Oggi nel paese di W. c’è il silenzio della festa perché non c’è lezione a scuola ma i colloqui con i professori. Mi diceva Fran che gli expat a W. sono circa quattromila e la cosa mi ha un po’ stupita: a orecchio sembriamo molti di più!
Sempre a proposito di sorprese, un’altra cosa che non mi aspettavo: un mio racconto è stato scelto per questa iniziativa. E’ la versione ridotta (c’era il limite di battute) e rivista di un racconto che ho postato un po’ di tempo fa.
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Umberto e Bianca firmarono l’atto di compravendita di una villetta composta da due stanze da letto, un soggiorno, un bagno e da una cucina un po’ angusta all’inizio del 1959 e ci si trasferirono pochi mesi dopo la nascita di Tommaso, il primogenito.
La villetta era su una collina, a quel tempo deserta, e dalle finestre posizionate a Nord, di notte, si potevano ammirare le luci della città. Terminarono di pagarla a dicembre del 1979 quando Tommaso compì vent’anni ed entrò nell’arma dei carabinieri e Antonella, la secondogenita, ne aveva diciotto e già lavorava come segretaria nello studio di un avvocato del paese. Proprio in quell’anno la villetta era stata ridipinta di un rosa pallido e spiccava tra le altre, color mattone, che erano state costruite tutt’intorno. Aveva un giardino pavimentato sul retro in cui Bianca coltivava i gerani, due piante di limoni e le erbe aromatiche. Nel giardino oltre a un tavolino e quattro sedie c’era anche un dondolo molto conteso, e certe domeniche Umberto tirava fuori la carbonella e arrostiva salsicce e spiedini su un grosso barbecue che il fidanzato della figlia gli aveva regalato per il compleanno.
Entrambi erano soddisfatti del posto dove vivevano, anche della loro vita in effetti, ma avevano un cruccio.
Il cruccio di Bianca si manifestava durante le notti d’estate.
Si sedeva su una poltroncina di vimini nel balcone della stanza dei figli e guardava in direzione della città che non vedeva più perché le case che erano state costruite erano di tre o quattro piani e le avevano rubato la vista.
Non vedo più le luci, si lamentava. Voglio una casa dove si vedono le luci!
Guarda le stelle, gli diceva Umberto prendendola in giro.
Il cruccio di Umberto (che lui considerava più serio rispetto a quello della moglie, per lo meno se ne lagnava di più di quanto facesse lei) compariva, invece, al principio di ogni autunno quando l’ippocastano che avevano nel piccolo giardino anteriore perdeva le foglie. Erano vent’anni che Umberto raccoglieva quelle foglie ed erano vent’anni che sognava di tagliarlo.
Al suo posto potremmo piantare un castagno e potresti fare il castagnaccio! Oppure un albero di mimose che profumerebbe l’aria.
Ma Bianca era irremovibile e chiudeva ogni proposta così: l’ippocastano è un albero maestoso che mi dà sicurezza e mi consola da quelle palazzine che mi hanno tolto l’aria e il panorama e inoltre dà maggior valore alla proprietà.
Ci fu un anno che gli ippocastani della collina furono attaccati dalla minatrice fogliare e oltre la metà perì, e Umberto arrivò a raccogliere le foglie malate dai giardini dei vicini e a gettarle nei pressi dell’ippocastano, ma quello pareva essere immortale.
Antonella e Tommaso si sposarono, Umberto e Bianca si ritrovarono soli e un po’ confusi e per un lungo periodo litigarono furiosamente per la questione dell’albero. Da principio I figli erano stupiti più che amareggiati. Pagate qualcuno che raccolga le foglie al posto di papà! Ripetevano alla fine un po’ preoccupati, un po’ esasperati.
Il problema di quell’albero non è solo in autunno. Rispondeva Umberto. D’estate i rami sono talmente carichi che ci oscurano la casa!
Ce la rinfrescano, correggeva Bianca.
E le radici stanno continuando a crescere e distruggeranno il pavimento. E dovrò sborsare milioni, che non ho, per ripararlo!
Sciocchezze! Le radici corrono verso il centro della terra, non verso il suo contorno.
Poi la furia di entrambi si spense all’improvviso.
Bianca si limitava a sussurrare: ah, la gioia che mi dà questo albero, è l’unica cosa bella da guardare.
E Umberto sembrò prendere con più leggerezza la raccolta delle foglie.
Mi piacerebbe sapere quante sono, disse una sera alla fine della cena.
Quante sono cosa?
Le foglie. Devono essere un numero finito, per forza. Ecco, mi piacerebbe quantificarle, mi sentirei meglio.
