Ormai è chiaro che il patto che c’è tra Van Sadik e me è essenzialmente questo: “io (Van Sadik) ti mostro delle immagini orripilanti su google, tu mi regali un paio di minuti del tuo terrore. Come ricompensa ti concedo un privilegio di cui in Olanda godono in pochi (di solito quelli che stanno proprio male): ti mando dallo specialista anche se non ce ne è bisogno.”
E così una decina di giorni fa accompagno mio figlio Davide da Van Sadik che lo visita e dice che ha una cisti.
“Ora vi mostro le immagini di una sua possibile degenerazione.”
Van Sadik digita abilmente sulla tastiera e sul suo gigantesco monitor appaiono robe orrende. Si gode lo spettacolo dei nostri occhi sbarrati, del nostro silenzio, poi dice: “Ora vi mostro il video dell’operazione.”
“Non lo voglio vedere.” dice Davide perentorio.
“No?”, fa lui rammaricato.
“No.”
“Il patto! Ricordati del nostro patto”, penso io.
Van Sadik è un uomo d’onore. “Volete andare dallo specialista? Non ce ne è bisogno, però se volete vi faccio la prenotazione all’ospedale.”
“Vogliamo! grazie.” Rispondo.
E così Van Sadik prenota una visita dal chirurgo, il chirurgo vede la cisti e dice che è da togliere.
Ieri Davide alle otto di mattina viene operato: taglio di dieci centimetri per rimuovere la cisti e l’infezione (e non voglio sapere quanti punti gli avranno messo). Gli viene fatta una epidurale e somministrato del valium. Alle sette può tornare a casa.
“Se dovesse venire un’infezione non andate dal medico generico, ma tornate qui in ospedale.”
“Ma certamente!”
Nel frattempo io faccio una ricerca tra alcuni pazienti di Van Sadik e scopro che immagini e video orripilanti li mostra solo a me. Ma mi va bene così. Il fatto è che io di Van Sadik non mi fido e cambiare medico generico da queste parti è praticamente impossibile.
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“Pronto Paolo? non ci vedo più!”
“Ehi, ciao!Che intendi?”
“E’ accaduto all’improvviso. Non vedo da lontano.”
“Stai bene? come salute, intendo?
“Sì.”
“Sei dimagrita molto?”
“Macchè, magari!”
Lui ride, io invece sono preoccupatissima.
“Come faccio?”
“Be’, non ti posso fare una visita a distanza, va da un oculista lì.”
“L’ospedale mi darà un appuntamento tra due mesi, io tra due mesi sarò a Roma. Potrei andare dall’ottico. Oddio, dall’ottico.”
“Fammi sapere com’è andata. Magari prenditi delle lenti poco costose, così se c’è qualche cambiamento da fare…”
Non ho voglia di tornare da quell’ottico, così provo da un altro.
Il negozio è molto grande, ci sono poche montature esposte, molti portatili su un tavolo lunghissimo, ma non sono in vendita. Che cosa ci faranno con quei portatili? E poi chi li usa? Non c’è nessuno! Aspetto qualche minuto, alla fine arriva un tipo. Pare umano e pure spiritoso. Mi scheda su un grande Mac. Sono contenta di essere schedata su un Mac. Mi dice che la misurazione della vista mi costerà trenta euro.
“Allora non la faccio.”
No?”
“No, non ho mai pagato una visita da un ottico da cui comprerò gli occhiali.”
Così vado dal solito ottico. Non sono più due che si assomigliano. Sono quattro che si assomigliano. Oppure sono io che non ci vedo bene? Sono quasi affranta.
“Vorrei un appuntamento per una misurazione della vista” dico a quello più vecchio. Intanto lo osservo. Ha più rughe e non ha le bolle dei suoi fratelli.
“Non si fa per appuntamento. Si fa quando si può.”
“Adesso si può?”
“C’è quella signora…però se viene qualcun altro, sono solo nel negozio…”
“Come solo?, penso. “Posso aspettare. Quando c’è da aspettare? Un’ora?”
