Hai preso il caffè, domanda Chiara Bellini, 35 anni, impiegata in un certo ufficio alla collega che siede alla scrivania di fronte.
No, risponde Iride Baroni che ha 39 anni e ha ottenuto la sentenza di separazione la settimana scorsa da un bastardo che approfittando del suo ricovero in ospedale per un piccolo intervento le ha depredato l’appartamento lasciandole solo il letto e la cucina in muratura.
Non ancora, ma lo sto per prendere.
Eh? Dice Chiara perplessa alla collega che digita frenetica sulla tastiera del pc.
Lo sto per prendere con Pippo! Pippo Tamburi il mio fidanzato storico del liceo. Ci siamo scambiati le tazzine su Facebook. Si è separato anche lui da una stronza qualche mese fa!
Ah! Che noia ‘sto FB. Ti succhia il tempo e il cervello. Io preferisco il blog. Lì posso chiedermi dove vado, da dove vengo, riflettere, metterci le mie storie, le mie considerazioni di vita.
Il blog è morto! Dice Iride senza sollevare lo sguardo.
Scherzi? Il blog non morirà mai! Fino a che esisteranno persone con la passione per le parole che grondano sentimenti come me.
E allora perché hai aperto un account anche tu? ribatte Iride sorridendo allo schermo.
Perché tutti gli scrittori lo hanno e inoltre mi è utile come serbatoio di contatti. Sono diventata amica di critici, giornalisti e romanzieri famosi e quando uscirà il mio libro con TeloPubblicaTuTù, chiederò loro una segnalazione, una recensione, una critica, anche negativa! perché l’importante è che se ne parli!
I libri di TeLoPubblicaTuTù non li compra nessuno. Hai letto quell’ articolo sull’editoria?
Mah. Gli ho dato un’occhiata veloce. Sono solo numeri, quella dà i numeri, te lo dico io. A me invece interessano le parole, le parole che raccontano di amore, cuore e sole. Per questo motivo FB non m’interessa. E’ un ghetto, che mortifica l’espressione, la banalizza. E poi come faccio io a sintetizzarmi in una frase?
Pippo Tamburi mi fa i complimenti per la mia forma smagliante.
Io ho bisogno di spazio per raccontare le mie storie. La vita uccide! Ecco una verità, ma non la posso condensare in una frase, capisci?
Pippo Tamburi mi ha chiesto un appuntamento, lo vedrei anche stasera, ma non posso.
E ho bisogno di lettori, io. Di tanti lettori. A cui spremere il cuore. Ho bisogno di commuovere il mondo, io.
Non posso incontrarlo, non ora: quella foto che ho caricato sul profilo è di dodici anni fa, dodici chili fa!
Io vado a prendermi questo caffè, Iride. Tu rimani pure a rovinarti il cervello, a collezionare immagini di cui non gusti il sapore. Vado a rubare sguardi, parole, emozioni, io! E poi mi sa che faccio un post proprio sul caffè.
Io ci contavo parecchio su Pippo. Quando ho visto la casa vuota la settimana scorsa, c’era la mia scatola dei ricordi rovesciata sul pavimento, proprio al centro del soggiorno, e io…io mi sono inginocchiata, ho cominciato a riordinare le cartoline, le foto, le lettere…e mi sono caduti gli occhi sulle lettere di Pippo. Cinque me ne aveva scritte. Le ho lette e rilette. Questo è un segno mi sono detta, e l’ho cercato immediatamente su face e la mattina lui, Pippo, aveva accettato la mia amicizia e…Chiara dove sei?
Questa storia è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autrice e vengono usati in maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone reali e vive, fatti o luoghi è assolutamente casuale.
Categorie: Storie per blog
[ 5 commento(i) ]
Scrivere racconti è un sollievo, diceva seduto a un tavolino di un bar un uomo con una barbetta da Mefisto, mentre continuava a cambiar posizione tenendosi la pancia con la stessa cautela di una donna incinta.
L’uomo si chiamava Adamo Risvolti ed esercitava la professione di psicologo alla ASL e riceveva anche clienti privati in una stanza appositamente attrezzata del suo appartamento.
Era in compagnia di un ragazzo, un tal Marco Signa , dallo sguardo un po’ esaltato, che si lisciava con il pollice e l’indice un naso lungo che non c’entrava nulla con la faccia a cui stava attaccato e che, con quel suo continuo lisciarsi e stringersi lievemente le narici, ricordava quei prestigiatori che fanno cadere le monete dal naso dei bambini. Il ragazzo portava una camicia nera, molto stropicciata, e pareva proprio che l’indossasse da parecchi giorni e che non l’avesse tolta nemmeno per dormire.
Il materiale non mi manca. Donne che stanno per passare la soglia che conduce alla vecchiaia, adolescenti e giovani come te, e uomini, uomini fatti, con una posizione, un conto in banca, uomini dagli sguardi alti e alteri, uomini che a incrociarli per la via non lo immagineresti mai quello che nascondono nel cuore, se io non te lo raccontassi. Questi uomini, dopo due o tre sedute, si adagiano sulla poltrona e piangono un diluvio irrefrenabile. Miserie, incertezze, dolori, soprusi! E sono tutti mattoncini, questi, che si vanno a depositare qui. E l’uomo, Adamo Risvolti, si puntò l’indice al petto come se quell’indice fosse la canna di una rivoltella.
E prima che diventino insopportabili io li devo tirar fuori, questi pesi. E li filtro, con questo. E l’uomo, Adamo Risvolti, si puntò l’indice alla tempia, anche se era il cervello che intendeva.
E infine li riverso sulla carta. E ciò mi costa dolore, fatica, lacrime. Lacrime che non piango perché io non sono in grado di piangere, non perché sia forte, eh, non piango per mia incapacità, perché mio padre non piangeva, perché piangere non è da maschi, e allora sono i miei personaggi a piangere per me.
Perché tutto è autobiografia, soffiò il ragazzo, Marco Signa, quasi in estasi.
Beckett. Esatto, ho messo questa citazione sul mio blog due giorni fa. Vedo che mi segui con attenzione.
Però Beckett in questo caso non c’entra, continuò il ragazzo, Marco Signa. Perché lei scrive dei fatti degli altri, giusto?
L’uomo, Adamo Risvolti, fece un gesto come per schermirsi, e avvicinò la tazzina bianca alle labbra. Dammi del tu, disse.
