Gli emigrati rompono sempre     18-02-2010  

La tipa che sta in fila dietro di me al Super  ha i capelli corti e biondi, è snella, ma non alta e porta un cappotto di una misura più grande della sua taglia. Ha una sciarpa verde, girata parecchie volte intorno al collo. E’ del Colorado.
Lo so che è di questo Stato qui e non del Texas, del Wisconsin o di quello di New York perché a un certo punto dice una frase: “che stupida, ho dimenticato le patatine.” E io non posso non riconoscere la sua provenienza dopo anni di imitazioni del figlio maggiore di un abitante del Colorado.
Non so l’olandese, però sono in grado di distinguere gli accenti di parecchi Stati americani. Penso questo al Super mentre sto pagando, quando la commessa mi domanda: “Vuoi le figurine dei calciatori?”
“No grazie” rispondo.
Allora la tipa del Colorado dice: “posso averle io?”
“Sì, certo”.
E la commessa: “non si potrebbe, è illegale.”
Illegale?
Vabbè, poi la tipa del Colorado le ha avute, le sue figurine, e la legge non è stata rispettata, stamattina, nel paese di W., dove forse sta arrivando primavera.

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Oggi i tre omini che dirigono il traffico alla rotatoria principale del paese di W. si sono impicciati più del solito.
I tre omini sono a tempo perché stanno rifacendo alcune strade e il traffico è stato dirottato a questa rotatoria e ci sono solo tra le sette e le nove, poi spariscono.  Indossano giubbotti luminosi,  guanti neri che lasciano liberi i polpastrelli, sono esili e non superano il metro ottanta ma non sono né turchi né marocchini, sono olandesi e sono piccoli.
E’ accaduto che uno dei tre ha calcolato male la lunghezza (ah, se avessero in dotazione dei metri  per prendere le misure quanto sarebbe meglio!) e ha fatto passare un camion con il rimorchio. Il camion è uscito fuori dalla rotatoria ma non aveva lo spazio sufficiente per proseguire e così ha bloccato le strisce pedonali e soprattutto il passaggio ciclabile. Erano le otto, l’ora in cui circa mille studenti vanno a scuola in bicicletta. Così si è formata un’onda che cresceva e cresceva e a un certo punto ha cominciato a fluire e i ciclisti hanno invaso la rotatoria, i marciapiedi, si sono incastrati tra le macchine. Un automobilista ha persino suonato il clacson. La mia cana ha abbaiato. Gli omini erano agitatissimi e hanno cominciato a parlarsi febbrilmente con le radiotrasmittenti. Al termine di questa consultazione frenetica, quando tutto ormai pareva perduto, due omini hanno abbandonato la loro posizione e hanno raggiunto quello che aveva combinato il disastro.
L’omino numero uno ha convinto l’automobilista che era davanti al camion ad avanzare di un metro, l’omino numero due ha dato l’ordine al camionista di procedere per un metro, l’omino numero tre ha assunto il ruolo dell’ape impazzita e ha bloccato i ciclisti. L’effetto ottico è stato quello di una scia luminosa che si muoveva velocemente e imprevedibilmente, un po’ come la coda di una stella cometa.
L’unione fa la forza e i tre omini del paese di W., stamattina, hanno fatto un vigile romano.

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Furti e ignoranze     19-01-2010  

Se decidessi di commettere un furto, ruberei la nuova macchinetta elettrica dei giardinieri di W.: pare un’astronave in miniatura con le ruote. In effetti a guidarla poteva essere anche un alieno. Però l’alieno mi fissava con stupore. E magari sono io l’aliena e non lo so.