Bianca scosse la testa e borbottò con un mezzo sorriso: a te la vecchiaia sta dando al cervello.
Oppure mi piacerebbe che inventassero una medicina per modificare le piante. E sai come lo modificherei quel mostro lì fuori?
Con un castagno, disse Bianca alzandosi per sparecchiare.
Esatto! e poi arrostirei le castagne sulla padella coi buchi e tu potresti preparare la conserva di castagne e…
Il castagnaccio?
Il castagnaccio, già. Io lo adoro lo mangiavo sempre…
Da bambino?
Da bambino. Non ti posso raccontare più nulla, sai già tutto.
Poi arrivò un ottobre che Umberto stava a letto con i valori del sangue sballati, e i medici non riuscivano a capire che cosa avesse e a trovare la cura, e Bianca aveva abbassato la suoneria del telefono per non disturbarlo e preparava torte e pastasciutte delicate per fargli tornare l’appetito mentre il marito fissava un punto del soffitto o i rami dell’albero che ondeggiavano piano.
Stanno cadendo le prime foglie, disse Umberto una mattina.
Passò qualche giorno in cui non cambiò nulla, solo i rami si fecero più nudi e il viso di Umberto più bianco fino a che una mattina ci fu un gran fracasso al piano terra.
Poi Bianca gridò: Umberto! Affacciati! Subito!
E Umberto si tirò su, infilò le pantofole, il piede destro nella pantofola sinistra, il piede sinistro in quella destra, si ingarbugliò con la vestaglia e rinunciò a infilarsela, raggiunse la finestra, la spalancò e si sporse un poco per guardare meglio.
E vide Bianca con una tuta blu e un paio di stivali gomma, vicino a una montagna di castagne.
Sono cadute stanotte, Umberto! Ne ho assaggiata una ed è buonissima! E’ un miracolo!
E Umberto scoppiò a ridere. Ma non ci sono i ricci, Bianca! Che castagne sono senza i ricci?
Un miracolo, è un miracolo, rispose lei.
L’ippocastano ha fatto le castagne buone, ma si è dimenticato i ricci, disse la sera successiva ai figli che erano venuti a trovarlo. E avrebbe riso ancora se non fosse stato faticoso. Allora si limitò a sorridere: vostra madre ha la testa dura ma è simpatica, alla fine. E di nuovo gli scappò da ridere e per resistere alla risata posò gli occhi sull’albero oltre i vetri illuminato dal lampione e disse: ci sono degli uomini piccoli che saltano da un ramo all’altro e io non me ne ero mai accorto prima!
Il titolo è preso da Soldati, una poesia di Ungaretti
foto di Manu Gomi
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Enzo Nobile era nervoso.
Nervosissimo.
Si aggiustava e riaggiustava la lunga ciocca che copriva il diradamento sulla cima della testa.
Sua figlia era scoppiata a piangere appena era comparso all’asilo.
Con papà: no! Con papà: no! Strillava, fastidiosa come un trapano in un pomeriggio d’estate.
La maestra – una con il corpo a pera e lui aveva il disgusto per le pere, figuriamoci per una donna con quella forma – stava per telefonare a Silvana, la sua ex moglie. Proprio quella che nel primo anno di separazione lo ricattava con il ritornello: Ti faccio vedere mia figlia solo se mi paghi una bolletta o mi regali questo.
Continua qui
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Ho deciso di farmi stampare una felpa verde con la scritta bianca: Io non ho votato il nano.
Venerdì vado ad Amsterdam e me la procuro.
Qui, invece, ultimo numero pagina 17: Al posto giusto se capita, un mio racconto in seimila battute.
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La prima parte si trova qui, la seconda invece qui.
Mi telefona zia Matilde, mi chiede del tempo, s’informa sulla potenza del mio ventilatore, in sottofondo c’è il tintinnio continuo dei braccialetti, in primo piano la sua voce che suona rigida. La voce vorrebbe sembrare quella solita, e non avrei fatto caso alla rigidità se non sapessi che sta muovendo le mani. Deduco, inoltre, che se zia Matilde indossa i suoi braccialetti d’oro non è alla lavanderia a stirare camicie e siccome sono le 17.30 l’agitazione cresce e cresce mentre rispondo alle domande e alla fine salta fuori che mia madre è da una settimana che non lavora, che va ogni tanto giusto per una scappata, ma che il ferro da stiro non lo solleva più. Ordine del medico.
A quanto è salita la pressione, chiedo sconfortato.
La pressione è quasi a un livello accettabile, è il suo cuore a essere un po’ stanco. Abbiamo fatto una riunione di famiglia: zia Lina, zia Adele e io.