L’uomo, Adamo Risvolti, bevve un sorso di caffè, con evidente piacere, poi proseguì: comunque ti sbagli perché anche nelle storie che mi raccontano gli altri, io ci metto del mio. Sono mie le dita sulla tastiera, appartiene a me l’idea di come narrare i fatti: prima uno, poi il secondo e per ultimo il terzo.
E ci infilerai anche qualche tua esperienza, qualche aneddoto.
Esatto, rispose l’uomo, Adamo Risvolti. Hai capito perfettamente, sei un ragazzo sveglio.
Scostò la giacca che non si era tolto, benché nel locale facesse caldo, e consultò l’orologio che portava al polso.
Devi andare? Scusami se ti ho trattenuto troppo, ma non capita spesso di chiacchierare con un blogger famoso come te, disse il ragazzo, Marco Signa.
Le labbra dell’uomo, Adamo Risvolti, si contrassero brevemente, e il ragazzo – che era effettivamente un ragazzo sveglio e assorbiva parole, gesti e sospiri del suo interlocutore con la stessa prontezza di una spugna marina – aggiunse: quando sono emozionato non riesco a tradurre i pensieri con le parole appropriate.
L’uomo, Adamo Risvolti, fece un altro cenno con la mano, come per dire che non importava.
Pensavo a questo orologio, era l’orologio di mio padre, me l’ha dato prima di morire. Io che odiavo gli orologi, che arrivavo sempre in ritardo, avevo diciannove anni quando lo ricevetti, ancora non mi ero iscritto all’università, ero uno indeciso, io. Volevo andare in India, in Africa, non ricordo i cento luoghi che progettavo di visitare. Mio padre, con quel filo di voce che gli rimaneva, mi disse: “Adamo, questo prendilo tu, ti aiuterà”. E il giorno dopo, mio padre era morto durante la notte, ho allacciato l’orologio al polso e…
E non l’hai più tolto!
Esatto, cioè lo toglievo per fare la doccia, o d’estate per il bagno al mare, e sono diventato puntuale. La puntualità è un valore importante come l’onestà. E ad agosto mi iscrissi alla facoltà di psicologia, e lasciai perdere l’India, l’Africa. Di colpo ne avevo perduto l’interesse.
E senti: posso farti un’ultima domanda? Chiese il ragazzo, Marco Signa, trattenendosi il naso più a lungo.
Prego, disse l’uomo, Adamo Risvolti, accompagnando l’invito con un gesto molto ampio del braccio come se di fronte a lui ci fosse una platea di una prima molto attesa.
Come si diventa un blogger famoso?
L’uomo, Adamo Risvolti, sbiancò nel viso, ma il locale era in penombra e il ragazzo, Marco Signa, non notò il cambiamento di colore.
Bisogna saper scrivere, credo, ed essere simpatici, e disponibili anche. Se mi avessi chiesto come si diventa scrittore, ti avrei risposto che non esiste una ricetta precisa, ma sarei stato a parlarti per ore.
E non hai tempo…
Già. C’è l’orologio di mio padre che mi ordina di andare, nel suo modo discreto.
Che si compone di ticchettii…
Comunque, ho un piccolo regalo per te. Un mio libro, ti ho fatto pure la dedica, ma leggila dopo che me ne sono andato.
Ah, grazie. Lo leggerò volentieri, e poi farò una recensione, anche se non sono bravo con le recensioni, io.
Poi il ragazzo, Marco Signa, prese in mano il libro e sussurrò più a se stesso che all’uomo Adamo Risvolti: Editore Tutù.com…Però io non capisco una cosa, disse alzando la voce. Non capisco che differenza ci sia tra pubblicare con Tutù dove non c’è un editore che ti seleziona e un editor che ti corregge e lasciare, invece, i racconti e i romanzi sulla rete?
Come che differenza c’è?! Sbuffò l’uomo, Adamo Risvolti. C’è la carta! La carta che puoi annusare, sgualcire, accarezzare, la carta che racchiude le tue storie!
Si è scrittori se esiste il libro. Giusto! E tu hai pubblicato tanti libri e…
Di nuovo l’uomo, Adamo Risvolti, si protese con un gesto della mano per interrompere le parole che sarebbero seguite, ma si bloccò a metà e fece cenno al cameriere di avvicinarsi.
Lo voglio offrire io questo caffè! Proruppe il ragazzo, Marco Signa. E’ il minimo che posso fare per sdebitarmi dell’ora che mi hai dedicato.
E dopo una pausa, che parve imbarazzare entrambi, il ragazzo, Marco Signa, chiese: me lo metterai un link al blog?
Un link? Disse l’uomo, Adamo Risvolti, guardandolo di sbieco.
E siccome il ragazzo, Marco Signa, non rispondeva e forse era arrossito, l’uomo, Adamo Risvolti, che di professione faceva lo psicologo, rispose con un sorriso: si può fare ma a una condizione…
Che condizione?
Che mi lasci almeno due commenti al giorno! Scherzo, scherzo, eh!. Ciao Sergio, è stato un piacere.
Questa storia è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autrice e vengono usati in maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone reali e vive, fatti o luoghi è assolutamente casuale.
Categorie: Storie per blog
[ 7 commento(i) ]
Glieli hai scatenati tutti contro dice lui che è una voce davanti al computer nello studio numero uno.
Embè? Dice lei che è una voce sul divano davanti a una tivù accesa senza audio. Sorseggia un latte e menta e i cubetti di ghiaccio tintinnano in pieno accordo con il filo di campanelle marocchino appeso in un punto del terrazzo.
Non è giusto. Tu sei una persona famosa.
Io sono una persona prima di tutto, e ho diritto di esprimere un’opinione! E combatto per una causa giusta. E poi famosa? Con una trasmissione in una tivù locale? Ma per favore! Al limite famosetta.
Sì, però… dice lui che è sempre una voce ma dallo studio numero due. Però quella trasmissione la guarda tutta la città, la guardano anche dalla rete e in più di mille leggono il tuo blog. Potevi lasciarle un’ opinione senza informare i tuoi seguaci. Dove hai ficcato la ricetta della pasta al limone?
Woman ha preparato il pollo alla filippina, amore. Cucini domani che è giovedì. E il blog è mio e ci faccio quello che mi pare!
E se quella stanotte si ammazza dice lui che è una voce sull’amaca nell’angolo thai.
Se si ammazza avrà i suoi motivi dice lei scorrendo il suo BlackBerry che si porta pure al cesso.
