Un re senza corona ma con la scorta Il giorno dopo ti fa male un po’ tutto. A me e a suo padre. Lui invece si veste, si lava i denti, s’aggiusta con la sua mano sinistra. E l’abilità con cui chattava su messenger ieri sera! E il telefono e il cellulare che non tacevano un attimo. Poi l’accompagno a scuola. E le ragazze, le ragazze (ma quante ne conosce?) fanno domande, vogliono sapere, veramente vuoi sapere tutto? Sì, voglio sapere. E dopo sgranano gli occhi, si coprono il viso con le mani, lo guardano come guardano le ragazze. Attraversiamo la mensa. Su un paio di tavoli ci sono delle torri traballanti tirate su con i cartoni della pizza. Quello che resta della cena dopo la prova generale, dice con un sospiro. Entriamo nel teatro. Un gruppo di studenti sta allestendo una scena. Parla con l’insegnante, che è alto come me, i capelli cortissimi, un orecchino che brilla su un lobo. Alle 11.35 qui. Oggi, per l’anteprima per gli studenti delle medie, puoi indossare un soprabito. Ma domani…Come farai? Mi aiuterà mio padre, dice lui. Sarà nel camerino con me. E, forse, domani mattina, quando andremo in ospedale per la medicazione, gli lasceranno il braccio libero, aggiungo io. Ma sì, certamente! dice Fran. E comunque anche se sarà legato al collo, va bene lo stesso, conclude l’insegnante. E l’antibiotico a mezzogiorno! Non ti dimenticare, e…ti accompagno in classe? Scherzi? No, non scherzo, cioè, sì, scherzo, e se ne va da solo. Non ti preoccupare, capito? No, stai tranquillo. Intanto suo padre ha recuperato dalla busta della spazzatura lo scottex in cui era avvolta la parte recisa. L’ha recuperato per capire chi dicesse la verità. Lo affermava che fosse un pezzo, io un pezzetto. E verso mezzanotte non ero più certa delle dimensioni. E chi aveva ragione? Tu! I bambini ingigantiscono sempre tutto. E quando resto sola, accendo lo stereo e per la milionesima volta, ascolto questo.
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Sono cose che succedono Alle 7.45 siamo in macchina Fran, Lo e Io. Ma guido nella direzione opposta alla fermata del bus della scuola. Vado verso la strada che porta al P.S. A Fran è rimasto schiacciato un dito nella porta. Esce sangue e non si vede bene, l’unghia c’è, ma è un’unghia mangiata e quindi corta. Gli ho dato un asciugamano, lui ha preso invece un mucchio di scottex, perché il sangue macchia, ha detto. Il P.S. è al secondo piano e al citofono non rispondono. Uno che scarica casse di frutta, mi aiuta. Spinge il bottone con forza e io penso che rompe il citofono e invece no, la porta si apre. L’ascensore è occupato. Fran dice che sta per svenire. Io dico: respira profondo. Saliamo a piedi. All’accettazione l’infermiere dà un’occhiata al dito, dito medio destro, e: 1) ci fa entrare 2) non ci chiede il numero dell’assicurazione. E allora in base a queste due cose, io so che è successo qualcosa di grave. Lo fanno distendere sul lettino, gli domandano come è accaduto, gli chiedono perché dopo cinque anni di Olanda non parla l’olandese, gli sparano due siringhe: una di anestesia e una di antibiotico. E se stavo a Roma, non avrei fatto caso alle due punture, ma siamo qui, e qui al dolore si resiste, il dolore bisogna sopportarlo e l’antibiotico, l’antibiotico va preso solo in caso estremo. Estremo appunto. Poi c’è la lastra. Poi il dottore dice che va a parlare con un suo collega e che nei prossimi minuti decideranno cosa fare. Il dito non sanguina più. E così lo posso vedere. Ne manca un pezzo. Un pezzo di falange. Quando torna il dottore è in compagnia