Ieri sera, a cena     12-09-2007  

Posso controllare i voti e i giudizi degli insegnanti dei miei figli accedendo al sito della scuola e digitando una password. Anche Fran e Lo possono controllare i loro voti, ma con una pass diversa.

Io: non riesco ad accedere ai tuoi voti. Non è che quando hai modificato la tua pass hai combinato qualche pasticcio?
Fran: No, impossibile. Posso modificare i miei dati non i tuoi. Poi a che ti serve guardare i miei voti? Te li dico io, no?
Emme: Non è che non ci fidiamo, anzi, però ci piace leggere i giudizi che scrivono gli insegnanti. Non puoi certo dire che ti stressiamo per lo studio.
Fran: In effetti di questo non mi posso lamentare. Pensate che ci sono alcuni genitori che hanno i registri dei professori come homepage!
Io: Terribile…
Fran: un incubo… che svela tutto.

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Per fortuna che c’è la logica     17-05-2007  

Stamattina mi sono decisa a fare una di quelle cose che rimando sempre: il trasferimento delle foto dalla digitale al computer.
E’ un’operazione che richiede qualche minuto, più rapida, senza dubbio, di quella che mi costringe a guardare ogni volta le foto per cancellarne una, ma c’è sempre una spiegazione a tutto e così: per scaricare le foto ho bisogno del cavo, il cavo è in un cassetto, nel cassetto c’è un grande disordine, e allora penso che devo riordinarlo, e che devo riordinare anche gli altri. Siccome c’è questo gran disordine il cavo non lo trovo subito, in effetti non trovo mai nulla subito, tranne la scheda del dentista e allora mi ricordo che devo prenotare una visita, ma cosa c’è di più terribile di un dentista? Una dentista donna. E se poi la dentista, mentre voi siete lì a bocca spalancata, rigidi, freddi e inermi, vi parla in italiano con accento da Europa del nord non è affatto piacevole, ecco.
Comunque mi decido, apro il cassetto, sposto la scheda del dentista, rintraccio il cavo, scarico, apro la cartella immagini e…
Mi compare la foto di un culo.
La foto non l’ho scattata io.
E’ un culo femmina.
E non è il mio.
La ingrandisco e tento d’individuare dettagli per il riconoscimento.
Nulla.
Ci sono tre maschi in questa casa più il gatto.
Uno è in mission impossible, e dunque irraggiungibile.
Uno è in una di quelle piscine con tubi, trampolini e spruzzi, fuori campo dunque.
Uno è in qualche casa di Cameliahof, o al parco a costruire capanne o a giocare a pallone, irrintracciabile anche lui.
C’è solo il gatto che sonnecchia sulla poltrona.
Ma se fossero qui che cosa risponderebbero?
Quello della missione impossibile mi pare di sentirlo, e di vederlo. Sgranerebbe gli occhi e direbbe: io? Che fotografo culi femminili? Ma scherzi?
Quello della piscina con accessori: fammi vedere un po’…No, non lo riconosco.
Quello delle capanne: Non si può ingrandire di più? Comunque a me queste robe non interessano.
Non resta che il gatto.
Siccome non riesco a immaginare una sua risposta, è ovvio che è stato lui.

Nota informativa: Oggi (e domani) in Olanda si festeggia l’Ascensione.

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Tuo figlio?     11-04-2007  

Ieri verso le cinque preparavo dei panini con formaggio insalata maionese e prosciutto (togli il grasso!) per Fran e la sua amica e formaggio insalata mostarda e prosciutto(il grasso lascialo tanto è poco) per Emme.
Qualche minuto dopo uno tornava dall’ufficio, l’altro con l’amica da una passeggiata, divoravano i panini da me preparati e partivano per Amsterdam dove avrebbero suonato loro. Prima della partenza si giungeva anche a un compromesso per il merito della serata che li attendeva: era stato il padre che li aveva fatti conoscere al figlio, ma era stato il figlio a scoprire che avrebbero suonato ad Amsterdam e a comprare i biglietti (con i soldi di chi è inutile dirlo).
Pensavo che se fossero andati a una partita di calcio Emme, forse, avrebbe avuto compagnia, Fran sarebbe stato solo invece.
Al Melkweg si dividevano: Fran e l’amica si mettevano pazientemente in fila, Emme si concedeva una di quelle birre fredde al punto giusto che servono nei pub olandesi.
Quando il concerto iniziava Fran e l’amica erano davanti al palco, Emme al piano di sopra.
Bel concerto, commentavano entrambi al ritorno, bello, bello!
Fran riportava una maglietta, Emme un micro racconto di quello che l’aveva colpito: il cantante era vestito di nero e mi ricordava Battisti, un Battisti però che si specchia in uno di quegli specchi che allungano e dimagriscono, e tuo figlio, sotto, che cantava, sudava e s’agitava, in simbiosi perfetta con l’amica e gli altri che aveva intorno. Noi del piano superiore eravamo tranquilli invece.