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Mogli e buoi e medici dei paesi tuoi     15-01-2010  

E’ un uomo sui trentacinque anni, con un corpo lungo e senza muscoli, le spalle strette e curve, la testa piccola e quasi calva e due occhi blu un poco sporgenti, quello che ho davanti. Indossa un paio di pantaloni grigi ben stirati e una camicia bianca a righe celesti, ben stirata anche questa. La camicia è sbottonata e si  può contemplare il petto, che ha bianchissimo, con un ciuffo solitario di peli biondi. Di mestiere fa l’ottico, è uno dei tre ottici del paese di W.
Nel negozio è presente un altro individuo con un abbigliamento simile, con  le stesse caratteristiche fisiche, solo di dimensioni più ridotte: certamente è il fratello minore.
Sono lì con Lo, che prima di entrare mi ha detto: “parlo io.”
Lo tira fuori un foglio, dice: “devo farmi le lenti a contatto, questa è la prescrizione.”
L’ottico  prende il foglio, lo posa sul bancone, apre un file nel computer. “La gradazione è completamente diversa da quella che ho preso io a novembre. Poi le lenti della mia gradazione le ho, quelle indicate qui invece bisogna ordinarle e chissà quanto ci vorrà per averle.”
“Prendiamo queste con la gradazione che è indicata qui”, dice Lo.
“Sì, certo, prendiamo queste. Non importa se dobbiamo aspettare”, dico io.
“Che volete dire?” domanda l’ottico. “Che non so fare il mio lavoro?”
“No, no.” Risponde Lo. “Non ho detto questo. Però prendiamo queste perché la visita che ho fatto dall’oculista è di pochi giorni fa, quella che ho fatto qui è di novembre.”
“Ma la gradazione che ho preso io è maggiore! Io non lo so come sono i medici italiani, so come sono i medici olandesi però. Se questa prescrizione fosse stata fatta da un medico olandese, non avrei avuto dubbi, ma siccome così non è, vi dovete assumere voi la responsabilità nel caso sia sbagliata.”
“Va bene ce l’assumiamo.” Risponde Lo.
“Io so come sono i medici italiani, dico io. E soprattutto conosco questo oculista e quindi voglio le lenti con questa misurazione.”
“Spostiamoci a quella scrivania.” Dice l’ottico.
Sulla scrivania c’è un altro computer. L’ottico riapre il file di Lo, fa vedere quali sono le differenze.
“Una delle due misurazioni è sbagliata e non la mia. Sono quindici anni che faccio questo lavoro!”
Lo attacca a parlare, io chiudo l’audio e l’osservo. Dopo parecchie ore la sua faccia bianca, le bolle che ha sul collo, il suo corpo non ben collegato ce li ho davanti come se li stessi guardando in un video.
A un certo punto si schiaccia la mano sul viso e fa uno starnuto, poi si pulisce il naso sulla manica della camicia bianca a righe azzurre, se lo pulisce ancora con il dorso della mano, corregge il file del computer, mi porge la prescrizione. Prendo la prescrizione e la metto nel portafoglio.
“Vi telefonerò quando sono arrivate”, dice alzandosi.
“Che antipatico.” Dice Lo quando usciamo dal negozio.
“Orrendo.” Dico io. C’era da andarsene subito.”
“E mettersi alla ricerca di un altro ottico? Nooo, avremmo perduto ancora più tempo.”

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E le anatre sono scomparse     13-01-2010  

“Quando senti che comincia a scricchiolare: scappa!”  Fu questo il consiglio che qualcuno diede a Emme l’anno scorso quando i canali ghiacciarono e ci si poteva pattinare sopra.
Ormai c’è la neve da tre settimane, i canali non navigabili sono ghiacciati, ma lo strato è ancora sottile, a eccezione di quei tratti che stanno sempre all’ombra. Non viene sostenuto un peso di  parecchi chili, ma tiene quello di un pettirosso e della neve che ci cade sopra. E quando la neve ci cade sopra il canale non esiste più. Però qualcuno ci ha provato a pattinare malgrado sia ancora poco sicuro, ho visto le incisioni delle lame sulla superficie del canale che sta vicino al Super. Incisioni impressionanti, che terminavano a qualche centimetro da dove finiva il ghiaccio, poco prima del ponte.

