Oggi è il giorno del ringraziamento, la scuola è chiusa e c’è un silenzio da domenica.
Tra un po’ Lo si sveglierà e se non troverà il suo amico, e io spero vivamente che ci sia, andremo insieme al parco qui vicino a giocare a pallacanestro. Di solito se non trova qualcuno ci va da solo, ma sta partecipando a una selezione per entrare nella squadra della scuola e dice che per allenarsi bene ha bisogno di un compagno.
Un paio di giorni fa ho cominciato a scrivere un racconto intitolato il biliardino. E’ da circa metà ottobre che faccio due partite – solo se ti va veramente - prima di cena.
E mi sono tolta un peso. Ogni volta che finisco un romanzo o una storia lunga, penso che non scriverò più nulla, non è che ne sia proprio convinta, in realtà è una finzione, una specie di finzione scaramantica con me stessa.
Va be’, vado a cercarmi un cappello e l’ispirazione per la prossima storia.
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Da ieri pomeriggio ho di nuovo due housers e resteranno fino a domenica. Arrivano da Monaco, dalla scuola internazionale di Monaco, hanno quindici e diciotto anni, e sono qui non per una competizione sportiva ma per un dibattito sulle ricerca delle cellule staminali. Hanno trascorso il pomeriggio a ripassare, dagli appunti e dai portatili, - sembravano degli adulti che si preparavano per una conferenza ed è uno degli scopi di questa esercitazione- ognuno di loro dovrà ricoprire il doppio ruolo di favorevole e sfavorevole alla ricerca, un giudice stabilirà chi vince la discussione, se non ho capito male, e si compete a coppia contro un’altra coppia.
Quello di quindici non dovrebbe esserci, di solito partecipano a speech and debate dai sedici anni in su, ma lui è stato ammesso per meriti speciali. E’ tedesco, ha i capelli rossi, è una specie di macchinetta di parole, ci racconta che ha vissuto un po’ ovunque, come quasi tutti quelli che frequentano le scuole internazionali e che ha deciso di partecipare perché era molto stressato, aveva bisogno di prendersi una pausa dai compiti, sa un sacco di cose, un futuro tuttologo, ma dopo cena si rilassa e torna bambino, preferisce la compagnia di Lo a quella di Fran, fanno interminabili partite a biliardino e un gioco al computer di guerra. Di lui, Fran dice: è un secchione, noiosissimo. E Lo: sosteneva che a biliardino era imbattibile, che si allena d’estate quando va in Toscana, che ha vinto persino un torneo, invece è incapace, un po’ mi faceva pena perché si è ammutolito all’improvviso, ha messo su la faccia della difficoltà, e quasi pensavo di farlo vincere, ma come avrei potuto? È un po’ buffo, però a un certo punto non ci fai più caso.
L’altro, quello di diciotto, è molto taciturno, ma a cena ha chiesto sempre il bis, un adolescente nella media quindi.
Verso la fine della sera, Lo mi ha chiesto: il coreano è andato a dormire? Il coreano, quale coreano? Ho risposto io. E allora ho pensato che se la polizia mi avesse fatto un interrogatorio su gli individui che ospito, avrei descritto il tipo di diciotto così: alto circa uno e settanta, corporatura longilinea, occhiali da vista con montatura argentata, jeans e felpa nera, calzini bianchi di spugna, capelli neri e lisci, occhi a mandorla. Razza asiatica? Avrebbe sintetizzato il poliziotto. Sì, razza asiatica avrei risposto io, ma non ci avevo fatto caso.
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Di Fran i professori dicono: ha un carattere forte, sa argomentare, gli piace la mia materia, lui e io abbiamo un buon rapporto, non c’è altro da aggiungere.
Tutti tranne una. Una che ci riceve con la faccia seria, è rigida, non sorriderà mai durante il colloquio e insegna Inglese. Materia che (ahi, ahi) Fran non sopporta. Non la sopporta per come si studia: ti mettono davanti un testo e sembra che devi risolvere un quiz di enigmistica! E invece è letteratura!