del collega, quello che si occuperà della rifilatura. Fran è coraggiosissimo. E in quei secondi lunghissimi, lui è girato verso di me, respira profondo, gli dico, non sentirai niente, lui si dispera, ma si dispera a bassa voce e mica perché lo stanno per tagliare, no, mi chiede: pensi che potrò andare alla prova generale del musical stasera? E io rispondo che non lo so, e lui mi dice e venerdì? E venerdì come farò? Mi metto un paio di guanti, che ne dici? Sì i guanti, e poi tutto finisce, il tagliatore svanisce, e io vorrei sapere quanto gliene ha tagliato, ma uno non lo sa, un altro mi dice un pezzetto. Ti sei comportato benissimo, gli dico in macchina, ci siamo comportati benissimo. Senza lamenti, senza lacrime. Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare, senza perdere la calma. Poi posso telefonare a Emme, che è in qualche punto dell’Europa. E dopo chiamo il mio dottore di Roma. C’è che quando sono tornata a casa ho trovato il pezzetto di dito. E gli dico che non me ne ero accorta che si era staccato. Che pensavo che si fosse tolta la pelle. Lui mi dice che non glielo avrebbero mica ricucito. E’ un pezzo troppo piccolo. E che sono cose che succedono. E che quando si tratta di urgenze, gli olandesi sono bravi. Mi dà delle spiegazioni tecniche e mi consola, mi consola. Ci siamo comportati alla grande dice Fran. La ripetiamo ancora un paio di volte questa frase. E poi mi chiede un gioco del gamecube e allora penso che siamo tornati alla normalità.
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Ore8.50.
Sono in soggiorno, seduta sulla mia poltrona, soffio sul caffè e fisso il fiore giallo dell’orchidea e mi domando cosa l’abbia spinta dopo quattro anni di assenza a sbocciare ancora.
Suona il telefono.
Tre squilli è il tempo che impiego a sollevare il ricevitore.
In quei 3 squilli mi chiedo chi possa essere: le bollette le ho pagate, M. è a un riunione, sarà qualcuno che deve propormi qualcosa, ma in genere propongono dopo le dieci, potrebbe essere Occhi Laterali che anche ieri ha telefonato, potrebbe essere lui, certo, che vuole circuirmi per schiacciarmi come dice Chris, oppure…
Oppure.
Pronto!
Sono l’infermiera della scuola.
Fa che siano i pidocchi, fa che uno dei due li abbia…
Lo è qui, ha avuto un incidente…
Il tempo di collegamento tra questa frase e la successiva è meno di un secondo, credo. E in questa pausa così breve non ci sono pensieri, ma immagini. Quando sul video si componeva il feto in formazione e io guardavo le ombre e lo sguardo del dottore per capire qualcosa prima che parlasse, o quando il pediatra ascoltava il battito del suo cuore e metteva su quel viso serio, concentrato, quando al pronto soccorso lo visitavano, attimi che avevano una diversa scala di preoccupazione, ma che racchiudevano il silenzio, un silenzio incerto che non mi piace.
Stava giocando a pallone, dice l’infermiera, ed è stato colpito a un occhio. L’occhio è molto gonfio, potrebbe esserci una contusione alla cornea.
Me lo passa, per favore?
Prima delle parole, ascolto il suo tono, e sono quasi tranquilla.
Chiamo il dottore. Il telefono del dottore è sempre occupato, cioè è libero quando non c’è. Se la fortuna è dalla mia parte e qualcuno dice Pronto, io pago 12 euro più Iva.
Sette minuti di guida alla TantoLoSoDoveSonoLeMacchinette e sono a scuola.
Tiro un sospiro di sollievo: la sacca di ghiaccio ha fatto sgonfiare lo zigomo e anche la cornea non è così rossa.
E’ meglio che lo fai vedere comunque, suggerisce l’infermiera.
Chiamo ancora il dottore. Occupato. Chiamo M.
