L’anno inizia con la gara di V.     03-09-2007  

Il viottolo in pietra che ci porta alla partenza, Lo che gli parli e non capisce un accidente, le scarpe da corsa che non si trovano e mette quelle strette, l’importante è partecipare e poi hai fatto solo tre allenamenti, quelli delle dieci miglia, dei cinque e dieci chilometri in prima fila che controllano i cronometri come un castello di carte che cade, prima uno poi un altro fino allo sparo della pistola, l’importante è partecipare, però corri! la banda che prima mi irritava e che invece adesso mi piace, mi piace perché sono cambiata o perché mi è diventata familiare? quelli che sono gambe che corrono, quelli che non ce la fanno ma corrono, quelli con l’ipod, il cane, quelli che potrebbero correre velocissimi ma che partecipano con i figli e li incoraggiano, la faccia del primo e del secondo, il viso della prima donna che taglia il traguardo, gli applausi, le ragazze che distribuiscono da bere, gli sponsor che hanno pagato le medaglie, il camion dell’intrattenimento, le coppe, i mazzi di girasoli, i cappelli e il tipo che spara il colpo della partenza, il fotografo che fotografa ed è un mistero, davvero, come riesca a prenderli tutti, quelli che alla partenza lanciano un bacio alla fidanzata, l’attesa che finiscano il giro, l’impazienza che lui finisca il giro,e poi lo vedo che sbuca dalla curva, serio e concentrato, solo uno sguardo alla mia incitazione, i capelli che li dovrebbe tagliare o almeno bloccarli in qualche modo, il trucco sta che quando non ce la fai più allora devi aumentare il ritmo, ma ti devi lasciare l’energia per l’accelerazione finale, e…come sono andato?
L’anno inizia con la gara di V. Oggi anche la scuola olandese riapre e tra un paio di giorni quella internazionale. E da stamattina i ciclisti ai round about hanno sempre la precedenza.

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Ma dove vanno i merli in agosto?     27-08-2007  

Alle 18 circa di un sabato di fine agosto due ragazzi percorrevano in bicicletta la strada principale che taglia il paese di W.
Uno era italiano, aveva trascorso la giornata al mare con una sua amica, indossava un costume, una maglietta e un paio d’infradito.
L’altro era italo-francese e incredibilmente lungo e magro.
Si erano incontrati qualche minuto prima a un semaforo di questa grande via dal nome impronunciabile. Pedalavano con lo stesso ritmo, senza fretta, chiacchierando e ogni tanto ridendo per una battuta. Stavano tornando a casa.
Tutti tornavano a casa.
Era stata una giornata calda, senza vento e senza merli. Dei fili di fumo senza curve s’alzavano dai giardini posteriori delle case. Molti sorseggiavano vino rosso da bicchieri a calice o birra da bottiglie gelate mentre aspettavano che la fiamma dei barbecue mutasse in brace.
I gatti sospiravano alle bistecche.

Non ho descritto l’abbigliamento del secondo ragazzo perché non indossava nulla a parte un paio di mutande e un cappello, non aveva nemmeno le scarpe. Era dipinto di blu e verde, e anche le mutande e il cappello erano dipinti degli stessi colori. Nessuno li guardava se non casualmente come si guarderebbe un cane, un’automobile, un filo d’aria condensata che segna il cielo.
Mi ricordo una sera di un paio d’anni fa, ad Amsterdam, d’inverno, quando incrociai un tipo sui roller in costume da bagno, e di quanto morissi dalla curiosità di sapere perché girasse praticamente nudo con una temperatura vicino allo zero.
Sabato l’ho saputo invece.
Perché dopo le diciotto suonava il campanello e un ragazzo in costume e maglietta e uno dipinto di blu e di verde entravano nel mio soggiorno, il primo si metteva seduto, il secondo rimaneva in piedi e raccontavano in modo coinciso, come fanno gli adolescenti, la loro giornata. Seguivano fotografie e domande. Il secondo ragazzo aveva fatto per tre ore circa, dietro compenso, l’opera d’arte in una strada commerciale di W. Era arrivata la stampa e la tivù locale, aveva parlato per circa venti minuti il direttore di un grande magazzino, c’era stato un rinfresco e un mucchio di gente.
Il ragazzo non era l’unica opera d’arte, c’erano anche delle ragazze dipinte, una nigeriana, una bonazza, con un vassoio di frutta color arancione disegnato sul davanti.
Ma almeno un paio di scarpe te le potevi mettere? Non potevo fare a meno di chiedere.
Si sarebbero macchiate e non avevo voglia di lavarle, rispondeva il ragazzo.
E tu andavi in giro a piedi scalzi colorato di blu e di verde a riprendere la tua bicicletta al semaforo?
Be’, sì, poi c’era lui che mi aspettava.
Sì, c’eravamo dati appuntamento, diceva Fran, perché temeva gli occhi della gente addosso.
E invece, continuava l’opera d’arte, non mi guardava nessuno.
Forte, no? Diceva Fran. E tu stamattina che eri perplessa perché uscivo in costume! Puoi girare come ti pare, invece.
Forte, sì, rispondevo.
C’era il sole, i fili di fumo che salivano dritti, ero appena tornata dal mare pedalando in un bosco e sulle dune, ero di ottimo umore, e ho risposto così.
Ora vado a farmi la doccia, diceva il ragazzo.
Aspetta ti accompagno a casa, dicevo io. Voglio vedere le facce di quelli che incontri se sono proprio indifferenti o se fingono.
Ma CameliaHof era deserta: erano già tutti a tagliare le bistecche.