“Forse un’ora. Forse di più.”
“Torno giovedì?”
“Se crede…”
Giovedì, cioè oggi.
“Sono qui per la visita…”
“Be’, c’è solo una persona prima di lei, quindi tra dieci minuti posso fargliela.”
“Bene.”
Mi siedo. Anche oggi sono quattro. Quello anziano va a fare la visita al tipo che aspetta, gli altri tre non si capisce che cosa facciano. Bevono il caffè da tazze bianche e anonime, consultano i portatili, sembrano uomini d’affari piuttosto che ottici. Sono un po’ diversi dall’ultima volta, a parte che sono raddoppiati numericamente, è come se avessero seguito un corso e acquisito una nuova sicurezza in se stessi. Sono perplessa. Poi finalmente mi misura la vista.
Mi mancano -025 a un occhio e -075 all’altro. Be’, pensavo peggio. Da vicino, invece, ci vedo benissimo. Funziono al contrario dei miei coetanei. Non so se sia un segno buono o meno. Dopo, però, per consolarmi del fatto che dovrò portare gli occhiali quando guido o quando guardo la tivù penso che sì, è un buonissimo segno.
Categorie: Chiacchiere, sanità dutch
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Polo celeste: la indossa il capo
Polo rosa: la indossano le donne dello studio odontotecnico (segretaria e assistenti del capo)
Polo verde: la indossano le praticanti.
Nota: tutte le donne che lavorano nello studio hanno modi, corpi e visi maschili, a eccezione della segretaria che l’anno scorso ha avuto pure un bambino.
Lo: io le mani in bocca da una con la maglietta verde non me le faccio mettere. Che devono far pratica su di me? No, eh!
Io: va be’ dai, se ti fa male come l’altra volta glielo dici.
Si avvicina Polo celeste. Cinque minuti al computer, a leggere il file relativo a Lo, presumo, trenta secondi a guardargli la bocca.
Polo celeste: devi tornare la prossima settimana, c’è un molare che ti dondola e non ti posso stringere l’apparecchio.
Lo: si mette a sedere, si ficca una mano in bocca e afferra qualcosa.
Io: cosa stai facendo?
Lo: non risponde e continua a tirare.
Polo celeste: mi spiace, dobbiamo prendere un altro appuntamento.
Lo: dove lo metto il dente?
Polo celeste (sgranando gli occhi): l’hai tolto? L’hai tolto!?
Lo: dove lo metto?
Polo celeste (porgendogli un fazzoletto di carta): lo vuoi conservare?
Lo: No. Mi posso sciacquare?
Polo celeste ride, parla in olandese, e gli indica il bicchierino.
Lo: l’avete cambiato?
Polo celeste (smette di ridere): certo!
Si avvicina Polo rosa.
Polo celeste (in inglese): si è tolto un molare…così! In un attimo!
Polo rosa (sorridendo): sì, sì, ho visto! Incredibile!
Va be’, questo è il lato divertente, il lato spiacevole è che vorremmo cambiare odontotecnico e ci siamo informati da una dentista di qui e ci ha detto che sarà molto complicato trovarne uno, primo perché nessuno vorrebbe finire il lavoro cominciato da qualcun altro e secondo per rispetto al collega. Rispetto?
Categorie: Questioni di famiglia, sanità dutch
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Io seduta su una poltroncina, lui su una sedia con le rotelle, Fran sulla poltrona reclinabile.
Lui è il capo, l’odontotecnico capo, quello che comanda le donne tutte uguali che Lo chiama replicanti. Capello precocemente bianco, lungo, incollato compatto alle pareti del cranio con una sostanza che non sembra sia gel (ma se non è gel che cos’è?).
E così l’assicurazione mi ha detto che non rimborserà più nulla perché è troppo tempo che il ragazzo, che sarebbe Fran lì disteso, è in cura da voi. Vogliono una dichiarazione da parte vostra.
Una dichiarazione? Dice lui, sollevando le sopracciglia ma non la testa. Che compagnia è?
Gli scandisco il nome.
