gliela porta.
“Prego” le dice con tono professionale, porgendole il bicchiere di plastica.
La cliente non ha voglia di leggere le riviste di diritto e di moda che sono sul tavolino, ha voglia di parlare.
“Hai letto di quella ragazza ammazzata dal padre?”
“No”, risponde Tamara.
“E’ una storia di marocchini, lei, la figlia, conviveva con un italiano e il padre l’ha accoltellata. Il fidanzato ha tentato di difenderla e per poco non ci restava secco anche lui. Terribile, eh? Mai mischiarsi con la teppa. Io, per non correre rischi, ho sempre voluto domestiche filippine”.
Sull’autobus, poco dopo le sei, Tamara tira fuori il giornale  dalla borsa e legge la notizia.
“Che cosa pazzesca”, pensa. Poi lo rimette dentro, domenica ha intenzione di lavare i vetri di casa.
Alle sette stringe la manine delle figlie e una busta con il latte e due etti di stracchino.
Alle otto le bambine sono sedute a tavola a infilare  le penne al sugo con la forchetta.
“Che sollievo da quando mangiano da sole!” pensa.
Alle nove  tutte e tre guardano i cartoni nella cameretta.  Poi Tamara le sbaciucchia, risponde a un paio di domande, fa qualche promessa e finalmente spegne la luce.
Dopo essersi lavata i denti, Tamara s’infila una maglietta lunga e si tuffa sul lettone.
“Dovrei venderlo e comprarne uno singolo, avrei più spazio”, pensa.
Accende la tivù a schermo piatto che suo padre le ha regalato quando ha ricevuto la liquidazione e spinge il pulsante uno. Appare una casetta con i gerani alle finestre, un bagno con lo shampoo e il bagnoschiuma, e poi una cucina bianca, lucida, senza macchie.
“Che sogno quello di avere una cucina così! Io sarei riconoscente per sempre a uno che me ne regalasse una simile.”
Altrove qualcuno non guarda quella trasmissione, qualcuno dice che non la guarderà poi invece la guarda, qualcuno accende le candeline e  fa la rivoluzione su Facebook.

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Un lavoro senza ventiquattrore     09-01-2008  

gradini-presi-da-zenithc.jpgTonino Bini camminava sfiorando il muro di una caserma di polizia, il bavero dell’impermeabile sollevato, il basco schiacciato in modo ridicolo sulla testa.
La pioggia gli aveva punteggiato le lenti degli occhiali e le scarpe di pelle.
“Te lo avevo detto io di non metterle” gli rimbalzava a ogni nuova goccia nel cervello.
Avrebbe dovuto tirare fuori l’ombrello dalla ventiquattrore, ma non ne aveva voglia: tra circa cinquanta metri sarebbe arrivato alla fermata dell’autobus e lì si sarebbe potuto riparare sotto la tettoia di un’edicola. Svoltò l’angolo dietro cui cominciava una grande strada e invece di essere investito dalla puzza di smog e dai clacson che gli causavano ogni volta una fitta allo stomaco, Tonino Bini trovò un’assenza di odori e di rumori e tre gradini improbabili.
Erano tre gradini grigi e screpolati che non portavano da nessuna parte, forse – avrebbe pensato Tonino Bini se non ci fosse stata quella inspiegabile assenza da spiegare – qualcuno li ha depositati qui durante la notte per sbarazzarsene.
Invece di sollevare lo sguardo sulla strada per capire la ragione del silenzio e della mancanza di puzza, Tonino Bini fissò la base del secondo gradino su cui si apriva un buco, un buco che sembrava un occhio, un occhio al centro di una fronte.
Bizzarro. Fu l’ultima riflessione da uomo di Tonino Bini.
E in quella parola erano racchiusi molteplici significati: lo stupore per l’assenza del caos, lo stomaco che non gli bruciava dopo aver svoltato l’angolo, i tre gradini abbandonati lì e non nei pressi di un cassonetto, la pioggia che era cessata all’improvviso e quella cavità che gli aveva catturato lo sguardo .
Infine Tonino Bini fece un gesto che poteva ancora essere compreso da quella parola appena pensata: si chinò e infilò il dito indice della mano sinistra in quel buco che pareva un occhio.
L’assenza dei suoni e degli odori venne sostituita da un fruscio non definibile e da un profumo salmastro. Poi Tonino Bini e tutto quello che aveva addosso furono risucchiati dal buco. Il processo sembrò durare un istante e quando terminò, Tonino Bini si accorse di essere diventato tutto. Cioè non esattamente tutto, si era trasformato in ogni cosa che non aveva un cuore e quindi in un sasso, in un virus, nel gas di scappamento delle automobili, nel web, nel ramo di betulla che oscillava al vento che nel frattempo aveva cominciato a soffiare.
Bizzarro, pensò ancora la nuova essenza di Tonino Bini. E subito gli venne la voglia di sperimentare.
Si concentrò su Liliana, sua moglie. A quell’ora, erano circa le otto di mattina, lei staccava dal turno di notte all’ospedale.
Sarà nello spogliatoio a riporre nell’armadietto il suo camice, a cambiarsi le scarpe.
E subito si fece spogliatoio. O meglio: prese coscienza di essere spogliatoio.
C’erano dodici colleghe di Liliana in una stanza, a darsi il rossetto, a infilarsi gli stivali, ad appendere alle stampelle il camice da infermiere, tranne che lei.
Allora Tonino Bini si fece ospedale e individuò sua moglie in un archivio nel sotterraneo che scopava con un certo Augusto Meloni, un chirurgo maxillo-facciale che, con una diagnosi fasulla, le aveva rifatto, a spese dei contribuenti, il naso.
Li Mortacci Tua, disse Tonino Bini ma senza punture dolorose allo stomaco. E si fece scaffale, raccoglitori, polvere e movimento e cadde sopra Liliana e Augusto Meloni lasciandoli storditi e nudi sulle mattonelle luride.
Bene, disse Tonino Bini. E adesso? Adesso che faccio?
Punirò ancora qualcuno che vuole fare il furbo, stabilì con un sorriso infantile e inquietante. E quando mi sarò stancato, aiuterò qualcuno che non ce la fa. E dopo, quando mi sarò annoiato anche di questo, salverò i cattivi e peggiorerò le condizioni degli sfigati.
Si fregò le mani, be’, idealmente si fregò le mani, e si mise a lavoro.