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Quando compi sedici anni e abiti in Olanda e hai un’amica olandese, questa di sicuro ti regala qualcosa che riguarda il sesso e/o allude a eventuali lunghezze. Lo so perché in questa casa c’è qualcuno che ha compiuto recentemente sedici anni e ha un’amica olandese e ha ricevuto regali.
E fino a qui nulla di straordinario. E’ quello che potenzialmente viene immaginato da tutti quei ragazzi con i bermuda a quadretti e lo sguardo che luccica quando sono sul tapirulan di Skiphol e avvistano le prime bionde d’Olanda. Se ne avessi fermato qualcuno all’aeroporto e gli avessi detto: sai che regalo ti fanno le ragazze per il sedicesimo compleanno? Questo e questo e questo. E lui m’avrebbe risposto: è che non me lo ero immaginato? Altrimenti perché sarei qui secondo te?
Però da quello che osservo in giro non mi pare che le ragazze di qui siano più disinibite di quelle italiane. Anzi proprio perché la gente del nostro Paese è più espansiva mi viene da pensare quasi il contrario. Le ragazze italiane baciano e abbracciano molto di più i loro fidanzati. C’è da dire anche che il mio campione d’osservazione è limitato perché le compagne di scuola di Fran sono in minima parte dutch.
Poi c’è un fatto che mi è capitato tempo fa. Certo è un singolo episodio e da questo non posso partire con le generalizzazioni.
Comunque. Non mi ha sorpreso più di tanto.
Qualcuno ha bussato alla mia porta, mi ha teso la mano, finalmente ci conosciamo mi ha detto, ma tu non partecipi mai alle attività della scuola? No, ho risposto, ho da fare. Che cosa? Mah, scrivo. Che cosa scrivi? Storie. E qui, ahimè, la stessa domanda: storie per bambini? Con la mia stessa risposta, che mi pento sempre mentre la do perché penso che potrebbe essere fraintesa: storie per adulti. Sono seguite altre chiacchiere, un caffè, altre domande, lei che mi osservava oltre le domande fino ad arrivare alla ragione per cui aveva suonato il mio campanello.
Ma tu…Tu… quando mia figlia viene qui, ci sei a casa?
Più o meno sì.
Ma tu…Tu… quando vanno nella stanza ad ascoltare la musica, tu sali a dargli un’occhiata?
Mah… di solito si mettono nella serra.
Ma tu…Tu… se chiudessero la porta, l’apriresti quella porta?
E qui non mi ricordo quello che ho risposto, ricordo però che mi ha elencato tutti i controlli che faceva lei quando s’incontravano a casa sua e che a me un po’ scappava da ridere, un po’ ero a disagio.
Non era nata a Palermo questa tipa qui, né a Bilbao e nemmeno a Luxor, bensì era dell’Aja. Olandesissima, quindi, e di città.

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Nel Paese delle Regole     21-08-2007  

La legge è uguale per tutti. Anche per i preti.

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Mi deve portare una prova che dimostri che dal 16 febbraio 2006 risiede nel comune di W. Un documento, una bolletta, una lettera, qualcosa.
Questa non va bene?