Lei, la professoressa, dice: cerca il conflitto per arrivare alla discussione e sopraffarmi, ma l’ho capito, l’ho capito quel giorno di metà settembre quando ancora non lo conoscevo bene e stavo per cadere nella trappola. Ero appena entrata in classe, avevo sistemato i libri per la lezione, e lui parlava con il suo amico, in italiano. Qui si parla solo in inglese, ho detto.
Ho il diritto di esprimermi nella mia lingua, ha risposto.
Sì, ma non qui, in classe, dove gli altri non possono capire.
Non riesco a parlare con un amico italiano in inglese, è innaturale!
E’ andata avanti per un po’, fino a che gli ho detto che non avevo più intenzione di continuare a discutere. Lui deve aver creduto che fosse una resa, ma non m’importa. Spero che cambi, anche se…
Forse è un periodo, diciamo noi. Forse è l’adolescenza, poi passa.
Forse, dice lei, ma si capisce che non è convinta, è avvilita, ha gli occhi un po’ lucidi, e mi dispiace.
Quando torniamo a casa, riportiamo le nostre impressioni, ma Fran è irremovibile, c’è un cuore di pietra (che batte?) là dentro. Il diritto d’esprimersi nella sua lingua, poi, è il suo cavallo di battaglia da quando è arrivato qui a dieci anni e si è ritrovato nella scuola inglese ben più rigida, anzi decisamente l’opposto rispetto a questa americana dove l’abbiamo spostato.
Ci eravamo trasferiti da pochi mesi e mi ricordo che disse: lo sai? Cristina e Matilde si parlano in inglese anche quando fanno la fila per andare al bagno. Io non mi farò mai condizionare in questo modo. Mai!
Nel tempo ha sviluppato quello che chiamerei il complesso dei Promessi Sposi.
Meglio Dante che Shakespeare, meglio Manzoni che Fitzgerald, meglio la scuola pubblica che quella privata (e su ciò non posso dargli torto, se fosse stato a Roma è lì che sarebbe andato, ma la scuola pubblica olandese era impossibile da scegliere, in parte per il livello che non è un granché, per lo meno quelle della zona dove abitiamo, e in parte perché non sapevamo fino a quando saremo rimasti).
Però sono convinta che in questo caso la difesa della sua italianità c’entri ben poco. C’è questa materia insegnata in modo ibrido, questa professoressa un po’ rigida e un po’ moscia, c’è che è un po’ polemico, e da qualche parte deve uscire.
E poi lo studio di alcune materie dovrebbe essere precluso a certi soggetti. Come speech and debate, per esempio. Si sceglie un argomento, come la ricerca sulle cellule staminali, per esempio. Uno deve essere a favore, l’altro deve essere contro, a prescindere delle proprie convinzioni. Il dibattito non deve essere portato avanti con argomentazioni di tipo personale, non deve essere legato in alcun modo alla religione. S’impara l’arte della discussione, insomma. Io dico che prima di essere ammessi a un corso simile bisognerebbe fare un test. Anzi neanche ci sarebbe bisogno di un test, basterebbe solo una domanda: c’è stata una volta che la tua parola non è stata l’ultima?
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Quando mi accorsi che la storia non si studiava come nella scuola italiana, mi attrezzai con manuali e manualetti e il proposito ingenuo di insegnarla io ai ragazzi. Per un paio d’anni mi seguirono, poi si stancarono e mi stancai anch’io. Non sapranno bene la storia però fanno altro, mi dissi. Come per esempio il teatro. Certo una materia in più non compensa il parziale studio di un’ altra, sono importanti entrambe, ma rammaricarsi per ogni cosa che non è esattamente come vorresti è un po’ da scemi o meglio da infelici.
A quanto pare sul piano pratico funziona in modo diverso.
Così Fran ( dopo avermi raccontato come è uscito brillantemente da una vicenda spiacevole in cui si è trovato coinvolto per caso): l’espressione degli occhi è fondamentale, ma anche i gesti che fai con le mani che non devono essere in contrasto con il tuo sguardo. E il tono della voce. E le parole. Gli devi rubare il cuore. (S’interrompe. Intreccia le dita delle mani e fissa un punto del soffitto): grazie, Mister C. per avermi insegnato a recitare! Grazie, grazie e grazie!