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Intanto in Olanda     27-12-2009  

Non conoscevo Antonio Ferrigno di persona, però lui mi scrisse per un po’ dopo essere capitato sul  blog. Da come scriveva pareva un tipo molto tranquillo, con ottime capacità deduttive. Mi ricordo che rimasi talmente sorpresa per le cose che era riuscito a  indovinare su di me  che andai a cercare notizie su di lui in rete, trovai qualche suo articolo che aveva a che fare con la teoria della relatività, se non ricordo male,  e una foto.
Mi dispiace molto che gli sia capitato quello che gli è capitato.

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Da un po’ ho preso l’abitudine di fare la macedonia e così ieri, al Super,  stavo per prendere le fragole, quando la mia mano si è fermata a cinque centimetri dalla confezione di plastica.
“250 grammi di fragole: due euro e cinquanta!” Mi sono detta.
“E poi bisogna buttarne sempre almeno un paio.”
“Già!”
Così ho deciso di non comprarle.
“La macedonia d’inverno si fa con la frutta d’inverno” ho osservato, compiaciuta della decisione e pure dell’osservazione.
Mentre proseguivo il giro, fissavo le banane verdi, i mandarini mosci nel carrello.
“Questa macedonia non avrà sapore.”
“Comunque indietro non ci torno!
“Ma che la faccio a fare?”mi sono domandata dopo un po’.
E mi sono risposta: “oltre a costare parecchio, quelle fragole erano più bianche che rosse e questo significa che erano insapori, perciò è solo una questione psicologica, legata al colore.
“Però  un po’ di rosso ci sta bene nella macedonia”.
E qui mi sono data ragione, anche se mi sono ripetuta: “indietro non ci torno!”
Stavo per arrivare alla cassa, quando davanti al reparto dei surgelati ho avuto la folgorazione: le compro surgelate!
E ho scoperto che l’Albert (il diminuitivo del Super da cui vado) surgela le fragole. C’era una scatolina a 99 centesimi per duecento grammi. L’ho presa subito, con lo sguardo furbo di chi fa l’affare.
“Senza contare che saranno state raccolte quando era il loro tempo e quindi avranno  un sapore!”
“Giusto”.
Così, ormai soddisfatta, ho smesso di dialogare con me stessa e sono tornata a casa. A casa ho versato le fragole nello scolapasta. Erano una dozzina, credo. Molto rosse.
“Nei duecento grammi a99 centesimi c’era compreso pure il ghiaccio.”
“Però non ce ne è nemmeno una marcia”.
Dopo un paio d’ore ne ho assaggiata una. E mi sono ricordata di un discorso che faceva una tipa italiana, durante una cena, domenica sera. Il discorso era questo: “Io quando vengo qui a trovare mio marito non mangio mai la carne. Perché nella carne per ricavarci di più ci mettono di tutto. Nei petti di pollo, per esempio. Ho letto un articolo che diceva che nel pollo ci iniettano un mucchio di roba, persino gli scarti del maiale”.
E io, quando la tipa faceva questo discorso, avevo ripensato a quel grasso che esce dalla carne dell’Albert che compro quando ho finito la scorta di quella presa da Ven.
Poi assaggiavo la seconda fragola.
“Sa troppo di fragola.” Mi dicevo.
“Sì, troppo.”
“Pare di mangiare una fragola di una volta ma molto più saporita.”
“Quando qualcosa sembra troppo quello che dovrebbe essere, allora è falsa”
“Ho sognato una pecora elettrica!”
“Ma che c’entra con le fragole?”
“C’entra eccome!”

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Le ragazze del call     03-12-2009  