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Alle dieci quando il sole se ne va     05-06-2007  

Se ne stanno su sedie fatte da fili intrecciati, con un bicchiere di rosso davanti, un bicchiere che sono capaci di farsi durare un’ora ma ci scommetto anche due, se uno avesse la pazienza di stare seduto per tutto quel tempo dopo che è finita la consumazione, ma io non ce l’ho, nessuno di quelli che sono con me ha questa capacità, e poi c’è il mare sullo sfondo a cui non si resiste, e però a loro piace, tre ore seduti intorno a un tavolo, ché a fare la passeggiata ci vanno solo quelli con i cani, e quelli come me. Comunque stanno lì che si bagnano le labbra nel rosso e subito gli si colora la faccia, e parlano, parlano, sembra che non respirino, che recitino una preghiera che non termina mai. Coppie di donne, di uomini, miste, ma anche due coppie, dai venti agli ottanta.
Non come noi che facciamo le pause, alziamo e abbassiamo il tono, tocchiamo, guardiamo, interrompiamo, ci distraiamo.
Sono così diversi. Parli tu, parlo io, ascolti tu, ascolto io.
Un fiume di parole che esce da un rubinetto, uno studente che ripete una lezione di storia che ha già ripetuto a sua madre, alla ragazza, a se stesso mentre lanciava la pallina da tennis al cane, nella sua testa mentre era agganciato al corrimano dell’autobus, l’ultima interrogazione, quella decisiva.
Che si raccontano con quel flusso inarrestabile. Che si dicono, lo vorrei proprio sapere.
Mi traduci, Chris ?
Sono fatti loro.
Traduci, una sola volta.
Non mi va di ascoltare le storie degli altri.
Per favore. Che si dicono?
Le stesse cose nostre, stupidaggini, quello che faranno quest’estate, quello che è capitato in ufficio, fatti e osservazioni inutili, che potrebbero anche essere tralasciati, nulla di strano, nulla di fondamentale, il mondo continuerebbe a a girare lo stesso se non fossero accaduti, se non fossero raccontati.
Come riescono a essere così rigorosi nel rispetto dei tempi? A non sforare mai?
E’ una regola che hanno assimilato da piccoli, a scuola, a casa.
E però sembrano così importanti questi discorsi, immagino delle storie incredibili.
Ti lasci suggestionare dalla forma. Se li sentissi come li sento io non li guarderesti più.
Dici?
Dico, sì.

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E’ il sesto compleanno della regina che passo qui? O è il settimo? Non ho voglia di fare il conto.
Questo giorno sarà rigorosamente dutch e quindi compro e vendo al mercato che si farà sulla strada (anche se in via indiretta) per chiudere, stasera, con un barbecue.
Un mese fa Lo e un suo amico hanno raccolto dalla spazzatura dei vicini i resti un biliardino sfondato.
I calciatori scheggiati, il campo da gioco spaccato, le palline per segnare i punti mancanti e senza più maniglie da impugnare. Insomma hanno raccolto quello che era il ricordo di un biliardino e l’hanno portato in quello che dovrebbe essere un garage ed è invece il laboratorio di Emme che lo ha ricostruito interamente con plastica, metallo e legno, e ridipinto rendendolo migliore dell’originale.
Siccome è veramente bello hanno deciso di tenerselo, e sono partiti all’alba, Lo e il suo amico, be’ quella che per Lo è l’alba, con buste piene di giocattoli più o meno funzionanti e il biliardino che affitteranno per cinquanta centesimi a partita.
Mi sa che mi tocca raggiungerli.
Vado.
Ora che ci penso è il primo queen’s day che non piove. In effetti è da sei settimane che non cade un goccia di pioggia e hanno già cominciato a mettere l’acqua del mare nei canali.
Sto per andare.

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Ogni Paese ha le sue     04-04-2007  

Gli agnelli olandesi, in questi giorni, non fanno che ripetersi: che fortuna essere nati qui.
Anche i conigli che saltano nei cortili delle scuole sono d’accordo.
Nei negozi per animali vendono un’erba che se strofinata sopra i giochi del proprio gatto, lui si diverte di più, così dicono le istruzioni. Io non l’ho comprata, gli ho preso invece un set di topi minuscoli, tanto per cominciare l’allenamento per quelli veri di cui dovrà occuparsi.
Poi Emme mi ha fatto notare che anche il topo-giocattolo era imbottito di quell’erba, ma non mi è parso che ci siano stati effetti particolari.
Qui una poesia di lode al cuoco invece.
Anche se non condivido l’ultima strofa devo ammettere che non è male.

