Glieli hai scatenati tutti contro dice lui che è una voce davanti al computer nello studio numero uno.
Embè? Dice lei che è una voce sul divano davanti a una tivù accesa senza audio. Sorseggia un latte e menta e i cubetti di ghiaccio tintinnano in pieno accordo con il filo di campanelle marocchino appeso in un punto del terrazzo.
Non è giusto. Tu sei una persona famosa.
Io sono una persona prima di tutto, e ho diritto di esprimere un’opinione! E combatto per una causa giusta. E poi famosa? Con una trasmissione in una tivù locale? Ma per favore! Al limite famosetta.
Sì, però… dice lui che è sempre una voce ma dallo studio numero due. Però quella trasmissione la guarda tutta la città, la guardano anche dalla rete e in più di mille leggono il tuo blog. Potevi lasciarle un’ opinione senza informare i tuoi seguaci. Dove hai ficcato la ricetta della pasta al limone?
Woman ha preparato il pollo alla filippina, amore. Cucini domani che è giovedì. E il blog è mio e ci faccio quello che mi pare!
E se quella stanotte si ammazza dice lui che è una voce sull’amaca nell’angolo thai.
Se si ammazza avrà i suoi motivi dice lei scorrendo il suo BlackBerry che si porta pure al cesso.
Ma se le tue parole sono quelle che la spingono alla scelta?
E’ assurdo quello che dici. Allora non bisognerebbe parlare più. Non bisognerebbe criticare più. Sei stanco, amore.
Sì, sono stanco dice lui che è una voce su un’amaca che dondola. E mi faccio le domande. Chissà come sono nella vita.
Come sono chi?
Quelli che fanno parte dell’esercito, che seguono qualcuno, che fanno sempre quello che suggerisce qualcun altro, chissà se litigano con i vicini, con i partner, chissà se suonano una tromba anche loro, o se dicono sempre sì, se gli basta essere d’accordo una volta per non farsi più domande, chissà se lo seguono perché vorrebbero essere lui, perché s’illudono di poter staccare un giorno un pezzo della sua fama, in fondo sono loro quelli interessanti perché la vittima ha un ruolo, il condottiero-carnefice anche, e poi il condottiero può diventare la vittima e viceversa, ma quelli che seguono, quelli come sono?, come funziona il loro cervello, chissà…
Il bicchiere è vuoto, la tivù a volume ventiquattro, l’amaca immobile, i cubetti di ghiaccio si stanno sciogliendo, il filo marocchino tace.
Io mi sento sola, lo sai Berry? dice lei alla vocina che ripete: c’è un messaggio per te.
Meriti di morire, ha scritto un anonimo.
E invece qualcuno mi pensa dice lei con un sorriso stanco.
Ma io voglio pensare al pollo adesso. E te, Black, resti qui. Fa il bravo, eh?
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Scritto Mesto: dalla rete alla carta (passando per la sacrestia)
Mirco Pellicino aggiornava il blog la mattina quando tornava dal lavoro.
Mentre sua nonna gli scaldava il latte con il cacao, lui allacciava il portatile al filo della rete e postava quello che aveva scritto la notte piegato sulla brandina.
Scambiava due parole con la vecchia, sua madre a quell’ora era già uscita da un pezzo, poi lei andava a messa, lui a dormire.
Veniva alla luce verso mezzogiorno, con il borbottio della moka.
Ancora in pigiama faceva fuori i rigatoni al sugo, sorseggiava il caffè e guardava insieme alla nonna una telenovela, scambiando qualche parere sulla puntata, infine la nonna domandava: esci? Lui rispondeva: studio! Lei allora alzava le mani verso il ritratto di Padre Pio e diceva: se ti sentisse tuo padre!
Lui tornava nella sua stanzetta e passava in rassegna le coppe di judo. Quella che guardava per ultima era sempre la coppa del 2003 che aveva una forma orrenda, ma che gli ricordava una grande vittoria.
Sospirava e apriva il libro di Diritto Civile e studiava fino alle cinque quando sua madre tornava dalla sartoria. Chiacchierava un po’ anche con lei, mentre correvano i titoli di un’altra telenovela, e quando la madre attaccava a litigare con la nonna, fuggiva nella cameretta e si faceva un giro in rete. Controllava gli accessi e i commenti al suo blog che erano bassi i primi e quasi inesistenti i secondi. Forse perché l’aveva aperto da poco o perché non commentava mai quelli degli altri, chissà. Infine dava un’occhiata al suo romanzo e diceva: il mese prossimo lo spedisco alle case editrici.
La sua vita filava via così, da bravo ragazzo o da sfigato, a seconda che a definirlo fosse Don Dino, il prete della parrocchia, o Erri Putacchia, il capo di quelli del bar.
Alle sei ficcava nello zaino la sua cena e andava a prendere Desirè, la sua ragazza, che lavorava come shampista da una parrucchiera. La sbaciucchiava e la palpava il giusto tra le siepi spelacchiate di un giardino nelle vicinanze e dopo l’accompagnava in palestra o a casa e lui attaccava il turno come guardiano di notte al garage Felloni.
Leggeva nella gabbia di vetro annerita dai gas di scarico e verso le undici, quando i clienti erano quasi tutti rientrati, apriva il portatile e lavorava ancora sul romanzo o buttava giù un post.
Era il terzo romanzo che aveva scritto.
Gli altri due giacevano spiegazzati sul soppalco del bagno.
A sua madre, a sua nonna e a Desirè erano piaciuti da impazzire, ma nessuna delle case editrici, a cui li aveva spediti, aveva risposto. Quell’estate li aveva riletti, dopo mesi che non li sfogliava, e li aveva trovati disgustosi, un pietoso intreccio di banalità. Questo, invece, l’aveva ripreso dopo averlo messo in quarantena e continuava a essere soddisfatto. Inoltre, Desirè aveva sbadigliato quando gliene aveva letto qualche pagina, la nonna era caduta in catalessi come faceva davanti alla trasmissione di Porta a Porta e a sua madre era salita una tosse nervosa. Erano segnali positivi questi.
Era un uomo felice, dunque. Sfigato, bravo ragazzo, ma felice.
Fino al concorso bandito da Scritto Mesto.