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Chi spreca il cibo fa peccato     07-06-2007  

Bozana riempie la vasca e con il gomito controlla la temperatura, poi lava il pavimento di ceramica. Passa e ripassa lo straccio, con foga. Le piastrelle sono inzuppate d’acqua, Bozana fissa il contorno distorto del suo corpo, sorride. S’infila le pantofole che ha lasciato sulla soglia, percorre il corridoio come se stesse prendendo una rincorsa, mentre un punto s’espande e le solletica lo stomaco.
S’arresta davanti a una stanza, una testa bianca è china a una scrivania.
Professore, urla, il bagno è pronto!
Il vecchio si gira, sembra che non abbia capito la sua frase, la fissa come se non sapesse chi sia quella donna robusta, in jeans e maglietta. Lo sguardo si posa sul seno che si alza e si abbassa.
Allora sorride. Arrivo subito, dice con gli occhi che non si muovono.
Bozana va in cucina e accende la televisione che sta sul frigo. Alza il volume fino al numero 52, apre il rubinetto dell’acqua, spinge il pulsante che aziona la ventola della cappa, prende il coltello e il sacchetto delle patate.
Un minuto dopo tre patate minuscole sono in una ciotola, delle bucce di peso equivalente in un piatto.
Non ci può essere stata premeditazione, dice un tipo con un paio d’occhialini d’argento e una barba che gli sporca il mento. Non si può pensare di uccidere una persona con un ombrello.
E’ un’assassina e non c’è da aggiungere altro. Dice una donna con una massa di capelli rossi e due gambe che occupano tutto lo schermo.
Si scatena il finimondo, tra l’uomo e la donna, sono due ma è come se fossero mille, allora Bozana abbassa il volume, corre nel corridoio mentre il punto le divora lo stomaco, il vecchio per fortuna è ancora alla scrivania, da un armadietto sotto al lavandino prende uno straccio e, in ginocchio, con foga,asciuga le piastrelle. S’infila le pantofole che ha lasciato sulla soglia, percorre il corridoio trascinando i piedi.
Professore, urla, l’acqua si raffredda!
Il vecchio si gira, sorride. Se l’acqua è fredda ho bisogno di un massaggio che mi riscalda, dice.
Bozana torna in cucina.
Il tipo con gli occhialini sta ballando con la donna con le gambe lunghissime. La testa di lui arriva al mento di lei. Sorridono.
Gli occhi di Bozana si abbassano sulle bucce di patate troppo spesse: è in quel momento che il punto le afferra la gola e deve appoggiarsi al tavolo per non cadere.

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Nessuno a cui parlare     02-04-2007  

