Ma poi si è salvato il cane?     03-04-2007  

Domenica verso le tre una casa poco lontano dalla mia è andata a fuoco.
A un certo punto le sirene sono diventate assordanti e quindi drammaticamente vicine e ho subito pensato ai ragazzi.
Sono uscita nel giardino: nel cielo non c’era quella nebbia fitta e densa che ho già visto un’altra volta, ma perché il vento tirava in una certa direzione, ma su questo ho riflettuto dopo.
Lo giocava a pallacanestro, sentivo il rimbombo del pallone in un punto di CameliaHof , ma Fran era a scuola per la prova generale di uno spettacolo.
Le sirene provenivano proprio dalla direzione della scuola.
Se non avessi avuto degli amici a casa, avrei inforcato la bicicletta e sarei andata a dare un’occhiata, tanto per stare tranquilla. Così ho pensato di chiamarlo sul cellulare, ma poi ho anche pensato che sarebbe stato spento e se non fosse stato spento si sarebbe irritato assai. Lui dice di sé che s’irrita, in realtà si imbestialisce, così ho fatto un terribile sforzo di volontà e ho continuato a chiacchierare.
Ieri sera un’amica italiana che abita vicino a quella casa mi ha spiegato quello che è accaduto.
Nella casa abitavano un uomo, una donna, una bambina e un cane. L’uomo era in missione per lavoro, tutti gli uomini di W. sono spesso in missione per lavoro, la donna era uscita con la bambina, il cane era dentro. L’asciugatrice girava (in tutte le case d’Olanda c’è un’asciugatrice, e ti fa risparmiare un sacco di tempo) e a un certo punto è andata in corto circuito e si è incendiata. Il fuoco è passato ai mobili, alle pareti e al pavimento. Tutte le pareti delle case d’Olanda, sotto un leggero strato di cemento, hanno il legno o il cartone, e il pavimento non è mai in ceramica ma è sempre parquet, laminato o moquette.
Le fiamme uscivano dalle finestre del sottotetto e del secondo piano e i pompieri sono arrivati in pochi minuti (Ogni paese, da quello che so, ha una caserma di pompieri).
Nessuno, però, aveva visto la famiglia uscire e allora sono arrivate anche le autoambulanze (e conoscendo gli olandesi ne avranno mandate almeno una decina).
La mia amica mi faceva questo racconto in pizzeria, durante una cena di donne italiane, non eravamo vicine di posto e quindi doveva urlare, inoltre mentre parlava veniva interrotta e si distraeva, ma io subito tornavo ad assediarla con le domande.
All’ultima che ho chiesto: il cane si è salvato? Non mi ha risposto. Qualcuna deve aver detto qualcosa di spiritoso e allora sono piovute risate e altre battute. La ragione per cui c’eravamo trovate in pizzeria era per festeggiare una che si è trasferita in Egitto ad agosto ed è tornata qui, per qualche giorno, per nostalgia, fatto che mi ha lasciato allibita e su cui ho pensato parecchio.
Ho ripetuto la domanda mentre la tipa che vive a Il Cairo cominciava a raccontare del deserto nero e di quello bianco e lì mi sono persa tra le dune e tra altre domande che dovevo per forza fare. E al cane non ci ho pensato più. Me ne sono ricordata all’improvviso quando stava per andarsene via con la macchina.
Ma il cane si è salvato? Ho gridato.
Ha spento il motore, ha abbassato il finestrino e mi ha risposto che sì, il cane si era salvato.

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Sono entrata di sfuggita in una storia!
Il mare del Nord è grigio come la schiena di un mulo e ugualmente ostinato: le sue onde sembrano calci. Siete, tu e una tua amica, su questa spiaggia ampia e deserta e guardate il mare. C’è una luce diversa. Pensi che il sole cada più obliquo e che è colpa di questo diverso angolo d’incidenza se t’inghiotte un limbo di luce soffusa, caldo tepore da lampadina.
Mentre l’acqua continua la sua fatica, voi parlate delle vostre famiglie. Dovete urlare, però. Il vento è così forte che nasconde il suono della voce e la sabbia va negli occhi. Per resistere al lavoro usurante del vento, cominciate a camminare sulla spiaggia e racconti ad Alice una storia che ti gira in testa.

