
Ieri sera ho mangiato tre limes travestiti da albicocche mature, ma domenica, in un bar italiano di Leiden, mi sono fatta fuori una bella porzione di ravioli ai funghi porcini che aveva il profumo e il sapore dei funghi porcini.Ma quello che è stato incredibile è che l’ho pagata solo sei euro e cinquanta, cioè cinquanta centesimi a raviolo, che è poi lo stesso prezzo a cui viene venduto il lime mascherato.
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Tra clarinetti, batterie, sax, fumi di hamburger, patatine fritte, la musica della banda sul palco, ragazzini che suonavano certe trombette arancioni dal suono orrendo, teli stesi sulla strada pieni di scarpe, libri, giochi e vestiti usati, cani al guinzaglio, bambini sui passeggini e fiumi di birra e bicchieri di vino cileno o argentino, a un certo punto, succedeva che
Scattavano i flash, si accendevano le luci rosse delle minitelecamere, s’alzavano i cellulari per riprendere o fotografare come se ci fossero delle celebrità.
E si è creato un tafferuglio, un ingorgo, un caos nel caos.
Lo stesso, immagino, che sarebbe scoppiato per esempio a Roma, per esempio a Piazza di Spagna. Sei lì che guardi le vetrine e all’improvviso capisci che sta passando qualcuno un po’ particolare. T’infili tra la gente e finalmente vedi i soggetti che tutti stanno spasmodicamente immortolando. Per esempio Fabrizio Corona ed Emanuele Filiberto che vanno a fare acquisti.
Però non era Roma, ma il paese di W., e non era Piazza di Spagna, ma la strada commerciale vicino al mulino.
E quindi quelli un po’ speciali erano un gufo reale e una civetta bianca.
Il gufo era sulla spalla di uno magrissimo e altissimo, sui vent’anni. Praticamente un fiammifero per caminetto.
La civetta stava aggrappata a una ragazza esile, pallida, bionda e di qualche anno più giovane del ragazzo. Praticamente un cerino con la testa gialla.
Stavano lì fermi a farsi riprendere, impassibili come i loro animali.
Pare che sia molto trend andarsene in giro in compagnia di rapaci, già Davide me ne aveva parlato con entusiasmo, e anche altri: “c’era un falconiere davanti all’ingresso del Super.” “Un falconiere?” “Sì, un ragazzo con un barbagianni o un gufo, uno di quegli animali notturni insomma.” Oppure: “Quando vado a correre la sera al parco incontro sempre uno con un gufo sulla spalla” “Un gufo sulla spalla?” “Sì, qualcosa di simile.” “E che fa?” “Niente, passa per il sentiero. Certe volte parla al telefono, penso che ritorni a casa.”
Finalmente li ho incontrati anch’io.
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Cammino sulla strada che taglia il paese di W., seguendo un pensiero che non mi ricordo più, quando faccio caso a un tipo che mi viene incontro, faccio caso a qualcuno che non ha proprio nulla di particolare, che è identico a un primo sguardo a tante altre persone che girano per il paese di W. Naso corto a punta, biondiccio, capello un po’ lungo, non pettinato e vagamente sporco o gelatinato, magro, sui venticinque. Be’, ovviamente qualcosa di particolare ce l’ha, come ce l’ha chiunque, per quanto ordinario possa essere.
Il tipo sorride.
Il tipo ha gli auricolari e un filo che arriva alla tasca dei pantaloni.
A un certo punto si ferma, accenna a una specie di balletto, poi infila le chiavi nel lucchetto, fa scattare il meccanismo, ma non sale sulla bicicletta, per lo meno non fino al momento in cui lo supero. Continua a sorridere a se stesso, alla sua musica, chissà a che sorride, me lo chiedo sempre quando lo vedo lavorare. Così lo riconosco: è il postino di W. senza la sua tracolla, il postino di W. nel tempo libero.
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Parlano di incidenti, di malattie, d’appuntamenti dal medico. Di traslochi. Una di loro ha traslocato e fa l’elenco degli scatoloni che ha aperto e quelli ancora da aprire.
Ero appoggiata a un alberello bidimensionale e leggevo Vite brevi di idioti un po’ di tempo fa. Ora peso sulla quercia e leggo Le benevole. Non è la consistenza del libro che mi ha fatto cambiare il punto d’appoggio, ma è la luce del sole che è cambiata: l’alberello adesso è sempre all’ombra quando vado lì.
