Nome e cognome (1)     10-12-2007  

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Le omonime di Chiara Bersani, una delle protagoniste di Tre in una stanza si cercano su google, arrivano al brano che le riguarda e mi lasciano un commento o/e mi scrivono delle mail. Le altre due: Manuela Rigoni (nella mia storia ha 16 anni e la fissazione di pitturarsi con la vernice) e Lidia Celi (50 anni e un debole per le indovine e le loro previsioni) si cercano ma non si palesano.
In effetti di Manuela non ho postato nulla, e siccome sono curiosa, lo faccio ora.
Manuela Rigoni, in un momento poco felice della sua vita, davanti alla tivù mentre sua madre le parla:
Manuela: ascoltami!
Angelina ti ha preparato la borsa, ho controllato che non avesse dimenticato nulla, del resto avevo fatto la lista di quello che ti occorreva, ma non mi sono fidata, lo sai che malgrado i centocinquanta corsi d’italiano che l’ho costretta a seguire ancora non riesce a leggere una parola!
E’ proprio un’irrimediabile zuccona, giusto la governante poteva fare, anzi nemmeno, lavare le scale dei condomini, solo questo le permetterebbe il suo quoziente d’intelligenza.
Mi duole ammetterlo, ma aveva ragione quello scrittore, non mi ricordo come si chiama, ma tanto che importa? Non lo conosci di sicuro! Comunque quello scrittore, dicevo, che scrisse un romanzo e divise l’umanità in alfa, beta, delta e gamma .
Ecco, Angelina è un gamma che fa un lavoro da delta.
E poi guarda qua: ti ho comprato l’ultimo modello di cellulare, quello che fa tutto.
Papà verrà a trovarti stasera, ti darà la conferma più tardi, dipende dall’ora in cui finisce al giornale e se deve accompagnare Consuelo per l’ecografia in clinica.
E’ incredibile la vecchiaia quanto può modificare una persona: quando ero incinta di te nemmeno una volta mi ha accompagnato, è anche vero che quella spagnola si perde tra le sciocchezze e per le strade, crede a tutto e a tutti, ha il bisogno costante di essere imboccata o rimbeccata e lui, lui le sta facendo da padre più che da marito.
Che poi mi chiedo: perché si è trovata una così infantile? Che ne abbia presa una giovane lo capisco, sarei stupida se affermassi il contrario, ma a venticinque anni ci sono donne che hanno il cervello in testa non sotto i piedi. Voleva una figlia? Ma ce l’ha già una figlia! Che segua lei!

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Due leggono Tre in una stanza     03-11-2006  

Volevo scrivere qualcosa su Come Dio Comanda che ho finito di leggere stanotte, ma ho lasciato perdere.
. Ma guardate qui cosa scrivono i lettori dopo pochi giorni dall’uscita del suo libro.
Poi mi sono messa a riflettere sul mio di romanzo. In effetti ci ho pensato spesso ultimamente e l’altra notte, quando c’è stata la tempesta di vento, ho pure sognato le protagoniste.
Chiara Bersani, che poi pensate un po’ una Chiara Bersani esiste  e mi ha anche lasciato un commento quando avevo postato un pezzo su di lei, Lidia Celi e Manuela Rigoni stavano sedute davanti a me e aspettavano che gli dicessi cosa dovevano fare.
Io vi prenderei a schiaffi, ho detto a un certo punto.
Che avete da guardare? Via, fuori, aria!
Avevo deciso di farlo leggere a due persone il romanzo, solo a due, perché, pensavo, altrimenti è come quando hai un disturbo strano e consulti parecchi specialisti e alla fine accade che ognuno ti fa una diagnosi leggermente diversa dai colleghi e tu non sai più chi seguire. Così ho scelto un lettore che potesse svolgere il ruolo di un medico generico (mi conosce, l’incontro di rado e si occupa di letteratura) e uno specialista (uno che si occupa da sempre di letteratura, che ci ha vissuto  e che non mi conosce affatto).
Un pregio e un difetto della mia storia. Me li hanno rivelati entrambi al termine della lettura.
E qui si arriva alla cosa pazzesca.
Che quello che per uno è un difetto, per l’altro è un pregio e viceversa.
Credo che uno dei due mi abbia letto con arricciamento di naso e l’altro con curiosità. Erano un pochino prevenuti, forse, verso il bene e il male. Però poi sono usciti fuori questi due giudizi che si presentano come uguali e contrari e che si annullano a vicenda.
Passato l’attimo di stupore e di confusione penso che debba trarre un certo conforto da questo risultato:  non ho scritto di sicuro il capolavoro degli ultimi dieci anni, ma nemmeno una schifezza (come temevo).
E’ arrivato il momento di voltare pagina quindi.

