Una torta e una valigia     27-09-2009  

Oggi Lo ha compiuto quattordici e come al solito  ho preparato la mia famosa torta al cioccolato. Famosa nella comunità expat di W. perché a ogni manifestazione scolastica ho sempre portato questa e solo questa.
sacherI primi anni quando la tagliavo per metterci la marmellata mi si rompeva in mille pezzi, allora la ricompattavo con le mani come se fosse  plastilina e mettevo una dose doppia di cioccolato fuso. Oppure se era un po’ cruda la rimbambivo di marmellata. Ed è stato sempre un gran successo e certe volte, davvero, non riuscivo proprio a spiegarmelo. E i figli quando erano alle elementari si vantavano di questa mia abilità perché da subito  sono diventata “quella della  torta  al cioccolato deliziosa”. E a un certo punto,  effettivamente, ho cominciato a sfornare torte perfette. Chissà se fossi stata in Francia e non in Olanda, in una scuola francese e non americana, se ci sarei arrivata a sfornare una torta così.
Oggi ho anche finito di preparare la Valigia. E’ da più di un mese che la preparo. Finora ci sta: roba di cancelleria, un piumone e un cuscino, una lampada per leggere, pentole, bicchieri, tazze, piatti, tovagliette e attrezzi  di cucina vari, una moka da due, un barattolo di caffè, una bottiglia d’olio, cinque tavolette di cioccolata amara, un libretto di ricette facili,  un paio di poster, e un mucchio di altra roba, praticamente una casa in una valigia. Fran venerdì parte per il campus in Inghilterra e io l’accompagno, starò lì un paio di giorni, come hanno fatto o faranno anche gli altri genitori e poi torno. valigia_1
Nel frattempo nella scuola è già iniziato il corso di Empty Nest, ma io ho deciso di non seguirlo. Tanto a che serve stare lì a parlare? E’ così e basta. Lui è contento di andare e se lui è contento alla fine lo saremo pure noi.

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Con quella faccia un po’ così     12-08-2009  

Alla spiaggia una Alaskan Malamute stava per azzannare la cana, Emme ha lasciato il guinzaglio e lei ha corso verso di me, io ero seduta sul lettino,  mi ero alzata di scatto quando era cominciato il trambusto, e le ho letto nello negli occhi quello che aveva intenzione di fare: saltarmi in braccio. E venticinque chili di cana che corre impaurita mi sa che per lo meno diventavano cinquanta, per fortuna ho avuto la prontezza di dirle: sotto, vai sotto.  E tutto è finito bene.
Fran sta preparando la valigia e domani se ne va qualche giorno in montagna e poi ci rivedremo a Fiumicino il 18 dove il solito aeretto ci porterà su al Nord.
Lo continua a fare il cameriere alla sagra del caciucco e del totano alla griglia, un paio di volte l’ho spiato attraverso la rete, ma non solo lui anche gli altri, la maggioranza non ha nemmeno sedici anni,  per via della  retribuzione minima (50 centesimi a coperto) che prendono.  Ogni sera Lo si fa dai 30 ai 40 coperti, non ha mai il viso imbronciato ma sempre sorridente, causa mancia.  Perché la gente  non ti lascia la mancia se non sorridi. Ma non te la lascia nemmeno se hai una cicatrice  non piacevole da guardare, così  un collega di Lo non riceve mai nulla.
Forse perché non sorride, ha detto Fran.
Ma neanche se ne accorgono se sorride, non lo guardano mica quando serve a tavola, ha risposto Lo.
Una volta che eravamo a cena lì, ho detto: mi piacerebbe restare qui ad ascoltare la gente e i camerieri. Non credere che dicano qualcosa di interessante, mi ha risposto qualcuno.  La stessa risposta che mi diede un mio amico olandese quando eravamo in un bar all’Aja.  Ma in questo caso più che ascoltare, avrei dovuto dire: mi piacerebbe stare a osservarli ma da lontano in modo che le parole perdano il loro significato.

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I figli crescono     08-08-2009  

Ieri il mio figlio maggiore ha compiuto diciotto anni, oggi il mio figlio minore ha cominciato a lavorare come cameriere alla sagra.
Io nel frattempo aspetto,  i figli o qualcun altro, e mi siedo a un bar di un paese o dell’altro e consumo gelato al cioccolato, caffè e aperitivi analcolici con una fettina d’arancio o di limone, dipende dal colore dell’intruglio che ho ordinato.  Qualche volta leggo, spesso mi guardo intorno. E quanto bevono, quanto.  Molto di più dell’anno scorso, e poi gli aperitivi hanno un prezzo così conveniente.