Il concorso diceva: invia una raccolta di post del tuo blog, di racconti, un romanzo, quello che vuoi. Il vincitore realizzerà il suo sogno: pubblicherà un libro. E Mirco Pellicino si era iscritto. Forse è arrivata la mia occasione, pensò. Oppure prenderò un’altra batosta, e la gente riderà di me e della mia storia. Insomma Mirco era preparato al peggio, ma sperava nella vittoria.
Non aveva fatto i conti con le modalità di voto che, dopo qualche giorno, si succhiarono la sua speranza. Bisognava procurarseli i voti e l’impresa gli sembrò più ardua delle difficoltà in cui s’era imbattuto nello scrivere il romanzo.
Mise un annuncio sul suo blog. I suoi due lettori: Il Gambero di Catania e Il Faro Nero di Bari gli diedero un bel dieci, lui per non barare si assegnò un otto. A quel punto gli altri partecipanti si accorsero di lui e fioccarono un numero imprecisato di uno fino ad abbassargli la media a tre. Capì che se voleva la sufficienza, doveva avere un numero elevato di voti e che quindi era fregato. Perché lui non conosceva nessuno. Se avesse lavorato in una banca o in un ministero allora sì che avrebbe avuto qualche possibilità. Bastava mandare una bella lettera ai colleghi e il gioco era fatto.
Provò a domandare a qualche cliente del garage che gli pareva più evoluto se usasse internet, ma ricevette solo risposte negative.
Desirè sparse la voce tra le signore a cui lavava i capelli e in palestra, ma non ci furono altri voti.
Sua madre riuscì a sfilare un bel dieci al figlio della Contessa Marchesini, ma venne subito annullato da una cascata di uno.
Un pomeriggio invece di aprire il libro di Diritto Civile, scese a parlare con quelli del bar, anzi con il loro capo.
Attese pazientemente che Erri Putacchia finisse il pokerino, gli offrì una birretta e aspirò, impassibile, il fumo delle sue tre sigarette mentre lo ascoltava ripetere per l’ennesima volta perché aveva abbandonato il calcio per la lotta libera.
Alla fine Erri disse: se è per darti una mano a uscire dalla tua vita sfigata…posso portarti i voti di tutti gli abitanti del Pigneto.
Davvero? Chiese Mirco.
Davvero. Per uno del Pigneto questo e altro! Rispose Erri Putacchia battendo il pugno sul tavolo e rovesciando il posacenere.
Qual è il numero a cui dobbiamo inviare il voto?
Il numero? Non è attraverso i cellulari che si vota, Erri, ma attraverso la rete!
La rete? E che sarebbe?
Internet!
Ah quella dove si scaricano le cose porno. Se è così non ti posso aiutare. Non conosco nessuno che la usa. Qualcuno che va agli internet Point, certo, però sono pochi. Se era con i cellulari…
Grazie lo stesso, disse Mirco Pellicino.
Quella notte, mentre lavava le macchine, pensò di aprire un numero infinito di caselle di posta elettronica e di farsi un giro per tutti gli Internet Point di Roma, ma poi cambiò idea.
Si era da poco addormentato quando fu svegliato dalle urla della nonna.
Vinci il concorso! Vinci il concorso! Urlava con il fiatone e il viso paonazzo.
Oddio mi sento male! Aggiunse ansimando come una locomotiva.
Mirco l’aiutò a togliersi il cappotto, le scarpe, la fece accomodare sulla sedia, le portò un bicchiere d’acqua. Attese.
Ho parlato con Don Dino, disse la nonna, quando il colorito scese al rosa. Lui ha quella roba che hai tu.
Un blog?
Sì, quello, e conosce anche il concorso di Scritto Pesto. E ha un blog famoso come una stella.
Scritto Mesto. E’ una blog star?
Sì. Ha contatti con i ragazzi degli oratori di tutta Italia attraverso il blog. Ha detto che chiederà di votarti. E domenica durante la predica ne parlerà anche i fedeli.
Mirco strizzò la nonna in un abbraccio quasi mortale.
Però vuole qualcosa in cambio.
Cosa?
Devi venire a fare le letture in chiesa la domenica, dice che come te non legge nessuno. E poi, se occorre, anche il chierichetto. Per un anno, ha detto.
Don Dino lo sa che non ho più la fede.
Dice che se stai lì poi ti torna.
E se non vinco? Non è detto che la giuria scelga proprio il mio romanzo.
Glielo ho fatta anch’io questa osservazione al Don. Lui m’ha risposto che ti devi assumere il rischio. Comunque, la nonna strizzò gli occhi (non era capace di fare l’occhietto), comunque è un prete influente.
La giuria è tutta di Sinistra, rispose Mirco scuotendo la testa.
I figli della Sinistra fanno la comunione, fece notare lei.
Allora? Cosa gli dico?
E allora rispondi: sì.
La nonna balzò dalla sedia come una lepre e trascinò il nipote in un girotondo.
Quando Mirco aprì il pacco con le copie del romanzo pubblicato da Scritto Mesto,vinto ex aequo con un altro blogger-scrittore, un dirigente di una filiale di una banca, e ne aspirò l’odore, gli parve di avvertire, oltre a quello della carta e dell’inchiostro, uno più tenue che gli ricordava quello dell’incenso.
Le modalità di voto del concorso di Scritto Mesto a cui partecipò Mirco Pellicino sono le stesse di queste.
Per il resto: qualsiasi somiglianza con persone reali, fatti o luoghi è assolutamente casuale.