Ma se le tue parole sono quelle che la spingono alla scelta?
E’ assurdo quello che dici. Allora non bisognerebbe parlare più. Non bisognerebbe criticare più. Sei stanco, amore.
Sì, sono stanco dice lui che è una voce su un’amaca che dondola. E mi faccio le domande. Chissà come sono nella vita.
Come sono chi?
Quelli che fanno parte dell’esercito, che seguono qualcuno, che fanno sempre quello che suggerisce qualcun altro, chissà se litigano con i vicini, con i partner, chissà se suonano una tromba anche loro, o se dicono sempre sì, se gli basta essere d’accordo una volta per non farsi più domande, chissà se lo seguono perché vorrebbero essere lui, perché s’illudono di poter staccare un giorno un pezzo della sua fama, in fondo sono loro quelli interessanti perché la vittima ha un ruolo, il condottiero-carnefice anche, e poi il condottiero può diventare la vittima e viceversa, ma quelli che seguono, quelli come sono?, come funziona il loro cervello, chissà…
Il bicchiere è vuoto, la tivù a volume ventiquattro, l’amaca immobile, i cubetti di ghiaccio si stanno sciogliendo, il filo marocchino tace.
Io mi sento sola, lo sai Berry? dice lei alla vocina che ripete: c’è un messaggio per te.
Meriti di morire, ha scritto un anonimo.
E invece qualcuno mi pensa dice lei con un sorriso stanco.
Ma io voglio pensare al pollo adesso. E te, Black, resti qui. Fa il bravo, eh?
Questa storia è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autrice e vengono usati in maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone reali e vive, fatti o luoghi è assolutamente casuale.
Categorie: Storie per blog
[ 3 commento(i) ]
Mirco Pellicino aggiornava il blog la mattina quando tornava dal lavoro.
Mentre sua nonna gli scaldava il latte con il cacao, lui allacciava il portatile al filo della rete e postava quello che aveva scritto la notte piegato sulla brandina.
Scambiava due parole con la vecchia, sua madre a quell’ora era già uscita da un pezzo, poi lei andava a messa, lui a dormire.
Veniva alla luce verso mezzogiorno, con il borbottio della moka.
Ancora in pigiama faceva fuori i rigatoni al sugo, sorseggiava il caffè e guardava insieme alla nonna una telenovela, scambiando qualche parere sulla puntata, infine la nonna domandava: esci? Lui rispondeva: studio! Lei allora alzava le mani verso il ritratto di Padre Pio e diceva: se ti sentisse tuo padre!
Lui tornava nella sua stanzetta e passava in rassegna le coppe di judo. Quella che guardava per ultima era sempre la coppa del 2003 che aveva una forma orrenda, ma che gli ricordava una grande vittoria.
Sospirava e apriva il libro di Diritto Civile e studiava fino alle cinque quando sua madre tornava dalla sartoria. Chiacchierava un po’ anche con lei, mentre correvano i titoli di un’altra telenovela, e quando la madre attaccava a litigare con la nonna, fuggiva nella cameretta e si faceva un giro in rete. Controllava gli accessi e i commenti al suo blog che erano bassi i primi e quasi inesistenti i secondi. Forse perché l’aveva aperto da poco o perché non commentava mai quelli degli altri, chissà. Infine dava un’occhiata al suo romanzo e diceva: il mese prossimo lo spedisco alle case editrici.
La sua vita filava via così, da bravo ragazzo o da sfigato, a seconda che a definirlo fosse Don Dino, il prete della parrocchia, o Erri Putacchia, il capo di quelli del bar.
Alle sei ficcava nello zaino la sua cena e andava a prendere Desirè, la sua ragazza, che lavorava come shampista da una parrucchiera. La sbaciucchiava e la palpava il giusto tra le siepi spelacchiate di un giardino nelle vicinanze e dopo l’accompagnava in palestra o a casa e lui attaccava il turno come guardiano di notte al garage Felloni.
Leggeva nella gabbia di vetro annerita dai gas di scarico e verso le undici, quando i clienti erano quasi tutti rientrati, apriva il portatile e lavorava ancora sul romanzo o buttava giù un post.
Era il terzo romanzo che aveva scritto.
Gli altri due giacevano spiegazzati sul soppalco del bagno.
A sua madre, a sua nonna e a Desirè erano piaciuti da impazzire, ma nessuna delle case editrici, a cui li aveva spediti, aveva risposto. Quell’estate li aveva riletti, dopo mesi che non li sfogliava, e li aveva trovati disgustosi, un pietoso intreccio di banalità. Questo, invece, l’aveva ripreso dopo averlo messo in quarantena e continuava a essere soddisfatto. Inoltre, Desirè aveva sbadigliato quando gliene aveva letto qualche pagina, la nonna era caduta in catalessi come faceva davanti alla trasmissione di Porta a Porta e a sua madre era salita una tosse nervosa. Erano segnali positivi questi.
Era un uomo felice, dunque. Sfigato, bravo ragazzo, ma felice.
Fino al concorso bandito da Scritto Mesto.
Il concorso diceva: invia una raccolta di post del tuo blog, di racconti, un romanzo, quello che vuoi. Il vincitore realizzerà il suo sogno: pubblicherà un libro. E Mirco Pellicino si era iscritto. Forse è arrivata la mia occasione, pensò. Oppure prenderò un’altra batosta, e la gente riderà di me e della mia storia. Insomma Mirco era preparato al peggio, ma sperava nella vittoria.
Non aveva fatto i conti con le modalità di voto che, dopo qualche giorno, si succhiarono la sua speranza. Bisognava procurarseli i voti e l’impresa gli sembrò più ardua delle difficoltà in cui s’era imbattuto nello scrivere il romanzo.
Mise un annuncio sul suo blog. I suoi due lettori: Il Gambero di Catania e Il Faro Nero di Bari gli diedero un bel dieci, lui per non barare si assegnò un otto. A quel punto gli altri partecipanti si accorsero di lui e fioccarono un numero imprecisato di uno fino ad abbassargli la media a tre. Capì che se voleva la sufficienza, doveva avere un numero elevato di voti e che quindi era fregato. Perché lui non conosceva nessuno. Se avesse lavorato in una banca o in un ministero allora sì che avrebbe avuto qualche possibilità. Bastava mandare una bella lettera ai colleghi e il gioco era fatto.
Provò a domandare a qualche cliente del garage che gli pareva più evoluto se usasse internet, ma ricevette solo risposte negative.