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Oggi durante la pausa pranzo, Davide e dei suoi compagni di classe sono andati a trovare l’insegnante di letteratura.
Dopo un po’ è tornato a casa con: The old man and the sea – Hemingway, Demian – Hesse, Madame Bovary – Flaubert, Dubliners Joyce, Out of the silent planet – Lewis, A tale of two Cities – Dickens.
Non so cosa sia toccato agli altri, comunque mi ha raccontato che la faccenda è andata così: c’erano dei mucchi di libri su un banco e sopra ogni mucchio c’era una striscia con un nome. Lei ce li ha indicati quando stavamo salutandola e ci ha detto: se non li prendete la scuola li butterà.
Alcuni sono proprio nuovi.
La scuola li butterà? seee.

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Bye bye scuola e ciao ciao luce     05-06-2009  

Sono giorni frenetici.
Intanto ieri c’è stata quella cosa che si chiama graduation e la relativa cerimonia è durata quasi tre ore. Quello che mi è piaciuto di più è stato il lancio dei cappelli, quello che mi ha fatto sorridere è il passo  sincopato con cui i  diplomati fanno il loro ingresso e vanno a sedersi. Poi ci sono stati i discorsi del direttore ( il rispetto  verso l’altro e Yes I can, la fiducia in se stessi,  che sono ritenuti importanti quanto lo studio),  di un insegnante e di un paio di studenti, che sono stati goliardici però, un piccolo concerto, e a suonare e a cantare erano sempre loro, gli studenti, un pezzo quasi interamente vocale, con voci di tutti i continenti, un altro solo strumentale, e lì pensavo che se hai  un talento anche minimo, questa scuola te lo tira fuori. Sono state proiettate le foto dei ragazzi quando avevano da zero a tre anni e di come sono adesso. Dopo la consegna del diploma se ne sono andati via senza cappelli, in modo creativo e scomposto, erano quasi cento, di tutto il mondo, la  maggioranza  era americana o metà americana, seguivano gli olandesi, terzi gli svedesi, gli italiani erano quattro, c’era anche un kazako, uno del Camerun, uno della Nigeria. Insomma è stato strano, anche se l’evento che mi ha commosso di più era avvenuto un paio di giorni prima: la consegna dei boccali con il nome della scuola e quello dello studente. Infatti quando lasci l’Olanda, e questi ragazzi andranno via tutti, ricevi sempre un ricordo in ceramica  di Delft. Prima della consegna del boccale,  veniva letto un ritratto di ognuno,  scritto dai suoi compagni di classe, in realtà le classi non esistono nel liceo americano,  c’è un’aula per ogni materia e gli studenti si spostano e si mischiano,  comunque erano  frasi ironiche ma anche no, ogni amico  compone la sua e poi si fa una specie di collage, e  a Davide, a che cosa diventerai nei prossimi dieci anni, qualcuno ha scritto, ironicamente ma anche no: un chemistry novelist.
Dopo gradutation siamo andati a cenare in un locale sulla spiaggia, e c’era un cielo con  certe  nuvole viola  che ci ha costretto ad allacciare giacche e giubbotti, e a me a bere la birra invece dell’acqua, ma poi per fortuna il sole ha trovato un buco  per passare, poco prima delle dieci, e sono comparsi  quella luce e quel mare che ci sono solo qui su al Nord.
Ma in questi giorni ho letto anche molto  sulla rete. All’improvviso ho realizzato che era un mucchio di tempo che qualcuno non mi faceva battute sul nostro governo e sui suoi trafficanti, e mi sono impaurita, e ho capito che se non mi dicono più nulla,  nemmeno frasi ciniche, è perché  siamo scesi  nel nero profondo.  Ma anche qui sta andando male.
Io non ho ancora votato. Posso farlo oggi o domani. Noi italiani all’estero avevamo la possibilità di scegliere tra i candidati del Paese in cui viviamo e quello in cui abbiamo la cittadinanza. Io ho scelto di votare per i candidati italiani. Dunque c’è ancora una speranza? No, non c’è. Dobbiamo fare, se vogliamo tornare alla luce, ma se non vogliamo fare, evitiamo di piagnucolare per favore.