Zia Adele è venuta giù da New York?
No, no, abbiamo parlato con il computer, cioè la voce di Adele usciva da lì e noi le rispondevamo con il microfono.
E mia madre?
Che c’entra tua madre? Dovevamo riflettere sul futuro e lo sai che poi lei si commuove. Comunque abbiamo ragionato così: tutte abbiamo i figli a cui pensare e i nipoti sono come i figli. Pagheremo uno stiratrice, ma tu continuerai a ricevere il tuo contributo: zia Lina e io ci ridurremo lo stipendio e zia Adele ci aggiungerà la differenza. Sei quello che ha piantato sul cocuzzolo la bandiera della famiglia Bellini! Sei il nipote grande, sei l’ingegnere!
Sarò un ingegnere. Ecco che le rispondo. Sarò.
E sono orgogliosa di te, Enzo. Non sai quanto siamo orgogliose tutte e tre. Tua madre aveva pensato d’affittare un paio di stanze di casa, ma siamo riuscite a trovare una soluzione che le eviterà questa vergogna. E’ lo scopo della famiglia quello d’aiutarsi l’uno con l’altro, no? Altrimenti a che serve? A riempire la pance dei preti? Con Marta come va?
Bene, zia.
E la Meccanica l’hai fatta?
L’esame di Meccanica Razionale è la prossima settimana, zia.
Poi quando vieni su, zia Matilde ti fa le melanzane alla parmigiana. Marta te le cucina le melanzane?
No, zia.
Poi glielo insegno quando salite.
A cena nell’appartamento di fronte con un numero di portate che non terminavano più. Ho portato quattro cannoli con un accenno di ricotta e quattro paste al cioccolato, forse avrei fatto meglio a comprare una bottiglia di vino rosso o un mazzo di fiori. Sarebbe stato un regalo più maschile e soprattutto non ci sarebbe stato il lungo discorso della madre di Monica che ha preso lo spunto dal ripieno del cioccolato, vai a prevedere che avesse lavorato in pasticceria da ragazza, comunque pare che quello usato per la farcitura sia di scarto, però se le sono spazzolate lo stesso, pure il tiramisù anche se il mascarpone era inacidito.
Un filo marrone si è incollato al baffetto destro di Lucia e non riuscivo a staccare lo sguardo mentre mi raccontava di quanto fosse bella prima della cura di ricostituenti la sua Monica, e io sempre lì con gli occhi fissi su quel segno di cioccolata in rilievo, a domandarmi di quanto m’avrebbe fatto schifo leccarlo con la lingua, ma succede sempre così quando m’annoio: mi pongo i quesiti dell’orrore.
Alla fine è scomparsa in cucina, Monica m’ha versato un altro bicchiere di rosso, bevi m’ha detto, e io ho bevuto, aveva messo su un tono deciso non più remissivo come quello che ha nelle nostre passeggiate nel quartiere, poi m’ha sparato: lo sai che sono vergine, che sono destinata a morire così, senza che un uomo mi abbia sfiorato, non saprò che significano le parole d’amore, le carezze di desiderio. E vita questa, secondo te?
Se desideri queste cose perché non dimagrisci. Ma la frase m’è uscita leggera, nemmeno il punto interrogativo sono riuscito a metterci, come se l’avesse pronunciato un fantoccio anzi una di quelle di bambole di una volta a cui tiravi il filo e ti stupivano con tre parole.
Potresti darmele tu queste cose, m’ha risposto lei.
Io? Come posso se non riesco nemmeno a gestire me stesso?
Appunto, sei in una fase negativa, gli studi ti vanno male, conduci una vita solitaria, e quindi puoi uscire dal pantano facendo una buona azione.
E tu saresti contenta di ricevere una carezza perché sto facendo un’opera di bene?
Perché no?
A prendere il fresco sulla terrazza della vecchia qui sopra con un bicchiere di vino bianco al gusto di tappo. M’ha guidato in un tour tra i vasi di terracotta mentre un filo di musica dei suoi giorni riscaldava l’aria, aria bollente peraltro, con la musica che s’espandeva nel terrazzo perché l’architetto che le ha aggiustato la casa aveva posizionato le casse nei punti strategici.