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Una porta senza maniglia Paolo e Rita Rossi vivevano in quella casa da tre giorni e Rita s’era presa due settimane di malattia per esaurimento. Un trasloco può condurre allo stress, aveva sentenziato il medico quando aveva firmato il certificato. Le colleghe di Rita avevano sogghignato, Paolo aveva ondeggiato la testa e bevuto un sorso di tè. Poi aveva detto: il tè verde uccide i radicali liberi. Metterò in ordine anche il tuo armadio, le camicie e le cinture, e anche la tua collezione di aerei ( Paolo, la sera, costruiva modelli di aerei degli anni 40), disse Rita lisciandoci i capelli già lisci. Il tè verde mantiene elastico il cervello, aggiunse lui dopo un’altra bevuta. Rita sapeva che ce l’aveva con lei. Ce l’aveva con lei perché era geloso del suo blog. In effetti da quando l’aveva aperto (tre mesi) qualcosa era cambiato nella vita di Rita e di entrambi. Intanto dopo cinque giorni dall’apertura, gli aveva detto che aveva ripensato alla faccenda del figlio, che era meglio aspettare ancora, che prima aveva altri progetti da realizzare. Quali? Aveva chiesto lui. Non sarà mica il blog, il tuo progetto. No, no. Aveva risposto Rita. Cioè c’è anche quello. Ma io credo…Io credo che se ho altri desideri nel cuore è meglio che rimandi quello di diventare madre. Be’, sì, aveva convenuto lui. E s’era avvicinato alla sua bocca. Lei aveva posato indice e medio sulle sue labbra e aveva detto con entusiasmo: sai che oggi ho avuto 148 visite? Non male per tre mesi d’attività! Insomma le cose andavano così. Rita s’era presa una sbandata per la rete, anche se era una sbandata innocente (Paolo seguiva tutti i suoi commenti e controllava anche la sua posta di cui aveva scoperto la password). Dopo la prima settimana di malattia, gli scatoloni erano ancora sigillati, Rita progettava di allungare l’assenza dall’ufficio e Paolo era avvilito. Oltretutto pochi minuti prima, aveva scoperto che il suo Brewster F2A s’era distrutto durante il trasloco. La mattina dell’ottavo giorno era bianca e ventosa. Rita in pigiama, con i capelli elettrificati, s’era limata distrattamente le unghie, pensando all’argomento del post. Un incubo notturno? No, di quello aveva già scritto. Un ricordo dell’infanzia? No, anche quello l’aveva trattato. Certo che se me ne sto chiusa in casa, non ho nulla da raccontare. Potrei fare una passeggiata e vedere quello che succede. Sì, mi sa che farò così. Era seduta davanti al pc, con la finestra e la porta spalancate, quando un turbine gelato penetrò nella casa, che scricchiolò e s’agitò. E la porta della stanza si chiuse con uno schiocco secco. Le porte erano senza maniglie. Le maniglie, delle maniglie d’ottone antico, giacevano ancora in uno scatolone. Sono prigioniera! E adesso? Ma che stupida, scrivo una mail a Paolo, che venga ad aprirmi. Lui rispose dopo dieci minuti così: Ah ah! Sei in compagnia del tuo blog, buona giornata. Io torno alle 6, come sempre. Un po’ di dieta non ti farà male e se hai proprio fame, mangiati la rete. Lei scrisse altre lettere in cui l’implorava di liberarla. Lui le inviò risposte con questo testo: 7 ore e 20 minuti alla liberazione. 6 e 40 minuti alla liberazione. Rita aprì word e meditò sulle parole per raccontare quello che le stava capitando. Ma la rabbia le impediva di concentrarsi e le mani non riuscivano a star ferme. Camminò avanti e indietro. Poi s’affacciò alla finestra. Lo studente di medicina era seduto alla sua scrivania, come sempre. Era un ragazzo biondo, con occhi scuri e piccoli come quelli di un peluche, ma con un corpo atletico, che aveva fatto domandare a Rita più volte: come fa ad avere quei muscoli uno che sta sempre seduto dietro una scrivania? Lo studente guardò nella sua direzione, e accortosi che lo guardava, le fece un cenno di saluto. Poi lei disse qualcosa e lui aprì la finestra. Dieci minuti dopo, il portiere e un ragazzo aprirono la porta della sua stanza. Lei li accolse con un sorriso, li avrebbe dovuti ringraziare e, finalmente tranquilla, tradurre la sua avventura in un gran post. Invece offrì a entrambi un tè. Il portiere disse che doveva tornare alla guardiola, lo studente rimase. Ma il tè mi fa schifo, disse. Rita pensò che osservati da vicino i suoi occhi non erano così piccoli. Poi siccome era quasi l’ora di pranzo, stappò una bottiglia di prosecco.
Alle tre sul monitor di Rita, apparve questo messaggio: non scrivi? A cui non ci fu risposta. La porta e la finestra erano aperte. Nella stanza e nella casa non c’era nessuno e anche il vento era sparito. La serranda dello studente di medicina, invece, era abbassata.
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Una blogstar senza ambizioni
Andrea Citti non era passato di livello. Era salito Ugo Conti invece, due scrivanie più in là. Uno che non valeva un accidenti e che era stato assunto da appena sei mesi. Mentre lui annaspava in quel buco da sei anni con la mano destra su un contratto, la sinistra su un altro e con i piedi che ne gestivano altri tre. E va bene Andrea. Respira profondo, rilassa i muscoli, non tamburellare con ritmo frenetico i polpastrelli sulla scrivania scrostata. Non va bene Andrea perchè c’è la possibilità, minuscola ma c’è, che una scheggia di plastica ti buchi la pelle, ti penetri dentro. Andrea vola altrove, non ti concentrare su quel raccomandato di Ugo Conti due scrivanie più in là, con il piano lucido e intatto. Non pensare che il suo menisco potrebbe sgretolarsi nella notturna di calcetto di venerdì sera. No, Andrea. Rifletti sul prossimo post di Caimano Blu. Il grande sficato d’amore che diverte assai la rete. Che poi se lo immaginano che invece stai con una che si chiama Paoletta dalla terza media? Ma no che non lo sospettano. Credono che hai mucchi di donne. Non partecipi ai raduni, non hai contatti telefonici con gli altri esseri della rete. L’hai scritto ben chiaro sul lato destro del blog. Lo vedi che ce la fai Andrea? Hai smesso di tamburellare in modo convulso i polpastrelli, hai trovato persino un ritmo. Cancella dalla tua mente i dentoni lucidi di quel tipo di due scrivanie più in là. Hai l’articolo su PerSempreDonna, tu. Sì, d’accordo, è un trafiletto, ma si parte da un pezzetto, poi si arriva a un pezzo e si continua l’ascesa. Ma verso dove? E come si sta in cima?Pensa a Paoletta e a tua madre, a come erano entusiaste: ben sei riviste hanno comprato all’edicola. Quello di due scrivanie più in là sale di livello, ma a te è in crescita il counter, Andrea, tu piaci alla gente perché sai raccontare le vicende di un derelitto come se fossero storie allegre, mentre invece sono tristissime. Ma come accidenti fanno le persone a divertirsi su certi fatti, eh? Ragiona sull’argomento del post di stasera, dopo la telefonata con Paoletta, i profumi sai quanti ne ho venduti? Le creme, sai che una ne ha comprate sette? Ma che mi importa Paoletta delle creme e dei profumi. Che m’importa? Povera Paoletta. Ma non la dico mica questa frase, e mi piace anche starla a sentire quando parla dei prodotti che vende, però è da quando è uscito l’articolo su quella rivista scema che dice quando le accenno dell’onta del livello: Tu sei uno famoso!