Qualche volta mi chiamano, pronunciando il mio nome con quella strana erre. Io sollevo lo sguardo e una di loro ha la maschera di un mostro. Sempre lo stesso scherzo. Allora sorrido o faccio l’espressione spaventata. Poi io torno a leggere, loro a parlare di malattie.
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Sono stata a vedere la Grande Diga che è una cosa da vedere se si vive qui, secondo me.
La Grande Diga ha un aspetto surreale per la faccenda del dislivello delle acque a pochi metri di distanza. Era il giorno di Pasqua quando siamo arrivati lì e la gente che guardava il Mare del Nord e il lago d’acqua dolce era tutta olandese da zero a ottanta anni.
Ho dormito in un bosco, davanti a un nido di cicogne. Le cicogne apparentemente andavano d’accordo: una covava e l’altra andava in giro, una covava e l’altra stava in piedi a sgranchirsi le zampe, una covava e l’altra sbatteva le ali. Mi sono chiesta se si annoiassero quando restavano sole. Le cicogne sono mute però comunicano battendo il becco, solo che queste due il becco non lo battevano mai.
Ho cercato di cogliere le differenze tra il Nord e il Sud dell’Olanda dove vivo io.
Differenze di paesaggio: nessuna.
Be’, in realtà nel Nord ci sono più boschi e più acqua, però il paese dove ho la fortuna di abitare è pieno di boschi e di acqua e inoltre ha le dune.
Differenze nella popolazione: nel Nord non abitano stranieri come nel Sud e quindi i vicini di tavolo al ristorante trovavano ogni pretesto per parlarci, e se chiedevamo un’informazione a qualcuno, si fermavano in cinque per risponderci e all’uscita di un negozio un tipo si è avvicinato e ci ha detto: “posso chiedervi che lingua state parlando?”
Differenza tra i medici del Nord e del Sud: nessuna.
Come da prassi, Lo si è ammalato. Dopo dieci ore di febbre a quaranta che non andava giù né con la tachipirina né con le spugnature, abbiamo contattato la guardia medica. La guardia medica ha detto di portarglielo, che lo aspettava. Solo che Lo non ce la faceva molto a camminare. Comunque alla fine ce l’ha fatta. Prima di visitarlo, il medico ci ha impartito l’ennesima predica sull’uso degli antibiotici in olanda. E io non sapevo se ridere o piangere. Boh. Saranno state particolari le mie esperienze in Italia, ma io non ho mai avuto a che fare con dottori italiani che somministrano antibiotici senza un motivo. Comunque, dopo aver escluso che fosse meningite o qualcosa legato alla gola e ai polmoni, gli ha dato la cura del paracetamolo per tre giorni, gli ha detto di mangiare gelati e bere acqua fredda. Il paracetamolo glielo ho dato fino a che ha avuto la febbre, il gelato non glielo ho fatto prendere dal momento che vomitava, bere sì, ma niente acqua ghiacciata, ché non mi pareva una buona idea. Poi lui è guarito (più o meno) e sulla strade del ritorno mi sono ammalata io, ma in fondo non mi dispiace.
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Due bambine di nove o dieci anni che fanno un po’ quello che faceva l’incompreso verso la fine della storia. Soltanto che sotto l’albero non c’è l’acqua ma la terra e loro non sono appese al ramo ma in piedi. Si tengono a uno più sottile e fanno oscillare quello su cui si trovano. Le madri chiacchierano tra loro.
Ieri c’erano trenta cani, più luce, e i merli erano al massimo dell’eccitazione e pure le conversazioni. E il ramo oscillava e oscillava, e io non ce l’ho fatta più e mi sono rivolta alla capa del gruppo dei padroni dei cani e le ho detto: “quel gioco sta diventando pericoloso…”
“Eh, lo so, ma quelle due non ascoltano nessuno!” Mi ha risposto lei. Alla fine gli ha detto di smetterla. Loro hanno continuato. A un certo punto il ramo ha fatto uno scricchiolio. Loro hanno lanciato un grido e hanno proseguito. Le madri guardavano i cani.
Ora io lo so che ci sono due modi di comportarsi con i figli, uno più ansioso e uno che gli lascia fare tutte le esperienze, però magari un’esperienza a un metro d’altezza la vedrei meglio che a tre. O no?
