Il vento persiste.
Stanotte soffiava, sbatteva, strappava, scaraventava e soprattutto mi svegliava.
Ieri però ha fatto una cosa per me, il vento, e mi sono sentita come Gastone, il cugino di Paperino. Ha depositato le ultime foglie dell’ippocastano (quante foglie ha un ippocastano? Non sarebbe troppo complicato da calcolare, si stabilisce quante ne entrano in un container e si moltiplica per sei) proprio vicino al container del verde. Così ho riempito l’ultimo in pochi minuti e via l’autunno.
Entra l’inverno in compagnia di una tempesta. Non mettersi in viaggio, non andare in bicicletta nelle prossime ore. Una zona del porto di Rotterdam è stata chiusa, il livello dell’acqua è cresciuto e crescerà ancora, ma pare che sia tutto sotto controllo e che non ci siano stati danni finora. Un tipo aveva lasciato un commento, sotto questo articolo, un po’ inquietante: quelli che controllano le acque devono avere i parassiti nel cervello, venite a vedere i danni! Poi però è stato cancellato.
Dai meteorologi inglesi era stata prevista una SuperStorm per fine novembre qui, in Olanda. E pare che ciò abbia causato panico. I meteorologi olandesi dicono che le previsioni del tempo sono, appunto, previsioni, non un dato certo, e quindi è inutile spaventarsi in anticipo.
Giusto! Pensiamo ad altro. Qualcosa di curioso.
Ad Ameland c’è stato uno tsunami di banane.
Le scimmie esultano.
Intanto continuo a tener d’occhio il mare
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De ochtend dat het konijn verliefd werd op de klokkentoren.
E’ il titolo di un racconto che ho scritto io.
Be’, non proprio. Io non ci riuscirei mai a scriverlo e soprattutto a pronunciarlo correttamente, nemmeno se mi esercitassi per cent’anni. Ho la dislessia per le lingue. Incapacità che si presenta con una caratteristica bizzarra: è legata al mio interlocutore. Se chi ho davanti m’incuriosisce molto o se mi ha fatto arrabbiare allora mi dimentico di lei e le frasi corrono veloci. Ma ciò si verifica solo con l’inglese. Con l’olandese non c’è proprio nulla da fare. Ci hanno provato in tanti in questi anni, dalla commessa del supermercato al medico della mutua, ma sono proprio senza speranza: le parole non mi escono come dovrebbero.
Comunque domani sera ,ad Amsterdam, c’è questa festa.
Un’intervista a Marina Warners si può leggere qui.
Nei commenti un certo Dege scrive: ci sono centinaia di corsi di scrittura creativa, ma non c’è un solo corso per librai intelligenti. ah, quanti “smerciatori di libri” dovrebbero andare a lezione da Marina d’Olanda, la Sylvia Beach dei nostri tempi.
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Non sarei dovuta uscire perché non sto ancora bene, ma ero troppo curiosa di come fosse il posto dove vive lei. E sono rimasta delusa. Rania fa parte del gruppo di expat in continuo movimento, dunque non ha mobili suoi, e la sua casa è un miscuglio di ikea e divani e lampadari un po’ sontuosi di vent’anni fa.
Tutte le tende delle finestre erano tirate, altrimenti sarebbe costretta a indossare il velo. E c’erano accesi due tivù e un computer. Siccome è da poco finito il Ramadan aveva preparato una varietà incredibile di dolci, peccato che a me non piacciono, ma avevano un bell’aspetto e un gusto presumibilmente molto dolce. E però sono rimasta incantata dalla teiera che corrispondeva perfettamente alla mia immaginazione della lampada di Aladino. E anche dal sapore del tè a cui aveva aggiunto delle foglie di menta fresca. E pensare che a me il tè fa schifo.
Vado a cercare i fazzoletti.