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Allora come va con questi terribili olandesi, mi chiede sempre la titolare di questa libreria (la libreria è italiana, ma la titolare è olandese). Il corsivo si può saltare.
C’è una galleria d’arte all’Aja dove con dieci euro al mese ti puoi portare via un quadro o una foto (incollata su un pannello con una procedura particolare che non ho capito quale sia, comunque l’effetto è che sembra incollata) del valore di quattromila euro, con cinque euro uno di duemila, eccetera. Ogni artista mette a disposizione un paio di opere per questo affitto e uno può tenerla fino a un anno e poi decidere se comprarla o meno con diritto di prelazione rispetto agli altri acquirenti. Le signorine della galleria dicono che è un sistema che funziona perché di solito viene venduta ed è anche è una forma di pubblicità.
C’erano un ragazzo e una ragazza (
sotto i venticinque anni biondi alti magri e carini che sembravano fratello e sorella e invece stavano insieme, mi stupiscono sempre queste coppie che si assomigliano fisicamente. Avevano scelto un quadro con lo sfondo giallo con due mani stilizzate che cercavano di raggiungersi) che ascoltavano la signorina della galleria che spiegava le regole per l’affitto ed erano estremamente attenti alle sue parole (i nordici si congelano sempre quando qualcuno spiega, a differenza delle popolazioni del sud che distolgono gli occhi dall’interlocutore, giocherellano con un oggetto o lo interrompono per una domanda. Ciò dovrebbe portare alla conclusione che i nordici capiscono di più mentre quelli del sud si perdono dei pezzi e invece non è così, per lo meno in generale. Forse allora i Nordici quando immobilizzano il corpo, bloccano anche una parte del cervello). Quando la signorina ha terminato il suo discorso, il ragazzo ha firmato il foglio per l’affitto (e ho immaginato la loro casa con mobili assortiti e scassati con qualche pezzo nuovo dell’ikea molto disordinata e con questo quadro alla parete molto bello).
A
noi piaceva una foto di una città che sembrava Haifa, cioè Emme ha detto che gli pareva Haifa, ma invece era una città turca che si chiama Alanya e un’altra foto ritoccata al computer che non si capiva cosa fosse, ma c’erano dei bollini gialli sul muro, e la signorina ci ha spiegato che le opere con quel contrassegno erano prenotate per l’affitto, allora abbiamo guardato altre cose, ma tutte quelle che ci piacevano avevano questo accidenti di bollino, e se uno decideva di comprarne una, doveva aspettare un anno o anche due.
Insomma ai Io pago e pretendo la signorina della galleria avrebbe fatto una pernacchia.

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Chissà chi era l’autore…     14-03-2007  

Chissà chi era l’autore
Ieri, per qualche minuto, mi sono trovata in un quadro dell’assurdo.
Fiori gialli a destra, fiori gialli e a sinistra.
Carro armato blu davanti , carro armato blu dietro.
Io in mezzo, nella mia macchina celeste.
Alla guida dei mostri due tipi con le maschere nere che parevano tapiri.
Poi anche il secondo carrista mi ha superato.