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Tenera è la notte…     22-03-2007  
Tenera è la notte
Alle dieci della sera Fran è su Wiki a impicciarsi della vita e delle opere di Dante.
Deve scrivere una biografia per il corso d’italiano gentilmente offerto dal nostro governo e cerca freneticamente le definizioni di poema, poetica, stilnovo, poema epico.
Qual è la differenza tra racconto e novella? Io non sono capace di scrivere sta cosa, dice, con un sospiro avvilito.
Hai letto il testo prima di andare su Wiki?
Sì, mi risponde.
E qual è la difficoltà? Metti insieme le cose che hai studiato (o letto) con un linguaggio semplice, senza aggettivi. Se sei in grado di scrivere temi e racconti non capisco come tu non riesca a scrivere una biografia. Come faresti in inglese?
Non posso pensarla in inglese e poi scriverla in italiano.
Continua a cliccare sulla rete.
Devo trovare altre parole, altrimenti dirà che ho copiato! E io queste parole non ce l’ho.
Guardo quello che ha scritto. Gli indico una frase che dice: alla tenera età di dodici anni…
Tuo fratello tra un anno avrà dodici anni. Te lo immagini tenero?
Accidenti, no!
Gliela faccio una battuta sul suo odiato Francis? Penso. Poi invece dico: Tenero è una parola complicata da usare. Meglio che te la dimentichi. Butta giù un paio di righe per le opere minori e concentrati su la Divina Commedia. E quella che conta, ed è quella che porterai all’esame per il diploma.
Beatrice, dice. Beatrice lo accompagna durante il viaggio nel Paradiso. 99 canti più uno di introduzione fanno 100. Il numero perfetto. Virgilio è con lui nell’Inferno e nel Purgatorio. Questo Virgilio mi piace di più.
Mi defilo dalla stanza.
Un’ora dopo eccolo che arriva. Un po’ scapellato, come direbbe Lo.
Basta, ho deciso! Non leggerò più quegli stupidi romanzi di spie americane. Devo pensare al mio italiano e al diploma. Da stasera cambio letture! Leggerò roba seria.
Rimango spiazzata, un sorriso un po’ idiota mi si materializza in viso, se fossi in un fumetto, libri a forma di cuore e di stella volteggerebbero nell’aria.
Leggerò…
Leggerai?
Ammaniti.
I libri perdono le forme, si dilatano, s’arrestano, si ricordano d’essere privi d’ali e precipitano mestamente al suolo.
Gira che ti rigira sempre su Ammaniti torna.