Desirè sparse la voce tra le signore a cui lavava i capelli e in palestra, ma non ci furono altri voti.
Sua madre riuscì a sfilare un bel dieci al figlio della Contessa Marchesini, ma venne subito annullato da una cascata di uno.
Un pomeriggio invece di aprire il libro di Diritto Civile, scese a parlare con quelli del bar, anzi con il loro capo.
Attese pazientemente che Erri Putacchia finisse il pokerino, gli offrì una birretta e aspirò, impassibile, il fumo delle sue tre sigarette mentre lo ascoltava ripetere per l’ennesima volta perché aveva abbandonato il calcio per la lotta libera.
Alla fine Erri disse: se è per darti una mano a uscire dalla tua vita sfigata…posso portarti i voti di tutti gli abitanti del Pigneto.
Davvero? Chiese Mirco.
Davvero. Per uno del Pigneto questo e altro! Rispose Erri Putacchia battendo il pugno sul tavolo e rovesciando il posacenere.
Qual è il numero a cui dobbiamo inviare il voto?
Il numero? Non è attraverso i cellulari che si vota, Erri, ma attraverso la rete!
La rete? E che sarebbe?
Internet!
Ah quella dove si scaricano le cose porno. Se è così non ti posso aiutare. Non conosco nessuno che la usa. Qualcuno che va agli internet Point, certo, però sono pochi. Se era con i cellulari…
Grazie lo stesso, disse Mirco Pellicino.
Quella notte, mentre lavava le macchine, pensò di aprire un numero infinito di caselle di posta elettronica e di farsi un giro per tutti gli Internet Point di Roma, ma poi cambiò idea.
Si era da poco addormentato quando fu svegliato dalle urla della nonna.
Vinci il concorso! Vinci il concorso! Urlava con il fiatone e il viso paonazzo.
Oddio mi sento male! Aggiunse ansimando come una locomotiva.
Mirco l’aiutò a togliersi il cappotto, le scarpe, la fece accomodare sulla sedia, le portò un bicchiere d’acqua. Attese.
Ho parlato con Don Dino, disse la nonna, quando il colorito scese al rosa. Lui ha quella roba che hai tu.
Un blog?
Sì, quello, e conosce anche il concorso di Scritto Pesto. E ha un blog famoso come una stella.
Scritto Mesto. E’ una blog star?
Sì. Ha contatti con i ragazzi degli oratori di tutta Italia attraverso il blog. Ha detto che chiederà di votarti. E domenica durante la predica ne parlerà anche i fedeli.
Mirco strizzò la nonna in un abbraccio quasi mortale.
Però vuole qualcosa in cambio.
Cosa?
Devi venire a fare le letture in chiesa la domenica, dice che come te non legge nessuno. E poi, se occorre, anche il chierichetto. Per un anno, ha detto.
Don Dino lo sa che non ho più la fede.
Dice che se stai lì poi ti torna.
E se non vinco? Non è detto che la giuria scelga proprio il mio romanzo.
Glielo ho fatta anch’io questa osservazione al Don. Lui m’ha risposto che ti devi assumere il rischio. Comunque, la nonna strizzò gli occhi (non era capace di fare l’occhietto), comunque è un prete influente.
La giuria è tutta di Sinistra, rispose Mirco scuotendo la testa.
I figli della Sinistra fanno la comunione, fece notare lei.
Allora? Cosa gli dico?
E allora rispondi: sì.
La nonna balzò dalla sedia come una lepre e trascinò il nipote in un girotondo.
Quando Mirco aprì il pacco con le copie del romanzo pubblicato da Scritto Mesto,vinto ex aequo con un altro blogger-scrittore, un dirigente di una filiale di una banca, e ne aspirò l’odore, gli parve di avvertire, oltre a quello della carta e dell’inchiostro, uno più tenue che gli ricordava quello dell’incenso.
Le modalità di voto del concorso di Scritto Mesto a cui partecipò Mirco Pellicino sono le stesse di queste.
Per il resto: qualsiasi somiglianza con persone reali, fatti o luoghi è assolutamente casuale.
Categorie: Storie per blog
[ 13 commento(i) ]
Paolo e Rita Rossi vivevano in quella casa da tre giorni e Rita s’era presa due settimane di malattia per esaurimento.
Un trasloco può condurre allo stress, aveva sentenziato il medico quando aveva firmato il certificato.
Le colleghe di Rita avevano sogghignato, Paolo aveva ondeggiato la testa e bevuto un sorso di tè. Poi aveva detto: il tè verde uccide i radicali liberi.
Metterò in ordine anche il tuo armadio, le camicie e le cinture, e anche la tua collezione di aerei ( Paolo, la sera, costruiva modelli di aerei degli anni 40), disse Rita lisciandoci i capelli già lisci.
Il tè verde mantiene elastico il cervello, aggiunse lui dopo un’altra bevuta.
Rita sapeva che ce l’aveva con lei.
Ce l’aveva con lei perché era geloso del suo blog. In effetti da quando l’aveva aperto (tre mesi) qualcosa era cambiato nella vita di Rita e di entrambi.
Intanto dopo cinque giorni dall’apertura, gli aveva detto che aveva ripensato alla faccenda del figlio, che era meglio aspettare ancora, che prima aveva altri progetti da realizzare.
Quali? Aveva chiesto lui.
Non sarà mica il blog, il tuo progetto.
No, no. Aveva risposto Rita. Cioè c’è anche quello. Ma io credo…Io credo che se ho altri desideri nel cuore è meglio che rimandi quello di diventare madre.
Be’, sì, aveva convenuto lui. E s’era avvicinato alla sua bocca.
Lei aveva posato indice e medio sulle sue labbra e aveva detto con entusiasmo: sai che oggi ho avuto 148 visite? Non male per tre mesi d’attività!
Insomma le cose andavano così.
Rita s’era presa una sbandata per la rete, anche se era una sbandata innocente (Paolo seguiva tutti i suoi commenti e controllava anche la sua posta di cui aveva scoperto la password).
Dopo la prima settimana di malattia, gli scatoloni erano ancora sigillati, Rita progettava di allungare l’assenza dall’ufficio e Paolo era avvilito. Oltretutto pochi minuti prima, aveva scoperto che il suo Brewster F2A s’era distrutto durante il trasloco.
La mattina dell’ottavo giorno era bianca e ventosa.
Rita in pigiama, con i capelli elettrificati, s’era limata distrattamente le unghie, pensando all’argomento del post.