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Un pomeriggio al Super…     16-02-2007  
Un pomeriggio al Super
C’è il supermercato e potresti essere ovunque.
C’è il parcheggio davanti al supermercato, e anche con questo parcheggio e con queste auto, lucide ed enormi, potresti essere altrove.
Ci sono le signore che spingono i carrelli, i padri con i figli sulle spalle, un paio di cani legati, con lo sguardo preoccupato, che aspettano i padroni.
Se guardi i due cani, che s’ignorano scrupolosamente, ti dici che non sei in una grande città o in una tartassata dai furti.
Perché uno dei cani è un bastardo bianco e marrone, ma l’altro è un Labrador nero. E il padrone del Labrador nero se si trovasse in una grande città o in una tartassata dai furti non lo lascerebbe con tanta leggerezza. Ma li rubano i cani adulti di razza? Pensi che sì in un luogo dove si ruba di continuo anche un cane adulto, ma di razza, potrebbe far gola.
Comunque ci sono i cani, i carrelli pieni, le signore con gli stivali, i padri con i figli, e pensi che potresti essere quasi ovunque. Certo se hai lo sguardo che misura, noti che le signore con gli stivali sono altissime e anche i padri e i figli seduti sulle spalle sono dei giganti.
Piove.
Allora, ti dici, fissando quelle gocce sottili, allora sono a Nord! Torni a guardar meglio la scena e t’accorgi che nessuno ha un cappello, un ombrello, un impermeabile; certo, ci sono le signore con gli stivali, ma sono stivali con le punte e i tacchi altissimi, che non c’entrano nulla con la pioggia.
Allora nella tua mappa mentale sali ancora più a Nord.
Poi vedi un signore anziano, un gigante anziano, che sta uscendo dal parcheggio alla guida di un catorcio, è una macchina piccola, ammaccata sulle fiancate e sul portabagagli, e ti chiedi se è la macchina che ti appare tanto piccola perché lui è così gigante oppure se questa macchina ti sarebbe apparsa piccola anche se dentro ci fosse stato un vecchio piccolo.
Ti fai un’altra domanda sempre del genere "che non ti porta da nessuna parte"  ma che ti fa compagnia, e poi noti che il signore anziano manovra in modo assai maldestro, sfiora il parafango dell’auto che c’è dietro , accelera e ne urta una davanti, si gira a destra e sinistra con una mossa ladresca, tu sei coperta dall’albero e non s’accorge di te, allora lui dà una violenta accelerata e parte con un borbottio lamentoso della marmitta che sta per venir giù.
Ah, dici tu, mentre il catorcio macchiato di ruggine e di fango lascia il parcheggio, questa scena io già l’ho vista. Non è che proprio lo pensi, diciamo che hai una specie di pre-pensiero, di un riconoscimento di un fatto che ti è familiare.
Il pre-pensiero è più veloce del pensiero ed ha la durata inferiore a quella di un lampo.
Però il catorcio macchiato di ruggine e di fango non ha ancora abbandonato il parcheggio, il vecchio gigante è ancora lì che gira a destra e sinistra la sua testa enorme, e una signora in un paio di stivali, una gonna corta su due gambe da statua di Michelangelo, parla al telefono. Quando il catorcio svolta a sinistra, la signora con tre passi, mentre tu ne avresti fatti almeno sei, raggiunge l’automobile danneggiata, conferma che il danno c’è stato e scandisce dei numeri e delle lettere.
Forse conosce il proprietario dell’auto danneggiata, forse è un suo amico, è lui che sta chiamando, ti dici mentre infili le buste della spesa nel portabagagli.
Certo che è stata rapida. Di una sveltezza tale che ti fa supporre che l’amico è molto amico e lo chiama tutti i giorni, l’ha chiamato anche recentemente, tanto che non ha dovuto cercare nemmeno il suo numero sulla rubrica. Oppure questa signora, con le gambe da statua sorrette da due tacchi sottili, è una veggente.
Stai ancora infilando le buste della spesa nel portabagagli, la terza e ultima per la precisione, quando un’auto bianca con le luci rosse e blu entra nel parcheggio.
L’auto della polizia.
La signora sui tacchi s’avvicina, indica la macchina danneggiata, ripete il numero della targa del catorcio che ormai è scomparso.
Allora a causa di tutta questa velocità, capisci che il proprietario della macchina non è un suo intimo amico e tu non stai in un qualsiasi punto del mondo, sei in un nord ben preciso, nel paese delle regole per l’esattezza, o della meraviglia che dopo sei anni provi ancora, perché la prontezza della segnalazione  e dell’arrivo della polizia ti sono parsi simili allo scatto di un atleta dopo il colpo di pistola.
Poi scopri di avere i capelli bagnati. E cerchi di ricordarti quando hai smesso di portare il cappello.

