Qui in Olanda quasi tutti portano i cani ad addestrare.
Seguono anche delle regole per avere dei neonati che non piangono (dispensate, le regole, dai centri in cui si va una volta al mese per far visitare il bambino), ne ho già scritto in passato.
Io vivevo ancora a Roma quando i miei figli erano piccoli e, pur essendomi comportata in modo opposto a queste regole, sono stati sempre molto tranquilli. Per caso o per i loro caratteri, non so.
La cana invece è nata qui, ma non l’ho portata all’addestramento. Sono stata fortunata: è ubbidiente, però al parco è meno ubbidiente degli altri cani, perché quando si decide di farli smettere di giocare, lei non smette mai per prima, mentre i cani degli altri s’immobilizzano e scattano come macchinette. Va detto che questo confronto è avvenuto sempre con animali adulti, alcuni anche di sei o sette anni.
Ho giocato parecchio con lei durante l’inverno. Il gioco-esercizio consisteva in questo: andavo nel prato dietro casa in un orario in cui non c’era nessuno, le mostravo un bastoncino di cibo che poi riponevo nella borsa, la lasciavo libera di scorazzare dieci minuti, la richiamavo, agitando la borsa. Funzionava: accorreva immediatamente. Dopo un po’ di volte ho cominciato ad alternare una carezza a un bastoncino. Ha continuato a funzionare. Un po’ meno quando c’erano altri cani. Ma ho raggiunto il mio scopo: non si allontana mai troppo da me, non parte al galoppo verso la strada, pazienza se non è la prima a ubbidire.
Stamattina passeggiavamo lungo il sentiero nel parco consentito ai cani: prato che è un tappeto, querce , salici e ippocastani maestosi e pieni di foglie, la superficie del canale con uno strato compatto di erbette color smeraldo, un mondo verde insomma. Cana libera a un paio di metri da me. Dall’altra parte del sentiero un tipo con un cane senza guinzaglio. I cani cominciano a giocare. Dopo un paio di minuti il tipo la chiama: Sara! Ma Sara non lo ascolta e continua a fare la lotta con la mia. La chiama ancora, sempre più nervoso. Aspetto un po’ e provo con la mia. Incredibile! Viene subito e si siede. Le aggancio il guinzaglio, le faccio una carezza. La cana del tipo invece continua a correre.
Quanti anni ha, gli domando quando la riprende.
Un anno, anzi tredici mesi, mi risponde lui con una smorfia.
Eh, ma allora è normale, è ancora piccola.
Deve capire l’ubbidienza! Mi risponde lui. Deve capire chi comanda! Sto pagando un corso per questo! La tua quanto ha?
E’ nata a febbraio… un anno e mezzo.
Quindici, quindici mesi.
Ah sì, quindici mesi.
Due più della mia.
Eh, sì. Forse è per questo.
Sì, è per questo.
Glielo dico che non ha fatto il corso? No che non glielo dico.
Quando se ne va, sussurro alla cana che è rimasta seduta: brava, brava, brava! Poi apro la borsa è tiro fuori il premio delle grandi occasioni.
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Venti per cento d’olanda (quindici di natura e cinque di parole), trenta per cento d’america (usi, costumi, feste della scuola) , cinquanta d’italia, così sono fatta io. Ma questa composizione muta con le stagioni. A luglio divento per 90 italia e per 10 paesaggio d’olanda.
Certe volte mi sento un po’ confusa per questa ripartizione, altre mi sembra di vivere in una bolla, anche il paese di W. dove abito, per esempio, non ha nulla a che vedere con gli altri paesi qui intorno. Oppure mi sembra di vedere tutto dall’alto, di comprendere meglio, ma poi capovolgo la prospettiva e mi dico: ma in fondo io non faccio parte né di quelli, né di questi, e allora m’immalinconisco un po’. Poi siccome la malinconia è un sentimento che non è statico, per lo meno per come la provo io, seguono immagini, ragionamenti contorti o surreali, insomma mi distraggo e mi dimentico. In questi giorni però, con gli esami di Davide, il 30 per cento d’america è un trend in crescita. Sempre, quando ho a che fare con gli americani, mi stupisco per la loro organizzazione.