Ah, ma se è una compagnia olandese non può volere una dichiarazione, è sufficiente la fattura.
E invece vogliono un pezzo di carta scritto dal responsabile che dichiara che mio figlio deve proseguire le cure.
E’ inutile.
Poi si concentra sui denti di Fran, corsetta sulla sedia con le rotelle verso il computer dove digita freneticamente, di nuovo corsetta sulla sedia mobile, un’altra occhiata ai denti di Fran, e potrebbe proseguire per sempre così. Io osservo i suoi piedi che pestano il pavimento, che sono di una piccolezza impressionante.
Rimango seduta sulla poltroncina, faccio scorrere velocemente le pagine del libro che mi sono portata e penso: mi arrabbio? Ma è già capitata altre volte, una situazione simile, e il fatto stesso che mi stia ponendo questa domanda sta a significare che non mi arrabbierò veramente. E’ inutile.
Deve mettere un altro apparecchio, dice lui.
Un altro? Ancora? Ma due anni fa avevate detto che bastava solo il filo di mantenimento e me lo avete fatto buttare.
E invece lo deve rimettere. Uno nuovo.
E la dichiarazione?
La dichiarazione non serve. Perché devo fare una cosa inutile?
Perché altrimenti non me lo rimborsano!
Basta la fattura.
Una volta avrei contato fino a dieci. Ora non più. Ho un muro che arriva fino al cielo, lì davanti a me, lo so.
Categorie: sanità dutch
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Lei è ancora normale, ma appena invecchia diventerà come le altre: una replicante.
Così Lo a proposito della nuova odontotecnica del centro dove va ogni due mesi per cambiarsi il filo dell’apparecchio.
E’ interessante l’abbinamento di normalità e differenza, considerata anche la sua giovane età. Prima o poi dovrò scriverci una storia su questo centro, di fantascienza, ovvio.
Categorie: dello scrivere, sanità dutch
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Quando avevo cinque anni mandai giù per sbaglio una pallina di metallo contenuta in un fischietto e mia nonna mi portò al ps insieme a un fischietto intero. I medici del ps spaccarono il fischietto intero, con mia grande tristezza, si passarono la pallina, e dissero che non era nulla, dato che l’avevo ingoiata senza problemi.
Ieri notte Lo, mentre mangiava dei biscotti, si è inghiottito un pezzo del filo di metallo dell’apparecchio. Il filo sarà stato lungo forse un centimetro, ma quanto era appuntito?
Naturalmente non ho pensato nemmeno per un momento di portarlo in ospedale, ché mi avrebbero riso in faccia, ho aspettato stamattina e tra le otto e le nove ho chiamato per un’ora il centro odontotecnico e la dentista. Sul centro non avevo grandi aspettative, ché anche se sono in un rapporto di due a uno con i pazienti più la segretaria rispondono al telefono a seconda dell’umore, del caffè più o meno bollente, del tempo.
Speravo nella dentista, però. Ha lavorato dieci anni in Italia, adora parlare italiano. Speravo che quando avrebbe riconosciuto la mia voce alla segreteria, la sollevasse quella accidenti di cornetta e mi parlasse per un paio di minuti.
E invece niente. Così ho chiamato un mio amico odontotecnico, in Italia, che mi ha risposto subito, ma non conoscendo l’apparecchio più di tanto non mi poteva dire. Finalmente verso le dieci hanno risposto pure loro, quelli del centro, e sono riuscita ad ottenere un appuntamento: “se era proprio urgente…” Certo che lo era: avrei voluto sapere qualcosa di più sullo spessore del metallo, la lunghezza del pezzo che aveva inghiottito, inoltre l’apparecchio non era più stabile.
Quando sono arrivata un’ora dopo, c’era solo una donna distesa sulla poltrona reclinabile e un odontotecnico, uno dei due capi sui quaranta, che lavorava sull’apparecchio della cliente e il computer, non fanno nessuna azione senza annotarla sul computer, e altri cinque odontotecniche, oltre i cinquanta, che si muovevano tra i computer, il bancone della segretaria, la stanza dove hanno gli attrezzi e gli apparecchi, l’altra sala con quattro poltrone reclinabili vuote, senza fare nulla.