Qualche ora dopo
La scritta Capo lampeggia sulla finestra del telefono.
E ora che è successo, si chiede Andrea. Che è un mese che mi fa i comunicati per mail. Si vergogna, ecco perché. Solleva il ricevitore, preme il bottone.
Pronto, come andiamo?
Bene signor Rubatutti.
Caro Citti. Il livello può essere ancora suo, sa?
Sì? Pensavo che non fossi passato.
Assolutamente no. Deciderò domani mattina. Ho la moglie sull’altra linea, deve domandarle qualcosa.
Pronto, dice Andrea.
Ho letto l’articolo su PerSempreDonna! Dice una voce a trecento all’ora. Ma come dico a Antonio, hai una blogstar tra i dipendenti e non mi avverti? Sono anche io una blogger, sa? E lo sono tutte le mie colleghe. E la devo conoscere. Assolutamente. Viene a cena da noi, stasera. Poi ci scrive un bel post domani, senza fare il cattivello, eh! E ci piazza il link al mio blog. Brillerò di luce che non è mia, ma che importa? L’importante è brillare, non le pare? Pensa che sia sfacciata, eh?
No, no. Solo che…Solo che non rientra nella linea del mio blog scrivere di una cena con il direttore e sua moglie. Ho un contenuto da seguire e…
Non sia inflessibile. Le scendono gli accessi? Ma se scende da una parte, sale da un’altra. Mi dia retta.
Ha ragione, risponde Andrea. Abbassa il ricevitore, si osserva il polpastrello. Una goccia di sangue precipita sulla scrivania e si deposita su un punto bianco. Sotto la vernice blu, c’è il bianco, buffo che non ci abbia mai fatto caso. Afferra il tagliacarte e inizia ad allargare il buco. Poi prende la cornetta, preme il tasto sotto l’etichetta capo, dice: Mi scusi Signor Rubatutti ma mi sono ricordato che ho un impegno stasera.
Seguita il suo lavoro. In un’ora il piano della scrivania sarà tutto bianco.
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Azzurra to Celeste – Esperimento Bontà -
Un giorno nella casella di Celeste@gmail.com, arrivò questa lettera:
Cara Celeste forse mi crederai pazza, ma tu sul tuo blog descrivi la mia vita.
Proprio così. Ci sono i miei pensieri, la mia famiglia, gli eventi stupidi e mondani che mi cadono e mi scivolano addosso.
Sono capitata sul tuo sito tre mesi fa dopo aver digitato sul motore di ricerca: zucchine e alici. Volevo preparare una pasta al forno speciale - la sera successiva ci sarebbe stato il capo di mio marito a cena, con la sua arcigna consorte - ed ecco che il motore mi ha portato a te, alla tua pasta con zucchine, al capo con la moglie baffuta, al marito con le ascelle sudate per l’agitazione.
E’ stato scioccante quando ho letto quel pezzo perché c’ero io, questo l’ho intuito sin da subito, agitata per la pasta bruciacchiata, con la corrente che soffiava nel corridoio per cacciar via il fumo, il vetro della porta finestra che andava in frantumi, il marito che stava per indossare la camicia grigia, e io che lo correggevo in tempo sul colore. Questa, Celeste, è stata la prima variante che ho apportato: l’ho obbligato a indossare una camicia bianca perché si vedessero meno gli aloni,e ho sopportato con pazienza che non era pazienza - pensieri osceni m’incendiavano il cervello - i suggerimenti di quella donna dentona e spinosa. E sono stata attenta quando l’ho baciata e non sono stata punta dai suoi baffi come invece è capitato a te.
Sei tu Celeste che sbirci la mia vita e poi la scrivi?
O sono io che ho le allucinazioni?
Vorrei chiedere a qualcuno la conferma della mia sanità mentale.
Lo vorrei ardentemente, ma non posso.
Tu sei invelenita con tutti Celeste.
Con i parenti, i colleghi e i conoscenti, i conoscenti che tu chiami amici. Hai esultato quando tuo marito, durante la notturna di calcetto, si è storto una caviglia.
Non salvi nessuno tu.
E lasci me nella confusione, nel panico e nella curiosità di leggerti, di leggere ancora. Di conoscere in anteprima cosa mi succederà il giorno dopo.
Non ho nessuno con cui confidarmi. E tu ne sei consapevole, anche se non c’è traccia di questo pensiero tra i tuoi post.
Lo so che non crederai a queste parole, Celeste.
Lo so, io stessa quasi non ci credo. Però la mia richiesta te la invio lo stesso. In fondo provare non costa nulla.
Scrivi un post felice per me, Celeste.
Fammi diventare buona.
Azzurra
Lassù, nel centro elettronico, quando la mail di Azzurra comparve, stapparono la bottiglia di champagne che tenevano in frigo da tre mesi.
Il primo soggetto ha risposto! Disse Beta.
Come era stato influenzato? Chiese Acca.
Abbiamo mandato sulla sua tv per sette sere una pubblicità di una pasta con le zucchine e alici che apriva le porte del successo.
Già mi sento i milioni sul conto.
Calma, non eccitarti troppo: ne mancano ancora 9 perché l’esperimento possa dirsi concluso. E poi non è detto che diventino effettivamente agnelli.
Già per ora sono solo pesci.
Controlla il file del marito. Ordinò Acca.
Nessun ripensamento, depressione né desiderio di svelare l’esperimento. Non l’hai mai portata lontana dalle telecamere o dai registratori. Anzi.
Anzi?
Ha già prenotato il volo per la Giamaica per il 24. Per quella data il soggetto dovrebbe aver incontrato l’amante.
Come si chiama il soggetto?
Azzurra.
Che nome scemo. Proprio da soggetto.
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1-2-3-4: tutti i blog dentro al sacco.
Ti sei cacciata in un altro guaio?
Lei continua a digitare e fa segno di no con la testa senza voltarsi.
E perché hai spento il cellulare e staccato il filo del telefono? E stanotte non sei venuta a letto e non hai dormito nemmeno sul divano?