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Quando hai a che fare con impiegati comunali - e quindi tasse, attese, caffè interminabili dei suddetti, te lo spiega lui perché devi pagare, ma lui non lo sa, lei nemmeno, e perché non è arrivata la cartella esattoriale? Non lo sappiamo perché, lo sa qualcuno perché? Nessuno lo sa. E da quando ho la residenza nel comune di W.? Te lo posso dire io, ma perchè te lo dica devi pagare cinque euro e cinquanta centesimi. Non mi occorre il certificato, prima voglio sapere la data, eventualmente dopo… Impossibile! Non si può rivelare così, a voce. Stampo? Paghi? E va bene, pago. Pago tutto anche se mi pare assurdo. - ti innervosisci sempre ovunque ti trovi. Una consolazione vivendo qui è che nell’ordinato e apparentemente efficiente ufficio del Comune di W. ci vado in bici e quando esco, o meglio quando ne esco, sfogo frustrazione e parolacce trattenute con una pedalata lungo il canale con foglie che turbinano, anatre che atterrano e capre che mi dicono: non ti curar di loro!
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Ieri, venti settembre, mi hanno chiesto che cosa facessi l’undici.
Nove giorni fa?
No, no! Del 2001!
E poi cosa accadde nei Paesi Bassi nel 1953, ma non a me direttamente era una domanda rivolta al gruppo, e io ho alzato la mano e ho risposto, e ancora: perché gli olandesi sono cresciuti così tanto d’altezza negli ultimi cinquanta anni? La risposta esatta era: per il gran consumo di latte. Ho fatto anch’io un quiz. Ognuna doveva proporne uno. Perché nel 2003 ai bambini iracheni fu regalato un canarino? Ma mi è stato obiettato: è una domanda di biologia, questa. Non vale! Sono ammessi solo quesiti di cultura generale, please.
Infine abbiamo dovuto fare un piccolo discorso nella nostra lingua e ho invidiato la tipa, bellissima, dell’Arabia Saudita perché non c’erano altre arabe nel gruppo e poteva dire nel paio di minuti a sua disposizione: mi sono rotta il c**** di queste domande.
Non c’erano nemmeno mie connazionali in effetti, ma con l’italiano non si è mai al sicuro.
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A Scheveningen dietro ai grattacieli ci sono le case con i vasi di ortensie davanti alle porte e le panchine coordinate con le intelaiature delle finestre e le tende dello stesso colore, e un pub con il bancone di legno senza incrostazioni, i bicchieri di birra che non colano, le palle da biliardo lucide, che ci scommetto ti ci vedi riflesso, gli uomini con la barba accuratamente rasata, e se guardi bene, ti accorgi che sui colli di questi uomini è disegnata l’ombra della cravatta, e pare di avere davanti una ricostruzione di cera di un museo tra cento anni. E hai visto, dice Emme, questa notte Scheveningen ti contraddice, non c’è nemmeno una nuvola in cielo, ed è piena di coppie di ragazze bionde in bicicletta che ridono ma quelle ci sono ovunque, proprio una bella notte, con una brezza leggera e l’odore penetrante del mare, e c’è un parco con un prato perfetto e uno zip wire al centro. Lo e Emme mi seppelliscono di felpe e giubbotti e mi chiamano continuamente: guardaci, guardaci. E io li guardo e mi dico che sarebbe una notte perfetta, peccato che non ci sia Fran, in effetti è un sacco di tempo che non esce con noi il sabato sera, ma poi se uscisse con noi lo so che mi preoccuperei. Guarda: ora mi lancio io, strilla Lo, guarda!