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Ormai è troppo tardi…     12-03-2007  
Ormai è troppo tardi
Bob, amico di Lo, spalmando uno strato di burro di tre centimetri su una fetta di pane tostato che come spessore misura circa un terzo, dice: be’, starò qui ancora un altro anno poi andrò a completare la mia educazione in collegio ma non sarà lo stesso di mia sorella, lei studia in uno per ragazze, io andrò in uno per ragazzi. Sarà divertente!
Poi afferra con rapida mossa un’altra fetta di pane, taglia un altro pezzo di burro e riprende la delicata operazione della spalmatura.
Ora si sgretola, penso mentre sorseggio il caffè.
Ci mette troppo burro e troppa forza. E invece non si sgretola né si spezza.
I tre centimetri ricoprono in modo uniforme la superficie e Bob l’addenta con la grazia di un canarino che becca un osso di seppia.
Un gentiluomo inglese si riconosce dai piccoli dettagli.
Più tardi, a cena, dico: non riesco a capacitarmi del fatto che i genitori vedranno Bob una volta al mese! Avrà solo tredici anni. E’ poco più di un bambino! E poi la nostalgia? E quando gli viene la febbre?
Fran, con aria di sufficienza, scartando con una smorfia di disgusto il contorno della pizza e il pomodoro in eccesso, ma oggi scopro che è il thp che lo comanda, replica: esistono altre mentalità diverse dalla tua. Mica siamo tutti uguali.
Lo, in cui il thp è ancora in fase embrionale e ogni tanto salta fuori, fa qualche prova e torna a dormire, dice: poi, sai, si divertono un sacco, è vero che vanno a scuola anche il sabato, ma hanno un compagno di stanza, stanno sempre insieme, nel tempo libero fanno tanti sport, giochi di gruppo divertentissimi, e un sacco di scherzi!
Sul fatto che si divertano con gli scherzi ho qualche dubbio, dico io. Ve li siete dimenticati com’erano gli scherzi alla British? E Bob sarà tra quelli che li subirà o li farà? E anche se sarà dalla parte di quelli che li fa potrebbe non essere bello.
No, no, si divertono. Insiste Lo. Bob mi ha raccontato che sua sorella è contenta.
Potresti andarci anche tu, allora. Finisci la middle e vai allo stessa scuola di Bob. Poi torni a casa una volta al mese come fa sua sorella. Che ne dici? Ti piacerebbe?
Io? Mica va di andarci a me. Mica sono inglese.
Parte tutto dall’inizio, dice Fran. Quando eravamo piccoli come ci minacciavi se non facevamo quello che volevi? Attenti che vi mando in collegio! Quindi è normale che adesso lui ti dica di no, che lui in collegio non ci va. Glielo hai sempre prospettato come una punizione!
E’ per questo, dunque.
Certo, dice Lo.
Ho due anni per recuperare. Possiamo cominciare da subito. Quando porti a casa un bel voto, ti dico: bravo! Come premio ti mando in collegio.
No, ormai è troppo tardi.
M’impegno per riparare all’errore che ho commesso. Te lo prometto.
Comunque io in collegio non voglio andare: sto bene così. Lì poi ci sono le sirene che t’organizzano la vita, ti dicono quando devi andare a farti la doccia, quando devi spegnere la luce la sera, ti svegliano la mattina. Io preferisco restare così come sto: condizionato.

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Non è una malattia, non è…     28-02-2007  
Non è una malattia, non è nemmeno un problema in effetti
China non è China ma Silvestro.
Me l’ha svelato il Vet dopo un’attenta osservazione.
La palpava e mi faceva le domande, poi ha taciuto all’improvviso, io ho trattenuto il respiro, ecco, mi sono detta, ha scoperto che ha qualcosa di terribile perché è caduta dalle scale del secondo piano quando aveva poco più di un mese, oppure ha una malattia inguaribile o una malformazione che non dà speranze, mentre pensavo tutte queste cose il Vet ha sollevato la testa - la povera gatta invece continuava a tenerla bassa per la paura o per l’umiliazione o per entrambe - mi ha guardato, con il polso si è ricacciato indietro il ciuffo filiforme biondo, e infine ha detto: non è lei è lui!
Ho respirato di nuovo, e ho pensato che l’equilibrio maschio-femmina della mia famiglia era definitivamente compromesso.
Ma l’abbiamo chiamato China! Ho detto scioccamente.
Be’? Ha risposto lui. Il nome China va benissimo per un maschio.
Sono tornata all’ingresso, la segretaria mi ha teso il passaporto.
C’è un problema, ho detto. Non è una femmina, è un maschio, il nome va cambiato.
Lei ha risposto che ormai era impossibile correggerlo, che al gatto non importava nulla del nome, che lei al suo cane, una femmina, l’aveva chiamato Marcelo come Marcelo Mastoiani.
Non ho detto nulla, un po’ per lo stupore di questa conoscenza italica, ma soprattutto per rassegnazione. Perché lo so: quando un dutch afferma “ormai è impossibile” continuare a insistere è da scemi.
Tranquillo, ho detto quando eravamo soli, lui e io, in macchina.
Per la faccenda dei nomi sono all’antica.