Vai senza appuntamento, mi dice. E se non ti riceve vai al P.S. di GGGsssTT, e se non lo visitano neanche lì, andiamo a quell’ospedale dopo Amsterdam. In quello non ti cacciano via, lo sai.
15 minuti di guida olandese e sono dal Doctor. Salm si chiama, che nome del cavolo, però non c’è mai, ci sono i suoi assistenti.
Senza appuntamento?! Dice l’infermiera in dutch.
La linea era occupata, rispondo in inglese.
Ma senza appuntamento??
E’ un’emergenza, dico, indicando l’occhio di Lo.
Data di nascita, nome e cognome.
Non trovo il file, dice dopo qualche click. Puoi controllare se i dati sono esatti?
Ehm, dico. Sul post it li hai trascritti nel modo corretto, ma…
Hai scritto 1895. Un po’ troppi, non credi?
Guarda Lo, guarda me. Senza dire nulla.
E’ nato nel 1995. Ha quasi 10 anni, non 110.
Già è vero. Ride. Ridono anche gli altri. I loro suoni entrano nel mio cervello e li traduco in blocco.
Ci sediamo. Lei, si mette a osservare qualcosa al microscopio. Non vorrei che osservasse mai qualcosa di me o dei miei da dietro quella lente.
Il dottore ci chiama e controlla gli occhi con una luce. Dice che non ha nulla. Che può tornare a scuola. Ogni volta che vado dagli assistenti di Salm, o da Salm stessa, quando ho avuto l’onore di beccarla, Salm è una donna, hanno sempre diagnosticato che non era nulla, anche quando invece dovevano essere ricoverati in ospedale.
Stavolta penso che ha ragione. Poi mi ricordo dei dottori italiani e ho un battito di nostalgia.
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La mano sinistra nelle tenebre
Credo che senza un po’ d’indignazione, io non possa vivere, anche quando gli eventi non mi coinvolgono direttamente. Comunque ieri, in un ospedale dell’Aja, ad un’amica di un’amica hanno riattaccato tre dita della mano sinistra. Non erano proprio separate: dei brandelli di pelle e qualche tendine li trattenevano ancora. L’operazione è riuscita, per sapere se le dita riacquisteranno una completa mobilità bisognerà aspettare invece. Ovvio che stanotte non ha dormito per il dolore e per gli effetti dell’anestesia. Non tanto ovvio che a distanza di poche ore dall’intervento sia stata spedita a casa.
E così ero veramente nervosa e preoccupata ieri sera. Poi un invito per un caffè mi ha portato in un giardino sul retro di una casetta di Biancaneve, a me Biancaneve è stata sempre antipatica, però mai lasciarsi ingannare dalle apparenze. Perché in questo giardino, che sembrava un caos di piante e di fiori e contraddiceva la facciata anteriore, c’era un piccolo stagno da cui partiva uno zampillo d’acqua. Il caffè era buono e la padrona di casa parlava lento. E l’indignazione è sfumata. Poi quando tornavo, pensando alla mano, mi è venuta voglia di rileggere questo libro, una delle più belle storie d’amore che sia stata scritta.