La gente butta la roba più incredibile! Dice a Riccardo un tipo sui sessanta con un cappello di lana blu in testa, molto magro e piuttosto alto, e con il collo leggermente ricurvo.
Sono le otto di mattina e Riccardo ha fretta. Deve accompagnare le bambine a scuola, sono state con lui durante il fine settimana, e ha un appuntamento alle nove con un costruttore e i suoi operai a Santa Marinella dove sta per iniziare la ristrutturazione di una villa.
Riccardo solleva il coperchio del cassonetto e ci lancia dentro quattro sacchi della spazzatura.
Il tipo tira fuori un pacchetto di sigarette, gliene offre una, ma Riccardo ha smesso da due mesi e quattro giorni e rifiuta. Si sposta davanti al cassonetto bianco e infila nell’apertura i giornali e i cartoni della pizza, quella mattina la Persichetti viene a pulire e se trova la spazzatura si arrabbia.
E a volte trovo oggetti interessanti, dice il tipo dopo una lunga aspirata alla sigaretta.
Mentre aspirava ha socchiuso gli occhi, Riccardo ha appena bevuto un ottimo caffè fatto con la portentosa macchinetta da bar che ha acquistato di recente da un grossista, e inghiottisce di desiderio. Guarda le figlie in macchina: Virginia sta trafficando con la radio, Priscilla rovista con l’indice nel naso ed è perduta da qualche parte.
E’ vero, dice al tipo. Si sposta davanti al cassonetto del vetro e comincia a gettarci le bottiglie di birra e di vino.
Li raccolgo, li aggiusto e li trasformo in un’altra cosa e li vendo la domenica a Porta Portese, è un passatempo e anche un modo per arrotondare perché ho una pensione di cinquecento euro al mese. E la notte lavoro come guardiano in un garage dove ci sono automobili belle come la sua.
Le bottiglie non finiscono più, venerdì ha fatto una festa sul terrazzo, l’acqua minerale era finita e si sono dissetati con il prosecco.Ha una fitta che gli taglia lo stomaco: si è appena ricordato che all’una Nicole lo raggiungerà per mangiare con lui in un posticino speciale che sta proprio davanti al mare, ma poco prima il proprietario della villa da ristrutturare l’ha chiamato per un appuntamento all’ora di pranzo. Deve ricordarsi di avvisare Nicole, e soprattutto deve pensare a come dirglielo.
Trovo un tavolino che zoppica, gli accorcio le gambe, costruisco un cassetto, lo dipingo di verde ed ecco un mobile nuovo!
Virginia ha afferrato la sorella per il naso. Sono rimasti i cartoni del prosecco e la scatola che conteneva la macchinetta del caffè, ma non entrano nelle aperture: bisogna strapparli.
Così me la cavo, ma a volte mi si alza un po’ di depressione, alla mia età si alza sempre qualcosa.
Nicole diventerà una bestia. Deve pensare a un’alternativa con cui arginarla. Un viaggetto a Praga? Aveva ragione Ludo. Non te la prendere troppo giovane ché dopo ti stressi. Il dopo è arrivato.
Il problema è che non ho qualcuno a cui parlare. Gli amici sono tornati al paese con le mogli. La mia invece è morta due anni fa e ho preferito restare qui. Mia figlia lavora a Milano.
No, la porterà a Parigi. Ti porto a Parigi a fare shopping. Le dirà così.
Allora sono andato dalla dottoressa della mutua. E’ stata lei che…
Priscilla ha afferrato le trecce di Virginia e gliele sta staccando dalla testa! Le 8.07!
Riccardo tira fuori dalla tasca del giubbotto un portafoglio sottile e nero. Estrae un pezzo da dieci, lo infila nella camicia a quadri del tipo e dice: buttala via tu per favore! E corre verso la macchina.
E’ stata lei che mi ha consigliato di parlare agli sconosciuti con un pretesto.
Alle 8.44 Riccardo afferra il tagliando dell’autostrada e schizza via nella sua Cayenne nera. Ha già chiamato Nicole, ha già chiamato il piccolo ristorante sul mare per informarli che saranno in tre, il costruttore, il proprietario e lui, ha anche parlato con la ex per tranquillizzarla: le bambine tutto ok. Nei quindici minuti che impiegherà per arrivare a Santa Marinella ripasserà il progetto con la mente, ha voglia di fumare e di farsi un altro caffè, ma è tutto ok, la sua vita è ok, lui è ok.
E invece non riesce a concentrarsi, le parole di quel tipo col berretto blu gli battono in testa. Preme sull’acceleratore, le siepi di oleandro diventano un blocco unico di verde, viola e bianco.
Neanche tu hai qualcuno a cui parlare, sembra di leggere a Riccardo su un segnale lampeggiante nel punto dove si chiude l’autostrada.
Il tachimetro scende ai cento chilometri orari, il mondo non è più sfumato. Ancora pochi minuti e sarà arrivato.
Già si vede il mare.

Il titolo l’ho preso in prestito da qui

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La gita delle casalinghe (pensionate) dell’Amantina
Un giorno un tipo che era nato condottiero ma che aveva sempre fatto fotocopie si trovò inaspettatamente a comandare un gruppo.
Quando gli fu annunciata la notizia i capelli gli scodinzolarono di gioia, i baffetti gli luccicarono come se fossero stati bagnati dalla pioggia, ma non era pioggia era un’altra cosa, e gli occhi gli fiammeggiarono come lapilli nell’oscurità.
Doveva condurre delle persone a Frascati dove, dopo aver visitato Villa Aldobrandini, avrebbero consumato, in una trattoria, pane, formaggio e olive ascolane (veramente a Frascati nelle trattorie si consumano grasse olive, verdi e nere, ma il gestore aveva dieci chili di congelato da smaltire), infine sarebbe seguita la dimostrazione di un noto prodotto.
Il gruppo era costituito dalla casalinghe dell’Amantina.
La gita fu organizzata per la ragione che segue.
Il venditore di un noto prodotto aveva detto al prete della parrocchia dell’Amantina: ti finanzio una piccola parte della ristrutturazione dell’oratorio se fai l’annuncio di una gita a Frascati dopo la messa.
Il prete aveva accettato e parlato con un fedele, un tipo onesto, che come mestiere faceva fotocopie (le faceva anche per il parroco quando occorreva) e gli aveva domandato: ti va di guidare un gruppo?
Il tipo, che si chiamava Alessandro, aveva risposto: volentieri!

