Il signor Uh è innamorato dell’inquilina del terzo piano. E’ innamorato di lei, coscientemente, da quando gli parlò tre anni fa. Era vedova da poco quando lo fermò sulle scale (il signor Uh non usa mai l’ascensore) e disse una frase sul tempo e lui rispose: è vero, poi lei mise su un’altra faccia e il Signor Uh fece un passo indietro, sbalordito.
Lei allora disse: faccio paura, eh? E scoppiò a piangere.
Il Signor Uh avrebbe voluto confortarla, avvicinarsi, allungare un braccio e farle una carezza, come si fa nei film e come si dovrebbe fare, invece rimase pietrificato, con le dita che pizzicavano la fodera delle tasche.
Alla fine lei si soffiò il naso, ecco che cos’altro avrebbe potuto fare: offrirle un fazzoletto! e disse: ti confido un segreto, ma non lo raccontare a nessuno, per carità!
E il signor Uh giurò con la mano destra sul cuore, senza pronunciare parole, ché in certi casi le parole ci stanno male.
Ecco, proseguì la signora Isabella, si tratta di mia figlia. Ha l’anoressia, quella cosa che vuoi essere magra e non mangi, e da quando il padre è morto è peggiorata. Oltre a non volere il cibo, non vuole più incontrare la gente. Non vuole che io esca di casa. Non può venirci a fare visita nessuno. La lavastoviglie è rotta e mi ha proibito di chiamare il tecnico per ripararla. Posso uscire solo per pagare le bollette alla posta. E la notte insieme a lei. Tutte le notti camminiamo da mezzanotte alle tre. E ogni volta che vado a far la spesa mi fa una scenata e io non ce la faccio!
Il signor Uh avrebbe voluto dire: mi spiace, invece rimase imbambolato a fissarla.
Isabella ha i capelli corti e rossi e due occhi neri che si muovono di continuo e che vedono più degli occhi degli altri perché hanno poco tempo per guardare. Isabella è piccola di statura e magra ma ha un sedere rotondo, sporgente, e inaspettato per quel corpo, per lo meno lui ne rimase sorpreso quando lo ammirò la prima volta. Il Signor Uh quando pensa a Isabella certe volte ricorda i suoi occhi che guardano lui, le scale, la plafoniera sul soffitto, lo zerbino a rombi rossi e blu, l’ascensore, certe altre il suo sedere. Comunque quel giorno, quando finalmente riuscì a parlare, le disse: gliela faccio io, la spesa! Isabella rispose: grazie! E poi aggiunse: dammi del tu. E il signor Uh vorrebbe, vorrebbe davvero, ma non ce la fa. E così il martedì e il venerdì citofona alla signora Isabella, s’incontrano sul pianerottolo, lei gli dà i soldi per la volta successiva, lui le buste e il resto. Dopo lo scambio chiacchierano un po’, il Signor Uh è più tranquillo e gli fa le domande sulla salute della figlia e sulla sua, lei gli racconta della passeggiate notturne, del gelo mentre camminano o della paura di incontrare qualcuno, due paure diverse, quella della figlia e quella della madre, lui si offre di seguirle a distanza, lei ogni volta rifiuta con un sorriso che gli ruba un pezzetto di cuore.
Ormai non ce l’ho più il cuore, ce l’ha tutto lei e presto passerà agli altri organi, pensa il Signor Uh quando Isabella chiude la porta.
Questa sera, martedì dodici novembre, lei gli ha rubato un pezzetto di fegato.
Come sai, ho il permesso di parlare solo con te e con gli impiegati della posta, ma dalla scorsa settimana posso parlare anche con internet, ho il computer!
Internet? Ha ripetuto il signor Uh. Ma ci sono le robe scritte lì, mica si può parlare.
E invece sì, ha risposto Isabella. Si può parlare e anche scrivere e si conosce un mucchio di gente che ti consola.
E Margherita glielo permette?
Sì. Mi collego la mattina e anche il pomeriggio, e certe notti dopo che torniamo dalla camminata. Sono libera!
Il signor Uh ha detto che era contento, anche se non lo era affatto. E dopo quando era nella sua stanza ha pensato che vorrebbe imparare ad usare internet per parlare con Isabella, poi ha aperto il libro di poesie di Lorca e ha copiato sul suo quaderno una poesia:
Non posso più essere contento,
per tutti i miei giorni devo portare
nella mia nostalgia la tua immagine.
son proprio tuo.
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Il Signor Uh lavora in una ditta di autoricambi all’ingrosso da quando aveva quindici anni.