Ha dodici appartamenti e una pensione di cento euro al mese. Non si è mai sposata, non se l’è mai sentita di abbandonare i genitori, ha avuto due fidanzati a cui ha voluto bene, tanti tanti anni fa quando io non ero ancora nato, ma non è poi tanto anziana, eh! Siccome era al secondo bicchiere della mistura tiepida al gusto di sughero, la bottiglia era dell’epoca in cui utilizzavano ancora quel materiale per i tappi, per dimostrarmi la veridicità della sua affermazione s’è sollevata la gonna, di un tessuto leggero, dello stesso materiale dei vestiti che gli extracomunitari vendono sulla spiaggia, ma si vedeva che l’aveva comprato in negozio, anzi in boutique, compra tutto in boutique, e m’ha mostrato le cosce abbronzate, con le vene che parevano dei fiumi su una mappa, ma affermava il vero: la cellulite non ce l’ha, però mi hanno fatto effetto lo stesso, forse se l’avessero avuta quasi mi sarebbero piaciute. E sono dritte. Poi siccome m’ero ammutolito, anzi irrigidito, temevo che in quell’accidenti di miscela liquorosa ci avesse mischiato qualcosa, m’ha detto che siccome aveva detto la verità, meritava un bacio d’amore.
Un bacio d’amore senza amore che bacio è? Ho chiesto come uno stupido.
E’ un bacio, no? M’ha risposto arrossendo oltre il rosso che s’era passata sulla faccia abbronzata.
L’aria è bianca e immobile. Ho mangiato uno yogurt e mi sento sazio come se avessi divorato un treno.
L’esame di meccanica è stato una catastrofe.
L’aula era grigia, la pelle del professore una ragnatela di una tonalità poco più scura delle pareti.
Mi ha sparato la prima domanda e ha abbassato la testa come avesse una macchia sui calzoni di cui s’era accorto in quel momento e stesse chiedendosi dove potesse essersela fatta.
Ho attaccato con voce incerta, era un argomento che ricordavo vagamente e sulla formula finale si stendeva il nero assoluto, poi rincuorato da quella macchia di cui cercava l’origine, sono svicolato nell’argomento adiacente, ho alzato anche il tono, a quel punto lui ha sollevato la testa, la ragnatela ha cambiato disegno, il grigio dei fili è mutato verso il sanguigno, ha sguainato il suo dito magro, il dito che conosciamo tutti, si accomodi, m’ha detto con un sorriso da gerarca nazista.
Poi l’ha riunito al pollice e ha prodotto lo schiocco delle undici di mattina, il barista con la giacchetta bianca stropicciata s’è avvicinato con una smorfia soddisfatta, ha fissato gli studenti atterriti oltre i banchi, ha aspettato che terminasse il cappuccino, è andato via ancheggiando, il vassoio in equilibriosopra la testa. Su un punto della ragnatela tornata grigia, c’era una macchia nocciola, ho afferrato lo zaino, ho imbucato la porta seguendo la stoffa bianca stropicciata, ho vomitato lo yogurt della colazione.
Tra pochi minuti Mario Chessa suonerà il clacson sfiatato del suo camioncino e io lascerò per sempre questa camera e Roma. Lara verrà con me e ciò mi preclude, per il momento, due possibilità: andare a imparare l’americano nell’appartamento al ventitreesimo piano di zia Adele o di rifugiarmi nella villona di Ema a decidere che farò poi. Per il momento, chè la mia natura è più bastarda del mio cane e può darsi che mi dimentichi di lei.
Ho mangiato un cornetto e un cappuccino al bar in fondo alla strada. E ieri sera due etti di pasta all’olio.
Mi ricordo che una volta vidi un film che parlava di tossici, d’alcolisti, che provavano a uscire dalla dipendenza e la terapeuta che li seguiva li esortava a prendersi un animale che se fossero riusciti a curarsi di lui, avrebbero visto la fine del tunnel che li stritolava, e così devo aver fatto io quando ho deciso di prendermi un cane.
La lingua di Monica pare di velluto, è meglio di qualsiasi lingua mi sia imbattuto finora, però i suoi capelli, la sua pelle, le sue labbra puzzano di fritto, di sugo, di biscotti.
La lingua della vecchia è rasposa come quella di un gatto. Chissà se è stata sempre così o ci è diventata con il tempo, mi è parso anche di sentire un pezzo d’insalata che transitava da me a lei, e l’ho buttato giù. E’ stata la prima cosa che ho ingoiato dopo tre giorni di digiuno.
Dopo i baci erano entrambe deluse e irritate.
Farai una brutta fine se torni al tuo paese!
Guardati ti si è consumato tutta la carne!
Ed è vero. Mia madre morirà di crepacuore quando mi vedrà all’ingresso.