Così Alessandro iniziò immediatamente a studiare il progetto e si presentò alla messa con il programma già stampato (e fotocopiato).
Programma
Appuntamento alla chiesa dell’Amantina alle ore 8 a.m.
Colazione al bar di fronte alla chiesa alle 9 a.m.. (per scongiurare cali di zuccheri durante la gita).
Partenza con il pullman davanti al bar (in cui faremo colazione) alle 10 a.m. (per evitare smarrimenti).
Viaggio con arrivo (previsto) alle 10,30 a.m., con scaricamento davanti all’ingresso di Villa Aldobrandini (tempo stimato per lo scaricamento 30 minuti)
Dalle 11 a.m. alle 11.30 a.m. visita della Villa (saranno distribuite fotocopie sulla storia della Villa da leggere attentamente)
Dalle ore 12.01 alle ore 14.00 pranzo nella celebre osteria (non sono ammessi consumi di alcolici)
Dalle ore 14.15 alle ore 16.00 dimostrazione del noto prodotto
Dalle ore 16.01 alle ore 16.35 varie ed eventuali
Dalle ore 17.01 alle ore 17.30 caricamento delle casalinghe in pullman
Ore 18.00 rilascio delle casalinghe davanti alla chiesa
Abbigliamento consigliato: maglietta e pantaloni gialli per essere in ogni momento distinguibili.
Occhiali da sole con lenti nere e cappello bianco (il bianco protegge meglio dal sole).
Marito automunito alle 18.00 per eventuale acquisto del prodotto. Esclusa partecipazione maschile!
E’ sconsigliata la partecipazione: ai mussulmani, a quelle che non amano il giallo il nero il bianco, a quelle che non amano le olive ascolane. Portare 200 euro (in 4 pezzi da 50) per l’(eventuale) acquisto del noto prodotto.
Costo della gita comprensiva di tutte le spese di cui sopra: 10 euro! Un regalo!

La gita, effettivamente, era a un prezzo vantaggioso e le casalinghe, dopo la celebrazione della messa, s’iscrissero in massa, pagarono, ritirarono le fotocopie da memorizzare e lessero attentamente il Programma.
E’ tutto chiaro? Chiese Alessandro
E’ tutto chiaro, risposero le casalinghe dell’Amantina.
La gita è tra un mese, se ci fossero defezioni, troverete sul foglio il mio numero per avvisarmi, e ricordate: in nessun caso sarete rimborsate a meno che non portiate il certificato di un ricovero ospedaliero.
Va bene, risposero le casalinghe facendo le corna.
Durante quel mese Alessandro, appena terminava il suo lavoro di fotocopiatore, perfezionava le varie tappe del viaggio e sperimentava il tragitto. Parlò anche approfonditamente con l’autista del pullman (gli propose di collaudare insieme il percorso ma quello si rifiutò con un insulto), contattò il ristoratore, i guardiani di Villa Aldobrandini e, naturalmente, il venditore del noto prodotto che finanziava con una discreta somma la gita.
E qui scappò l’imprevisto di una giornata che già si prospettava perfetta.
Il venditore chiese il numero telefonico delle casalinghe dell’Amantina per anticipar loro i dettagli del nuovo prodotto, consegnare i depliant pubblicitari, richiesta che Alessandro rifiutò per la legge che tutelava la privacy.
La gita ha uno scopo, disse il venditore. Lo scopo è che le casalinghe acquistino il noto prodotto. Sono anni che faccio questo lavoro e so che devono essere informate prima perché qualcuna decida di acquistarlo.
Ma non ci fu nulla da fare. Malgrado il venditore telefonasse ad Alessandro più volte al giorno per un mese, non riuscì ad ottenere i numeri di telefono.
Alla fine decise di annullare l’operazione, ma Alessandro gli rispose che ormai era tardi: aveva già pagato l’autista, il ristoratore e acquistato i biglietti d’ingresso per Villa Aldobrandini.
Devi avere fiducia in me, gli disse Alessandro un pomeriggio buio e piovoso in cui s’incontrarono alla parrocchia. Sono nato per fare il Capo io, ce l’ho tutte sul palmo della mano!
Il venditore guardò Alessandro, era la prima volta che lo vedeva senza occhiali da sole, e notò che aveva un occhio azzurro e uno nero.
Assentì con la testa, ricacciando indietro le lacrime.
La gita
Alle otto della mattina davanti alla parrocchia dell’Amantina c’erano solo Alessandro e il venditore. Alle nove non era ancora arrivato nessuno.
Per fortuna che non ho pagato la consumazione al bar, disse Alessandro.
Gli hai telefonato per una conferma? Chiese il venditore.
Impossibile! Se avessi dovuto fare cinquanta telefonate non ci sarei rientrato con le spese, rispose lui.
Alle dieci arrivò l’autista che, vedendoli abbattuti, offrì loro un caffè.
Alle dieci e cinque il venditore tirò fuori il suo cellulare rattoppato con il nastro adesivo e disse ad Alessandro: chiamane una!
Alessandro lesse le informazioni sulla sua prima scheda: Ada Adini, 78 anni, femmina (anziana) nata a Cagliari (Sardegna) Segni particolari: sembra più giovane di 78 anni.
Pronto, disse Alessandro. Ada Adini? Ti sto aspettando per la gita!
Non posso venire, rispose lei con un sospiro. Le figlie e i nipoti me l’hanno proibito. Dicono che è una truffa perché non ho ricevuto il depliant del noto prodotto e nemmeno una telefonata dal venditore. Hanno detto che è meglio perdere dieci euro piuttosto che me ne rubino altri duecento. Io ce l’ho ripetuto che lei è un gran signore, che ci ha pure gli occhi di colore diverso, che è un grande organizzatore e che ha previsto tutto, ma loro si sono spaventati ancora di più. Poi volevo sapere…Che significa am?
Ma Alessandro, senza rispondere, spinse il tasto rosso.
Chiamo anche le altre quarantanove? Chiese
Il venditore gli tirò un pugno in faccia e lo buttò giù per terra.
Con i soldi delle vecchie aggiustati il naso, disse.