Io sono più in alto rispetto a loro, sulla mia sinistra c’è una siepe fitta, alta circa un paio di metri e da lì parte un sentiero che taglia il parco, sono vicino a un lampione dentro un quadrato di luce e a un certo punto sbuca un tipo, un ragazzo, sui venticinque credo, guardaci guardaci, il ragazzo è magro, i capelli lisci un po’ lunghi, castani, alto per un italiano, basso per un olandese, la faccia abbronzata, passa a pochi centimetri da me, io mi sposto per farlo passare, guardaci guardaci, e io sto per guardare, il tipo porta due biciclette e un paio di buste piene di roba, cammina lento, e io non l’avrei guardato, cioè l’avrei guardato solo per poco, ma è lui che mi fissa, e ha uno sguardo di uno che non ce la fa più, veramente non ce la faccio più, e non sai quanto sono avvilito mi dicono quegli occhi in quei pochi secondi che si posano sui miei, e io indietreggio ancora, sfioro il lampione con la schiena, mi sento a disagio e sposto gli occhi sui due seggiolini per bambino che sono montati sul retro della biciclette, continuo a tenerli lì sopra, guardaci guardaci mi urlano dallo zip wire, e poi sbucano un paio di scarpe da ginnastica minuscole e due ballerine scure, e tengo ancora gli occhi bassi, e seguo quelle scarpe che camminano e continuo a pensare a quello sguardo, uno sguardo che non è riuscito a nascondere o forse non ha avuto il tempo di nascondere perché ero coperta dalla siepe. Poi noto che le ballerine incespicano, barcollano, che sono terribilmente instabili, allora cerco il viso di quelle scarpe, non vedo gli occhi, c’è una frangetta che li copre completamente, la frangetta è bagnata, appiccicosa, è la frangetta di una ragazza, ed ha un naso largo alla base completamente coperto di sangue, sangue che non è colato dalle narici, ma sangue che proviene da un punto sotto la frangetta, lei non fa nulla per asciugarlo e cammina con quelle mani che cercano appigli nell’aria. Il bambino sta in silenzio, e io mi dimentico di guardarlo, ne vedo solo la sagoma quando mi volto, guardaci guardaci, i tre attraversano la strada, la porta della loro casa è proprio lì, il ragazzo mette il cavalletto alle biciclette, posa le buste e apre la porta, il bambino entra per primo, la ragazza barcolla lungo il muro poi s’infila anche lei nella casa, il ragazzo mette dentro prima una bicicletta, poi la seconda, infine raccoglie le due buste e chiude la porta, c’è un silenzio incredibile sotto la luce dei lampioni, spezzato dai due che continuano a ripetere: guardaci guardaci, mi sale una nausea pazzesca, chiamo Emme, gli dico: torniamo a casa. E’ incredibile quanto è divertente quell’attrezzo, e anche questa strada è così incredibilmente pulita e in ordine, è un’altra Scheveningen questa, quella che non avevi ancora visto.
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Da sabato una macchina della polizia viene a farsi un giro a CameliaHof mediamente ogni due o tre ore.
Camelia è una strada a forma di T, con dodici pini a metà del gambo, frequentata solo da quelli che ci vivono. Ieri l’ho vista almeno cinque volte e non passo certo il tempo alla finestra, e anche di notte verso l’una, li guardavo dalla mia stanza, stavano fuori dalla macchina a fumare, e anche loro per un po’ hanno guardato me.
Persino i bambini di Camelia li hanno notati.
Che cosa cercano? Chi cercano?
Ragioni di sicurezza pare che sia stata la laconica risposta a una vicina che l’ha domandato.
Sabato tornavo a casa, ero sulla parte finale dell’autostrada. E una jeep della polizia era dietro di me. Ho messo la freccia a sinistra, ho girato, round about, freccia di segnalazione, trenta all’ora come dice il codice, e loro sempre dietro.
Ma ci stanno seguendo, ho detto ai ragazzi.
Se svoltano anche loro per Camelia ce l’hanno con noi.
Hanno girato anche loro.
Ma io non ho fatto nulla! E ho ripassato tutte le mie azioni per verificare dove avessi sbagliato. Invece hanno parcheggiato vicino ai pini, sono stati lì per cinque minuti e sono ripartiti.
Ragioni di sicurezza.
Spesso mi dimentico la porta del retro aperta, anche quella del garage dove teniamo le biciclette, ma ieri notte dopo averli visti andar via sono scesa a controllare che fosse tutto chiuso. Poi ho cominciato a fare le ipotesi e mi è passato il sonno.