Un incubo notturno? No, di quello aveva già scritto.
Un ricordo dell’infanzia? No, anche quello l’aveva trattato.
Certo che se me ne sto chiusa in casa, non ho nulla da raccontare. Potrei fare una passeggiata e vedere quello che succede. Sì, mi sa che farò così.
Era seduta davanti al pc, con la finestra e la porta spalancate, quando un turbine gelato penetrò nella casa, che scricchiolò e s’agitò. E la porta della stanza si chiuse con uno schiocco secco. Le porte erano senza maniglie. Le maniglie, delle maniglie d’ottone antico, giacevano ancora in uno scatolone.
Sono prigioniera! E adesso? Ma che stupida, scrivo una mail a Paolo, che venga ad aprirmi.
Lui rispose dopo dieci minuti così: Ah ah! Sei in compagnia del tuo blog, buona giornata. Io torno alle 6, come sempre. Un po’ di dieta non ti farà male e se hai proprio fame, mangiati la rete.
Lei scrisse altre lettere in cui l’implorava di liberarla.
Lui le inviò risposte con questo testo: 7 ore e 20 minuti alla liberazione. 6 e 40 minuti alla liberazione.
Rita aprì word e meditò sulle parole per raccontare quello che le stava capitando. Ma la rabbia le impediva di concentrarsi e le mani non riuscivano a star ferme. Camminò avanti e indietro. Poi s’affacciò alla finestra.
Lo studente di medicina era seduto alla sua scrivania, come sempre.
Era un ragazzo biondo, con occhi scuri e piccoli come quelli di un peluche, ma con un corpo atletico, che aveva fatto domandare a Rita più volte: come fa ad avere quei muscoli uno che sta sempre seduto dietro una scrivania?
Lo studente guardò nella sua direzione, e accortosi che lo guardava, le fece un cenno di saluto. Poi lei disse qualcosa e lui aprì la finestra.
Dieci minuti dopo, il portiere e un ragazzo aprirono la porta della sua stanza. Lei li accolse con un sorriso, li avrebbe dovuti ringraziare e, finalmente tranquilla, tradurre la sua avventura in un gran post.
Invece offrì a entrambi un tè.
Il portiere disse che doveva tornare alla guardiola, lo studente rimase.
Ma il tè mi fa schifo, disse.
Rita pensò che osservati da vicino i suoi occhi non erano così piccoli. Poi siccome era quasi l’ora di pranzo, stappò una bottiglia di prosecco.
Questa storia è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autrice e vengono usati in maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone reali e vive, fatti o luoghi è assolutamente casuale.
Categorie: Storie per blog
[ 8 commento(i) ]
Andrea Citti non era passato di livello.
Era salito Ugo Conti invece, due scrivanie più in là. Uno che non valeva un accidenti e che era stato assunto da appena sei mesi.
Mentre lui annaspava in quel buco da sei anni con la mano destra su un contratto, la sinistra su un altro e con i piedi che ne gestivano altri tre.
E va bene Andrea. Respira profondo, rilassa i muscoli, non tamburellare con ritmo frenetico i polpastrelli sulla scrivania scrostata.
Non va bene Andrea perchè c’è la possibilità, minuscola ma c’è, che una scheggia di plastica ti buchi la pelle, ti penetri dentro.
Andrea vola altrove, non ti concentrare su quel raccomandato di Ugo Conti due scrivanie più in là, con il piano lucido e intatto.
Non pensare che il suo menisco potrebbe sgretolarsi nella notturna di calcetto di venerdì sera. No, Andrea. Rifletti sul prossimo post di Caimano Blu. Il grande sfigato d’amore che diverte assai la rete. Che poi se lo immaginano che invece stai con una che si chiama Paoletta dalla terza media? Ma no che non lo sospettano. Credono che hai mucchi di donne. Non partecipi ai raduni, non hai contatti telefonici con gli altri esseri della rete. L’hai scritto ben chiaro sul lato destro del blog. Lo vedi che ce la fai Andrea? Hai smesso di tamburellare in modo convulso i polpastrelli, hai trovato persino un ritmo. Cancella dalla tua mente i dentoni lucidi di quel tipo di due scrivanie più in là. Hai l’articolo su PerSempreDonna, tu. Sì, d’accordo, è un trafiletto, ma si parte da un pezzetto, poi si arriva a un pezzo e si continua l’ascesa. Ma verso dove? E come si sta in cima?Pensa a Paoletta e a tua madre, a come erano entusiaste: ben sei riviste hanno comprato all’edicola. Quello di due scrivanie più in là sale di livello, ma a te è in crescita il counter, Andrea, tu piaci alla gente perché sai raccontare le vicende di un derelitto come se fossero storie allegre, mentre invece sono tristissime. Ma come accidenti fanno le persone a divertirsi su certi fatti, eh?
Ragiona sull’argomento del post di stasera, dopo la telefonata con Paoletta, i profumi sai quanti ne ho venduti? Le creme, sai che una ne ha comprate sette?
Ma che mi importa Paoletta delle creme e dei profumi. Che m’importa? Povera Paoletta. Ma non la dico mica questa frase, e mi piace anche starla a sentire quando parla dei prodotti che vende, però è da quando è uscito l’articolo su quella rivista scema che dice quando le accenno dell’onta del livello: Tu sei uno famoso!
Qualche ora dopo
La scritta Capo lampeggia sulla finestra del telefono.
E ora che è successo, si chiede Andrea. Che è un mese che mi fa i comunicati per mail. Si vergogna, ecco perché.
Solleva il ricevitore, preme il bottone.
Pronto, come andiamo?
Bene signor Rubatutti.
Caro Citti. Il livello può essere ancora suo, sa?
Sì? Pensavo che non fossi passato.
Assolutamente no. Deciderò domani mattina. Ho la moglie sull’altra linea, deve domandarle qualcosa.
Pronto, dice Andrea.
Ho letto l’articolo su PerSempreDonna! Dice una voce a trecento all’ora.
Ma come dico a Antonio, hai una blogstar tra i dipendenti e non mi avverti? Sono anche io una blogger, sa? E lo sono tutte le mie colleghe. E la devo conoscere. Assolutamente. Viene a cena da noi, stasera. Poi ci scrive un bel post domani, senza fare il cattivello, eh! E ci piazza il link al mio blog. Brillerò di luce che non è mia, ma che importa? L’importante è brillare, non le pare? Pensa che sia sfacciata, eh?