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La mia amica P. mi racconta il suo primo incontro con T. Ci siamo incontrate alle 7, da sole. Due ore sedute una di fronte all’altra. E non è stato facile. Intanto lei non sa l’inglese, cioè un po’ lo conosce, ma ha detto che non aveva voglia di parlarlo. Così tutta la conversazione si è svolta in olandese e ci sono state anche lunghe pause in cui stavamo in silenzio. Durante una di queste è arrivato il suo gatto, un enorme gatto nero e lei ha sillabato: gat-to! Brava, ho detto io, la pausa era durata due tre minuti, forse anche di più, e mi scervellavo su un argomento da tirare fuori ed eccolo lì a portata di mano! Facciamo così, ho detto, ogni volta t’insegno due o tre parole in italiano, ti va? Ha risposto di sì, che le andava. Comunque non è stato facile, per niente, anche perché ci facevamo delle domande, però c’era questa linea sottile che non si poteva oltrepassare. Non deve sapere dove abito, il mio numero di telefono, non deve avere troppe informazioni sulla mia vita e allora ogni volta che parlavo, dovevo concentrarmi sulle parole e su quello che era opportuno dire e non dire. Così quando ha cominciato ad accarezzare il gatto, in effetti l’unico nota anomala di quelle due ore è stato proprio il modo come lo accarezzava, non come si accarezza un animale, ma neanche un bambino e nemmeno un peluche, comunque in quel momento mi sono sentita un po’ sulle spine, e allora le ho raccontato che anche io avevo avuto un gatto. Quella non era un’informazione troppo personale. Dopo mi ha mostrato la casa. L’ha dipinta da sola. Di blu e di rosa. L’ha dipinta bene, senza sbavature. Tutto era molto disordinato: il letto era sepolto dai vestiti, il lavello era colmo di piatti sporchi e sul tavolo c’erano una decina di tazze piene a metà di caffè, in alcune c’era una patina quasi solida e un vaso con dei fiori a cui era rimasto solo il gambo. Pareva una casa abitata da tre, quattro studenti e invece ci vive da sola. Ha 32 anni, prima lavorava in un ufficio, ma quando è iniziata la depressione ha smesso. Percepisce un assegno dal comune. Oltre alla depressione, ha anche una leggera forma d’autismo. Così c’era scritto nella scheda che mi hanno dato. Però non so. Parlava, molto più di me. Le immagini dei gatti. Ecco quelle mi hanno colpito. Statuette, peluche, fotografie e disegni. C’erano delle immagini di gatti anche sulle tazze sul tavolo. E’ brutta. Ha un corpo maschile e un viso pieno di bolle. Però non bruttissima. Se cambiasse il taglio dei capelli e vestisse diversamente. E si nutrisse meglio. Mangia patatine e le zuppe in polvere. E’ appassionata di cabaret. La prossima settimana andremo in un pub dove c’è uno spettacolo che ha già visto, ma dice che è molto divertente e ogni volta le battute cambiano. E’ sola. Senza amici, senza famiglia. Anche questo l’ho letto sulla scheda. Passa un po’ di tempo in un maneggio dove si prende cura dei cavalli, non la pagano, se volesse potrebbe avere delle lezioni gratuite, ma non le va d’imparare a cavalcare. Poi disegna teste di gatto che appende alle pareti. A parte questa fissazione non mi è sembrata molto diversa, nel modo di ragionare intendo, dalle persone che frequentavo quando vivevo a Roma.
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Ho mandato in tilt l’efficienza olandese.
Questa volta è accaduto al centro dentistico. Avevamo un appuntamento una settimana fa a cui siamo mancati e un altro oggi. Appuntamenti fissati alla fine d’ agosto. E poi proprio quel giorno: l’imprevisto. Abbiamo telefonato per avvertire nel rispetto della regola, ma forse distratta dal koffie a 100 gradi, la segretaria ha dimenticato di trascrivere il nostro messaggio vocale e non ci ha richiamato.
E allora? Ho chiesto io.
E allora? Ve ne dovete andare.
Come andare?
E consultava il computer un odontotecnico poi anche un secondo e infine un terzo.
L’imprevisto! E alle 8. 30 di mattina mentre bevevano il primo Koffie!
Sembrava una catena di montaggio a cui si era guastato un ingranaggio e gli oggetti che erano sul nastro schizzavano via impazziti.
Naturalmente anche io avevo dato il mio contributo. Perché loro l’imprevisto lo prevedono, ma è un imprevisto nordico e quindi che segue una sua logica. E sarei dovuta entrare in allarme quando la segretaria non aveva richiamato e invece non ho agito, ho avuto un comportamento caotico.
Quindi niente visita.
E quando sarà la prossima, allora?