Ho sorriso, contenta che ce l’avesse fatta, poi il sorriso si è contratto in una smorfia. Forse era meglio che conoscesse le guerre d’indipendenza che la parte di Algernon, o cosa accadde durante la guerra di Crimea che le parole di Estragone.
Ma ormai è andata. Chi può dire se sia meglio o peggio.
Forse solo Godot. Bisognerebbe chiedere a lui.
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Posso controllare i voti e i giudizi degli insegnanti dei miei figli accedendo al sito della scuola e digitando una password. Anche Fran e Lo possono controllare i loro voti, ma con una pass diversa.
Io: non riesco ad accedere ai tuoi voti. Non è che quando hai modificato la tua pass hai combinato qualche pasticcio?
Fran: No, impossibile. Posso modificare i miei dati non i tuoi. Poi a che ti serve guardare i miei voti? Te li dico io, no?
Emme: Non è che non ci fidiamo, anzi, però ci piace leggere i giudizi che scrivono gli insegnanti. Non puoi certo dire che ti stressiamo per lo studio.
Fran: In effetti di questo non mi posso lamentare. Pensate che ci sono alcuni genitori che hanno i registri dei professori come homepage!
Io: Terribile…
Fran: un incubo… che svela tutto.
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Stamattina mi sono decisa a fare una di quelle cose che rimando sempre: il trasferimento delle foto dalla digitale al computer.
E’ un’operazione che richiede qualche minuto, più rapida, senza dubbio, di quella che mi costringe a guardare ogni volta le foto per cancellarne una, ma c’è sempre una spiegazione a tutto e così: per scaricare le foto ho bisogno del cavo, il cavo è in un cassetto, nel cassetto c’è un grande disordine, e allora penso che devo riordinarlo, e che devo riordinare anche gli altri. Siccome c’è questo gran disordine il cavo non lo trovo subito, in effetti non trovo mai nulla subito, tranne la scheda del dentista e allora mi ricordo che devo prenotare una visita, ma cosa c’è di più terribile di un dentista? Una dentista donna. E se poi la dentista, mentre voi siete lì a bocca spalancata, rigidi, freddi e inermi, vi parla in italiano con accento da Europa del nord non è affatto piacevole, ecco.
Comunque mi decido, apro il cassetto, sposto la scheda del dentista, rintraccio il cavo, scarico, apro la cartella immagini e…
Mi compare la foto di un culo.
La foto non l’ho scattata io.
E’ un culo femmina.
E non è il mio.
La ingrandisco e tento d’individuare dettagli per il riconoscimento.
Nulla.
Ci sono tre maschi in questa casa più il gatto.
Uno è in mission impossible, e dunque irraggiungibile.
Uno è in una di quelle piscine con tubi, trampolini e spruzzi, fuori campo dunque.
Uno è in qualche casa di Cameliahof, o al parco a costruire capanne o a giocare a pallone, irrintracciabile anche lui.
C’è solo il gatto che sonnecchia sulla poltrona.
Ma se fossero qui che cosa risponderebbero?
Quello della missione impossibile mi pare di sentirlo, e di vederlo. Sgranerebbe gli occhi e direbbe: io? Che fotografo culi femminili? Ma scherzi?
Quello della piscina con accessori: fammi vedere un po’…No, non lo riconosco.
Quello delle capanne: Non si può ingrandire di più? Comunque a me queste robe non interessano.
Non resta che il gatto.
Siccome non riesco a immaginare una sua risposta, è ovvio che è stato lui.
Nota informativa: Oggi (e domani) in Olanda si festeggia l’Ascensione.
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Ieri verso le cinque preparavo dei panini con formaggio insalata maionese e prosciutto (togli il grasso!) per Fran e la sua amica e formaggio insalata mostarda e prosciutto(il grasso lascialo tanto è poco) per Emme.
Qualche minuto dopo uno tornava dall’ufficio, l’altro con l’amica da una passeggiata, divoravano i panini da me preparati e partivano per Amsterdam dove avrebbero suonato loro. Prima della partenza si giungeva anche a un compromesso per il merito della serata che li attendeva: era stato il padre che li aveva fatti conoscere al figlio, ma era stato il figlio a scoprire che avrebbero suonato ad Amsterdam e a comprare i biglietti (con i soldi di chi è inutile dirlo).