No, no. Solo che…Solo che non rientra nella linea del mio blog scrivere di una cena con il direttore e sua moglie. Ho un contenuto da seguire e…
Non sia inflessibile. Le scendono gli accessi? Ma se scende da una parte, sale da un’altra. Mi dia retta.
Ha ragione, risponde Andrea.
Abbassa il ricevitore, si osserva il polpastrello. Una goccia di sangue precipita sulla scrivania e si deposita su un punto bianco.
Sotto la vernice blu, c’è il bianco, buffo che non ci abbia mai fatto caso.
Afferra il tagliacarte e inizia ad allargare il buco.
Poi prende la cornetta, preme il tasto sotto l’etichetta capo, dice: Mi scusi Signor Rubatutti ma mi sono ricordato che ho un impegno stasera.
Questa storia è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autrice e vengono usati in maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone reali e vive, fatti o luoghi è assolutamente casuale.
Categorie: Storie per blog
[ 12 commento(i) ]
Azzurra to Celeste – Esperimento Bontà -
Un giorno nella casella di Celeste@gmail.com, arrivò questa lettera:
Cara Celeste forse mi crederai pazza, ma tu sul tuo blog descrivi la mia vita.
Proprio così. Ci sono i miei pensieri, la mia famiglia, gli eventi stupidi e mondani che mi cadono e mi scivolano addosso.
Sono capitata sul tuo sito tre mesi fa dopo aver digitato sul motore di ricerca: zucchine e alici. Volevo preparare una pasta al forno speciale – la sera successiva ci sarebbe stato il capo di mio marito a cena, con la sua arcigna consorte – ed ecco che il motore mi ha portato a te, alla tua pasta con zucchine, al capo con la moglie baffuta, al marito con le ascelle sudate per l’agitazione.
E’ stato scioccante quando ho letto quel pezzo perché c’ero io, questo l’ho intuito sin da subito, agitata per la pasta bruciacchiata, con la corrente che soffiava nel corridoio per cacciar via il fumo, il vetro della porta finestra che andava in frantumi, il marito che stava per indossare la camicia grigia, e io che lo correggevo in tempo sul colore. Questa, Celeste, è stata la prima variante che ho apportato: l’ho obbligato a indossare una camicia bianca perché si vedessero meno gli aloni,e ho sopportato con pazienza che non era pazienza – pensieri osceni m’incendiavano il cervello – i suggerimenti di quella donna dentona e spinosa. E sono stata attenta quando l’ho baciata e non sono stata punta dai suoi baffi come invece è capitato a te.
Sei tu Celeste che sbirci la mia vita e poi la scrivi?
O sono io che ho le allucinazioni?
Vorrei chiedere a qualcuno la conferma della mia sanità mentale.
Lo vorrei ardentemente, ma non posso.
Tu sei invelenita con tutti, Celeste.
Con i parenti, i colleghi e i conoscenti, i conoscenti che tu chiami amici. Hai esultato quando tuo marito, durante la notturna di calcetto, si è storto una caviglia.
Non salvi nessuno tu.
E lasci me nella confusione, nel panico e nella curiosità di leggerti, di leggere ancora. Di conoscere in anteprima cosa mi succederà il giorno dopo.
Non ho nessuno con cui confidarmi. E tu ne sei consapevole, anche se non c’è traccia di questo pensiero tra i tuoi post.
Lo so che non crederai a queste parole, Celeste.
Lo so, io stessa quasi non ci credo. Però la mia richiesta te la invio lo stesso. In fondo provare non costa nulla.
Scrivi un post felice per me, Celeste.
Fammi diventare buona.
Azzurra
Lassù, nel centro elettronico, quando la mail di Azzurra comparve, stapparono la bottiglia di champagne che tenevano in frigo da tre mesi.
Il primo soggetto ha risposto! Disse Beta.
Come era stato influenzato? Chiese Acca.
Abbiamo mandato sulla sua tv per sette sere una pubblicità di una pasta con le zucchine e alici che apriva le porte del successo.
Già mi sento i milioni sul conto.
Calma, non eccitarti troppo: ne mancano ancora 9 perché l’esperimento possa dirsi concluso. E poi non è detto che diventino effettivamente agnelli.
Già per ora sono solo pesci.
Controlla il file del marito. Ordinò Acca.
Nessun ripensamento, depressione né desiderio di svelare l’esperimento. Non l’hai mai portata lontana dalle telecamere o dai registratori. Anzi.
Anzi?
Ha già prenotato il volo per la Giamaica per il 24. Per quella data il soggetto dovrebbe aver incontrato l’amante.
Come si chiama il soggetto?
Azzurra.
Che nome scemo. Proprio da soggetto.
Questa storia è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autrice e vengono usati in maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone reali e vive, fatti o luoghi è assolutamente casuale.
Categorie: Storie per blog
[ 4 commento(i) ]
Ti sei cacciata in un altro guaio?
Lei continua a digitare e fa segno di no con la testa senza voltarsi.
E perché hai spento il cellulare e staccato il filo del telefono? E stanotte non sei venuta a letto e non hai dormito nemmeno sul divano?
Ho avuto un’idea per una grande storia. E non potevo sprecare le parole che mi fluivano impetuose.
Stai parlando adesso, non stai scrivendo. E stai parlando con me, lo sai?Quando c’è la presentazione?
Domani.
Lui sospira, ci ripensa e sbuffa. Poi traduce il suo dissenso: senti me lo hai spiegato anche l’altra volta, però ripetimelo ancora, dimmi perché ti tuffi in questi pasticci, perché li crei, perché li alimenti, come a fai restare indifferente alla melma che ti gettano addosso?
Per la visibilità, per l’attenzione, perché gonfino le piume.
Non puoi comportati come fanno tutti?
Io non sono come tutti, caro, io sono l’Artista-Inspiegata.
Come vanno gli accessi al blog?
Affluiscono numerosi! Ho dovuto richiedere il counter a pagamento, pensa! Ed è pieno di lettori di qualità! La crema dei tromboni della Cultura.
Vuoi che t’aiuto con i commenti?
Oh, faresti questo per me?
Sì, questo e anche di più per il mio cuoricino nero. Quali devo scrivere: quelli che seminano discordia o quelli che esaltano la bellezza della tua arte?
Uhm, aspetta che consulto la tabella, dice l’Artista-Inspiegata con uno scricchiolio nelle fragili ossa.