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Per la prima volta stamattina ho visto una macchinetta come quelle che girano a Roma, guidate da adolescenti con i soldi. A bordo di questa, però, non c’era un adolescente, ma un tipo che ci scoppiava dentro.
Stereo a volume altissimo. In effetti l’ho notata proprio per questo.
Nera.
Il lunotto posteriore era rotto ed era sostituito con un telo di plastica.
Stava in mezzo a due Suv grigi.
In effetti, quasi tutte le auto in fila erano Suv. Li hanno ricominciati a comprare, forse è un segnale che la crisi economica sta passando. Le sette case in vendita o in affitto di CameliaHof hanno ancora i loro cartelli piantati nei giardini però. Gli americani, che sono stati i primi a essere stati licenziati, alcuni in tronco, non sono ancora tornati.
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La tipa che sta in fila dietro di me al Super ha i capelli corti e biondi, è snella, ma non alta e porta un cappotto di una misura più grande della sua taglia. Ha una sciarpa verde, girata parecchie volte intorno al collo. E’ del Colorado.
Lo so che è di questo Stato qui e non del Texas, del Wisconsin o di quello di New York perché a un certo punto dice una frase: “che stupida, ho dimenticato le patatine.” E io non posso non riconoscere la sua provenienza dopo anni di imitazioni del figlio maggiore di un abitante del Colorado.
Non so l’olandese, però sono in grado di distinguere gli accenti di parecchi Stati americani. Penso questo al Super mentre sto pagando, quando la commessa mi domanda: “Vuoi le figurine dei calciatori?”
“No grazie” rispondo.
Allora la tipa del Colorado dice: “posso averle io?”
“Sì, certo”.
E la commessa: “non si potrebbe, è illegale.”
Illegale?
Vabbè, poi la tipa del Colorado le ha avute, le sue figurine, e la legge non è stata rispettata, stamattina, nel paese di W., dove forse sta arrivando primavera.
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Oggi i tre omini che dirigono il traffico alla rotatoria principale del paese di W. si sono impicciati più del solito.
I tre omini sono a tempo perché stanno rifacendo alcune strade e il traffico è stato dirottato a questa rotatoria e ci sono solo tra le sette e le nove, poi spariscono. Indossano giubbotti luminosi, guanti neri che lasciano liberi i polpastrelli, sono esili e non superano il metro ottanta ma non sono né turchi né marocchini, sono olandesi e sono piccoli.
E’ accaduto che uno dei tre ha calcolato male la lunghezza (ah, se avessero in dotazione dei metri per prendere le misure quanto sarebbe meglio!) e ha fatto passare un camion con il rimorchio. Il camion è uscito fuori dalla rotatoria ma non aveva lo spazio sufficiente per proseguire e così ha bloccato le strisce pedonali e soprattutto il passaggio ciclabile. Erano le otto, l’ora in cui circa mille studenti vanno a scuola in bicicletta. Così si è formata un’onda che cresceva e cresceva e a un certo punto ha cominciato a fluire e i ciclisti hanno invaso la rotatoria, i marciapiedi, si sono incastrati tra le macchine. Un automobilista ha persino suonato il clacson. La mia cana ha abbaiato. Gli omini erano agitatissimi e hanno cominciato a parlarsi febbrilmente con le radiotrasmittenti. Al termine di questa consultazione frenetica, quando tutto ormai pareva perduto, due omini hanno abbandonato la loro posizione e hanno raggiunto quello che aveva combinato il disastro.
L’omino numero uno ha convinto l’automobilista che era davanti al camion ad avanzare di un metro, l’omino numero due ha dato l’ordine al camionista di procedere per un metro, l’omino numero tre ha assunto il ruolo dell’ape impazzita e ha bloccato i ciclisti. L’effetto ottico è stato quello di una scia luminosa che si muoveva velocemente e imprevedibilmente, un po’ come la coda di una stella cometa.
L’unione fa la forza e i tre omini del paese di W., stamattina, hanno fatto un vigile romano.
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Se decidessi di commettere un furto, ruberei la nuova macchinetta elettrica dei giardinieri di W.: pare un’astronave in miniatura con le ruote. In effetti a guidarla poteva essere anche un alieno. Però l’alieno mi fissava con stupore. E magari sono io l’aliena e non lo so.
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