Pensavo che se fossero andati a una partita di calcio Emme, forse, avrebbe avuto compagnia, Fran sarebbe stato solo invece.
Al Melkweg si dividevano: Fran e l’amica si mettevano pazientemente in fila, Emme si concedeva una di quelle birre fredde al punto giusto che servono nei pub olandesi.
Quando il concerto iniziava Fran e l’amica erano davanti al palco, Emme al piano di sopra.
Bel concerto, commentavano entrambi al ritorno, bello, bello!
Fran riportava una maglietta, Emme un micro racconto di quello che l’aveva colpito: il cantante era vestito di nero e mi ricordava Battisti, un Battisti però che si specchia in uno di quegli specchi che allungano e dimagriscono, e tuo figlio, sotto, che cantava, sudava e s’agitava, in simbiosi perfetta con l’amica e gli altri che aveva intorno. Noi del piano superiore eravamo tranquilli invece.
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Tenera è la notte
Alle dieci della sera Fran è su Wiki a impicciarsi della vita e delle opere di Dante.
Deve scrivere una biografia per il corso d’italiano gentilmente offerto dal nostro governo e cerca freneticamente le definizioni di poema, poetica, stilnovo, poema epico.
Qual è la differenza tra racconto e novella? Io non sono capace di scrivere sta cosa, dice, con un sospiro avvilito.
Hai letto il testo prima di andare su Wiki?
Sì, mi risponde.
E qual è la difficoltà? Metti insieme le cose che hai studiato (o letto) con un linguaggio semplice, senza aggettivi. Se sei in grado di scrivere temi e racconti non capisco come tu non riesca a scrivere una biografia. Come faresti in inglese?
Non posso pensarla in inglese e poi scriverla in italiano.
Continua a cliccare sulla rete.
Devo trovare altre parole, altrimenti dirà che ho copiato! E io queste parole non ce l’ho.
Guardo quello che ha scritto. Gli indico una frase che dice: alla tenera età di dodici anni…
Tuo fratello tra un anno avrà dodici anni. Te lo immagini tenero?
Accidenti, no!
Gliela faccio una battuta sul suo odiato Francis? Penso. Poi invece dico: Tenero è una parola complicata da usare. Meglio che te la dimentichi. Butta giù un paio di righe per le opere minori e concentrati su la Divina Commedia. E quella che conta, ed è quella che porterai all’esame per il diploma.
Beatrice, dice. Beatrice lo accompagna durante il viaggio nel Paradiso. 99 canti più uno di introduzione fanno 100. Il numero perfetto. Virgilio è con lui nell’Inferno e nel Purgatorio. Questo Virgilio mi piace di più.
Mi defilo dalla stanza.
Un’ora dopo eccolo che arriva. Un po’ scapellato, come direbbe Lo.
Basta, ho deciso! Non leggerò più quegli stupidi romanzi di spie americane. Devo pensare al mio italiano e al diploma. Da stasera cambio letture! Leggerò roba seria.
Rimango spiazzata, un sorriso un po’ idiota mi si materializza in viso, se fossi in un fumetto, libri a forma di cuore e di stella volteggerebbero nell’aria.
Leggerò…
Leggerai?
Ammaniti.
I libri perdono le forme, si dilatano, s’arrestano, si ricordano d’essere privi d’ali e precipitano mestamente al suolo.
Gira che ti rigira sempre su Ammaniti torna.
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Ormai è troppo tardi
Bob, amico di Lo, spalmando uno strato di burro di tre centimetri su una fetta di pane tostato che come spessore misura circa un terzo, dice: be’, starò qui ancora un altro anno poi andrò a completare la mia educazione in collegio ma non sarà lo stesso di mia sorella, lei studia in uno per ragazze, io andrò in uno per ragazzi. Sarà divertente!
Poi afferra con rapida mossa un’altra fetta di pane, taglia un altro pezzo di burro e riprende la delicata operazione della spalmatura.
Ora si sgretola, penso mentre sorseggio il caffè.
Ci mette troppo burro e troppa forza. E invece non si sgretola né si spezza.
I tre centimetri ricoprono in modo uniforme la superficie e Bob l’addenta con la grazia di un canarino che becca un osso di seppia.
Un gentiluomo inglese si riconosce dai piccoli dettagli.