Epilogo
Con la somma avanzata Alessandro acquistò un cane che chiamò Bucefalo e a cui insegnò l’andatura del trotto e del galoppo. A tutt’oggi si aggirano nel quartiere dell’Amantina e sono riconoscibili perché entrambi hanno occhiali da sole.
Il venditore fa il sacrestano nei fine settimana nella Parrocchia dell’Amantina e ha un cellulare nuovo.
Il ristoratore fu arrestato perché le olive ascolane avvelenarono ventitre persone (ma si salvarono tutte).
E l’autista?
L’autista ha scritto questa storia.
Questa storia è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autrice e vengono usati in maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone reali e vive, fatti o luoghi è assolutamente casuale.



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Non c’era la luna ma nemmeno le stelle
C’era un ragazzo che non pareva felice e i motivi della sua infelicità potevano essere tanti o uno solo, però se qualcuno gli domandava: cosa c’è che non va? Lui rispondeva: nulla!
Un giorno questo ragazzo stette male più del solito e i suoi amici lo portarono in una casa, lo distesero su un letto, bagnarono un fazzoletto con l’acqua e glielo posarono sulla fronte per rinfrescarlo un po’.
Poi chiamarono suo padre.
Suo padre venne – era un uomo piccolo e serio – e spalancò gli occhi quando vide il figlio che non stava bene ma li richiuse subito.
Gli amici aiutarono il ragazzo ad alzarsi e a infilarsi le scarpe e il giubbotto, mentre il padre apriva lo sportello della macchina con cui era arrivato e continuava a tenerlo anche se non c’era il pericolo che si richiudesse perché era una notte senza vento e fitta di nuvole, talmente fitta che se a qualcuno ne fosse venuta la voglia avrebbe  potuto afferrarne una con la mano.
E’ tutto chiaro, disse il padre mentre gli amici procedevano lentamente trascinando suo figlio.
E’ tutto chiaro: è colpa della cattiva compagnia se sta male.
Ora che ci penso era una notte senza luna quando succedeva questo fatto.

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Voi perché scrivete?…     12-02-2007  

Patricia Highsmith in risposta alla domanda qui sopra fatta dalla rivista Libération: sono ansiosa per natura. Se ho comprato il biglietto del treno, mi immagino sempre di avere cinque minuti di ritardo, malgrado i miei sforzi per arrivare una mezz’ora prima. Nella vita non perdo mai il treno, ma l’idea di farlo m’inquieta. Allora invento intrighi in cui arriva il peggio, o in cui l’eroe ha paura che arrivi il peggio. Non so se questo mi dà sollievo o no. Intrighi come questi non possono che aggravare la mia angoscia innata.

Gianni ha un viso affilato, due occhi verdi che si modificano a seconda della luce, un corpo lungo e muscoloso, da centometrista che taglia il traguardo: scrivo per capire. Scrivo degli altri, ma in realtà è me quello che cerco attraverso le loro storie. Sono sempre stato uno tranquillo, uno che si piaceva, che fuggiva dalle storie complicate, dalle responsabilità. Mi andava bene così. Poi mi sono visto sul finestrino dell’auto, il vetro era appannato, c’era un’umidità che ti succhiava le ossa quel giorno, ho pulito il vetro con la mano, sono tornato a guardarmi, accidenti questo sono io ho pensato, credevo di essere un altro. Così mi sono messo a elaborare questa sensazione e m’è venuta bene, molto toccante. Tu hai la scrittura nel sangue, m’ha detto mia madre e non era la sola ad avere questo pensiero.

Tiziana ha due occhi neri sotto due sopracciglia ordinate e sottili, due polsi appesantiti da braccialetti che tintinnano quando parla: a me scrivere non è mai piaciuto. Facevo sempre fatica con i temi a scuola, poi al corso prematrimoniale, il prete, don Anselmo si chiamava poveraccio è morto l’anno scorso durante la benedizione, ci diede come esercizio da fare a casa quello di scrivere i nostri pensieri sul matrimonio, sui sacrifici e la fede. Così quando Roberto cominciò a passare ore sulla chat con quella, che io lo sapevo che mica era una cosa normale la chat anche se non gli dicevo nulla, ho aperto un quaderno a quadretti che usavo per annotare i conti del negozio, e ci ho scritto sopra un’immaginazione: Roberto mi faceva chiamare a C’è posta per te. E io ci andavo tutta apparecchiata, la faccia seria, le sopracciglia perfette e prima rispondevo che non lo rivolevo, poi Maria mi faceva ragionare, e dicevo che lo perdonavo. A quella trasmissione non ci sono mai andata, nemmeno ne conosceva l’esistenza lui: stava sempre attaccato a quel computer. Alla fine ci siamo lasciati e io ho continuato a scrivere i miei sogni sul quaderno con la speranza che s’avverassero e poi ho pensato che forse c’era un editore che me li pubblicava, e che ci diventavo anche ricca, che a volte, si sa, da un male spunta fuori un bene.