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Ma poi si è salvato il cane?     03-04-2007  

Domenica verso le tre una casa poco lontano dalla mia è andata a fuoco.
A un certo punto le sirene sono diventate assordanti e quindi drammaticamente vicine e ho subito pensato ai ragazzi.
Sono uscita nel giardino: nel cielo non c’era quella nebbia fitta e densa che ho già visto un’altra volta, ma perché il vento tirava in una certa direzione, ma su questo ho riflettuto dopo.
Lo giocava a pallacanestro, sentivo il rimbombo del pallone in un punto di CameliaHof , ma Fran era a scuola per la prova generale di uno spettacolo.
Le sirene provenivano proprio dalla direzione della scuola.
Se non avessi avuto degli amici a casa, avrei inforcato la bicicletta e sarei andata a dare un’occhiata, tanto per stare tranquilla. Così ho pensato di chiamarlo sul cellulare, ma poi ho anche pensato che sarebbe stato spento e se non fosse stato spento si sarebbe irritato assai. Lui dice di sé che s’irrita, in realtà si imbestialisce, così ho fatto un terribile sforzo di volontà e ho continuato a chiacchierare.
Ieri sera un’amica italiana che abita vicino a quella casa mi ha spiegato quello che è accaduto.
Nella casa abitavano un uomo, una donna, una bambina e un cane. L’uomo era in missione per lavoro, tutti gli uomini di W. sono spesso in missione per lavoro, la donna era uscita con la bambina, il cane era dentro. L’asciugatrice girava (in tutte le case d’Olanda c’è un’asciugatrice, e ti fa risparmiare un sacco di tempo) e a un certo punto è andata in corto circuito e si è incendiata. Il fuoco è passato ai mobili, alle pareti e al pavimento. Tutte le pareti delle case d’Olanda, sotto un leggero strato di cemento, hanno il legno o il cartone, e il pavimento non è mai in ceramica ma è sempre parquet, laminato o moquette.
Le fiamme uscivano dalle finestre del sottotetto e del secondo piano e i pompieri sono arrivati in pochi minuti (Ogni paese, da quello che so, ha una caserma di pompieri).
Nessuno, però, aveva visto la famiglia uscire e allora sono arrivate anche le autoambulanze (e conoscendo gli olandesi ne avranno mandate almeno una decina).
La mia amica mi faceva questo racconto in pizzeria, durante una cena di donne italiane, non eravamo vicine di posto e quindi doveva urlare, inoltre mentre parlava veniva interrotta e si distraeva, ma io subito tornavo ad assediarla con le domande.
All’ultima che ho chiesto: il cane si è salvato? Non mi ha risposto. Qualcuna deve aver detto qualcosa di spiritoso e allora sono piovute risate e altre battute. La ragione per cui c’eravamo trovate in pizzeria era per festeggiare una che si è trasferita in Egitto ad agosto ed è tornata qui, per qualche giorno, per nostalgia, fatto che mi ha lasciato allibita e su cui ho pensato parecchio.
Ho ripetuto la domanda mentre la tipa che vive a Il Cairo cominciava a raccontare del deserto nero e di quello bianco e lì mi sono persa tra le dune e tra altre domande che dovevo per forza fare. E al cane non ci ho pensato più. Me ne sono ricordata all’improvviso quando stava per andarsene via con la macchina.
Ma il cane si è salvato? Ho gridato.
Ha spento il motore, ha abbassato il finestrino e mi ha risposto che sì, il cane si era salvato.

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Sono entrata di sfuggita in una storia!
Il mare del Nord è grigio come la schiena di un mulo e ugualmente ostinato: le sue onde sembrano calci. Siete, tu e una tua amica, su questa spiaggia ampia e deserta e guardate il mare. C’è una luce diversa. Pensi che il sole cada più obliquo e che è colpa di questo diverso angolo d’incidenza se t’inghiotte un limbo di luce soffusa, caldo tepore da lampadina.
Mentre l’acqua continua la sua fatica, voi parlate delle vostre famiglie. Dovete urlare, però. Il vento è così forte che nasconde il suono della voce e la sabbia va negli occhi. Per resistere al lavoro usurante del vento, cominciate a camminare sulla spiaggia e racconti ad Alice una storia che ti gira in testa.

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