Ho avuto un’idea per una grande storia. E non potevo sprecare le parole che mi fluivano impetuose.
Stai parlando adesso, non stai scrivendo. E stai parlando con me, lo sai?Quando c’è la presentazione?
Domani.
Lui sospira, ci ripensa e sbuffa. Poi traduce il suo dissenso: senti me lo hai spiegato anche l’altra volta, però ripetimelo ancora, dimmi perché ti tuffi in questi pasticci, perché li crei, perché li alimenti, come a fai restare indifferente alla melma che ti gettano addosso?
Per la visibilità, per l’attenzione, perché gonfino le piume.
Non puoi comportati come fanno tutti?
Io non sono come tutti, caro, io sono l’Artista-Inspiegata.
Come vanno gli accessi al blog?
Affluiscono numerosi! Ho dovuto richiedere il counter a pagamento, pensa! Ed è pieno di lettori di qualità! La crema dei tromboni della Cultura.
Vuoi che t’aiuto con i commenti?
Oh, faresti questo per me?
Sì, questo e anche di più per il mio cuoricino nero. Quali devo scrivere: quelli che seminano discordia o quelli che esaltano la bellezza della tua arte?
Uhm, aspetta che consulto la tabella, dice l’Artista-Inspiegata con uno scricchiolio nelle fragili ossa.
Quelli di melassa. Ora urgono quelli. Ho appena inserito la copertina del mio nuovo romanzo.
Più tardi, mentre un sole sbiadito si crea spazio tra le nuvole, lui s’allontana dal portatile con i polpastrelli doloranti per il gran digitare.
Credi veramente che questa gazzarra farà aumentare le vendite?
Non credo. Al limite venderò cinquecento copie in più.
O mio dio ma allora svelami la ragione, il perché di tutto questo affanno!
Vedi tra i cinquecento, il 10% sarà composto dai tromboni che lo acquisteranno in segreto.
Cinquanta teste di cultura che mi stanno già scrivendo. Ammirano il mio coraggio, il fatto che non mi lasci intimidire, che sono sola contro il mondo intero. Una contro tutti: come un personaggio dei supereroi.
Gli mostra gli indirizzi delle mail: tutte personalità famose, imponenti, dell’Italia cartacea che conta.
Lui non è convinto, ma si guarda bene dal contraddirla. Gli sembra strano, pensa mentre stramazza sul letto disfatto, che tutti quei gran cognomi abbiano scritto a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro.
E poi scomparirai dalla rete per un po’, dice quando lo raggiunge nella stanza.
Esatto.
E che diranno di te, del tuo comportamento?
Strepiteranno, alla fine dimenticheranno. E poi lo sai no - dice piantandogli gli occhi negli occhi:
Quasi tutte le miserie del mondo sono causate dalle guerre. E quando le guerre sono finite, nessuno sa più perché sono scoppiate"
Che profonda verità, che saggezza sorprendente che c’è in lei anche se…anche se, ma forse è solo la stanchezza a farglielo pensare, quella frase l’ha già sentita da qualche parte.
Come li hai fatti arrabbiare stavolta?
Ma lei russa già con un ritmo costante e sonoro.
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Operazione Riffa
Sotto il groviglio dei baffi - quando era preoccupato o in tensione se li strapazzava sempre - il Generale masticava con accanimento una gomma al mentolo. I baffi se li era lasciati crescere dopo il completamento del corso: Spegni Il Fuoco-Salvati La Vita. E anche la ruminazione era uno dei consigli contenuti nell’opuscolo che aveva ricevuto all’iscrizione. Il Generale era stanco e dolorante: proprio quella mattina avrebbe dovuto lasciare l’inferno per un intervento alla prostata. E invece era stato trattenuto da quell’impiccio.
Il pc uscì dalla pausa e un viso antipatico apparve sul monitor. C’è il Capo del Gruppo-Rapporto, annunciò in punta di labbra il suo segretario.
Il Capo del G-R era un tipo bizzarro. Non sembrava un esperto e tanto meno un militare. Di statura piccola, aveva i palmi delle mani proporzionati al corpo, ma le dita erano talmente lunghe da sembrare che gli avessero incollato dieci protesi al posto di quelle vere.
Era un uomo difficile da classificare e al Generale era quasi venuta la curiosità di accedere ai file d’informazione, ma poi aveva lasciato perdere: la prostata rendeva tutto faticoso. E non aveva nemmeno il tempo per seguire un corso per prepararsi all’operazione.
Signor Generale, il Rapporto è pronto. Però…
Lo sguardo del Generale scese lungo i fianchi dell’Esperto e osservò le dita che si agitavano come serpenti in cerca di un topo, di un uccellino, di qualcosa di vivo da ghermire…
Continui, la prego.
Avrei un suggerimento in modo da renderlo …
Generale, continuò il Capo del G-R con una virata nella voce, sono convinto che non accetteranno il Rapporto. Affermeranno che non spiega nulla, che non è esauriente. E in effetti…
Ho trovato una soluzione con cui, forse, riusciremo a distoglierli dal contenuto per farli concentrare sulla forma. Nasconderò alcune informazioni del documento, ma non del tutto. Chiunque, anche un ragazzo, potrà renderle leggibili. Lo pubblicheremo domani, che è un giorno in quel paese in cui nessuno lavora, nemmeno i giornalisti. Non deve essere la stampa a fare la scoperta delle righe nascoste. Deve essere qualcun altro: uno studente, un blogger o uno di quelle associazioni contro la guerra. Naturalmente i servizi segreti saranno informati. Prevedo che sorgerà un putiferio in cui discuteranno e litigheranno sulle informazioni celate e si dimenticheranno del contenuto. Che ne pensa?
Il generale rispose con gli occhi: qualsiasi soluzione è ben accetta se accelera la mia partenza. Disse invece: perché non dovrebbe essere la stampa a fare questo scoop?
Perché c’è la possibilità che si domandino se si tratti di un errore reale o di una simulazione e poi dovrebbero chiedere l’autorizzazione al direttore, il direttore dovrebbe ottenere il permesso…Esiste un capo unico in quel Paese.
Mentre uno studente, un blogger o una casalinga con la passione per i gialli, saranno così abbagliati dalla scoperta da non porsi alcun dubbio. Prevedo che saranno molti a farla e discuteranno su chi è stato primo, su chi…
Insomma ci concederà un po’ di tempo.