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Per non pensarci penso….     07-02-2007  
Per non pensarci penso.
Una delle cose che mi colpì quando arrivai qui fu la dieren ambulance.
Per molto tempo pensai che dieren significasse vecchio e quel furgone che incrociavo di continuo raccogliesse persone anziane che s’erano fatte male, poi un giorno vidi un segnale con l’immagine di un cane che correva, un numero di telefono e la scritta dieren ambulance e capii che dieren significava animale.
Però mi rimane il dubbio: la dieren ambulance la vedo spesso perché qualcuno l’ha chiamata o perché va comunque in giro? Se va in giro è perché c’è lavoro. E siccome qui i randagi non ci sono, la dieren si occupa solo di animali di proprietà. Poi ci sono i gabbiani, certo, ma i gabbiani hanno i loro luoghi segreti dove vanno a morire.
Nel paese di O. dove ho vissuto per quattro anni c’erano molti più fogli formato A4 con foto di gatti smarriti di qui, anch’io ne appesi diversi quando scomparve la mia, un anno fa. Tornò dopo quattro giorni con una zampa posteriore lacerata. Il vet disse che forse era stato un morso di un animale, a me sembrava  una tagliola invece.
Quando sono andata a riconoscerla mi hanno chiesto: preferisci guardarla in foto o direttamente? Io ho risposto in foto. Camille, che m’aveva accompagnato, mi ha detto: se vuoi posso vederla io, non mi fa piacere ma non mi impressiono (Camille faceva l’infermiera in sala operatoria).
Poi la tipa ha cercato il file con il nome Sofia sul pc e mi ha mostrato la foto.
Sì, è la mia gatta, ho confermato.
Però sembra che non le è successo nulla, ho detto a Camille.
Lei mi ha risposto: secondo me li ricompongono prima. Uno dei miei tre gatti me lo hanno portato addirittura su un lenzuolo bianco. L’avevano trovato a pochi metri da casa e nessuno dei tre era sporco di sangue.
Infine siamo passati agli accordi per la sepoltura.
C’erano due modalità: una economica e una di lusso.
Quella economica era che la seppellivano loro e costava cinquanta euro, quella di lusso era che la cremavano e costava un po’ più del doppio ma potevi seguire il furgone che la portava al crematorio. Io ho scelto la tariffa da cinquanta, non per spendere meno ma perché i riti, felici o tristi che siano, non mi piacciono.
Ce ne era anche una terza che prevedeva il ritiro dell’animale, ma dovevi dichiarare il luogo di sepoltura e  subentravano altre complicazioni varie, ma in questo caso si pagava solo il recupero.
Ho detto a Camille: mi pare che ci hanno realizzato un business con questa raccolta di animali morti. Lei mi ha risposto che no, non c’era la convenienza. Due computer, due stampanti, un ufficio con varie stanze, gli impiegati, quello che guida l’autoambulanza, sono tutte robe costose.
Prima di andare lì siamo passate al bancomat e ho fatto un prelievo, invece ho notato che la macchinetta per il pagamento c’era.
Dopo ho pensato un sacco di cose. Alcune folli e surreali, una d’osservazione: durante i miei sei anni e mezzo di guida in terra d’olanda i gatti non li ho incrociati mai. Galline e oche invece sì. Le galline sono caotiche e un po’ simili a certe anziane perché corrono come invasate fino al centro della strada e poi imprevedibilmente tornano indietro. Le oche invece sono ordinate e decise. Attraversano sempre in fila, senza ripensamenti, e a volte anche sulle strisce. 
Comunque la durata della vita di un gatto a Cameliahof e dintorni è di circa dodici mesi, naturalmente è una stima parziale. Stima in cui  è rientrata la mia ché il 15 fa giusto un anno che ci siamo trasferiti qui.
Mentre a O., malgrado vivessimo in una casa che dava sulla strada, per due anni se l’era cavata.
La mia amica Elena mi ha raccontato che anche a Brasov, la sua città, i gatti vanno in giro e spesso muoiono. Ma come guidano i rumeni? Mi sono dimenticata di domandarglielo. Perché gli olandesi vanno pianissimo. Trenta all’ora nelle strade di paese, cinquanta nel tratto di autostrada che c’è qui vicino.
Dopo che avevo firmato la ricevuta ho domandato al centro di raccolta: dove l’avete trovata? Mi sono sempre chiesta dove andasse quando saltava la staccionata.
Una volta a rubare un pesce già arrostito nel giardino dell’Ammazzasette, ma le altre? L’hanno trovata in una strada parallela all’autostrada. Dunque era andata a sinistra di Cameliahof. Io invece l’avevo cercata a destra, nei dintorni del grande prato.