Beatrice ha dei capelli biondi e lunghi, che s’avvita di continuo intorno all’indice, un sedere abbondante compresso in un paio di jeans, un camicetta sbottonata su un piccolo seno: il mio sogno è sempre stato quello di diventare una scrittrice sin da quando ero alle medie. Poi ho scelto la facoltà di giurisprudenza perché avevo uno zio che m’aveva promesso un aiuto per entrare in banca, ma ho sempre continuato a covare quel sogno, anche quando facevo i conti. Non quando ero allo sportello però. Poi un giorno il mio ragazzo mi ha detto che gli sarebbe piaciuto leggere qualcosa e mi sono accorta che non avevo mai scritto nulla! Allora ho cominciato a buttar già la storia della mia vita, cambiandola un po’. E tutti mi hanno detto che era molto bella e allora ho continuato, del resto ci stanno tante schifezze in giro: se hanno pubblicato quelle perché non dovrebbero pubblicare le mie?

Stefano ha un corpo sottile come un cerino da caminetto, due mani che stanno tranquille su una ventiquattrore e che rimangono in quella posizione anche quando parla: sono sempre stato uno pigro, che detestava lo sport, il pallone poi solo a vederlo rimbalzare mi faceva salire le bolle. Così ho passato l’infanzia a leggere fumetti e libri per ragazzi, poi mi sono fatto i classici, mi sono innamorato degli scrittori americani, e del noir molto prima che venisse scoperto. E delletrame, i personaggi, i meccanismi che portano a una soluzione finale, l’unica possibile. Poi c’è un sacco di spazzatura in giro, la gente scrive ma non legge, così mi sono chiesto: io sarei in grado di scrivere un romanzo? Già scrivevo dei racconti, ma un romanzo è un’altra cosa. Sentivo questa urgenza, non ne potevo fare a meno.*

*Le risposte di Gianni, Tiziana, Beatrice e Stefano sono immaginarie, li ho descritti in modo un po’ ridicolo, avrei potuto renderli  più commoventi di sicuro, ma mi serve per  non prendermi  troppo sul serio.  Io avrei risposto,  più o meno,  come Patricia, ma se ci penso bene anche nelle risposte degli altri c’è qualcosa che mi riguarda anche se non saprei dire quale. Forse quella che non hanno detto.