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Il viottolo in pietra che ci porta alla partenza, Lo che gli parli e non capisce un accidente, le scarpe da corsa che non si trovano e mette quelle strette, l’importante è partecipare e poi hai fatto solo tre allenamenti, quelli delle dieci miglia, dei cinque e dieci chilometri in prima fila che controllano i cronometri come un castello di carte che cade, prima uno poi un altro fino allo sparo della pistola, l’importante è partecipare, però corri! la banda che prima mi irritava e che invece adesso mi piace, mi piace perché sono cambiata o perché mi è diventata familiare? quelli che sono gambe che corrono, quelli che non ce la fanno ma corrono, quelli con l’ipod, il cane, quelli che potrebbero correre velocissimi ma che partecipano con i figli e li incoraggiano, la faccia del primo e del secondo, il viso della prima donna che taglia il traguardo, gli applausi, le ragazze che distribuiscono da bere, gli sponsor che hanno pagato le medaglie, il camion dell’intrattenimento, le coppe, i mazzi di girasoli, i cappelli e il tipo che spara il colpo della partenza, il fotografo che fotografa ed è un mistero, davvero, come riesca a prenderli tutti, quelli che alla partenza lanciano un bacio alla fidanzata, l’attesa che finiscano il giro, l’impazienza che lui finisca il giro,e poi lo vedo che sbuca dalla curva, serio e concentrato, solo uno sguardo alla mia incitazione, i capelli che li dovrebbe tagliare o almeno bloccarli in qualche modo, il trucco sta che quando non ce la fai più allora devi aumentare il ritmo, ma ti devi lasciare l’energia per l’accelerazione finale, e…come sono andato?
L’anno inizia con la gara di V. Oggi anche la scuola olandese riapre e tra un paio di giorni quella internazionale. E da stamattina i ciclisti ai round about hanno sempre la precedenza.
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Alle 18 circa di un sabato di fine agosto due ragazzi percorrevano in bicicletta la strada principale che taglia il paese di W.
Uno era italiano, aveva trascorso la giornata al mare con una sua amica, indossava un costume, una maglietta e un paio d’infradito.
L’altro era italo-francese e incredibilmente lungo e magro.
Si erano incontrati qualche minuto prima a un semaforo di questa grande via dal nome impronunciabile. Pedalavano con lo stesso ritmo, senza fretta, chiacchierando e ogni tanto ridendo per una battuta. Stavano tornando a casa.
Tutti tornavano a casa.
Era stata una giornata calda, senza vento e senza merli. Dei fili di fumo senza curve s’alzavano dai giardini posteriori delle case. Molti sorseggiavano vino rosso da bicchieri a calice o birra da bottiglie gelate mentre aspettavano che la fiamma dei barbecue mutasse in brace.
I gatti sospiravano alle bistecche.
Non ho descritto l’abbigliamento del secondo ragazzo perché non indossava nulla a parte un paio di mutande e un cappello, non aveva nemmeno le scarpe. Era dipinto di blu e verde, e anche le mutande e il cappello erano dipinti degli stessi colori. Nessuno li guardava se non casualmente come si guarderebbe un cane, un’automobile, un filo d’aria condensata che segna il cielo.
Mi ricordo una sera di un paio d’anni fa, ad Amsterdam, d’inverno, quando incrociai un tipo sui roller in costume da bagno, e di quanto morissi dalla curiosità di sapere perché girasse praticamente nudo con una temperatura vicino allo zero.
Sabato l’ho saputo invece.
Perché dopo le diciotto suonava il campanello e un ragazzo in costume e maglietta e uno dipinto di blu e di verde entravano nel mio soggiorno, il primo si metteva seduto, il secondo rimaneva in piedi e raccontavano in modo coinciso, come fanno gli adolescenti, la loro giornata. Seguivano fotografie e domande. Il secondo ragazzo aveva fatto per tre ore circa, dietro compenso, l’opera d’arte in una strada commerciale di W. Era arrivata la stampa e la tivù locale, aveva parlato per circa venti minuti il direttore di un grande magazzino, c’era stato un rinfresco e un mucchio di gente.
Il ragazzo non era l’unica opera d’arte, c’erano anche delle ragazze dipinte, una nigeriana, una bonazza, con un vassoio di frutta color arancione disegnato sul davanti.