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Ora dobbiamo darle un nome…     04-02-2007  
Ora dobbiamo darle un nome
Mi hanno appena regalato un gatto, anzi una gatta. E’ figlia della stessa madre di quella che è morta qualche giorno fa, solo che stavolta nei cuccioli ha prevalso il gene del padre ed è nera e un po’ bianca non foresta norvegese, ma tanto di come ha il pelo lungo corto riccio non me ne importa nulla.
L’importante è che sia femmina.

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Ancora Tre…     30-01-2007  
Ancora Tre
Così Fran:
Sto scrivendo una storia. Una storia dove capitano cose pazzesche, delitti, furti e magie. E tutti i personaggi hanno paura degli altri, dei fatti che accadono e che accadranno, e anche di loro stessi. Devo fare in fretta a scriverla prima che svanisca il divertimento. Poi… Poi la sto scrivendo in inglese. Ti dispiace?
Ma no. Perché dovrebbe dispiacermi?
Sai ho deciso di scriverla in inglese così i miei amici la possono leggere. Se scrivi una storia è perché qualcuno la legga altrimenti perdi metà del gusto.
Hai ragione.
Sai che nell’ultima lezione d’italiano l’insegnante ci ha parlato del congiuntivo, ci ha detto che si usa sempre meno e che i prof. quando correggono i compiti in Italia, spesso, chiudono un occhio se c’è un indicativo al posto di un congiuntivo e i giornali non lo usano praticamente più. Mentre ci raccontava queste cose, a un certo punto, ne ha sbagliato uno. E io l’ho corretta. Sai io ho la fissazione del congiuntivo. Credo che si sia sviluppata perchè vivo qui.
L’hai corretta? Sei matto?
Lei è una ok, e si è fatta una risata. Mi ricordo che in terza elementare si facevano le gare e i caduti erano sempre per il congiuntivo e allora siccome volevo vincere l’ho studiato e l’ho studiato fino a quando è diventato naturale. E noto sempre quando qualcuno lo sbaglia e devo fare uno sforzo per non correggerlo.

Qualche ora dopo:
Senti… mi mandi a Bruxelles da Max?
E chi sarebbe questo Max?
Uno che ho conosciuto a Copenhagen. Uno simpatico.
Non se ne parla.
E’ per il viaggio? Sono due ore di treno!
Sei andato da solo in treno a Torino quest’estate, no? A Londra dal tuo amico e a Roma per il concerto. Non è per il viaggio.
Allora è per i soldi! Se è per i soldi io…
Non è per i soldi, ovviamente. Non conosco Max e i suoi genitori. E’ questo il motivo.
Non li conoscerai mai e io voglio vedere Bruxelles.
Intanto invitalo tu, no?
Non è la stessa cosa. Poi abbiamo i fine settimana impegnati sia lui che io. Pensavo di saltare due giorni di scuola e…
No.
Qualche minuto dopo:
Sai quante volte non hai usato il congiuntivo quando parlavamo? Lo sai, eh? Tre!

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Credo di non aver mai tanto cliccato su un sito in vita mia.
Ora che l’aereo di Fran è atterrato in quel di Copenhagen, posso tornare a stupirmi dell’elasticità degli alberi e di quel paio di corvi che si fissano l’uno con l’altro sui rami di una scorticata betulla.
Lì fuori ulula, fischia, tira, pigia (come disse uno di Pisa dopo un precipitoso rientro al porto) da quando è comparsa la luce (cioè dalle nove) e sarebbe ora che la smettesse, ché vorrei uscire.

Ah, ecco, scopro che è tutta colpa di Kyrill

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