Sono tornato nella stanza, ho riempito di cibo la ciotola di Lara, ho posato sul tavolo l’orologio, il cellulare e il portafoglio, la persiana della finestra della cucina serrata, la porta chiusa con il paletto, è stato a quel punto che lei ha cominciato ad abbaiare come se qualcuno stesse per scannarla, io davanti all’armadietto del bagno, il cibo di cui va pazza: lì, intatto. Ho fatto un passo indietro, mi sono allontanato dall’armadietto con la vernice scrostata, mi sono allontanato dalla mia vita, da quella strana piega in cui si era voltata da qualche mese, le formule sono balzate dalle pagine sgualcite pronte a stritolarmi, ma un altro abbaio furioso le ha disciolte, ho aperto gli occhi di nuovo, gli occhi stralunati davanti allo specchio appeso su un lato del lavandino, lo specchio era incrinato su un lato, sette anni di guai dicono che ti porta uno specchio quando si frantuma, ma il mio era solo incrinato, ho visto i peli che sporgevano rigidi sul mento, sulle guance, ecco il ricordo che conserveranno di me le due donne: quello di un bacio con le spine.
Mi sono rasato, fatto una doccia, ho indossato la maglietta che puzzava di meno. E mi sono divorato due etti di pasta all’olio, la finestra di nuovo aperta, io seduto di spalle con Lara che mangiava la sua roba e ogni tanto alzava il muso, faceva un abbaio di controllo fino a che le rispondevo: tranquilla va tutto bene adesso, sono ok. Quando ho acceso il cellulare è apparso il messaggio di Marta: Torniamo a Cassino insieme?
Non posso c’è Lara con me.
E chi sarebbe questa Lara? Mi ha inviato subito.
E come le facevo a spiegare in un messaggio che è stata l’ultimo filo con la vita, che adesso è tornata cane, io uomo, e che non mi preoccupo più di chi si aspetta piccole o grandi cose, dei punti da raggiungere e delle linee dritte, che ho sradicato la bandiera dell’arrivo, che proseguo a un’andatura variabile, che mi sento finalmente leggero anche se ho lo stomaco pieno?
La foto del cane l’ho presa da qui
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La prima parte si trova qui
La temperatura è schizzata a trenta gradi, ma nella stanza ce ne devono essere almeno quaranta. Ho un occhio gonfio per un principio di congiuntivite perché tenevo il ventilatore a quindici centimetri dal viso. Mi sono spostato in cucina dove c’è una vera finestra non la feritoia da galera della stanzino dove dormo e adesso c’è un filo leggero d’aria, ma anche lo sguardo pesante dell’essere obeso che sta sempre al balcone tra due ventilatori. Pare una regina sul trono in mezzo a due alabardieri.
Ha chiamato Marta. M’ha detto: nella casa manchi a tutti!
Non ho domandato: e a te? Sono un uomo tutto d’un pezzo, io. Dopo ho colpito per cinque volte il tavolo scorticato modello Panna Cotta dell’ikea. Avrei continuato per altre cinque volte, il dieci è un bel numero, mi sono bloccato quando mi sono ricordato della massa sul balcone di fronte. Per allentare l’imbarazzo le ho fatto ciao con la mano, m’ha risposto con un gesto impacciato, poi ha suonato un campanello che aveva sulla carrozzina, è comparsa la madre e l’ha riportata dentro.
Il caldo mi ha riempito lo stomaco e ho cenato con tre pomodori a morsi, passeggiando tra la cucina e la stanza e viceversa. Tre passi per centocinquanta volte.
Verso sera la ragazza è tornata sul terrazzo in compagnia della madre, lei scriveva come sempre su una rivista, risolveva cruciverba, credo, perché ogni tanto succhiava il gambo della matita con aria concentrata, e sua madre lavorava all’uncinetto, forse un centrino, forse un quadrato di una coperta, e parlava e parlava, senza interruzione, come se recitasse una preghiera o una predica già detta e ridetta. Ho settato numero anonimo e ho fatto uno squillo a Marta ma non ha risposto.
Mancano dieci giorni e sosterrò, per la terza volta, l’esame di Meccanica, e poi, se il miracolo avviene, vado a Cassino. Lì m’attendono le viti e i registri della lavanderia da aggiornare, le zie, e mia madre. Non sa nulla della storia chiusa con Marta.
Darò il verderame ai filari e forse transiterò in un altro luogo, Ema mi ha invitato in Puglia, i suoi hanno affittato una villona vicino al mare e a una discoteca dove si becca anche se non vuoi.
Ma non lo so, non lo so. Dipende dall’esame. E Marta che farà? E Lara? Mica mi fido a lasciarla a mia madre.
Ha suonato la vecchia del piano di sopra, aveva un vestito verde che le lasciava scoperte le ginocchia con la pelle raggrumata e i capelli erano dipinti di fresco, di un colore che avrebbe dovuto essere quello del grano se la shampista non avesse sbagliato tubetto e invece sono color rosso d’uovo. Spellata sul naso e bruciata sulle braccia. I suoi tentativi di risultare avvenente: tristemente infranti. Però ha coraggio ed esibiva il disastro con un sorriso indifferente.