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Una piccola soddisfazione     28-05-2009  

Qui in Olanda quasi tutti portano  i cani ad addestrare.
Seguono anche delle regole   per avere dei neonati che non piangono (dispensate, le regole, dai centri in cui si va  una volta al mese per far visitare il bambino),  ne ho già scritto in passato.
Io vivevo ancora a Roma quando i miei figli erano piccoli e, pur essendomi comportata in modo opposto a queste regole, sono stati sempre molto tranquilli. Per caso o per i loro caratteri, non so.
La cana invece è nata qui, ma non l’ho portata all’addestramento. Sono stata fortunata: è ubbidiente, però al parco  è  meno ubbidiente degli altri cani, perché quando si decide di farli smettere di giocare, lei non smette mai per prima, mentre i cani degli altri s’immobilizzano e scattano come macchinette. Va detto che questo confronto è avvenuto sempre con animali adulti, alcuni anche di sei o sette anni.
Ho giocato parecchio con lei durante l’inverno. Il gioco-esercizio consisteva in questo: andavo nel prato dietro casa in un orario in cui non c’era nessuno, le mostravo un bastoncino di cibo che poi riponevo nella borsa, la lasciavo libera di scorazzare dieci minuti, la richiamavo, agitando la borsa. Funzionava: accorreva immediatamente. Dopo un po’ di volte ho cominciato ad alternare una carezza a un bastoncino. Ha continuato a funzionare. Un po’ meno quando c’erano altri cani. Ma ho raggiunto il mio scopo: non si allontana mai troppo da me, non parte al galoppo  verso la strada, pazienza se non è la prima a ubbidire.
Stamattina passeggiavamo lungo il sentiero nel parco consentito ai cani: prato che è un tappeto, querce , salici e ippocastani maestosi e pieni di foglie, la superficie del canale con uno strato compatto di erbette color smeraldo, un mondo verde insomma. Cana libera a un paio di metri da me. Dall’altra parte del sentiero un tipo con un cane senza guinzaglio. I cani cominciano a giocare. Dopo un paio di minuti il tipo la chiama: Sara! Ma Sara non lo ascolta e continua a fare la lotta con la mia. La chiama ancora, sempre più nervoso. Aspetto un po’  e provo con  la mia. Incredibile! Viene subito e si siede. Le aggancio il guinzaglio, le faccio una carezza. La cana del tipo invece continua a correre.
Quanti anni ha, gli domando quando la riprende.
Un anno, anzi tredici mesi, mi risponde lui con una smorfia.
Eh, ma allora è normale, è ancora piccola.
Deve capire l’ubbidienza! Mi risponde lui. Deve capire chi comanda! Sto pagando un corso per questo! La tua quanto ha?
E’ nata a febbraio… un anno e mezzo.
Quindici, quindici mesi.
Ah sì, quindici mesi.
Due più della mia.
Eh, sì. Forse è per questo.
Sì, è per questo.
Glielo dico che non ha fatto il corso? No che non glielo dico.
Quando se ne va, sussurro alla cana che è rimasta seduta: brava, brava, brava! Poi apro la borsa è tiro fuori il premio delle grandi occasioni.

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Venti per cento d’olanda (quindici di natura e cinque di parole), trenta per cento d’america (usi, costumi, feste della  scuola) , cinquanta d’italia, così sono fatta io. Ma questa composizione muta con le stagioni. A luglio divento per 90 italia e per 10 paesaggio d’olanda.
Certe volte mi sento un po’ confusa per questa ripartizione, altre mi sembra di vivere in una bolla, anche il paese di W. dove abito, per esempio, non ha nulla a che vedere con gli altri  paesi qui intorno. Oppure mi sembra di vedere tutto dall’alto, di comprendere meglio, ma poi capovolgo la prospettiva e mi dico: ma in fondo io non faccio parte né di quelli, né di questi, e allora m’immalinconisco un po’. Poi siccome la malinconia è un sentimento che non è statico, per lo meno per come la provo io, seguono immagini, ragionamenti contorti o surreali, insomma mi distraggo e mi dimentico. In questi giorni però, con gli esami di Davide, il 30 per cento d’america è un trend in crescita. Sempre, quando ho a che fare con gli americani, mi stupisco per la loro organizzazione.
Le attività e le feste per il diploma sono innumerevoli, e cominciano già da un anno prima. Per quest’ultimo mese è stato redatto addirittura un calendario, che prima o poi dovrò stampare, anche se credo di aver memorizzato tutto. Vedrò, durante una di queste feste, case che voi umani non potreste immaginare… E invece non è vero. Si possono immaginare benissimo le superville. Dopo il primo attimo di stupore, sembrano tutte uguali: sono la versione chic delle nostre case ikeizzate.
Oltre alle feste, e alla loro pianificazione, c’è un gruppo che si riunisce per parlare della sindrome del nido vuoto. E qui l’argomento mi tocca di più, anche se non frequento il gruppo perché immagino le strategie che verranno proposte per fronteggiarla. Preferisco fare da me. Intanto penso che io al posto suo, di mio figlio intendo, sarei partita volentieri. Poi leggiucchio qui e là sulla rete e certe volte davanti a certi termini rido. Se rido, mi dimentico. E apprendo che esistono i figli boomerang, per esempio.
Qualcosa mi dice che non sarà il mio.