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Nel paese di O. l’inglese lo hanno dimenticato
Sono nel paese di O. dove abitavo fino all’anno scorso. Entro in un negozio che è un’edicola, un tabaccaio, una cartoleria, una rivendita di caramelle e patatine e mostro un libro alla signora dietro al bancone.
E’ una signora di medie dimensioni, che si muove tra gli scaffali e i cassetti con un’andatura claudicante, da pinguino fuori dall’acqua.
Descrivere la signora come una di medie dimensioni è vago, aggiungo allora che le forme di questa signora, se la si osserva con lo scopo di ricordarla, sono tutte angolari.
Uno scaleno al posto del naso, un equilatero il perimetro del viso, un acuto sul petto, un ottuso il rilievo del sedere. E uno spigolo per carattere. Perché questa signora non sorride mai, a me ma anche agli altri che parlano la sua lingua.
Mi occorre una busta, le dico in inglese, sventolandole davanti  il libro.
Con il dito punta uno scaffale tra i tanti scaffali e mi dice, in olandese, con una smorfia un po’seccata e un po’annoiata: è lì.
M’incammino verso la direzione segnata dal dito, vedo decine di penne, cartoncini, cartelline, temperamatite ma nessuna busta.
Più lì. Mi dice.
Ripasso gli scaffali senza successo.
La guardo.
Scuote la testa.  Alza di nuovo l’indice a individuare il punto.
E finalmente la trovo. Infilo il libro nella busta, tolgo l’adesivo e la sigillo, penso che forse avrei dovuto metterci un biglietto dentro, comincio a scrivere l’indirizzo, in uno stampatello un po’ indeciso, che stupida che sono stata a non averci lasciato nemmeno due parole penso ancora, sbaglio il nome della strada, lo correggo, faccio una pasticcio, allontano la busta per osservare meglio la scritta, è a quel punto che la donna angolare, con un gesto rapido e imprevisto, me la ghermisce, la pesa e sta per incollarci sopra il francobollo.
Un momento, per favore. Dico questa frase in italiano.
Tanto le parole per lei sono tutte uguali, ma la mia espressione, il mio tono è più comprensibile se uso la mia lingua.
Ne voglio comprare un’altra. Voglio cambiare busta. Aiuto le parole con dei gesti.
Non è necessario,dice lei, basta correggere.
Riscrive la parola corretta con una penna rossa, io ne avevo usata una nera, e fa un corposo scarabocchio su quella sbagliata, quasi buca la carta, infine sottolinea con due linee Roma e Italy.
Ora va bene, dice alzando il pollice.
Non va bene per niente, rispondo. Voglio un’altra busta.
No, dice lei, è uno spreco.
E la infila nel sacco della posta.
A questo punto avrei potuto piantare una grana pazzesca e pretendere la restituzione del plico.
Invece non ho fatto nulla.
Sono rimasta lì a fissarla per quasi un minuto fino a quando non si è fatta avanti una nuova cliente e sono uscita dall’incantamento.
Perché la signora aveva sorriso, con la bocca a mezzaluna. Gli angoli c’erano sempre, è vero, ma mi sono apparsi,  per la prima volta, come posso dire?,  elastici, morbidi, scomparsi dal primo piano insomma.