Bene, disse il Generale, approvo la sua proposta.
L’esperto scattò sull’attenti, le dita immobili e unite.
Mi dica, disse il Generale, come le è venuta questa idea?
Mah, sa, sono stato uno studente, un sito contro la guerra non l’ho mai avuto, ma ho un blog!
Un blog?
E’ un piccolo spazio sulla rete dove pubblico le mie poesie. Me lo suggerirono al corso: SfruttaTutteLeTuePredisposizioni. Lo seguì lei quel corso?
No, purtroppo: ero impegnato in quello contro il fumo.
Dopo un’ora dalla comparsa del Rapporto, l’Esperto era di nuovo davanti alla scrivania del Generale.
Ho un’altra proposta, questa volta per rallegrarla un po’, disse.
Parteciperebbe alle scommesse su chi sarà l’autore dello scoop?
In un luogo di quel paese, il giorno successivo, mentre montava la discussione su chi fosse arrivato primo, secondo e terzo e su altri dettagli ancora, qualcuno osservava da dietro una coppia di persiane gli avvoltoi che abbandonavano gli alberi del viale.
Due giorni dopo il Generale, finalmente a casa, apriva un blog intitolato: Help-Operazione Prostata, subito lincato da un altro dal nome: Rime in assenza di Sangue.
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Se mi lasci ti cancello *
Cosimo Bellomi aveva un aspetto malsano: due solchi scuri gli affondavano gli occhi, delle rughe profonde affioravano precoci. Doveva toglierlo quello specchio oltre il monitor, pensò.
Gettò un’altra occhiata alla pagina word, mordendosi la pelle delle dita.
Si girò verso la moglie: quel ticchettio lo faceva impazzire. S’accostò alle spalle di lei trattenendo il respiro. Stava scrivendo della puntata di ParliamoFinoAcheSiamoInTempo che era stata trasmessa poco prima alla tv.
Allora anche lui poteva… Intanto digito il titolo, poi…
Non copiare, eh!
Che iena. Che volpe. Non esisteva un animale che potesse esprimere sua moglie. L’avrebbero creato in laboratorio, prima o poi.
Ricadde, con tristezza, su word. Quel bianco gli dava la nausea.
Le previsioni del suo commercialista erano state corrette. Lo venerava quell’uomo: primo perché lo aveva salvato più volte da certi impicci con la finanza e poi perché era stato l’unico che aveva avuto il coraggio di anticipargli il suo destino senza timore di scatenare la sua ira.
Ha 15 anni meno di te ed è un gran pezzo di …di donna. Io non affermo che ti tradirà. Sarebbe una previsione banale. Semplice. E lei Angela Bufalotta è intelligente, oltre che bella. E sa che non le converrebbe lasciarti, però ti costerà cara, questo sì. Alzi le spalle. Perché hai le casse piene di denaro, ma non è alle tue ricchezze che alludo. Lei ti divorerà l’energia!
Si era grattato le zone preziose e aveva replicato con un sorriso: e io ce l’ho l’energia.
Così c’erano stati i viaggi, i corsi, le sfilate di moda, i teatri, i film, le mostre d’antiquariato.
Sei felice di avere sposato una donna di cultura? E la Traviata che non finiva più. E Il corso di dizione per correggere il dialetto di borgata. E pure lui doveva seguirlo. Dovevano parlare italiano entrambi!
Poi quando stava per sciogliersi sotto tutte queste attività, era calato il colpo finale: il blog!
E anche questo nuovo interesse mica l’aveva intrapreso a caso. Angela aveva dovuto seguire due corsi: Uno di scrittura creativa e uno di grafica. Ed erano aumentate le frequentazioni dei cinema e l’acquisto dei cd.
Lui l’osservava seduto sulla sua poltrona, l’ascoltava paziente quando gli leggeva le sue elaborazioni prima di renderle pubbliche, la tranquillizzava quando nel centro della notte, lo svegliava per interpretare i commenti che la gente le lasciava.
Il peggio però era ancora in agguato, quando accadeva tutto ciò. Il peggio era nell’oscurità che attendeva paziente per sferrare il suo attacco mortale.
Devi aprire un blog, gli disse Angela a bruciapelo.
E lui l’aprì.
E non sapeva che accidenti scriverci. Lui che in tutta la sua vita non aveva mai avuto un diario, se si esclude la compilazione della prima nota.
Scrivi diceva lei, devi scrivere un post tutti i giorni. Sei mio marito. Se io ho un blog, anche tu lo devi avere, altrimenti non sento di avere punti in comune con te.
Un mattino, in cantiere, ebbe l’illuminazione: avrebbe copiato i post. Chi se ne sarebbe accorto? Lo leggeva solo Angela quello che scriveva.
Così andò alla ricerca di qualcuno che lo rappresentasse. Si fermò su un sito su cui compariva la foto dell’autore. Un uomo sui 50, con le guance e il mento abbondanti, ma con uno sguardo luminoso e sveglio. Scriveva storie dimesse, fattarelli incolori senza pretese. Non c’era la possibilità di lasciare un parere sui suoi post. Non c’era un counter che registrava gli accessi.
Il suo cervello imprenditoriale fu rapido nel concludere: Se non ha queste funzioni significa che non ha lettori.
E lo copiò. Non del tutto. Era grigio quel tipo, troppo. E allora partiva da quello che aveva scritto e ci aggiungeva del sarcasmo, dell’ironia, un po’ d’allegria.
E sua moglie ad ogni post indossava un nuovo capo intimo.
Questa volta me la sono cavata senza consumazione, pensò.
Fu il suo commercialista a chiamarlo, sul cellulare alle 8 di sera, quando stava tornando a casa.
Anche lui aveva un blog, gli disse. Un blog tecnico che parlava di fatture. Dava consigli di contabilità e in cambio ne ricavava pubblicità per lo studio.
Ti hanno scoperto Cosimo. E’ uscito un articolo su Gambadilegno in cui riportano tutti i pezzi che hai succhiato al GrandeScrittore. Ti faranno a fette. Ne stanno scrivendo tutti. Devi chiudere il blog: subito!
Angela. Angela la perdo. Angela ne morirà di vergogna. Angela mi disprezzerà.
Cosimo Bellomi era disperato.
Si fissò nello specchietto della sua Mercedes CLK. Fissò a lungo la sua espressione di copione.