Come stai? M’ha chiesto con un’occhiata che è partita dall’alto e s’è fermata verso il basso, tant’è che ho pensato che avessi i boxer aperti.
Bene, a parte il caldo.
Perché non sali a goderti il fresco in terrazza con me?
Tra pochi giorni ho un esame, ho detto indicando il libro sul tavolo. Ha fissato il volume, mentre io cadevo in catalessi sul triangolo di schiena carbonizzata su cui spiccava una linea di pelle bianca e mi chiedevo: cosa vedi? Un triangolo o una linea?
Lei s’è voltata verso di me, di scatto, come fa qualcuno quando ti sta per impallinare con una pistola. Ha riso, con una serie di schiocchi che se analizzati separatamente e ritoccati con un sintonizzatore potevano anche sembrare dei colpi da sparo, e dalle labbra sono sbucati i denti con un altro pezzetto di verde smarrito tra gli interstizi.
Povero. Ha detto.
Sempre chiuso qui a dimagrire su quella materiaccia. E m’ha accarezzato una guancia.
Sei disponibile per un lavoro facile facile?
Che tipo di lavoro?
Ha riso ancora. C’era anche un pezzetto di giallo accanto al verde. Cosa poteva essere? Un residuo di mais, forse?
L’affittuaria del quarto piano del palazzo di fronte cerca qualcuno che porti fuori la figlia per un’ora al giorno.
Poi, più tardi, mentre ero disteso sul letto con il ventilatore a forza cinque, mi sono risposto al quesito di cui prima: ho visto una donna vecchia, non un triangolo, non una linea, ho visto una donna vecchia.
Mi sono addormentato, cullato dal cigolio delle ventole e dalla mia umanità ritrovata.
Si chiama Monica e ha 22 anni come me. Pesa 178 chili. M’ha fatto vedere le foto di quando era alla scuola media: un osso con i capelli lunghi, praticamente un mocio. Della bambina di allora le è rimasto solo lo sguardo.
Alle 19 vado a prenderla con Lara.
E’ la terza volta che usciamo per la passeggiata e devo dire che è nata una certa confidenza tra noi malgrado il tempo passato insieme sia poco più di un’ora, ma lei mi guarda di continuo dal suo balcone, le piace il mio cane, e dice che secondo lei mi sto incamminando verso la via del disturbo alimentare.
Le mie braccia sono flosce, le gambe scarne, il viso affilato.
Mi succede sempre ad ogni esame, ma questa volta l’ago della bilancia continua a scendere, e quando arrivo alla tesi che ne sarà di me?
Perché ti sei preso un cane? M’ha chiesto mentre sbuffavo su per una strada che non m’ero accorto che fosse in pendenza.
Perché no?
Intanto Lara ci cammina disciplinata a fianco, pare che l’abbia capito che non posso correrle dietro o aspettarla nelle sua pause di “scopri il mondo che è passato di qui”.
Poi per mostrarle che malgrado la magrezza sono tonico, mi sono piegato in ottanta flessioni visibili al suo balcone.
E se la vecchia avesse nascosto una spia nel lampadario e mi ascoltasse quando cammino avanti e indietro e parlo da solo?
Alla proprietaria di sopra è salita l’impudenza: Non mi piace quella grassona del quarto piano, m’ha detto con la fronte rattrappita in curve maligne.
E a Monica è sceso l’impaccio: la vecchia non si vergogna a mostrare la sua pellaccia arrossata? E dopo un paio di secondi: quanto mi piacerebbe dare un’occhiata alla tua stanza dall’interno, m’ha detto con un sospiro mentre affannato, sudato e appiccato facevo scattare il meccanismo di risalita.
Ma non può venire da me: non c’è la pedana per i portatori di handicap.
In compenso ho sorpreso la vecchia dentro l’appartamento davanti al mio letto disfatto. Avevo sentito odor di bruciato, m’ha detto sgranando gli occhi e agitando le braccia, ed ero scesa a controllare. Ho pensato che avesse annusato l’odore delle lenzuola, ma è una supposizione, non una certezza.
Ho tolto i fogli di giornale dal pavimento. Lara, pur continuando a reclamare le mie attenzioni, ha imparato a resistere all’impulso d’innaffiare tutto.
Ben tre esseri s’aspettano qualcosa da me e dovrei esserne contento o compiaciuto. Ogni tanto quella che vive con me m’abbaia per una carezza, però se sono preso dallo studio e non mi chino verso di lei per accontentarla, aspetta con muta pazienza animale.