Le attività e le feste per il diploma sono innumerevoli, e cominciano già da un anno prima. Per quest’ultimo mese è stato redatto addirittura un calendario, che prima o poi dovrò stampare, anche se credo di aver memorizzato tutto. Vedrò, durante una di queste feste, case che voi umani non potreste immaginare… E invece non è vero. Si possono immaginare benissimo le superville. Dopo il primo attimo di stupore, sembrano tutte uguali: sono la versione chic delle nostre case ikeizzate.
Oltre alle feste, e alla loro pianificazione, c’è un gruppo che si riunisce per parlare della sindrome del nido vuoto. E qui l’argomento mi tocca di più, anche se non frequento il gruppo perché immagino le strategie che verranno proposte per fronteggiarla. Preferisco fare da me. Intanto penso che io al posto suo, di mio figlio intendo, sarei partita volentieri. Poi leggiucchio qui e là sulla rete e certe volte davanti a certi termini rido. Se rido, mi dimentico. E apprendo che esistono i figli boomerang, per esempio.
Qualcosa mi dice che non sarà il mio.
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Di ritorno dalla scuola, dove per trenta minuti parlavo con Davide. Finalmente oggi sono cominciati gli esami: analisi e commento a una poesia inglese in inglese, la prima prova, analisi e commento a una poesia italiana, in italiano, a mezzogiorno. Per questo mi ha chiesto di andare lì, per aiutarlo al passaggio tra le due lingue.
Da dieci giorni ci sono appunti e libri sparsi ovunque, un foglio pieno di formule chimiche attaccato alle piastrelle accanto allo specchio del bagno, la guida al novecento di Salvatore Guglielmino in mezzo a due orchidee sul tavolino vicino alla porta d’ingresso.
Tra venerdì e domenica entravano e uscivano da casa mia una trentina di persone. Di queste parecchie si fermavano, prendevano il libro, e dicevano: ehi, ma questo ce l’avevo anch’ io, al liceo!
Così cercavo Salvatore Guglielmino su wikipedia e scoprivo che non c’è. Curioso, pensavo. Infine lo trovavo qui.
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Polo celeste: la indossa il capo
Polo rosa: la indossano le donne dello studio odontotecnico (segretaria e assistenti del capo)
Polo verde: la indossano le praticanti.
Nota: tutte le donne che lavorano nello studio hanno modi, corpi e visi maschili, a eccezione della segretaria che l’anno scorso ha avuto pure un bambino.
Lo: io le mani in bocca da una con la maglietta verde non me le faccio mettere. Che devono far pratica su di me? No, eh!
Io: va be’ dai, se ti fa male come l’altra volta glielo dici.
Si avvicina Polo celeste. Cinque minuti al computer, a leggere il file relativo a Lo, presumo, trenta secondi a guardargli la bocca.
Polo celeste: devi tornare la prossima settimana, c’è un molare che ti dondola e non ti posso stringere l’apparecchio.
Lo: si mette a sedere, si ficca una mano in bocca e afferra qualcosa.
Io: cosa stai facendo?
Lo: non risponde e continua a tirare.
Polo celeste: mi spiace, dobbiamo prendere un altro appuntamento.
Lo: dove lo metto il dente?
Polo celeste (sgranando gli occhi): l’hai tolto? L’hai tolto!?
Lo: dove lo metto?
Polo celeste (porgendogli un fazzoletto di carta): lo vuoi conservare?
Lo: No. Mi posso sciacquare?
Polo celeste ride, parla in olandese, e gli indica il bicchierino.
Lo: l’avete cambiato?
Polo celeste (smette di ridere): certo!
Si avvicina Polo rosa.
Polo celeste (in inglese): si è tolto un molare…così! In un attimo!
Polo rosa (sorridendo): sì, sì, ho visto! Incredibile!
Va be’, questo è il lato divertente, il lato spiacevole è che vorremmo cambiare odontotecnico e ci siamo informati da una dentista di qui e ci ha detto che sarà molto complicato trovarne uno, primo perché nessuno vorrebbe finire il lavoro cominciato da qualcun altro e secondo per rispetto al collega. Rispetto?