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Fumiamoci la fine dell’Olanda…     21-08-2006  
Fumiamoci la fine dell’Olanda
Fiona Site rientrò a casa verso le 18.00 dopo aver accompagnato i figli e il marito all’aeroporto. Mentre cercava la chiave della porta, arrivò il messaggio di Sanjay che erano appena atterrati a Edimburgo.
Fiona sospirò. Aveva voglia di una pizza, ma c’erano avanzi di tonno, di frittata e di formaggi e non sarebbe riuscita a gettarli via. Mise tutto in un piatto e si sistemò sul divano.
La televisione l’aveva venduta il giorno prima e anche l’acquario con i mille guppi. Ai bambini Fiona aveva detto che ne avrebbero preso un altro più grande con dei pesci azzurri che risplendevano al buio, ma pensava di prendere un gatto invece. Un piccolo gatto grigio o nero che l’avrebbe aiutata nella fase d’ambientamento in Scozia.
La Scozia era la loro sesta destinazione.
Prima c’era stata la Libia, un pappagallo rosso ed era nato Tom, poi il Congo e una scimmia nana, poi la Turchia, il cane Dingo ed era arrivato Rob, poi l’Italia, ancora Dingo ed era comparso Bruce, infine l’Olanda dove Dingo era morto dopo aver mangiato veleno per topi nel giardino del vicino, l’acquario e la pillola anticoncezionale.
Aveva conosciuto suo marito quindici anni prima a Houston dove lei guidava l’autobus che portava gli impiegati della R&R nei rispettivi uffici. Lui, benché vivesse in Texas da quando aveva sei anni, aveva ancora quel lamentoso accento indiano che durante le riunioni faceva accendere un sorriso negli occhi di quelli che ascoltavano. Così i primi due anni della loro storia l’avevano trascorsa a scandire parole e a cucinare piatti speziati. Quando, dopo il matrimonio, arrivarono in Libia lui aveva perduto il suo terrificante accento e lei sapeva cucinare un ottimo Tandoori.
Fiona scoprì il telecomando della tivù tra i due cuscini del divano e pensò che avrebbe dovuto chiamare il tipo a cui aveva venduto l’apparecchio. Doveva anche imballare qualcosa che non voleva fosse toccato dai traslocatori: i suoi dischi di jazz, le foto, la sua biancheria intima e altre cianfrusaglie . Ma non ne aveva voglia, l’avrebbe fatto più tardi oppure si sarebbe svegliata l’indomani all’alba.
E allora se non ne hai voglia cara, e ti comprendo e ti approvo, è opportuno che vai a dormire adesso perchè ci vogliono almeno sette ore di sonno per un organismo adulto per recuperare le energie consumate durante la giornata.
Zitto tu!
Fiona afferrò il telecomando, lo puntò sul vuoto, e spense la voce inesistente del marito. Poi s’alzò, aprì la borsetta e prese un pacchettino argentato.
Non me la puoi preparare tu, per favore? La pago di più.
Il ragazzo del coffee shop aveva scosso la testa, aveva preso una sigaretta dal taschino della camicia, e aveva detto: voi americani siete i più curiosi di tutti.
Fiona spense il cellulare e accese la canna.
Amava ancora Sanjay con la stessa intensità dii quei giorni in cui guidava il bus e lo guardava dallo specchietto retrovisore, ed era contenta di vivere con lui, stanca, invece, di continuare a girare il mondo, come lui, del resto.
Al terzo tiro pensò ai difetti di suo marito. Escludendo l’aspetto fisico, Sanjay era piccolo, di carnagione scura e quasi calvo, era perfetto. Era quieto e paziente e la faceva ridere o sorridere.
Al quarto tiro una risata si diffuse nel soggiorno silenzioso. Se ci fosse stato lui, lei non avrebbe mai osato fumarsi una canna. Lui era salutista, troppo.
Si distese meglio sul divano e guardò fuori oltre il minuscolo giardino. Pioveva sottile e ogni tanto un colpo di vento staccava qualche foglia dai rami degli alberi.
Quei due anni d’Olanda le erano passati sopra come un soffio e se qualcuno le avesse chiesto: l’Olanda com’è? Non avrebbe saputo rispondere nulla, se non: una terra piatta con i tulipani e i coffee shop. Ma in realtà quando era passata davanti ai campi dei fiori non li aveva guardati mai. E con la Scozia sarebbe stato lo stesso. Avrebbe vissuto nella comunità americana senza scambiare neanche una parola con gli scozzesi. Però questa volta avrebbe potuto seguire le trasmissioni televisive senza problemi. Le avrebbe seguite da un enorme televisore piatto che Sanjay aveva già ordinato. L’acquario con i pesci fosforescenti e uno schermo che ricopriva la parete. Sarebbe stato un soggiorno elegante!
E che ci guardo sul televisore? Ci guardo i castelli scozzesi, chissà quanti documentari che trasmetteranno!
Fiona ruppe in una risata che non finiva più. Poi s’addormentò sul divano dimenticandosi di mettere la sveglia.

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Ma poi quelli che vi partecipano la sanno usare l’acca? E gli accenti? E conoscono la regola della m? E le virgole? Ah le virgole…
Mi ha scritto una lettera, mi disse all’orecchio.
Eravamo sull’autobus schiacciate tra corpi avvolti in cappotti e sciarpe e una penna di fagiano che spuntava da un cappello di un’aggressiva anziana senza posto.
Parlavamo piano.
Ha scritto qui con l’accento e anno con l’acca.
Non dissi nulla: ero concentrata sulla penna.
Se l’afferravo sarebbe venuta via subito o avrebbe fatto resistenza?
Era cucita o infilata nel cappello?
Non potrò mai innamorarmi di lui!
Le pietre blu appese al filo d’ottone s’agitarono una due tre volte, erano le uniche ad avere spazio su quell’ottantasette, oltre alla penna di fagiano.
Ma è assurdo! risposi scandalizzata, mi scandalizzavo spesso a quei tempi.
E’ assurdo, ma è così.
Poi vent’anni dopo, nella sua auto in un parcheggio del centro, ma anche in precedenza e so che accadrà ancora: mi ha scritto una mail lunghissima con delle parole che mai nessuno mi aveva detto, vorrei che lo conoscessi è così entusiasta, è…
E cosa c’è che non va?
Ha scritto bambino con la n.
Ma sarà un errore di distrazione!
Lo ha scritto per tre volte b a n b i n o.
Io non mi scandalizzavo più, dissi: esiste il correttore automatico.  
Lui non lo usa.
Gli zaffiri appesi al filo d’oro ondeggiarono più volte, avevano ancora lo spazio, ma adesso anche le mie braccia e le mie mani erano libere, avrei potuto sfilare o tirare qualunque cosa mi fosse capitata a tiro, ma non c’era nulla, così mi misi a giocherellare con la chiusura dello sportellino davanti a me.
Prima di cominciare una storia dettagli un testo, dissi ridendo. Oppure parlane con qualcuno.
E che gli racconto a qualcuno: devo capire perché mi piacciono solo gli uomini che usano l’acca al posto sbagliato? Mi sono iscritta a un corso di yoga, invece.
C’erano stati i viaggi nei paesi senza turisti, la cucina esotica, le discese dei fiumi in canoa, l’osservazione delle stelle, le tazze di ceramica nei conventi sulla collina, i pesci tropicali osservati da una maschera,  l’Olanda in bicicletta.

Forse un corso di scrittura creativa?