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Tre…     29-01-2007  
Tre
Ieri ho indossato un paio di collant e di stivali, pantaloni e felpa, un cappotto e un berretto, tutti  rigorosamente grigio aja, e sono andata in città.
Lì il mio sogno d’invisibilità si è finalmente realizzato.
Scritta così parrebbe una roba triste e invece non lo era affatto, anzi mi sentivo leggera leggera, tant’è che poi ho chiuso gli occhi e sono partita con il secondo: quello di volare. Però è durato un minuto al massimo ché mentre contemplavo il mondo dall’alto in basso mi sono ricordata del terzo.
Il terzo è ancora in fase di definizione. Trattasi di un viaggio con la macchina del tempo. Solo che non ho ancora stabilito se fare un salto nel passato o dare un’occhiata al futuro.
Così sono tornata al presente, sono entrata in un grande magazzino, ho cercato il settore anni dodici e mi sono comprate un po’ di cose colorate. E ho dato un calcio all’invisibilità che m’aveva stancato.
Vivere nel paese dei giganti dà delle soddisfazioni qualche volta.
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Radio Madrid e Paola-Paola…     23-01-2007  
Radio Madrid e Paola-Paola
Il tipo di Madrid che abita nella casa alla mia sinistra è tornato dopo le vacanze di Natale, ma è tornato solo. Sua figlia e sua moglie Paola-Paola sono restate a Madrid. Quando li ho conosciuti un anno fa ho pensato che lei non avrebbe resistito a lungo qui, malgrado W. sia l’unico paese dell’Olanda in cui sia facile vivere. Da un punto di vista emotivo, intendo.
L’ultima immagine che ho di lei, di Paola-Paola intendo, è nella notte di Halloween quando si è mascherata da Fata Turchina ma ai piedi portava scarpe più da Cenerentola che va al ballo che da fata. Lui da mago, ma da mago triste, con la punta del cappello ripiegata su se stessa. Comunque dicevo che avevo immaginato che non sarebbe durata a lungo. Lei parlava un inglese perfetto, quasi british, ed è difficile trovare uno di lingua spagnola che lo parli così bene, e soprattutto non sorrideva mai. Poi il modo come lui chiamava sua moglie. Sempre due volte e con un tono ansioso, che faceva saltare i nervi. Per lo meno a me li avrebbe fatti saltare. Magari in primavera lei torna e la mia ipotesi sulla loro separazione è fasulla. Forse lui ha un periodo in cui sta sempre in missione e allora che ci sta a fare lei d’inverno qui, con una bambina di tre anni che ancora non può frequentare la scuola americana? Però stamattina quando sono tornata l’ho visto in cucina. E’ dimagrito, anzi come avrebbe detto mia nonna: sciupato. E la luce bassa che illuminava le pareti color crema della cucina non gli dava un’aria felice, o forse non l’aveva un’aria felice. Ho parcheggiato, e ho gettato un’altra occhiata. E l’ho visto che toglieva le galline di ceramica sul davanzale. Quelle galline ce le aveva messe lei, Paola-Paola, l’anno scorso quando erano venuti a vivere qui, qualche settimana prima di noi. E le assomigliavano vagamente.
Avevano un forma un po’ strana, non da gallina. Il corpo rotondo e la testa ovale e sottile. Però erano proprio galline ché le ho viste da vicino un pomeriggio durante la loro assenza quando sono entrata nel loro giardino per chiudergli il container della spazzatura che il vento aveva scoperchiato.
Paola-Paola era il contrario delle sue galline: aveva la faccia rotonda, da luna piena e un corpo sottile e longilineo. Portava sempre scarpe con tacchi altissimi anche quando non avrebbe dovuto e aveva un’altezza che superava quella del marito di dieci o quindici centimetri, più o meno la lunghezza dei suoi tacchi.
Comunque per lui deve essere dura adesso perché quando tornava dal lavoro passava tutto il tempo a giocare con sua figlia, a insegnarle le parole, a raccontarle storie. Emme lo aveva soprannominato Radio Madrid perché quando era in giardino con la bambina, il pomeriggio, non riusciva neanche a respirare tra una parola e l’altra. Magari Emme potrebbe parlarci, ma lui ora in giardino non ci va più. Inoltre ha un carattere molto schivo, più da spagnolo del Nord.