Nella sala d’aspetto: nessuno, o meglio solo noi, Lo e io, a seguire il movimento dato che non ci sono pareti, ma muretti. Sembravano le formiche che portano i semi al formicaio: invece di andare dritte, si fermano, curvano, tornano indietro, impiegando un tempo quadruplo a causa di tutte quelle pause e incertezze. Certo, con questo metodo di lavoro le formiche e le odontotecniche non si stressano, a me invece vengono certi nervi…
Poi una di loro fa distendere Lo sulla poltrona, legge la scheda sul computer, dove la segretaria ha scritto il motivo della visita, e si mette ad armeggiare sulla bocca di Lo.
Scusi, dico.
Come se non avessi parlato.
Mi avvicino e insisto: scusi, ieri sera si è ingoiato un pezzo di filo metallico…
Non è niente.
Nemmeno si gira.
Ma non potrebbe fargli male dentro?
No.
E’ un robot, penso. Sotto i vestiti nasconde una cerniera e la sera quando si mette a riposo, si tira giù la lampo e si disfa della maschera da donna.
Dopo quando usciamo Lo mi dice: certo che sono tutte uguali.
Chi?
Le odontotecniche. Sembrano uscite da una fabbrica, ma da una quelle fabbriche che produce robe vecchie, che non comprerà mai nessuno.
Ah, così già va meglio.
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Un mese fa Lo raccontava che: un mio amico si era fatto male a un braccio giocando a pallone e la madre l’ha portato dal dottore. Il dottore gli ha dato le pasticche di paracetamolo, ma il dolore non gli passava, allora è tornato dal dottore che gli ha detto che era solo una questione di tempo, che al braccio non aveva nulla, che se avesse avuto qualcosa non lo avrebbe neanche sollevato, il braccio. Ma ancora gli faceva male, allora suo padre ha prenotato un volo e sono tornati a casa, in Svizzera, e lì gli hanno fatto le lastre e hanno visto che il braccio era rotto, però nel frattempo l’osso si era messo a posto da solo, ma nel modo sbagliato, e adesso si deve operare. Ma non si opera qui, va in Svizzera a farla, l’operazione.
Una settimana fa Fran raccontava che: il mio professore non si sentiva tanto bene, allora è andato dal medico che gli ha detto: effettivamente potrebbe esserci qualcosa che non va, ti faccio la prescrizione per la visita da un cardiologo, il cardiologo gli ha ascoltato il cuore, gli ha fatto qualche domanda, poi è andato al computer e ha cominciato a cercare sulla rete, mentre cercava sulla rete il mio professore ha deciso: domani prenoto un volo per Chicago.
Ieri Emme raccontava che: allora arrivo all’ospedale e intanto pensavo: comodo che la strada dove si trova l’ospedale si chiama con lo stesso nome dell’ospedale, compilo la scheda d’ingresso, mi chiama il medico, gli spiego che mi fa male il ginocchio quasi come mi faceva male l’altro che poi mi é stato operato. E’ anche un poco gonfio, gli faccio notare, ma non tanto.. Lui me lo stringe tra l’indice e il pollice, e mi fa un male cane, mi fa male dottore gli dico, ma lui non risponde e continua a stringere, e alla fine mi fa una radiografia. Dalla lastra non si vede nulla, mi dice il dottore , ma se hai detto che hai lo stesso dolore dell’altra volta e lo stesso gonfiore: facciamo l’intervento e verifichiamo, tanto é un piccolo intervento. A quel punto ribatto: c’è un esame per verificare se il menisco è rotto…, ma il dottore continua a scrivere.
Ma.. dico io.
Doortje (Doortje era l’infermiera) annota: intervento al menisco del ginocchio destro…
Ma è il ginocchio sinistro!
Poi durante l’operazione ti spiego tutto.