E mentre ponevo questa domanda, li ho visti trasformarsi in regina di fiori, fante di picche, sette di fiori, in ordine di seme e di numero, in equilibrio e in fila. E li ho visti cadere uno dietro l’altro. Anche la segretaria è caduta. Poi è arrivato il Re di quadri, che mica è re per caso, ha parlato con tutte le carte sparpagliate, le ha aiutate a ritrovare l’equilibrio e l’ordine, ha premuto i tasti del pc, consultato files e appunti e ordinato a Fran di sedersi sulla poltrona reclinabile. Con una pinza lo ha privato del suo sorriso d’argento che esibiva da quasi quattro anni.
In tutto questo trambusto il fante di cuori era assente. Era ad Ancona ad insegnare come costruire sorrisi perfetti. Peccato. Per almeno due ragioni, ma ne spiegherò solo una, che l’altra è evidente: almeno lui mi avrebbe compreso, non semplicemente intuito, quando ho cominciato ad arrabbiarmi in italiano accrescendo il panico già elevato.
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Certo che partire per Ameland domani mattina, non mi pare proprio una buona idea. L’aquilone ha le ali fragili e rischia di spezzarsi subito.
Ho chiesto consiglio alla gatta e pure lei sembra contraria. Dice che è preoccupata per il tipo che verrà qui in nostra assenza. Teme che possa mangiarsi i suoi croccantini. Ho cercato di tranquillizzarla, promettendole che lascerò nel frigo insalata di riso, torte semicrude e altro, ma non si fida. Le ho detto che dovrà rassegnarsi e se ne è andata via sdegnata.
Intanto il vento aumenta e le mie perplessità pure.
Il paese è semivuoto. Mi sa che hanno acquistato quei pacchetti reclamizzati sulle vetrine delle agenzie di viaggio. Italia, Spagna e Portogallo. Parigi e Londra.
Vado a dare un’occhiata a cosa succede verso sud. Poi vado a comprare un aquilone più robusto.
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Alla ricerca della strada che non c’è più
Le strade che percorriamo non esistono e il pilota automatico non le riconosce. Vaghiamo per 70 chilometri prima di arrivare a quel paese: devo portare Lo dall’otorino e il medico generico(olandese) non ci ha dato il consenso. Il nostro medico (romano) invece, ci dice di farla. E allora andiamo in questo ospedale che accetta pazienti senza richiesta. Io pago naturalmente, avrei pagato anche se avessi avuto l’autorizzazione. L’appuntamento è per le 13,10. Arriviamo alle 13 come indicato sulla mail che mi hanno inviato. 10 minuti prima per la registrazione, ma è l’ora del pranzo. Alle 13.00, nell’ospedale che sembra una clinica di lusso, mangiano panini fatti con il pancarrè.
Mangia la segretaria dell’accettazione, le infermiere dei reparti, mangiano i medici. Lo dice: voglio mangiare anche io. L’infermiera del reparto otorinolaringoiatra ha una briciola di pane scuro sul mento. Aspettiamo un’ora mentre loro chiacchierano e inghiottono bibite dai tetrapak e tazze di caffè fumanti. Nell’attesa, racconto a Lo un’altra puntata grottesca sull’otorino. Sono anni che la figura dell’otorino m’ispira storie terribili. All’inizio era lodorino, poi è diventato lotorino, oggi, forse, è l’otorino. L’otorino ha una testa enorme e gira armato di un bisturi con cui uccide mamme e bambini. Per sopravvivere al massacro bisogna superare prove pazzesche. Quella che dovrà affrontare Lo, mentre il maniaco mi punta il bisturi alla gola è fare rutti con le 5 vocali. Non è difficile, perché lui è uno specialista in questo settore, ma deve farli senza che le infermiere sedute dietro al bancone se ne accorgano. Purtroppo Lo sbaglia sulla I perché una di loro si gira a guardarci. Ormai sono spacciata, ma per fortuna la porta si apre: la dottoressa ha finito il pranzo e comincia la visita. E’ un’otorina giovane, gigantesca con una treccia proporzionata alla sue dimensioni. Chiede a Lo se sente dei fischi o dei boati. Lui dice che quando fischia sente i fischi. Poi gli controlla la gola e il naso. Gli guarda anche dentro le orecchie, ma non usa nessun attrezzo. E cosa si vede dentro un orecchio a occhio nudo? Non si vede proprio nulla, cioè si vede se è sporco. Poi gli appoggia un righello al centro della fronte e ai lati delle orecchie. Gli chiede: dove senti la pressione del righello? E lui dice: sulla fronte, vicino alle orecchie. Bene, dice la medichessa. La visita è finita.