Più tardi, a cena, dico: non riesco a capacitarmi del fatto che i genitori vedranno Bob una volta al mese! Avrà solo tredici anni. E’ poco più di un bambino! E poi la nostalgia? E quando gli viene la febbre?
Fran, con aria di sufficienza, scartando con una smorfia di disgusto il contorno della pizza e il pomodoro in eccesso, ma oggi scopro che è il thp che lo comanda, replica: esistono altre mentalità diverse dalla tua. Mica siamo tutti uguali.
Lo, in cui il thp è ancora in fase embrionale e ogni tanto salta fuori, fa qualche prova e torna a dormire, dice: poi, sai, si divertono un sacco, è vero che vanno a scuola anche il sabato, ma hanno un compagno di stanza, stanno sempre insieme, nel tempo libero fanno tanti sport, giochi di gruppo divertentissimi, e un sacco di scherzi!
Sul fatto che si divertano con gli scherzi ho qualche dubbio, dico io. Ve li siete dimenticati com’erano gli scherzi alla British? E Bob sarà tra quelli che li subirà o li farà? E anche se sarà dalla parte di quelli che li fa potrebbe non essere bello.
No, no, si divertono. Insiste Lo. Bob mi ha raccontato che sua sorella è contenta.
Potresti andarci anche tu, allora. Finisci la middle e vai allo stessa scuola di Bob. Poi torni a casa una volta al mese come fa sua sorella. Che ne dici? Ti piacerebbe?
Io? Mica va di andarci a me. Mica sono inglese.
Parte tutto dall’inizio, dice Fran. Quando eravamo piccoli come ci minacciavi se non facevamo quello che volevi? Attenti che vi mando in collegio! Quindi è normale che adesso lui ti dica di no, che lui in collegio non ci va. Glielo hai sempre prospettato come una punizione!
E’ per questo, dunque.
Certo, dice Lo.
Ho due anni per recuperare. Possiamo cominciare da subito. Quando porti a casa un bel voto, ti dico: bravo! Come premio ti mando in collegio.
No, ormai è troppo tardi.
M’impegno per riparare all’errore che ho commesso. Te lo prometto.
Comunque io in collegio non voglio andare: sto bene così. Lì poi ci sono le sirene che t’organizzano la vita, ti dicono quando devi andare a farti la doccia, quando devi spegnere la luce la sera, ti svegliano la mattina. Io preferisco restare così come sto: condizionato.
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Non è una malattia, non è nemmeno un problema in effetti
China non è China ma Silvestro.
Me l’ha svelato il Vet dopo un’attenta osservazione.
La palpava e mi faceva le domande, poi ha taciuto all’improvviso, io ho trattenuto il respiro, ecco, mi sono detta, ha scoperto che ha qualcosa di terribile perché è caduta dalle scale del secondo piano quando aveva poco più di un mese, oppure ha una malattia inguaribile o una malformazione che non dà speranze, mentre pensavo tutte queste cose il Vet ha sollevato la testa - la povera gatta invece continuava a tenerla bassa per la paura o per l’umiliazione o per entrambe - mi ha guardato, con il polso si è ricacciato indietro il ciuffo filiforme biondo, e infine ha detto: non è lei è lui!
Ho respirato di nuovo, e ho pensato che l’equilibrio maschio-femmina della mia famiglia era definitivamente compromesso.
Ma l’abbiamo chiamato China! Ho detto scioccamente.
Be’? Ha risposto lui. Il nome China va benissimo per un maschio.
Sono tornata all’ingresso, la segretaria mi ha teso il passaporto.
C’è un problema, ho detto. Non è una femmina, è un maschio, il nome va cambiato.
Lei ha risposto che ormai era impossibile correggerlo, che al gatto non importava nulla del nome, che lei al suo cane, una femmina, l’aveva chiamato Marcelo come Marcelo Mastoiani.
Non ho detto nulla, un po’ per lo stupore di questa conoscenza italica, ma soprattutto per rassegnazione. Perché lo so: quando un dutch afferma “ormai è impossibile” continuare a insistere è da scemi.
Tranquillo, ho detto quando eravamo soli, lui e io, in macchina.
Per la faccenda dei nomi sono all’antica.
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