Ma è il sinistro! E intanto Doortje rideva e io, io quando sono uscito da quella stanza ho telefonato al medico che mi ha operato a Roma e ho fissato un appuntamento e il ginocchio da quando me l’ha stretto ha cominciato a farmi male di brutto…
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Lunedì: terzo giorno di febbre, tonsille gonfie e infette, metto Lo in macchina e lo porto dal dottore.
Lui, il dottore, sbatte le sue ciglia invisibili sui suoi occhioni azzurro cielo, una due tre volte, pesta un po’ sulla tastiera del pc, senza mostrarmi, però, le solite orripilanti immagini da google: la sala d’aspetto é affollata.
Uno sguardo alla gola di Lo da parte della praticante, uno sguardo alla gola di Lo da parte del dottore, il dottore interroga la praticante, lei dà la risposta giusta, lui sorride soddisfatto e con un balzo mi raggiunge: il caso è risolto, sembra che stia per dire, invece dice: c’è un’infezione in atto, ma non è molto estesa, di febbre ne ha poca,
Ma gli ho dato il paracetamolo due ore fa! obietto io al nulla.
deve bere acqua, molta acqua, e già da stasera prevedo che starà meglio e la febbre scomparirà.
E il dottore si mette in tasca venticinque euro.
Quella sera, mentre Lo inghiotte il paracetamolo, immagino di seguire il dottore e scoprire dove abita.
Martedì: la febbre è diminuita, ma la gola non si può guardare, telefono a GuarisciBen, a Roma, per avere un po’ di conforto, ha un’infezione batterica, mi dice lui, deve prendere un antibiotico. Non mi va di farlo arrabbiare e non gli racconto della cura dell’acqua.
Per farmi passare il nervoso, immagino di entrare nella casa del dottore, di notte, e di rubargli tutte le mazze da golf, al dottore piace giocare a golf, c’ha lo studio tappezzato di foto che lo ritraggono mentre sorride smagliante all’obiettivo e si accinge a tirare un colpo.
Mercoledì: riporto Lo dal dottore, l’infezione è diminuita, la febbre non ce l’ha più, ma gli si sono gonfiate le ghiandole sotto il collo e non mangia praticamente nulla,inoltre è depresso per gli allenamenti che sta saltando. E se poi non mi prendono in squadra? Mi ripete continuamente.
La praticante tira fuori degli attrezzi nuovi di zecca da una valigetta nuova di zecca, gli controlla la gola, le orecchie. Tutto a posto, dice.
Ed eccolo, il dottore, con il passo dell’uomo in forma, che va a verificare se è stata brava o meno.
No, questa volta la ragazza non ha dato la risposta esatta. L’infezione continua, dice. E’ batterica e si è spostata. Qui ci vogliono gli antibiotici. E si infila in tasca altri venticinque euro.
Io non dico nulla perché sono impegnata a identificare la mazza da golf più costosa che a breve impugnerò per distruggere la sua macchinetta sportiva che sta parcheggiata davanti alla porta d’ingresso.
Il primo colpo è quello che dà più gusto come il primo sorso di birra.
Eh, se non avessi l’immaginazione mica avrei potuto viverci qui.
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Al principio mi sarei stupita, a metà mi sarei arrabbiata, ma al settimo anno reagisco così:
Pronto, sono X, a mio figlio si è rotto l’apparecchio.
Le riparazioni si fanno domani mattina.
Ma ha un pezzo di ferro che gli sta bucando la gengiva!
Mi dispiace, non è possibile adesso. Tra venti minuti chiudiamo.
Posso essere lì in dieci.
Mi spiace.
Ma non può mangiare! E stasera che fa? Rimane a digiuno?
Gli dia del latte o una zuppa.
Noi siamo italiani, a cena mangiamo gli spaghetti!
Ah ah ah. Data di nascita?
27/09/1995.
In dieci minuti siete qui?
Sì.
L’aspetto.
Utilizzo, insomma, un elemento della triade con cui ci identificano perché ciò che conta è ottenere quello che voglio.
Questa Olanda mi sta facendo diventare immorale.