Ma almeno un paio di scarpe te le potevi mettere? Non potevo fare a meno di chiedere.
Si sarebbero macchiate e non avevo voglia di lavarle, rispondeva il ragazzo.
E tu andavi in giro a piedi scalzi colorato di blu e di verde a riprendere la tua bicicletta al semaforo?
Be’, sì, poi c’era lui che mi aspettava.
Sì, c’eravamo dati appuntamento, diceva Fran, perché temeva gli occhi della gente addosso.
E invece, continuava l’opera d’arte, non mi guardava nessuno.
Forte, no? Diceva Fran. E tu stamattina che eri perplessa perché uscivo in costume! Puoi girare come ti pare, invece.
Forte, sì, rispondevo.
C’era il sole, i fili di fumo che salivano dritti, ero appena tornata dal mare pedalando in un bosco e sulle dune, ero di ottimo umore, e ho risposto così.
Ora vado a farmi la doccia, diceva il ragazzo.
Aspetta ti accompagno a casa, dicevo io. Voglio vedere le facce di quelli che incontri se sono proprio indifferenti o se fingono.
Ma CameliaHof era deserta: erano già tutti a tagliare le bistecche.
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Quando compi sedici anni e abiti in Olanda e hai un’amica olandese, questa di sicuro ti regala qualcosa che riguarda il sesso e/o allude a eventuali lunghezze. Lo so perché in questa casa c’è qualcuno che ha compiuto recentemente sedici anni e ha un’amica olandese e ha ricevuto regali.
E fino a qui nulla di straordinario. E’ quello che potenzialmente viene immaginato da tutti quei ragazzi con i bermuda a quadretti e lo sguardo che luccica quando sono sul tapirulan di Skiphol e avvistano le prime bionde d’Olanda. Se ne avessi fermato qualcuno all’aeroporto e gli avessi detto: sai che regalo ti fanno le ragazze per il sedicesimo compleanno? Questo e questo e questo. E lui m’avrebbe risposto: è che non me lo ero immaginato? Altrimenti perché sarei qui secondo te?
Però da quello che osservo in giro non mi pare che le ragazze di qui siano più disinibite di quelle italiane. Anzi proprio perché la gente del nostro Paese è più espansiva mi viene da pensare quasi il contrario. Le ragazze italiane baciano e abbracciano molto di più i loro fidanzati. C’è da dire anche che il mio campione d’osservazione è limitato perché le compagne di scuola di Fran sono in minima parte dutch.
Poi c’è un fatto che mi è capitato tempo fa. Certo è un singolo episodio e da questo non posso partire con le generalizzazioni.
Comunque. Non mi ha sorpreso più di tanto.
Qualcuno ha bussato alla mia porta, mi ha teso la mano, finalmente ci conosciamo mi ha detto, ma tu non partecipi mai alle attività della scuola? No, ho risposto, ho da fare. Che cosa? Mah, scrivo. Che cosa scrivi? Storie. E qui, ahimè, la stessa domanda: storie per bambini? Con la mia stessa risposta, che mi pento sempre mentre la do perché penso che potrebbe essere fraintesa: storie per adulti. Sono seguite altre chiacchiere, un caffè, altre domande, lei che mi osservava oltre le domande fino ad arrivare alla ragione per cui aveva suonato il mio campanello.
Ma tu…Tu… quando mia figlia viene qui, ci sei a casa?
Più o meno sì.
Ma tu…Tu… quando vanno nella stanza ad ascoltare la musica, tu sali a dargli un’occhiata?
Mah… di solito si mettono nella serra.
Ma tu…Tu… se chiudessero la porta, l’apriresti quella porta?
E qui non mi ricordo quello che ho risposto, ricordo però che mi ha elencato tutti i controlli che faceva lei quando s’incontravano a casa sua e che a me un po’ scappava da ridere, un po’ ero a disagio.
Non era nata a Palermo questa tipa qui, né a Bilbao e nemmeno a Luxor, bensì era dell’Aja. Olandesissima, quindi, e di città.
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