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A breve Davide finirà il liceo e un romanzo, ad agosto compirà diciotto anni e se ne andrà da casa. Al fatto che sarebbe andato via mi ci sono preparata da un mucchio di tempo. Al fatto che avrebbe terminato il romanzo un po’ mi ha stupito.
Tanto non lo finirai, gli dissi una volta che lo vidi scrivere in macchina, durante un viaggio.
Scommetti?
E insomma, pare che abbia perduto la scommessa, e certo non mi dispiace.
E’ da tre anni che lo scrive, conta oltre duecento pagine word, 350 cartelle più o meno.
Lesse Dracula e cominciò la storia, se non ricordo male. Oggi il genere vampiresco è di moda, ma lui ha cominciato in tempi non sospetti. Ne ho letto qualche pagina e mi è parso buono. Per quanto sia attendibile il mio giudizio: leggere in inglese mi dà il mal di testa dopo tre minuti, conosco la metà della parole che ha usato, non ho mai letto romanzi in inglese e storie di vampiri e last but non least: sono sua madre.
Trovami un editore! Un editore? Ma se non sono capace di trovarne uno nemmeno per me!
Ma per un figlio ci si può applicare di più.
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Ieri Davide ha portato a casa cappello e mantello che metterà per il diploma.
Gli ho domandato: mi fai vedere come ti sta il cappello?
Nessuna reazione.
Allora sono passata alla seconda domanda: devo comprare sacchetti di arachidi?
Qui ha tirato fuori un laconico: arachidi?
E io: arachidi, certo. Hai il cappello, il mantello, mancano solo le arachidi per avere i poteri di SuperPippo. Allora li compro?
Silenzio.
E mancano ancora 26 giorni al diploma.
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La cana non sopporta le arrabbiature, le discussioni troppo concitate. Sia che ad arrabbiarci e a discutere siamo noi di famiglia o degli sconosciuti fuori.
Quest’estate ha assistito a una rissa e trascinarla via è stato faticosissimo. A volte quindi funziona da deterrente, da campanello d’allarme: lei abbaia e tu ti senti un idiota.
Ieri notte stavamo facendo il giro del prato nei pressi della fermata dell’autobus. Su questo prato i giardinieri hanno disegnato un otto con dei fiori gialli e viola, che da un paio di giorni hanno raggiunto la fioritura massima. Comunque oltre ai fiori gialli e viola, ieri notte c’erano un ragazzo e una ragazza che parlavano, in inglese, e ridevano parecchio, e a un certo punto il ragazzo voleva fare qualcosa alla ragazza e lei ha cominciato a strillare: no, no, lasciami! ma con un tono particolare, quel tono lì insomma, e la cana, che già da un pezzo aveva drizzato le orecchie e teneva sotto controllo i due, si è messa ad abbaiare furiosamente, e io come facevo a spiegarle che la ragazza urlava no, ma intendeva sì?
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Sabato pomeriggio un io che non era me decideva di andare al Super anche se l’io che era me la spesa l’aveva già fatta e si faceva accompagnare dal figlio. L’io che non era me si faceva accompagnare dal figlio perché in fondo quell’io mi assomigliava e dunque le dava un certo malessere la vista degli scaffali semivuoti, delle luci fioche e giallognole, del pane che non c’era, dei commessi che stavano ovunque tranne che alle casse. L’io che non era me replicava poi adeguatamente a una vecchia che avanzava la pretesa di passarle avanti nella fila, ma lo faceva all’olandese, e dunque con una freddezza pazzesca.
Ciò generava due reazioni: tirava fuori il razzismo della vecchia e l’ilarità della commessa che perdeva la sua espressione da replicante. A un certo punto la vecchia accecata dalla rabbia tornava a parlare in olandese e l’io che non era me le diceva due o tre volte: non capisco l’olandese, mi dispiace! Mentre invece capiva benissimo.