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Quando il dottor Guariscinfretta (pediatra di Roma a cui dedico per riconoscenza le cento rose del mio giardino) dice parolacce al telefono, io:
1) mi sento come la figlia quando viene difesa dalla mamma dal resto del mondo.
2) Ho paura.
Il problema è (era) una roba tipo cisti sul labbro inferiore interno di Fran. Questa roba, che chiamerò bolla, non va via, ma anzi cresce.
Così lo porto dal medico generico che ci mostra delle immagini orripilanti su google e dice che è un angioma, gli fa un’anestesia locale e lo brucia (costo sessanta euro e passa la paura).
Dopo qualche ora la bolla riappare.
Faccio la prima telefonata al dottor Guariscinfretta che mi chiede: perché un medico generico si sostituisce a uno specialista? E’una domanda retorica perché in sei anni di vita qui, e di mie telefonate disperate, il dottor Guariscinfretta sa bene che solo in casi estremi si va da uno specialista.
Comunque è tranquillo, ancora, e dice: bisogna capire di cosa si tratta, e per capirlo bisogna fare una biopsia.
Torno dal medico generico, gli dico che sono preoccupata, che la bolla non solo non è andata via, ma è cresciuta ancora, gli dico che forse si potrebbe fare una biopsia per capire quello che è, lui mi risponde che non può essere cancro perché non fuma, prende una lametta, sembra proprio una lametta da barba, dice qualcosa tipo: è cresciuta perché c’è l’infezione, ma un’infezione, dico io, fa male, è visibile, anzi non faccio in tempo a dire nulla, se non un No. Ma mi esce flebile, Fran arretra, ma arretra in modo indeciso, il dottore gli afferra il mento e zac! incide la bolla.
Esce sangue. Solo quello.
In effetti non c’è infezione, dice. Mette su la faccia di quello che ha sbagliato il rigore decisivo. Proprio per l’espressione di quella faccia, dopo, me la prenderò solo con me, per non essere stata determinata nel dire no, non lo toccare.
Mi compila la richiesta per la visita in ospedale, e per l’incisione non risolutiva pago altri quaranta euro e non passa la paura.
E’ a questo punto che ritelefono al dottor Guariscinfretta e che lui s’arrabbia quando sente il fatto della lametta. Quando si calma mi domanda: questo tipo quanti anni ha?
E io, avvilita, rispondo senza riflettere: è vecchio. Ne avrà cinquanta, penso.
Io ho cinquanta anni! Mi dice.
E io dovrei spiegargli la faccia di uno che sbaglia i rigori, che tenta approcci ridicoli, ma non ne ho voglia, dico: cinquanta? Ma è incredibile!
Non è incredibile, risponde lui, è che sta’ storia che a cinquanta si è vecchi mi manda in bestia. A quaranta ero un ragazzo, a cinquanta un vecchio. Mi manca un pezzo.
Hai ragione, dico io.
Comunque vado dallo specialista che mi dice che non è competenza di un medico generico fare certi interventi, la guarda con un macchina complicata, gliela toglie, gli fa la biopsia, e intanto, parla, parla, adora parlare italiano, mi dice, ogni due mesi va a Roma, fa degli interventi in una clinica americana, i medici italiani invece vengono qui al Bronovo, quando ci sono le operazioni difficili.
Dopo due settimane chiamo per il risultato. Non è ancora pronto, mi risponde l’infermiera. Telefona la prossima settimana.
E invece verso sera squilla il telefono: è lui il dottore specialista.
Oddio, penso, perché mi ha chiamato proprio lui, personalmente?
Tutto bene, mi tranquillizza, era quello che gli avevo diagnosticato, può tornare a baciare le ragazze adesso.
Ah, bene! Rispondo. Quindi non c’è più bisogno di un’altra visita?
No. Bene per voi, male per me, aggiunge.
Eh?
Ti ho già detto quanto mi piace parlare in italiano? E che mi serve perché ogni due mesi vado a Roma, a quella clinica americana, ricordati che hai la mia card, in Olanda per una visita: cinque minuti, in Italia: venti. Bisogna parlare, parlare… A me piace parlare.
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