Fu assunto quando c’era ancora il vecchio, Romolo Baldini, il fondatore, ora il capo è suo nipote Luigi che ha allargato l’attività aprendo un negozio nella stessa strada del magazzino. Un bel negozio di duecento metri quadrati, con i banconi di legno vero, le scaffalature in ordine, i cassetti con le etichette e i computer. Il vecchio è restato fino a quando un ictus l’ha atterrato nel reparto dei motorini d’avviamento.
Enrico Baldini, invece, figlio di Romolo e padre di Luigi, era considerato un incapace.
Sei un mollusco, diceva certe sere il vecchio al figlio dopo la chiusura. Enrico alzava le spalle e non rispondeva, ma quando passava accanto al signor Uh, che aveva il compito d’inserire l’allarme, gli sussurrava: tanto prima o poi crepa. Ma poi è stato Enrico ad andarsene per primo, in un incidente con la moto sulla Pontina. Il vecchio, che allora non era vecchio, ha cominciato a portarsi il nipote con sé, a insegnargli a distinguere le marmitte, le candele e i trucchi per fregare la finanza, a ripetergli fino allo sfinimento che quella ditta l’aveva tirata su scorticandosi le dita nelle discariche a caccia di accessori d’auto ancora utilizzabili, e che non poteva andare in malora, ché era la missione della famiglia nel mondo, quella ditta.
Gli impiegati dicevano che la passione per il lavoro da trasmettere al nipote l’aveva salvato dal dolore per la perdita del figlio. Il signor Uh non ha un’opinione al riguardo, né sentimenti di simpatia o antipatia per i suoi padroni, vivi o morti che siano. Ai padroni bisogna dire di sì, fintanto che pagano lo stipendio.
Il signor Uh ha sempre lavorato nel magazzino. Non ne è ufficialmente il capo perché non è rapido con i conti e non è in grado di usare il computer. Ma lui è la memoria della ditta e della dislocazione delle merci. Se manca la corrente o i computer vanno in tilt tutto si ferma, solo il signor Uh può continuare a lavorare. Una volta ci fu un guasto alla centralina elettrica che durò ore e proprio quel giorno il signor Uh, che non si ammala mai, era a casa per un’intossicazione alimentare dovuta a un paio di bistecche avariate cucinate dalla madre.
In quell’occasione, il padrone spedì un dipendente a prenderlo con la macchina. Avvolto in una sciarpa e in un cappotto che puzzava di naftalina il signor Uh, che indossa tutt’al più un giubbotto in inverno perché non sopporta il peso della stoffa addosso, si muoveva tra gli scaffali, con il padrone al fianco, due impiegati con le torce, seguito dai magazzinieri in fila come soldati.
Sembravano un piccolo esercito dietro al re. Il re era lui, il signor Uh.
Quando tutta la merce fu trovata, imballata e pronta per la consegna il signor Uh tornò a casa in taxi perché il collega non poteva portarlo e il padrone si dimenticò di rimborsargli la corsa. Il signor Uh non ci dormì per una settimana e ancora oggi, se ripensa alla faccenda del taxi, un fastidio gli si apre dentro.
Il Signor Uh non ha la patente. Non ha potuto dare l’esame perché la testa gli gira se sta dietro a un un volante.
Il Signor Uh è convinto che un certo problema suo, di cui solo una persona forse sospetta, derivi proprio dalla sua incapacità di guidare la macchina.
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Il Signor Uh abita in un attico nei pressi del Ponte Lungo a Roma e il nonno, quando il signor Uh era bambino, lo portava su questo ponte a guardare i treni. Al nonno piacevano molto i treni e gli diceva i loro nomi e le velocità che potevano raggiungere. Sul muretto del ponte c’era - ma c’è ancora - una rete e sulla rete c’era un cartello - ma c’è ancora - con il simbolo della morte e una scritta e il nonno gli aveva raccontato che se appoggiava le mani sulla rete moriva fulminato dalla corrente elettrica. Il Signor Uh, quando ha imparato a leggere, stava per posarci un dito sopra alla rete, il dito indice della mano sinistra per la precisione, ma poi non ne ha avuto il coraggio.