Le due umane invece continuano a spararsi a vicenda. Solo che nella battaglia sputacchiano residui di patatine e di vegetali.
Voglio la mia Marta, qui, subito, adesso.
Domani l’ultima puntata.La foto del cane l’ho presa qui.
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Mi sa che prenderò un cane, mi piacerebbe un bastardo con il pelo corto e nero.
Un cane fa compagnia, lo devi portare fuori la sera e la mattina, gli devi dare la cena.
La proprietaria della casa mi ha dato il permesso.
Nel contratto è vietato portare persone non cani, ha detto con un sorriso che mi voleva mangiare.
Stai attento alla vecchia, m’aveva avvisato lo studente che abitava qui prima di me: ci prova con tutti.
Aveva mangiato insalata a pranzo perché c’era un residuo verde tra l’incisivo e il canino. Non ha la dentiera perché altrimenti il residuo non s’incastrava. I denti finti sono incollati insieme, credo. Oppure c’è uno spazio tra loro?
Fuori è spuntato il sole e a me sta montando la tristezza, va a finire che mi metto a pensare a Marta, alla casa di Via dei Volsci, e invece dovrei studiare Meccanica. Meccanica razionale, che unione disgustosa di suoni.
Vado a cercare il cane.
Il cane è femmina e si chiama Lara, ha circa un anno, il pelo arruffato bianco sporco. M’ha abbaiato una paio di volte oltre la gabbia, e ho capito che era lei.
Per ora scodinzola e piscia in continuazione. Se le dico che è bellissima, che è adorabile, insomma tutte quelle idiozie che dici al tuo cane quando sei solo con lui, si scioglie in una cascata di liquido trasparente . Ho ricoperto il linoleum con dei fogli di giornale che m’ha dato la vecchia qui sopra.
C’è rimasta male quando l’ha vista.
E’ un bastardo! Ha detto spalancando quel forno che inghiotte tutto.
La frase m’ha fatto salire il nervoso che s’è dissolto subito quando ho notato che la foglia verde tra i denti c’era ancora. E m’ha fatto tenerezza. Perché s’era ridipinta la faccia: blu sulle palpebre, rosa sulle labbra, rosso sulle guance e sfoggiava un vestito di cotone nero con una scollatura nauseante, ma s’era dimenticata dei denti.
Quasi piangevo.
Sono arrivati dei nuovi inquilini nell’appartamento di fronte al mio. Anche questo è di proprietà della vecchia qua sopra che è ricca assai. E a me faceva gola perché ha una cucina più ampia, una stanza spaziosa con una finestra con le persiane e un bel terrazzino con una tettoia di lamiera in cui già m’immaginavo a studiare e a sbirciare la strada sottostante in cerca di scollature consolatorie. Comunque ora lo occupano loro: una donna più che matura e una più giovane su una sedia a rotelle. Ma non credo che sia paralizzata. L’aggeggio su cui sta piazzata è oltre misura perché l’essere che l’occupa è una massa di grasso, una palla con un’altra palla connesse insieme mediante un cilindro d’altezza tendente al minimo che sarebbe il collo. E mangia bruscolini ininterrottamente. Non ha smesso mai da quando l’hanno scaricata dal camion a quando l’hanno tirata su per la pedana che c’è su un lato delle scale. L’ho osservata dalla finestra della cucina: gli occhi annoiati che fissavano il nulla, il viso gonfio e liscio che poteva essere di chiunque: un uomo o una donna tra i venti e i quaranta, i capelli cortissimi, ho capito che era una ragazza quando, ad un certo punto, s’è rivolta alla donna matura con una vocina leggera: mamma non hanno ancora montato il meccanismo elettrico.
L’esiguità del suono che fuoriusciva da quella dimensione immensa m’ha sconvolto.
I trasportatori l’hanno spinta su per la pedana come fosse un mobile. E lei stava lì, con la testa che pareva quella di una statua e i denti che sgusciavano i semi. La curva gaussiana delle bucce sui sampietrini sconnessi mi ha affollato la mente di un pensiero incompiuto sull’assenza delle persone e le loro tracce, ma Lara ha abbaiato e sono tornato ai miei esercizi.
Sono uscito perché le formule oscillavano sulla pagina, spiccavano il volo e si trasformavano in macchine assassine che volevano divorarmi.
La teoria si fa pratica e mi stermina.