Doveva fare la prova dell’udito, dico io.
Sì, lo so. Prendete un appuntamento con l’infermiera risponde lei.
Non possiamo farla adesso? Abitiamo a 70 chilometri da qui.
Adesso? Dice lei e spalanca i suoi occhi azzurri, enormi come tutto il resto. Impossibile!
Pranziamo nel bar dell’ospedale: rustico al formaggio, succo d’arancia e gelato. Facciamo anche una partita al biliardino. Si conclude anche la storia dell’otorina che nella colluttazione con Lo, perde la treccia bionda. Torniamo a casa mentre le pale dei mulini girano velocissime.
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Accidenti mi è scaduto l’ antibiotico.
Dopo dieci giorni di febbre di Lo, il medico olandese dice: potrebbe essere un’infezione batterica oppure pertosse. Aspettiamo.
Il medico italiano dice: se è una infezione batterica va curata con un farmaco, se è pertosse con un altro. Poi aggiunge: un dottore deve essere in grado di riconoscere la pertosse. E conclude così: Ci lamentiamo tanto dell’Italia ma… ma proprio in Olanda dovevi capitare?
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La parola di oggi è: cautela, c’è sempre qualcuno che ti ascolta!
Ore 8,30: Fran è disteso sul lettino ortodontico, il dentista gira le viti dell’apparecchio e gli spiega (in inglese) cosa gli farà tra poco. Fuori c’è una tempesta ed è buio come se fosse mezzanotte. Ora sciacquati la bocca, – dice- io torno subito.
Si dirige nella stanza a fianco priva di porta.
Sono le 8,30 e cosa fa il dutch tipico alle 8,30 del mattino? Fa colazione. E’ uno scaricatore di mobili, un negoziante, un idraulico oppure un dentista? Lui alle 8,30 e poi verso le 12, ti dice: aspetta un momento e mangia. Questo è il segreto per non essere stressati che spiega perché quando sono in fila in macchina o in attesa da qualche altra parte non perdono mai la pazienza.
Cosa sta facendo il cinese? – chiede Fran dalla sua posizione.
Mangia con gusto un pasticcino, rispondo io. E sorseggia del caffè. Ma non è cinese, è giapponese, secondo me, e anche mischiato a giudicare dall’altezza e dalla forma degli occhi.
Gli orientali mischiati con gli europei sono sempre belli, e questo tipo non è niente male, ma questo non lo dico a Fran.
Il caffè è fumante e ci sono tanti pasticcini nel vassoio sul tavolo.
Sparito anche il secondo pasticcino, dico a Fran.
Però non è gentile farci aspettare senza offrire nulla – dice lui.
Non ti piacerebbero. Mangeresti dei cubetti di burro? I dolci qui cambiano di colore, di forma, ma sono sempre pezzi di burro.
Ecco che rientra con la sua tazza di caffè. La posa vicino al bicchiere in cui sono infilati gli strumenti che usa ogni dentista.
Fran apre bocca.
Lui ha in mano una rotellina, gliela sistema con cura, poi la gira.
Beve un altro sorso di caffè.
E dice: sono tailandese al 50%. E mangio biscotti integrali, non pasticcini.
Gira ancora qualche vite.
Poi aggiunge: una volta al mese vado ad Ancona dove insegno in una scuola per ortodontisti. I biscotti li compro lì e non li offro perché la parte di me che è olandese non me lo permette.
Sorride e si rimette a lavoro.
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