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Tre anni fa scrivevo un post sul club della mozzarella a cui m’ero iscritta.
La Betti e la Tiziana non vennero mai alle mani, anche se durante il ritiro di mozzarella e ricotta, a volte, scoppiavano litigi e si bisbigliavano pettegolezzi.
La Betti e la Tiziana non se le diedero perché erano delle signore, ma si sa, a volte le parole sono peggio degli schiaffi.
Poi a un certo punto uscivo dal club, scegliendo una vita solitaria e senza mozzarella.
In questi tre anni mi sono tenuta sempre alla larga dai conflitti della provincia internazionale. Ho avuto solo due occasioni in cui sono stata calamitata, mio malgrado, in un paio di dispute. Il bilancio è positivo, dunque.
Stamattina me ne è capitata una terza.
C’è che le donne italiane di qui che non lavorano cercano di impegnarsi la giornata.
E, alcune, svolgono piccole occupazioni senza ricavarne denaro.
Sono delle volontarie, dunque. E davanti all’esercito dei volontari io m’inchino sempre. Rappresentano, credo, il futuro di una buona società evoluta.
Però, però. Ci sono anche i casi particolari.
Come chi svolge mansioni senza ricevere denaro, ma che pensa di ripagarsi con il piccolo spicchio di potere che la carica gli concede. Non si tratta più di volontariato, quindi. Il volontario è una persona che dà non che prende.
E non m’inchino, di certo, davanti a un individuo così meschino. Anzi.
Se l’individuo in questione sale su una pedana e mi fa la predica e io sono di buon umore, al massimo, posso fargli ciao con la mano. Se sono di malumore, invece, sempre della mano mi servo (di una sua parte per la precisione).

La convivenza in un luogo ristretto è imprevedibile.
Può succedere di tutto in una cella di una prigione o in una crociera su una barca a vela.
Anche se si stabilisce di non voler liti, di farsi i fatti propri, di seguire le sbavature di una macchia su un muro, o d’incantarsi coi chiaroscuri disegnati dalla luna sulla distesa d’acqua nera.
Gli individui si trovano in un spazio esiguo, costretti dalla volontà esterna o dalla propria scelta a convivere con altri esseri e qualcosa può accadere.
Qualcosa da cui sgorgherà una violenza o un legame che non si sarebbe mai verificato se si fossero conosciuti altrove.(Tre in una stanza, cap.5)

Categorie: Roba d'Olanda, Tre in una stanza

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Tre     20-09-2006  

Chiara
C’era stato un tempo in cui Chiara Bersani s’alzava al primo chiarore dell’alba perché aveva bisogno di riflettere prima di uscire.
Riflettere, in realtà, non era la parola giusta.
Chiara aveva bisogno di prendere coscienza di sé.
Distendeva una stuoia sul pavimento e, in calzettoni e pigiama, si tirava, si fletteva, respirava e aspirava. In basso le braccia, in alto le gambe. Poi si concentrava sui muscoli fino a quando non li identificava singolarmente. Seguiva il sangue che scorreva nelle arterie e nelle vene e si disperdeva nei capillari. Quel flusso doveva pur produrre un suono e, per quanto impercettibile, tentava d’identificarlo.
Infine entrava in cucina, si sedeva, allungava le gambe sullo sgabello di fronte, fissava il caffellatte bollente che appannava il bicchiere, i polpastrelli che sfioravano la superficie del vetro mentre mutava da nitida ad opaca, un filo di musica muoveva l’aria, e lasciava che i pensieri le calassero addosso.
Ma non era esatto chiamarli pensieri.

Va? Non Va? E Perchè Non Va?

Curioso che quando sto per postare un pezzo (ma anche dopo) o per inviarlo per posta a qualcuno che non sia un amico (anche in questo faccio sempre almeno un’altra spedizione), mi accorgo di errori, ripetizioni, dissonanze.

Categorie: Incipit, Tre in una stanza

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E invece no.
Lidia Celi
Loro sono fatti così, si diceva nella macchina che faceva il servizio di navetta tra l’ospedale e le zone dei dintorni.
Sono figli. Sembra che non ti vogliono bene, ma non è vero. E’ che una madre ha il vizio di sostituire la testa della prole, con la sua, di madre, che è ben diversa. E invece si devono amare per quello che sono. Non bisogna confondere il fatto che siano venuti da te con l’idea che siano te.

Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto; non penso, accumulo passivamente impressioni. Registro l’uomo che si rade alla finestra di fronte e la donna in chimono che si lava i capelli: un giorno tutto ciò dovrà essere sviluppato, attentamente stampato, fissato. (Addio a Berlino- Isherwood)

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Senso e Sound     28-11-2005  

hopper-sun-in-an-empty-room.jpgE dimmi: hai già cominciato a scrivere qualcosa?
Ah sì, qualcosa, sì.
E cosa?
Be’ intanto ho scritto la dedica.
A chi?
Non posso dirlo.
Ok. E poi?
Poi ho scritto l’ultima pagina.
E di che parla?
Veramente vuoi sapere la fine?
No, hai ragione. E’ tutto qui?
No, ho scritto molte altre pagine, anche l’incipit in effetti.
Ma allora hai finito!
No, affatto.
E perché?
Perché il finale ha cambiato tutto. E quindi devo modificare quello che avevo scritto prima.
Ma questo finale quanto è lungo?
Una pagina word.
E quante pagine hai scritto?
Parecchie. Una quarantina, credo.
Ma non fa senso, scusa!
Non ha senso. Hai cominciato a tradurre dall’inglese anche tu!
E’ vero, accidenti!
Io, invece, sto facendo molto, molto di peggio. Per tre volte ho chiesto un Expresso. Expresso, capisci? L’unica parola che viene pronunciata e scritta corretta, senza storpiature, io ho cominciato a metterci la x.
Va be’, che t’importa. Dimmi ancora qualcosa della tua storia. Ha già un titolo?
Sì. Un titolo provvisorio. In tre in una stanza.
Non mi piace. Tre in una stanza, che te ne pare? Fa più senso, no?
In che senso, scusa?
Nel senso di sounds better.

Categorie: Tre in una stanza

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