Quelli di melassa. Ora urgono quelli. Ho appena inserito la copertina del mio nuovo romanzo.
Più tardi, mentre un sole sbiadito si crea spazio tra le nuvole, lui s’allontana dal portatile con i polpastrelli doloranti per il gran digitare.
Credi veramente che questa gazzarra farà aumentare le vendite?
Non credo. Al limite venderò cinquecento copie in più.
O mio dio ma allora svelami la ragione, il perché di tutto questo affanno!
Vedi tra i cinquecento, il 10% sarà composto dai tromboni che lo acquisteranno in segreto.
Cinquanta teste di cultura che mi stanno già scrivendo. Ammirano il mio coraggio, il fatto che non mi lasci intimidire, che sono sola contro il mondo intero. Una contro tutti: come un personaggio dei supereroi.
Gli mostra gli indirizzi delle mail: tutte personalità famose, imponenti, dell’Italia cartacea che conta.
Lui non è convinto, ma si guarda bene dal contraddirla. Gli sembra strano, pensa mentre stramazza sul letto disfatto, che tutti quei gran cognomi abbiano scritto a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro.
E poi scomparirai dalla rete per un po’, dice quando lo raggiunge nella stanza.
Esatto.
E che diranno di te, del tuo comportamento?
Strepiteranno, alla fine dimenticheranno. E poi lo sai no – dice piantandogli gli occhi negli occhi:
Quasi tutte le miserie del mondo sono causate dalle guerre. E quando le guerre sono finite, nessuno sa più perché sono scoppiate”
Che profonda verità, che saggezza sorprendente che c’è in lei anche se…anche se, ma forse è solo la stanchezza a farglielo pensare, quella frase l’ha già sentita da qualche parte.
Come li hai fatti arrabbiare stavolta?
Ma lei russa già con un ritmo costante e sonoro.
Questa storia è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autrice e vengono usati in maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone reali e vive, fatti o luoghi è assolutamente casuale.
Categorie: Storie per blog
[ 5 commento(i) ]
Sotto il groviglio dei baffi – quando era preoccupato o in tensione se li strapazzava sempre – il Generale masticava con accanimento una gomma al mentolo. I baffi se li era lasciati crescere dopo il completamento del corso: Spegni Il Fuoco-Salvati La Vita. E anche la ruminazione era uno dei consigli contenuti nell’opuscolo che aveva ricevuto all’iscrizione. Il Generale era stanco e dolorante: proprio quella mattina avrebbe dovuto lasciare l’inferno per un intervento alla prostata. E invece era stato trattenuto da quell’impiccio.
Il pc uscì dalla pausa e un viso antipatico apparve sul monitor. C’è il Capo del Gruppo-Rapporto, annunciò in punta di labbra il suo segretario.
Il Capo del G-R era un tipo bizzarro. Non sembrava un esperto e tanto meno un militare. Di statura piccola, aveva i palmi delle mani proporzionati al corpo, ma le dita erano talmente lunghe da sembrare che gli avessero incollato dieci protesi al posto di quelle vere.
Era un uomo difficile da classificare e al Generale era quasi venuta la curiosità di accedere ai file d’informazione, ma poi aveva lasciato perdere: la prostata rendeva tutto faticoso. E non aveva nemmeno il tempo per seguire un corso per prepararsi all’operazione.
Signor Generale, il Rapporto è pronto. Però…
Lo sguardo del Generale scese lungo i fianchi dell’Esperto e osservò le dita che si agitavano come serpenti in cerca di un topo, di un uccellino, di qualcosa di vivo da ghermire…
Continui, la prego.
Avrei un suggerimento in modo da renderlo …
Generale, continuò il Capo del G-R con una virata nella voce, sono convinto che non accetteranno il Rapporto. Affermeranno che non spiega nulla, che non è esauriente. E in effetti…
Ho trovato una soluzione con cui, forse, riusciremo a distoglierli dal contenuto per farli concentrare sulla forma. Nasconderò alcune informazioni del documento, ma non del tutto. Chiunque, anche un ragazzo, potrà renderle leggibili. Lo pubblicheremo domani, che è un giorno in quel paese in cui nessuno lavora, nemmeno i giornalisti. Non deve essere la stampa a fare la scoperta delle righe nascoste. Deve essere qualcun altro: uno studente, un blogger o uno di quelle associazioni contro la guerra. Naturalmente i servizi segreti saranno informati. Prevedo che sorgerà un putiferio in cui discuteranno e litigheranno sulle informazioni celate e si dimenticheranno del contenuto. Che ne pensa?
Il generale rispose con gli occhi: qualsiasi soluzione è ben accetta se accelera la mia partenza. Disse invece: perché non dovrebbe essere la stampa a fare questo scoop?
Perché c’è la possibilità che si domandino se si tratti di un errore reale o di una simulazione e poi dovrebbero chiedere l’autorizzazione al direttore, il direttore dovrebbe ottenere il permesso…Esiste un capo unico in quel Paese.
Mentre uno studente, un blogger o una casalinga con la passione per i gialli, saranno così abbagliati dalla scoperta da non porsi alcun dubbio. Prevedo che saranno molti a farla e discuteranno su chi è stato primo, su chi…
Insomma ci concederà un po’ di tempo.
Bene, disse il Generale, approvo la sua proposta.
L’esperto scattò sull’attenti, le dita immobili e unite.
Mi dica, disse il Generale, come le è venuta questa idea?
Mah, sa, sono stato uno studente, un sito contro la guerra non l’ho mai avuto, ma ho un blog!
Un blog?
E’ un piccolo spazio sulla rete dove pubblico le mie poesie. Me lo suggerirono al corso: SfruttaTutteLeTuePredisposizioni. Lo seguì lei quel corso?
No, purtroppo: ero impegnato in quello contro il fumo.
Dopo un’ora dalla comparsa del Rapporto, l’Esperto era di nuovo davanti alla scrivania del Generale.
Ho un’altra proposta, questa volta per rallegrarla un po’, disse.
Parteciperebbe alle scommesse su chi sarà l’autore dello scoop?
In un luogo di quel paese, il giorno successivo, mentre montava la discussione su chi fosse arrivato primo, secondo e terzo e su altri dettagli ancora, qualcuno osservava da dietro una coppia di persiane gli avvoltoi che abbandonavano gli alberi del viale.
Due giorni dopo il Generale, finalmente a casa, apriva un blog intitolato: Help-Operazione Prostata, subito lincato da un altro dal nome: Rime in assenza di Sangue.