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E il coniglio s’innamorò del…     24-01-2006  
E il coniglio s’innamorò del campanile  
Ian B,. maestro di una scuola di Oegstegeest, si accorse subito che l’autista dell’autobus era cambiato. Se ne accorse perché lui arrivava a scuola alle 7.30 per accudire i conigli, mentre l’autobus privato si fermava alle 7.55, caricava quattro studenti e ripartiva subito. Lui alle 7.55 portava fuori le buste con la spazzatura del giorno prima. Quel 7 gennaio invece l’autobus c’era già al suo arrivo.
Ian B. era un uomo solo.
Aveva una montagna di impegni pomeridiani e un enorme circuito di conoscenze, però era senza una donna da un tempo immemorabile.
Da due mesi non vedeva gli amici del pub con cui condivideva i fine settimana e anche il locale di jazz non lo frequentava più. Aveva mantenuto solo l’impegno del giovedì quando andava con Ana, la sua vicina, al club degli obesi a tirare freccette e a bere sidro. Lì, periodicamente, Ian sbaciucchiava qualcuna, ma non le chiedeva mai di uscire.
Mi hanno domandato se sei gay, gli disse una sera Ana. Ian B. aveva sorriso senza informarsi su quale fosse stata la sua risposta.
Di sfogliare quelle donne oltremisura non aveva voglia. Di baciare quei visi riscaldati dalle mele fermentate invece sì.
L’ultima rapporto con una donna risaliva alle vacanze estive di due anni prima, quando aveva passato dieci giorni sul lago del Garda e aveva incontrato Matilde, una cameriera della pensione dove alloggiava. Di lei conservava qualche foto, una maglietta che profumava  di vaniglia, e un foglio di carta a quadretti dove erano scritte in stampatello alcune frasi in italiano.
Quel mattino del 7 gennaio, mentre pedalava sulla ciclabile, Ian B. pensò che avrebbe potuto ammazzarsi anche quella sera.
Era un lunedì, era inverno, mancava la luna e non c’era motivo di vivere ancora. Il camion della spazzatura avrebbe ritirato il suo passato, e lui se ne sarebbe andato via tranquillo, senza traccia.
Mentre legava la bicicletta alla rastrelliera vide l’autobus fermo. Così invece di scavalcare la staccionata della scuola, decise d’entrare dal cancello d’ingresso in modo da poter dare un’occhiata all’interno. C’era una donna che giocherellava
con la radio e quando lui rallentò, lei alzò lo sguardo e gli fece un cenno di saluto. Lui ne fu sorpreso e si dimenticò di rispondere. Si pentì subito per la sua scortesia e pensò che forse poteva tornare indietro e scusarsi, ma poi alzò le spalle e si diresse verso la gabbia dei conigli. Aveva stabilito di dargli una razione doppia perché il giorno dopo non ci sarebbe stato e nessuno si sarebbe preoccupato che fossero senza cibo. Quando era malato, infatti, doveva chiamare la scuola più volte per ricordare alle maestre di dar loro l’erba. Tirò fuori il coniglio nero e cominciò a sussurrargli sul muso i dettagli del suo progetto, ma le ultime parole furono coperte da un frastuono pazzesco e per un attimo Ian B. pensò che qualcosa stesse per precipitare dal cielo. Anche il coniglio nero lo pensò e con un salto sgusciò dalle sue mani e con un altro imbucò la porta. L’aereo militare risalì di quota e il coniglio saltellava nello spiazzo di fronte alla chiesa. Ian B. afferrò un mazzo d’erba medica e un asciugamano e si avvicinò lentamente. Depose l’erba sul selciato e guardò l’orologio del campanile. Le 7.40. Anche il coniglio guardò l’ora, per lo meno diresse il muso verso l’alto. Ian B. fece due passi senza respirare. Il coniglio arricciò il naso e con un balzo mantenne immutata la distanza. Ian B. aprì l’asciugamano e corse. Il coniglio saltò cinque volte e di nuovo si fermò a guardarlo.
Stupido, disse Ian B.
Posso offrire una delle mie carote? disse una voce alle sue spalle. Ne ho cinque per il pranzo, sono a dieta.
Era l’autista che l’aveva salutato prima.
Mentre aspettavano che il coniglio s’avvicinasse alla carota, lei gli spiegò che aveva preso servizio quella mattina e che aveva cominciato una dieta il primo gennaio. Lui le raccontò che era maestro in quella scuola da quindici anni e che da cinque avevano i conigli.
Lei aveva degli occhi orientali ed era un po’ robusta sui fianchi, ma non troppo.
Alle 7.50 il coniglio s’avvicinò alla carota e quando ne ebbe mangiata metà, Ian B. lo catturò con l’asciugamano.
Poi le offrì un caffè, ne aveva un thermos pieno, ma lei indicò l’orologio del campanile e disse che era tardi.
Lui rispose: bene e si girò con l’asciugamano e il coniglio stretto al petto, ma lei disse: mi chiamo Christine. Lo berrò domani il caffè perchè sarò in anticipo, come stamattina.
Mentre aggiungeva l’acqua nelle ciotole, Ian B. decise che avrebbe rinviato il suo progetto, in fondo anche il martedì era un giorno qualunque.

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