Ho comprato due rosette e una confezione di caffè, mi sono seduto sulla panchina del giardino con le aiuole spelacchiate che c’è qui dietro casa mentre Lara puntava un coker che l’ignorava. Il coker, color mostarda, era a spasso con due studenti di lettere: avevano lo stesso libro di filologia romanza e gli stessi appunti foderati da una plastica blu, gli stessi jeans cadenti e le magliette troppo lunghe. Lui e lei si baciavano ad un intervallo preciso di circa due minuti. Il cane non doveva essere loro, credo lo portassero in giro per conto di qualcuno. Al decimo schiocco rumoroso, e immagino anche schiumoso, mi sono alzato e sono tornato verso casa senza aver voglia di salire nella stanza, e quasi citofonavo alla vecchia. Lara ha deciso per me: voglio giocare ancora, m’ha abbaiato, allora mi sono accovacciato per lanciarle la palla da tennis e mi sono sentito sotto uno sguardo, ho sollevato la testa: la ragazza era dietro la ringhiera di ferro battuto, mangiava patatine e mi fissava, m’è scappato un brivido lunga la linea della schiena e mi sono rifugiato nel libro.
Domani la seconda puntata.La foto del cane l’ho presa da qui
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Il 1999 fu un anno terribile per il traffico a Roma.
Ricostruivano e lucidavano la città. Per i preti e i fedeli che sarebbero arrivati.
Io, che vivevo ancora lì, borbottavo e mi arrabbiavo. In macchina leggevo il giornale, talvolta anche un libro, e immaginavo storie che poi non scrivevo.
Se ero con i bambini ascoltavo favole in cassetta o i R.e.m., l’unico gruppo che metteva d’accordo tutti e tre. (che nostalgia, non ci posso pensare. Non di Roma, ma dell’età dei miei figli).
Comunque c’era un lavavetri da cui compravo il giornale e che chiacchierava con Fran e Lo, e su cui alla fine lo scrissi un racconto.
Poi nel 2002, ero già in Olanda, lo modificai e aggiunsi il pezzo sulla televisione.
Oggi pare che i lavavetri siano diventati aggressivi.
Io non ne so nulla: qui i lavavetri non ci sono, sarebbe impossibile, e quando sono a Roma non ho più la macchina.
Nel 1999 non lo erano aggressivi, semmai erano gli automobilisti a non comportarsi molto bene.
Il racconto sta qui.
Sempre sui lavavetri segnalo questa bella lettera qui
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Il grande esperto di cinema, a cui ho raccontato questa storia quando l’ho accompagnato a scuola questa mattina, mi ha dato un responso positivo.
Ci tenevo molto al suo parere perché è sempre drammaticamente sincero, anche se da quando ha compiuto undici anni ho notato un ammorbidimento nella selezione dei verbi e degli aggettivi usati nel sentenziare. Per esempio, l’espressione: “fa veramente schifo” la utilizza con più parsimonia rispetto al passato.
E non mostrava il desiderio di scappar via. Stava per tornare a scuola dopo dieci giorni di vacanza, è vero, però mancavano quarantacinque minuti all’inizio delle lezioni e questo anticipo non è casuale ma voluto perché lo sfrutta per giocare a pallacanestro. E ha consumato ben tre minuti per sentire il finale, quindici secondi per rifletterci sopra e dirmi: Non male. Per niente. Sai che penso? Che sarebbe adatto per farci un telefilm. Poi certo ci sono un sacco di dettagli da sistemare, ma quelli si possono vedere dopo. (Sì, è vero, ha parlato di telefilm non di film, ma poteva andarmi peggio).
Perciò l’ho guardato andar via tutta contenta.
Né io né Walter potevamo sapere che sarebbe arrivato un contrordine sulla tecnica di rianimazione, (il racconto l’ho scritto prima della pubblicazione di questo articolo), ma ormai è andata, e resta così.
C’è solo una cosa che non mi piace.
Il titolo.
Quello lo voglio cambiare.
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Arrivo a c’era una volta una gatta.
C’è una mia storia qui.
Se avete qualche commento (positivo o negativo) fatelo sul mio blog e non lì, ché poi mi rinfacciano di essermi portata la claque.
Alcuni commenti ai pezzi su Nazione Indiana mi ricordano Teo Mammucari.
Se Wiki dice il vero, Teodoro Roberto Luis è un devoto di Padre Pio.
A volte le associazioni d’idee ti fanno scoprire legami impensabili.
Da ieri è scomparsa la gatta e anche questa frase riportata qui, adesso, deriva da un’associazione d’idee. Ché quando vedevo Padre Pio in tivù, da bambina, mi saliva una paura pazzesca, e correvo a nascondermi sotto al letto.
Ora devo trovare il sistema di non pensare che alla mia vicina hanno fatto fuori tre gatti.
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