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La quiete dopo la tempesta…     19-01-2007  
La quiete dopo la tempesta
Ieri sera, mentre Kyrill compiva gli ultimi danni, Emme tornava dalla Francia con il volo più instabile della sua vita.
Vento a cinquanta nodi con raffiche a settanta, informazione che hanno ripetuto a intervalli regolari prima dell’imbarco (con il messaggio implicito: se decidi di salire a bordo sono cavoli tuoi) e durante il volo. Divieto di alzarsi dai sedili. Discesa al buio e nel silenzio totale. Abbiamo spento anche le luci per leggere, senza che ce l’avessero chiesto. Atterraggio alla paperino che non ha mai pilotato un aereo.
Io, nel frattempo, ero tranquilla. Tanto, pensavo, annullano il volo.
Ma glielo avete fatto l’applauso al pilota dopo l’atterraggio? Gli ho domandato. Macché, m’ha risposto lui. Non c’erano turisti su quell’aereo, solo gente in missione. Però ho visto che le hostess, prima di aprire il portellone, sono andate dal comandante a congratularsi.
Già dalla mattina avevano divulgato avvisi attraverso tv, radio e scuole.
L’apice è stato raggiunto, qui a W., dopo le quattro quando è arrivato il temporale. Mentre contemplavo quella massa d’acqua furiosa, mi sono ricordata del racconto di un tipo che s’era trovato in mezzo allo tsunami: Sai la cosa più sorprendente? E’ che stavo attaccato alla colonna, aspettando che l’onda passasse e a un certo punto ho visto che il mare aveva coperto tutto lì sotto. E per qualche minuto, ché poi il livello dell’acqua è sceso, la piscina era in mezzo all’oceano. E io ero terrorizzato ma non ho potuto fare a meno di notare di quanto fosse  bella quell’acqua azzurra immersa nella distesa torbida.
Ora c’è il sole e soffia una brezza leggera.

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Tutta colpa dei vicini se poi immagino storie terribili
La famiglia asiatica che vive di fronte a me da un mese circa ha definitivamente acquistato una forma come se si fosse colorata con il pennarello che cancella l’invisibilità. Non è ancora ricomparso invece il figlio piccolo. La mattina escono il padre, la madre e il figlio sui tredici, quattordici anni, sempre in quest’ordine e la sera verso le sei rientrano nel senso inverso: prima il figlio, poi la madre e infine il padre. Quello minore, dopo essersi palesato in un paio di occasioni, non si è più manifestato. Forse apparirà dopo  Natale?
Le finestre della loro casa hanno sempre le tende tirate nelle stanze del secondo piano, del sottotetto e del soggiorno e la luce non l’accendono mai. Utilizzano, penso, delle candele. Oppure vedono al buio come i gatti o hanno il senso dei pipistrelli?
L’Ammazzasette è in letargo e fino a primavera siamo tutti tranquilli.
Il mio vicino spagnolo di sinistra, sua moglie Paola Paola e la loro bambina di due anni li ho visti, e soprattutto sentiti, l’ultima volta sabato quattro novembre.
Ne sono certa perché in quella data a W. si festeggiava  la notte delle streghe e dei loro amici con le maschere da mostri bussarono alla loro porta verso le sette per il giro nel quartiere. Il mio vicino è uscito, con un cappello da mago mestamente ripiegato su se stesso, tra le braccia teneva sua figlia vestita da fantasma, ha chiamato sua moglie Paola Paola un numero di volte indeterminato e, quando i vetri delle finestre hanno cominciato a vibrare, Paola Paola è apparsa trasformata in fata turchina con dei tacchi altissimi poco adatti alla passeggiata, alla pioggia e al costume (non per nulla siamo in olanda e ognuno si veste come accidente gli pare). Infine  il corteo vociante è stato inghiottito dal buio di Cameliahof.
L’ultima parola che ho sentito è stata, per l’appunto, l’esclamazione Paola Paola seguita da altre che non sono stata in grado di decifrare. E’ rimasta la sua automobile con l’adesivo del toro incollato sul parabrezza e il suo container del verde con il coperchio aperto. Ogni lunedì guardo con cupidigia quel container vuoto e conduco una battaglia interna. Mi farebbe comodo utilizzarlo per le foglie che continuano ad ammucchiarsi nel mio giardino.
Questo, in effetti, è un altro mistero: da dove vengono le foglie a fine autunno quando tutti i rami sono spogli?
Se mi capita un tassista sottomano glielo chiedo.

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