Le ragazze dei call center non rispondono più: non parli olandese? Non è un problema, io parlo l’inglese, adoro parlare l’inglese, parlo pure lo spagnolo, o l’italiano o il francese, di quale paese sei? No, non è un problema,  te lo assicuro, il mio prodotto te lo posso vendere in tutte le lingue.
Fino a tre o quattro anni fa quando chiamava una ragazza di un call era quasi un piacere.
Poi è diventato un fastidio. Le telefonate sono aumentate, i call center sono diventati più affollati per la crisi economica, i corsi per accalappiare il cliente si sono fatti più approssimativi e le ragazze dovevano vendere più di prima perché le pagavano di meno e il cliente ha smesso di comprare perché aveva meno soldi e perché le telefonate non erano più una novità. Così le ragazze del call non potevano più permettersi di perdere tempo in un’altra lingua e quindi attaccavano il telefono dopo che io, con sollievo, rispondevo a quel fiume di suoni incomprensibili che mi inondava l’orecchio: mi dispiace ma non parlo l’olandese. A un certo punto non mi facevano neanche terminare la frase: io alzavo la cornetta, sentivo una musica lontana,  delle voci in primo piano che andavano a duecento all’ora con la cadenza di un registratore, “scusa ma non”…clic. Fine della comunicazione. Mettevano giù.
Da un po’ pare che il trend sia cambiato. Non ci credono più che non parlo olandese. E  dopo la mia frase continuano  con il loro fiume di parole incomprensibili. Alla fine sono costretta ad attaccare io.
Poco fa c’è stata la solita telefonata, ma questa volta c’è stato un comportamento diverso. La ragazza mi ha detto, arrabbiatissima: io non ci credo che tu non parli olandese!
Ah no? E perché me lo stai dicendo in inglese?
Per fortuna che stava al di là del filo, altrimenti penso che mi avrebbe ucciso.
Ma che ci posso fare? Non lo parlo e non lo voglio parlare. Per vivere mi  basta l’inglese.  Del resto, sono stati proprio i  connazionali delle ragazze del call a convincermi che sarebbe bastato, me lo hanno ripetuto per anni che non era un problema.

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Siccome ho fatto tutto quello che dovevo fare e manca ancora un’oretta alla preparazione della cena e mi sto annoiando un po’, devo trovare qualcosa con cui divertirmi, e in questo momento per divertirmi non mi viene in mente nulla se non la categoria di quelli che c’hanno il mito dell’olanda oppure la categoria degli italiani con il mito dell’Estero – se non fossi pigra come sono certe volte, avrei iniziato a compilare un quadernino dove mi sarei appuntata le frasi degli italiani sull’Estero, vabbè ‘sto quadernino non ce l’ho e purtroppo non me le ricordo, queste frasi, perché sono talmente luoghi comuni che non le riesco a memorizzare (quando delle frasi sono luoghi comuni al cento per cento è divertente leggerne una dopo l’altra). Così  scrivo  di un fatto recente sull’olanda e sugli olandesi: ieri è successo che ha preso fuoco una casa, un’altra, poco distante da CameliaHof.  Per fortuna i pompieri sono venuti subito e in pochi minuti l’incendio non c’era più. Dentro non c’era nessuno, pare che sia stato un corto circuito dell’impianto elettrico che ha iniziato a bruciare la moquette, e allora passo a esporre il fatto che  prima o poi farà infuriare l’italiana/o sposata/o  all’olandese (ma ci stanno  gli esaltati pure senza partner dutch) con il mito dell’olanda: gli impianti elettrici fatti dagli elettricisti olandesi fanno schifo.  Davvero. E poi ne scrivo pure un  altro. Siccome ieri mattina stavo passeggiando con la cana proprio nei  pressi della casa che  ha preso fuoco, e ho visto l’arrivo dei pompieri e della polizia e dell’autoambulanza, e le macchine della polizia che hanno bloccato la strada in entrambi i sensi, anche se non passava praticamente nessuno  perchè la maggior parte era  fuori per le vacanze del ringraziamento, presumo pure gli abitanti della casa che bruciava, come sono riuscita a sapere le informazioni dettagliate su quello che stava accadendo, dal momento che quando ho visto pompieri e polizia, ho attraversato immediatamente la strada per non essere d’intralcio?  Ho saputo tutto ciò che era possibile sapere dal mio vicino olandese, che è arrivato di corsa, si è gettato tra poliziotti e pompieri a far domande, poi mi ha avvistato e, con sguardo rapace,  è calato sopra di me a raccontarmi i dettagli. E già che c’era mi ha domandato dove andassi per Natale e quando gli ho risposto, ha buttato fuori un sospiro soddisfatto e ha detto: “ah, Roma. Noi, invece, andremo a Dubai e poi in Svizzera, a sciare.”  Perché gli olandesi soffrono d’invidia se qualcuno c’ ha la macchina più bella, la casa più grande e fa il viaggio di Natale nel luogo più esotico.
E adesso categoria degli italiani con il mito degli olandesi e dell’Olanda: rosicate pure, ma contate fino a dieci prima di scrivere un commento sia tra qualche minuto sia tra un mese  o tra un anno! :-) e soprattutto fatevene una ragione: l’Olanda non è il paese di Bengodi.
Poi ci sarebbero pure altre categorie che producono una discretà quantità di luoghi comuni o parole usate inappropriatamente  per scopi letterari,  ma ormai la noia mi è passata.