Questa storia è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autrice e vengono usati in maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone reali e vive, fatti o luoghi è assolutamente casuale.
Categorie: Storie per blog
[ 7 commento(i) ]
Cosimo Bellomi aveva un aspetto malsano: due solchi scuri gli affondavano gli occhi, delle rughe profonde affioravano precoci. Doveva toglierlo quello specchio oltre il monitor, pensò.
Gettò un’altra occhiata alla pagina word, mordendosi la pelle delle dita.
Si girò verso la moglie: quel ticchettio lo faceva impazzire. S’accostò alle spalle di lei trattenendo il respiro. Stava scrivendo della puntata di ParliamoFinoAcheSiamoInTempo che era stata trasmessa poco prima alla tv.
Allora anche lui poteva… “Intanto digito il titolo, poi…”
Non copiare, eh!
Che iena. Che volpe. Non esisteva un animale che potesse esprimere sua moglie. L’avrebbero creato in laboratorio, prima o poi.
Ricadde, con tristezza, su word. Quel bianco gli dava la nausea.
Le previsioni del suo commercialista erano state corrette. Lo venerava quell’uomo: primo perché lo aveva salvato più volte da certi impicci con la finanza e poi perché era stato l’unico che aveva avuto il coraggio di anticipargli il suo destino senza timore di scatenare la sua ira.
Ha 15 anni meno di te ed è un gran pezzo di …di donna. Io non affermo che ti tradirà. Sarebbe una previsione banale. Semplice. E lei Angela Bufalotta è intelligente, oltre che bella. E sa che non le converrebbe lasciarti, però ti costerà cara, questo sì. Alzi le spalle. Perché hai le casse piene di denaro, ma non è alle tue ricchezze che alludo. Lei ti divorerà l’energia!
Si era grattato le zone preziose e aveva replicato con un sorriso: e io ce l’ho l’energia.
Così c’erano stati i viaggi, i corsi, le sfilate di moda, i teatri, i film, le mostre d’antiquariato.
Sei felice di avere sposato una donna di cultura? E la Traviata che non finiva più. E Il corso di dizione per correggere il dialetto di borgata. E pure lui doveva seguirlo. Dovevano parlare italiano entrambi!
Poi quando stava per sciogliersi sotto tutte queste attività, era calato il colpo finale: il blog!
E anche questo nuovo interesse mica l’aveva intrapreso a caso. Angela aveva dovuto seguire due corsi: Uno di scrittura creativa e uno di grafica. Ed erano aumentate le frequentazioni dei cinema e l’acquisto dei cd.
Lui l’osservava seduto sulla sua poltrona, l’ascoltava paziente quando gli leggeva le sue elaborazioni prima di renderle pubbliche, la tranquillizzava quando nel centro della notte, lo svegliava per interpretare i commenti che la gente le lasciava.
Il peggio però era ancora in agguato, quando accadeva tutto ciò. Il peggio era nell’oscurità che attendeva paziente per sferrare il suo attacco mortale.
Devi aprire un blog, gli disse Angela a bruciapelo.
E lui l’aprì.
E non sapeva che accidenti scriverci. Lui che in tutta la sua vita non aveva mai avuto un diario, se si esclude la compilazione della prima nota.
Scrivi diceva lei, devi scrivere un post tutti i giorni. Sei mio marito. Se io ho un blog, anche tu lo devi avere, altrimenti non sento di avere punti in comune con te.
Un mattino, in cantiere, ebbe l’illuminazione: avrebbe copiato i post. Chi se ne sarebbe accorto? Lo leggeva solo Angela quello che scriveva.
Così andò alla ricerca di qualcuno che lo rappresentasse. Si fermò su un sito su cui compariva la foto dell’autore. Un uomo sui 50, con le guance e il mento abbondanti, ma con uno sguardo luminoso e sveglio. Scriveva storie dimesse, fattarelli incolori senza pretese. Non c’era la possibilità di lasciare un parere sui suoi post. Non c’era un counter che registrava gli accessi.
Il suo cervello imprenditoriale fu rapido nel concludere: Se non ha queste funzioni significa che non ha lettori.
E lo copiò. Non del tutto. Era grigio quel tipo, troppo. E allora partiva da quello che aveva scritto e ci aggiungeva del sarcasmo, dell’ironia, un po’ d’allegria.
E sua moglie ad ogni post indossava un nuovo capo intimo.
Questa volta me la sono cavata senza consumazione, pensò.
Fu il suo commercialista a chiamarlo, sul cellulare alle 8 di sera, quando stava tornando a casa.
Anche lui aveva un blog, gli disse. Un blog tecnico che parlava di fatture. Dava consigli di contabilità e in cambio ne ricavava pubblicità per lo studio.
Ti hanno scoperto Cosimo. E’ uscito un articolo su Gambadilegno in cui riportano tutti i pezzi che hai succhiato al GrandeScrittore. Ti faranno a fette. Ne stanno scrivendo tutti. Devi chiudere il blog: subito!
Angela. Angela la perdo. Angela ne morirà di vergogna. Angela mi disprezzerà.
Cosimo Bellomi era disperato.
Si fissò nello specchietto della sua Mercedes CLK. Fissò a lungo la sua espressione di copione.
La porta d’ingresso fu spalancata con impeto e sua moglie gli saltò al collo in un completo intimo di seta nero, dolorosamente sensuale.
Amooore!
Il blog. Disse lui stringendola con debolezza. Devo farti una confessione…
Lo so, lo so! Esultò lei. Hai copiato tutto.
Ora devi fare una cosina. La fai una cosina per me? Chiese lei tra un battito di ciglia e uno di tette.
Il cuore di Cosimo Bellomi entrò in tachicardia.
Devi inserire il link del mio blog, disse lei con la più erotica delle sue sfumature vocali.
Io mi dissocerò, ma tu non ci farai caso. Continuerai a copiare, non ti curererai degli insulti, delle minacce. Ci penserò io a consolarti. Che dici il link al mio blog è più evidente se lo mettiamo a destra o a sinistra?
Qual è la durata media di un blog? chiese al suo commercialista.
Lui, l’uomo in cui aveva cieca fiducia, non aveva una risposta questa volta. Era imprevedibile, disse.
*titolo di un film
Questa storia è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autrice e vengono usati in maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone reali e vive, fatti o luoghi è assolutamente casuale.
Categorie: Storie per blog
[ 5 commento(i) ]
|