Nell’attico il signor Uh vive con sua madre. Sua madre è secca e piccola, scoppia di salute e di idee, e ha una barboncina bianca di nome Pussi che odia il Signor Uh e gli ringhia e gli morde le caviglie. Ma l’odio è reciproco. Il signor Uh, certe volte, quando Pussi dorme nella cuccia e sua madre è nel bagno, le tira un calcio, e certe sere che si annoia, immagina i cento modi di come potrebbe ucciderla. Il suo modo preferito é quello in cui la getta nel cassonetto e con lo sportello chiuso le sussurra: e adesso abbaia! Secondo il suo collega, a cui il signor Uh ha confidato il passatempo, si potrebbero trovare sistemi più crudeli per uccidere Pussi, e che tutto dipende dalla scarsa fantasia del signor Uh. Il signor Uh è rimasto turbato da questa considerazione circa la sua fantasia. E ci ha pensato e ripensato. Alla fine ha ipotizzato che quel pomeriggio il collega, che trasporta merci con il camioncino della ditta, fosse stanco. Così il Signor Uh ha deciso di aspettare e poi di chiedergli una conferma se sia proprio convinto di quello che ha detto.
Il signor Uh e sua madre hanno diviso l’attico a metà. Ci sono due muri e due porte tra loro. Le porte non vengono mai chiuse a chiave e c’è la regola che se uno va nella zona dell’altro suona una campanella. Sua madre non la rispetta mai questa regola, il Signor Uh invece sì. Tranne quando sua madre è in bagno e al signor Uh viene voglia di tirare un calcio a Pussi.
Tra i due muri e le due porte c’è la cucina in cui a volte il signor Uh e sua madre s’incontrano.
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Il signor Uh è pallido, leggermente soprappeso. E’ appena stato dal barbiere e ha una testa liscia e profumata, ma questa sera soffia un vento freddo, a raffiche, e il signor Uh è a disagio.
Questo ventaccio, pensa il signor Uh, mi ruba il profumo e lo infila dentro le narici delle persone, per questo motivo mi guardano. Allora si allontana un po’ dalla fermata dell’autobus, sta aspettando il 43 che lo riporti a casa, e ricorda quando un groviglio di riccioli neri gli proteggeva la testa, gli riscaldava il collo e gli dava la sensazione di stare in compagnia.
Una volta eravamo tanti, ora sono rimasto solo. Meglio solo che male accompagnato, sillaba nel pensiero.
Il signor Uh ha la passione per i proverbi e le frasi che spiegano tutto. Ha un quaderno con la copertina rigida blu dove trascrive quelle che lo colpiscono e ogni notte, prima di addormentarsi, lo sfoglia e le ripete ad alta voce. Ogni anno ne riempie uno e nel ripiano dell’armadio nella camera da letto c’è una torre di nove quaderni. Sia quelli terminati che quelli nuovi hanno la stessa copertina e le pagine sono un poco ingiallite. Il signor Uh ne comprò due pacchi da dieci in un grande magazzino a un prezzo conveniente molto tempo fa, talmente tanto tempo fa che se ci ripensa gli pare un’altra vita.
Certe volte, il sabato pomeriggio, se non ha questioni importanti da risolvere, il signor Uh prende un quaderno nuovo, va in un quartiere vicino o lontano a quello dove vive e si fa il giro delle cartolerie.
Avete un quaderno come questo? Domanda al venditore.
Quando iniziò la ricerca, il signor Uh telefonava ai cartolai e chiedeva: avete un quaderno a righe sottili, praticamente invisibili, con la copertina blu notte e un’etichetta rettangolare sulla prima pagina? E quelli rispondevano: sì, l’abbiamo! E il signor Uh saliva sull’autobus, consultava la mappa, e raggiungeva il negozio. Ma sempre, sempre! rimaneva deluso, e s’irritava e discuteva con i cartolai.
Come si può fare questo lavoro se non si conoscono i nomi dei colori! diceva stizzito. Una volta uno di questi esseri abominevoli che frodano le persone, dopo aver cercato di convincerlo ad acquistare tre quaderni con la copertina blu notte ma con le righe troppo marcate e senza etichetta rettangolare sulla prima pagina, afferrò quello che il signor Uh aveva in mano e si mise a sfogliarlo e a leggerne le frasi.
Ah, ti piacciono i proverbi, commentò dopo che il signor Uh l’ebbe ripreso.
Se ti interessa ho un libro di proverbi in offerta.
Che gente volgare esiste al mondo, pensò il signor Uh in quell’occasione.
Un suo collega, a cui ha confidato in parte il suo cruccio, gli ha detto: dovresti cercarlo su internet. Lì si trova l’incredibile.
Ma il signor Uh non lo sa usare internet e sta valutando se sia il caso di seguire un corso o meno, e ne pesa i vantaggi e gli svantaggi durante l’intero tragitto in autobus. Quando scende, trenta minuti dopo, il vento è scomparso e lui ha quasi deciso.
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