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Alle nove della sera     16-11-2009  

La borsa di Mary Poppins l’ha trovata Davide sabato sera.
Mary Poppins ha quindici anni e un account su Facebook.
E un paio d’ore dopo, Mary ha ricevuto un messaggio che  l’informava che  la borsa era stata ritrovata e dove sarebbe  dovuta andare per riaverla.
Entrambi i figli si sono domandati: “ma perché  ci tiene dentro delle scarpe da ginnastica?”
“Perché”- ho risposto io – “Mary è andata a una festa e portava le scarpe con il tacco a cui non è abituata. ”
Ieri sera, durante la passeggiata con la cana,  mi sono fermata alla caserma di polizia di W.
Ho suonato il citofono e ho aspettato qualche minuto, poi una voce mi ha chiesto che cosa volessi. Appena entrata, la cana ha cominciato a guaire, a tirare verso l’uscita, come nemmeno fa quando va dal vet.
Mi sono guardata intorno: tutte le porte erano chiuse, le luci erano basse. Dopo un po’  d’attesa e di lotta è comparso  un poliziotto, un po’ confuso, penso stesse dormendo. La cana è diventata ingestibile e a me è salita un po’ d’inquietudine mentre le dicevo di piantarla.
Ho spiegato alcuni dettagli del ritrovamento della borsa mentre il poliziotto mi fissava, sempre imbambolato. Ho messo la borsa sul bancone e lui sempre zitto e la cana sempre più fuori di testa.
“Vuole un mio documento?” Ho domandato, a disagio.
“Un documento, sì.” Mi ha risposto lui.
Estrarre  la carta d’identità dal portafoglio non è stato semplice, ma alla fine ci sono riuscita, l’ho appoggiata sul bancone, glielo aperta.
Il poliziotto ha preso una penna, ma faceva i movimenti a rallentatore, e io dovevo dire qualcosa, per forza.
“Non capisco perché sia così spaventata.”
“E’ spaventata, già”, ha risposto lui con lo sguardo fisso.
Poi ha iniziato a scrivere i miei dati su un blocchetto a quadretti. Scriveva a stampatello, una lettera dopo l’altra, come se stesse facendo una prova di calligrafia.
La cana ha rifiutato un biscotto che le ho offerto per calmarla.
Il poliziotto ha terminato di scrivere,  e io sapevo che doveva dirmi qualcosa:ma cosa?
Così gli ho detto: “mio figlio l’ha rintracciata su facebook, e adesso questa ragazza sa che troverà qui la sua borsa, in caserma.”
“Facebook. “Ha ripetuto lui. “Cos’è facebook?”
E con questa domanda l’inquietudine se ne è andata via.
Stavo per spiegargli cosa fosse, facebook, e invece ho detto: “l’ha rintracciata attraverso internet”.
“Ah, su internet” ha risposto lui, pareva sollevato che dalla mia pausa non fosse uscito un mucchio di parole. “Buonanotte”, gli ho detto.
“Buonanotte”, ha risposto il poliziotto.
Poi, quando sono uscita da lì,  ho volato  per cento metri attaccata al guinzaglio.
Era una bella notte senza luna, un po’ umida e per niente fredda.

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