Infine l’io che non era me tornava a casa e cucinava! Baci di dama che si dimenticava di far baciare e che ricopriva interamente di cioccolato e bomboloni alla crema e il giorno dopo gnocchi ripieni di zucca e formaggio con un sugo di pomodori e gamberetti, e puliva, fischiettando!, per un paio d’ore il giardino mentre CameliaHof dormiva e sotto un cespuglio rinveniva un pacco con sopra scritto: Merry Christmas! E dentro il pacco un accappatoio bianco. All’io che non era me piacciono i dolci e mangiava due baci di dama che non si baciavano e persino due bomboloni!
Oggi sono finalmente tornata, l’io che non era me mi ha lasciato novecento grammi in più – che eliminerò in giornata con doppi esercizi, tè verde al limone e minestrone – un orrendo bombolone indurito che ho gettato nella pattumiera disgustata e un bizzarro cappellino in testa.
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la cana Camilla compie un anno.
Anche i suoi nove fratelli compiono un anno e all’indirizzo di posta elettronica inglese-olandese mi stanno arrivando le foto dei loro festeggiamenti. Con un cappellino di carta in testa. Noi, lei e io, invece siamo andate a rompere il ghiaccio sul grande prato verde.
Umanizziamo loro per deanimalizzare noi.
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Ieri Lo doveva tenere uno speech di due minuti esatti.
Il discorso a tempo è un esercizio che si fa spesso nella scuola americana, si scrive un pezzo su un certo argomento, poi, con il cronometro in funzione, si legge o si ripete a memoria.
Il discorso che si era preparato riguardava la cana e lo aveva alle dieci e un quarto e così, qualche minuto prima, ho spinto preoccupata la porta d’ingresso della scuola insieme a una cana super eccitata.
E mi sono sentita come quando facevo questo gioco, anche se è stato molto più faticoso.
Intanto quando ho fatto il secondo passo nell’ingresso sono stata bloccata da tre guardiani, allarmatissimi. Per fortuna Lo è comparso poco dopo, ma la cana già si era innervosita per la concitazione.
E’ tutto a posto, ho l’autorizzazione della direttrice, ha detto.
E’ tutto a posto, ho detto alla cana, tranquilla.
La cana si è fidata, i guardiani invece no e hanno telefonato per verificare. I guardiani della scuola sono alti due metri e indossano una divisa e fanno una certa impressione, però poi vedendoli tutti i giorni si sono sovrapposti, nella mia testa, ai bidelli del mio tempo e della mia scuola. L’anno scorso ne è scomparso uno durante le vacanze di pasqua, il più giovane e il più gigante, si è immerso nel mare della Scozia e non è più risalito, e ogni tanto ci penso alla sua faccia, al modo come portava il giubbotto, ma sto deviando verso una strada verso cui non voglio andare e riprendo il punto, che è il superamento del secondo ostacolo. Il secondo ostacolo era la pausa della high school e questo significa che c’erano ragazze tra i quattordici e i diciotto ovunque. E tutte (tutte!) che si fermavano ad accarezzarla, a dirle una parolina con un tono per lei irresistibile, che moltiplicato per cento fa cento paroline e la cana ad ognuna mostrava il suo gradimento schiantandosi sul pavimento a pancia in su. Intanto Lo mi sollecitava: andiamo, andiamo, mi stanno aspettando!
La soluzione sarebbe stata prenderla in braccio, ma ventidue chili di cana agitata erano impossibili da reggere. Sembrava che ce l’avessimo fatta a uscire dall’assalto e invece non era ancora finita, c’era la terza prova. Perché dovevamo salire una rampa di scale con i gradini da cui si vede sotto e lì si è distesa a tappeto e pareva che non ci fosse proprio nulla da fare, e per giunta si è aperta una porta e sono uscite altre ragazze, e mi sono detta: adesso restiamo qui per sempre e invece è suonata la campanella, e sono sparite tutte in pochi secondi e la cana si è tirata su, sorpresa per quel trillo che non cessava e per le ragazze che se ne andavano senza notarla e allora ho approfittato di quell’attimo di sbalordimento per incitarla e siamo saliti.
E finalmente la mia missione si è conclusa, l’ho consegnata a Lo, e ho aspettato nel corridoio che facesse il suo discorso. Che è andato bene, due minuti e solo un secondo in più.
Abbonato causa disturbo cana.
Il titolo è preso da un romanzo di Richard Yates
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