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Di ritorno dalla scuola, dove per trenta minuti parlavo con Davide. Finalmente oggi sono cominciati gli esami: analisi e commento a una poesia inglese in inglese, la prima prova, analisi e commento a una poesia italiana, in italiano, a mezzogiorno. Per questo mi ha chiesto di andare lì, per aiutarlo al passaggio tra le due lingue.
Da dieci giorni ci sono appunti e libri sparsi ovunque, un foglio pieno di formule chimiche attaccato alle piastrelle accanto allo specchio del bagno, la guida al novecento di Salvatore Guglielmino in mezzo a due orchidee sul tavolino vicino alla porta d’ingresso.
Tra venerdì e domenica entravano e uscivano da casa mia una trentina di persone. Di queste parecchie si fermavano, prendevano il libro, e dicevano: ehi, ma questo ce l’avevo anch’ io, al liceo!
Così cercavo Salvatore Guglielmino su wikipedia e scoprivo che non c’è. Curioso, pensavo. Infine lo trovavo qui.

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Quando il gioco si fa duro     29-04-2009  

Polo celeste: la indossa il capo
Polo rosa: la indossano le donne dello studio odontotecnico (segretaria e assistenti del capo)
Polo verde: la indossano le praticanti.
Nota: tutte le donne che lavorano nello studio hanno modi, corpi e visi maschili, a eccezione della segretaria che l’anno scorso ha avuto pure un bambino.

Lo: io le mani in bocca da una con la maglietta verde non me le faccio mettere. Che devono far pratica su di me? No, eh!
Io: va be’ dai, se ti fa male come l’altra volta glielo dici.
Si avvicina Polo celeste. Cinque minuti al computer, a leggere il file relativo a Lo, presumo, trenta secondi a guardargli la bocca.
Polo celeste: devi tornare la prossima settimana, c’è un molare che ti dondola e non ti posso stringere l’apparecchio.
Lo: si mette a sedere, si ficca una mano in bocca e afferra qualcosa.
Io: cosa stai facendo?
Lo: non risponde e continua a tirare.
Polo celeste: mi spiace, dobbiamo prendere un altro appuntamento.
Lo: dove lo metto il dente?
Polo celeste (sgranando gli occhi): l’hai tolto? L’hai tolto!?
Lo: dove lo metto?
Polo celeste (porgendogli un fazzoletto di carta): lo vuoi conservare?
Lo: No. Mi posso sciacquare?
Polo celeste ride, parla in olandese, e gli indica il bicchierino.
Lo: l’avete cambiato?
Polo celeste (smette di ridere): certo!
Si avvicina Polo rosa.
Polo celeste (in inglese): si è tolto un molare…così! In un attimo!
Polo rosa (sorridendo): sì, sì,  ho visto! Incredibile!

Va be’, questo è il lato divertente, il lato spiacevole è che vorremmo cambiare odontotecnico e ci siamo informati da una dentista di qui e ci ha detto che sarà molto complicato trovarne uno, primo perché nessuno vorrebbe finire il lavoro cominciato da qualcun altro e secondo per rispetto al collega. Rispetto?

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Trovami un editore a cui spedirlo     24-04-2009  

A breve Davide finirà il liceo e un romanzo, ad agosto compirà diciotto anni e se ne andrà da casa. Al fatto che sarebbe andato via mi ci sono preparata da un mucchio di tempo. Al fatto che avrebbe terminato il romanzo un po’ mi ha stupito.
Tanto non lo finirai, gli dissi una volta che lo vidi scrivere in macchina, durante un viaggio.
Scommetti?
E insomma, pare che abbia perduto la scommessa, e  certo non mi dispiace.
E’ da tre anni che lo scrive, conta oltre duecento pagine word, 350 cartelle più o meno.
Lesse Dracula e cominciò la storia, se non ricordo male. Oggi il genere vampiresco è di moda, ma lui ha cominciato in tempi non sospetti. Ne ho letto qualche pagina e mi è parso buono. Per quanto sia attendibile il mio giudizio: leggere in inglese mi dà il mal di testa dopo tre minuti, conosco la metà della parole che ha usato, non ho mai letto romanzi in inglese e storie di vampiri e last but non least: sono sua madre.
Trovami un editore! Un editore? Ma se non sono capace di trovarne uno nemmeno per me!
Ma per un figlio ci si può applicare di più.

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