La porta d’ingresso fu spalancata con impeto e sua moglie gli saltò al collo in un completo intimo di seta nero, dolorosamente sensuale.
Amooore!
Il blog. Disse lui stringendola con debolezza. Devo farti una confessione…
Lo so, lo so! Esultò lei. Hai copiato tutto.
Ora devi fare una cosina.
La fai una cosina per me? Chiese lei tra un battito di ciglia e uno di tette.
Il cuore di Cosimo Bellomi entrò in tachicardia.
Devi inserire il link del mio blog, disse lei con la più erotica delle sue sfumature vocali.
Io mi dissocerò, ma tu non ci farai caso. Continuerai a copiare, non ti curererai degli insulti, delle minacce. Ci penserò io a consolarti. Che dici il link al mio blog è più evidente se lo mettiamo a destra o a sinistra?
Qual è la durata media di un blog? chiese al suo commercialista.
Lui, l’uomo in cui aveva cieca fiducia, non aveva una risposta questa volta. Era imprevedibile, disse.
*titolo di un film
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Senza complimenti non scrivo Il sole era bianco e il termometro segnava 39 gradi. Di andare al mare, come aveva proposto Stecca, non aveva voglia. Sua madre imbastiva un cappotto appeso al manichino. Suo padre sfogliava il giornale, bestemmiando al ventilatore che gli gonfiava le pagine. Lui, sigillato nella sua stanza 3 x 3 in cui s’insinuava un orribile odore di sugo spacca fegato,preparato con il pesantissimo olio del paese, litri ce ne versava, risparmiava su tutto meno che su quello, accese il pc. Bene, disse, vediamo come sta il blog. Controlliamo i complimenti. La sera prima, sotto l’effetto di una struggimento pazzesco e di un cannone ultrapesante condiviso con Il Maratoneta, aveva scritto un post che avrebbe fatto furore, e seminato frasi argute su blog famosi e famosetti e sorrisi e saluti su quelli con pochi accessi, per un totale di 252 commenti. Dovevano esserci altrettanti click di ritorno. Forse anche più! E invece… Nessun complimento. E gli accessi erano 3! Escludendo quelli fatti da lui stesso. Va bene che era la prima domenica di luglio, ma insomma! Lo voglio ammazzare, urlò sua padre dal soggiorno. Ma quando si rassegnava? Tanto lui quel lavoro alla carta di credito non lo accettava. Doveva seguire i corsi alla facoltà e dedicarsi al blog. Per precauzione andò a controllare la porta. Si risedette. Con le tette di Dany andò alla ricerca dell’emmepi3 adatto. Quando Il Maro aveva visto l’indicatore del mouse era rimasto sbalordito. Prima aveva spalancato la bocca, poi aveva ripetuto non ci posso credere cinque volte, infine aveva detto: ma tu sei il mago dell’accatiemmelle! Lui aveva sollevato le spalle per minimizzare, ma era arrossito d’orgoglio. Il cellulare vibrò con le note di Tottigol. Era Il Maro per le congratulazioni. Hai letto il post? chiese all’amico. Anche lui, copiandolo per l’ennesima volta, aveva aperto un blog, però non aveva lettori. Sficato nella vita, sficato nella rete, triste destino. Sì, ho letto. E non mi hai lasciato neanche una riga? Ci ho lavorato fino all’alba su quel pezzo. Sì, però Kevin sarà stato l’effetto del fumo, dell’afa, io poi non me ne intendo di robe romantiche, ma mi pare una schifezza! Come una schifezza? Non ti offendere, piuttosto c’è TeLoInsegnaFrecciaBlu che ha organizzato un gioco e a quelli che partecipano gli mette il link per tre giorni sul suo blog! Per tre giorni? Accidenti! Vado subito. Mannaggia, mannaggia. Io lo ammazzo lo riduco a strisce a quadrati, a… Sta giocando con la play? Kevin incollò l’occhio sul buco della serratura. Suo padre quella mattina era troppo agitato. Gino calmati che ti s’alza la pressione. Ascolta. Tuo figlio non sta buttando via il tempo. Scrive al computer. Mettiti comodo. Ora ti leggo la pagina che ha pubblicato ieri. Ha un sito su internet! Tuo figlio è uno scrittore.
Allora che te ne pare? Chiese lei dopo aver letto l’ultima frase. Vide suo padre armeggiare con il ventilatore, poi lo udì dire: a me pare robaccia!
Ma no, rispose sua madre. Sai che ha ricevuto un commento da TeLoInsegnaFrecciablu?
E chi sarebbe? Una stella. Cioè Kevin ha usato una parola straniera, ma il significato è quello. TeloinsegnaFrecciablu è quello intervistato da Biloni su AndiamoSempreAvantiSenzaDimenticareIlPassato. Se è quello allora è un deficiente. Ma è andato alla tv! Rileggimi la poesia. Non è una poesia, è una sensazione poetica. Si chiama così. Kevin tornò al monitor. Questa faccenda dell’arte lo cominciava a seccare. Ignorato di qua, insultato di là. Lui voleva i complimenti! Altrimenti accettava il posto alla carta di credito. Cliccò su www.TeLoInsegnaFrecciaBlu. Scrisse i suoi dati per l’adesione al gioco.
Apparve un messaggio che diceva: l’autore di questo blog ti ha inserito nella sua lista nera e ti è proibito commentare.
Un’ora dopo era sullo scuterone con Stecca sulla via del mare. Quando si tuffò dall’ultimo trampolino del Kursaal, l’urlo che cacciò mentre precipitava fu un insulto dedicato a quel nano con gli occhiali grossi. Chi sarebbe Freccia Blu?Chiese Stecca mentre facevano la doccia. Sarebbe un deficiente. La settimana successiva alle 8,25 era all’ufficio reclami carta di credito, sul blog non tornò più e le sensazioni le sussurrava sul collo di Tamara, la bella usciera del terzo piano, che aveva un debole per la poesia.
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Il gobbo del Ministero si libera del suo segreto.
Oggi chiudo il blog, dice P. al suo collega G. puntandogli una bic contro come fosse una pistola.
Ieri notte, invece di fare il solito giro per i commenti, ho scritto il post di chiusura.
Veramente? chiede G. inghiottendo un litro di saliva. Non puoi! Con tutti gli accessi che hai…
Mi sono annoiato. Tanto le donne mi piovono addosso comunque, anche senza blog! Ho dimostrato a me stesso che posso arrivare in alto e ciò mi basta.
Tale dialogo avviene una mattina di primavera in una stanza con il soffitto alto e pareti gialle scrostate, dove ci sono due scrivanie una di fronte all’altra. Sul ripiano di quella di G. c’è un mucchio di cartelline dell’altezza di circa un metro, in un equilibrio che si potrebbe contraddire con un soffio o con un alito di vento, mentre su quello di P. ce ne è uno di pochi centimetri.
P. è muscoloso, abbronzato e con una faccia sfacciata.
G. è di pochi capelli, di limitate parole e di scarsa altezza.
Il giovane e il vecchio li chiamano gli altri impiegati, in realtà sono coetanei.
G. ha una testa che risplende sotto il neon della plafoniera incollata al soffitto e occhi minuscoli dietro lenti robuste.
P. ha uno sguardo azzurro e profondo, ottenuto grazie ai cromosomi paterni e ad un corso di recitazione.
G. ha un segreto che P., più volte durante quei 480 minuti che passano insieme, ha tentato di scoprire.
E’ scontato aggiungere che P. è arrogante e G. ha poca fiducia in sé stesso? E’ scontato, ma va comunque sottolineato.
Da qualche mese un legame unisce P. e G. Tale legame si è stabilito da quando P. ha aperto il blog.
P. cerca le idee e butta giù le bozze dei post, G. fa l’editing, s’informa di quanto accade nella blogosfera, cura l’aspetto grafico del sito e si occupa di una parte del lavoro d’ufficio di P.
Che vantaggi ha ottenuto G. dalla creazione del blog?
Be’ intanto uno. P. ha smesso di indagare sul suo segreto. E poi ha un ruolo, sia pur secondario, nel blog dove compare sul lato sinistro con un’immagine di uno gnomo dell’aspetto inquietante. P. scrive i post e lui, G., li arricchisce di commenti firmandoli con il nick di Igor.
Che vantaggi ha ottenuto P. dall’ingresso in rete? Che in ufficio non si annoia più sui ricorsi, ha dei neopets fortissimi e ha conosciuto un sacco di ragazze.
Ripensaci, insiste G., sfilandosi gli occhiali e alitandoci sopra. P. si fissa le unghie, si porta l’indice della mano sinistra sulla punta del naso aggressivo, con l’anello d’argento che ha infilato all’anulare cattura un raggio di sole e va a colpire l’iride incolore di G.
E’ uno dei passatempi con cui P. si diverte a tormentare il suo collega.
Era tanto che non lo faceva, pensa G.
In realtà P. sta bleffando. Ha effettivamente scritto il post di chiusura, che ha intenzione di pubblicare nel giro di pochi minuti.
Ma vuole destare stupore nella rete con la sua improvvisa chiusura ed ha intenzione di ricomparire dopo una breve pausa. E, inoltre, medita di estorcere al suo collega, se riapre il blog, il prestito della casa sul lago durante i fine settimana, a tempo indeterminato.
G. ha sempre desiderato avere un blog tutto suo, l’ha anche aperto su splinder e ha trascorso ore a sistemare il template, ma non ha il coraggio di esporsi, di mettere in vetrina le sue parole.
Questa mattina, però, è abbattuto come non gli capitava da tempo. Ogni giorno deve lavorare almeno un’ora in più per svolgere il lavoro di P, però lui gli è grato e ha smesso di tormentarlo. Potrebbe continuare a fare il suo lavoro lo stesso. Però sarebbe riconoscere ufficialmente il suo ruolo di sottoposto e ciò potrebbe condurre verso altre conseguenze spiacevoli.
E il suo segreto? Sarà minacciato di nuovo.
Dopo un’ora dalla pubblicazione del post di chiusura, il counter non segna più gli accessi e il cellulare di P. è tutto un trillo.
P. sorride a cento denti, non risponde al telefono, cerca invece, con l’unghia sinistra dell’indice, i puntini del cous cous che sono rimasti incastrati tra gli incisivi durante la cena indiana, la sera precedente.
Sabato vado fuori con Chiara, sussurra. Vorrei portarla in un posto romantico, tranquillo, ma sono a corto di grana e…cerca con l’anello il raggio di sole, centrando in pieno il bersaglio.
G. intuisce. Vuole la sua casa sull’acqua. E per la prima volta nella sua incerta esistenza decide di ribellarsi.
Ruota con la sedia verso il monitor, digita l’url: il gobbo del ministero e scrive le prime righe:
Ho 33 anni e lavoro in una stanza in cui quando splende il sole sono a disagio. Sono a disagio anche in altri momenti nella mia fragile vita. Potrei scriverci un trattato su quanto mi senta inadeguato. Se avessi avuto la fede, mi sarei fatto sacerdote e sarei stato in pace, forse.
Custodisco un segreto che non ho mai condiviso con nessuno. Più il tempo passa e più questo segreto diventa pesante. Potrei imparare a conviverci, e giuro che ci ho provato, oppure risolverlo, e ho tentato anche questa via. La sorte ha voluto che io lavorassi a fianco di un piccolo torturatore, uno che avrebbe ben agito se fosse nato in un altro periodo storico. E invece è venuto al mondo negli anni 70, in una tranquilla famiglia romana.
Oggi, lunedì 11 aprile, in un giorno di sole, io mi ribello. Mi ribello a lui e svelo il mio segreto. Ho 33 anni e non ho mai avuto una donna. Anzi, per essere precisi, non ne ho mai baciata una. Il mio alito non ha un odore sgradevole, sono brutto questo sì, non orribile però. Deduco quindi che se non ne ho mai baciata una, dipende non dal mio aspetto fisico, per lo meno non del tutto, ma dalla mia insicurezza.
Per questo vi chiedo aiuto. Voglio capire perché.
Libero! Dice G. alzandosi e dirigendosi verso la cassettiera.
Fammi leggere un po’…dice P.
Hai capito… Il gobbo del Ministero è vergine…Vuole aggiungere qualcos’altro, ma è perplesso e molto seccato per quelle righe.
Allora alza la mano sinistra per catturare l’ennesimo raggio di luce, ruota l’anello in cerca dell’occhio del suo collega in piedi, ma lascia cadere la mano che fa un piccolo toc sulla scrivania.
G. lo sta fissando da dietro un paio di lenti scure.
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