Al piccolo parco che c’è dietro casa ho conosciuto una tipa, allegra e socievole, che parla un british perfetto.
Si è trasferita a Cameliahof da qualche mese e non ci avrei mai parlato, se lei non avesse avuto un cane.  Infatti Cameliahof, la strada dove abito, non ha la forma di un imbuto come altre volte ho scritto, ma assomiglia più a un fiore a cui sono rimasti solo tre petali oppure, se si preferisce, ha le fattezze di una lumaca senza guscio e con tre corna. Questi tre petali, o queste tre corna, sono un po’ distanti l’uno dall’altro e non è detto che tra vicini ci si incroci tutti. Siccome non mi pareva vero di aver conosciuto qualcuno allegro e socievole e che parla inglese in un modo così incantevole e  per giunta a una velocità accettabile, l’ho invitata al meeting che c’è la sera al grande parco.
Una sera è venuta. Abbiamo cominciato a chiacchierare e quelli del parco, curiosi come scimmie, si sono ammutoliti per ascoltare mentre gli misuravano i vestiti, i gesti, il taglio di capelli. A un certo punto lei ha chiamato il suo cane per andarsene. L’ha chiamato e ha aggiunto un paio di frasi in un francese perfetto.
“Ah”, ho detto, “ma allora sei francese?” E intanto pensavo: mai sentito un francese parlare un inglese così perfetto.”
E lei ha risposto: “No, sono tedesca, ma siccome il cane l’abbiamo preso in un canile in Belgio che era già adulto gli parlo in francese per non stressarlo troppo.”
Non ho più detto nulla, anche se morivo dalla voglia di farle almeno un paio di domande. A quel punto avrei dovuto cominciare a fare mille ipotesi sul perché sapesse due lingue così bene se non mi fosse venuto in mente qualcos’altro su cui ragionare mentre quelli del parco tornavano a parlare di offerte speciali, di medici e di meteo. L’argomento su cui ho passato circa venti minuti è stato il seguente: “se un cane conosce mediamente tra le centocinquanta e le duecento parole, per calcolare quante ne conosce la mia che ubbidisce agli ordini anche in olandese e in inglese devo moltiplicare per tre?

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Non viene a ballare in Puglia     08-02-2011  

Mi telefona Davide dall’Inghilterra.
“Un mucchio di novità!”
“Buone?”
“Dipende dai punti di vista. Comincio? In ordine sparso?”
“Vai!”
“Sono il primo studente della facoltà chimica.”
“Ma bravo! Anzi bravissimo!””
“Il primo tra gli studenti non asiatici però.”
“Bravo lo stesso!”
“Tanto poi loro tornano nei loro Paesi…”
“E tu? Tu tornerai?”
“Per ora non ci penso proprio, con quello che leggo dell’Italia… Ma andiamo avanti. Senti questa!”
“Dimmi!”
“Il capo di dipartimento ha accettato la mia domanda per lavorare a quel progetto a cui tenevo parecchio. Dice che è molto contento di avermi nel suo gruppo. Proprio tanto. E sarò pagato! Ma ti rendi conto?”
“Ma è una notizia bellissima! Davvero! Complimenti!”
“Però c’è un dettaglio che non ti piacerà…”
“No? E quale sarebbe?”
“Be’…il progetto si svolgerà d’estate, ovvio…”
“Ovvio.”
“E durerà dieci settimane…”
“Dieci settimane???Dieci settimane? E le vacanze che dovevamo fare in Puglia?”
“Eh, purtroppo non si potrà. Te l’avevo detto che c’era un dettaglio che non ti sarebbe piaciuto…”
“Eh, già. L’avevi detto.”
“Però, dai, a Pasqua ho un mese di vacanza, poi ho il mese di giugno e pure metà settembre. Un mucchio di tempo per stare insieme! E soprattutto….”
“E soprattutto?”
“Soprattutto durante quelle dieci settimane sarò in grado di mantenermi da solo! Ma ti rendi conto?”
“Musica!”

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Datemi una margherita     13-12-2010  

Il trucco di compilare l’elenco di quello che non mi va di fare sembra funzionare. Non rimando più perché è piacevole cancellare qualcosa di spiacevole. Come, per esempio, l’acquisto dei biglietti aerei e soprattutto la telefonata al call center per il trasporto della cana. Così ho prenotato con largo anticipo e ho trovato una tariffa supereconomica, solo che bisognava partire due giorni prima della fine della scuola. E allora mi sono detta: “oh, non siamo mai partiti prima, Lo  non è mai assente, dal momento che l’ influenza se la prende sempre durante le vacanze, inoltre gli ultimi due giorni a scuola non si fa nulla, ci sono i concerti, le feste, i giochi…”. E pure la conversazione con tipo del call center è stata piacevole, nessun problema con lo spelling, soprattutto con quella maledetta c, nessun problema con questioni tecniche o burocratiche, il tipo era metà italiano, con un accento un po’ veneziano un po’ dutch che era un mito. Mi sono messa a compilare altri elenchi, ma poi qualche giorno fa è venuto fuori che fare le cose prima non sempre è vantaggioso. Perché nell’ultima settimana di scuola Lo non aveva feste, concerti, cori ma esami esami e esami!

Al liceo è un’altra storia e io me ne ero dimenticata.
Comincia così una complicata trattativa tra me, i professori, Lo e i professori. E quando pare che tutto si stia per risolvere, che farà gli esami in tre giorni anziché in quattro, ecco che mi telefona la direttrice e dice che non è possibile, che ha più di venti studenti che vogliono partire prima e che se dice sì a uno deve dirlo a tutti.
“Va bene, provo a spostare il volo, ma io qui a Natale non ci resto!”
“Certo, certo.” Mi risponde lei. “Nessuno vuole restare qui per Natale.”
Lo, invece, mi dice che ha parlato ancora con un professore, che conosce bene la direttrice.
“Mi ha detto che devi insistere, che se insisti parecchio lei cede.”
E Davide mi dice: “inventati un invito a un matrimonio, per i matrimoni c’è un permesso speciale.”
Ma poi finisce che non insisto, né m’invento nulla e chiamo il call center. Il tipo del call center è francese, parla bene l’inglese, e ancora meglio l’italiano. Nessun problema con la c e le doppie e riesco a spostare il volo a sabato.
Sospiro di sollievo. Decido di non compilare più elenchi, né di controllare le previsioni del meteo. Cioè le controllo solo una volta. E poi anche una seconda. Sabato pare proprio che nevicherà e anche venerdì. E qui in Olanda quando fa qualche centimetro di neve si ferma tutto. E se io all’alba di sabato non riesco a raggiungere l’aeroporto vado a tirare palle di neve alla finestra di qualcuno.

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La spiaggia dietro la collina     27-06-2010  

La spiaggia dietro la collina è spartana, con certe palmette che fanno un’ombra immaginaria e degli ombrelloni fatti di rametti che con l’uso sono diventati sottili sottili. Ed è frequentata esclusivamente da surfisti. Molti dei surfisti hanno un cane e dormono nei camper. Ci arrivano da tutta Italia per andare su questo tratto di mare, che è il massimo per il kite e pure per il wind.  E’ il massimo perché c’è sempre un vento pazzesco e il mare non è mai mosso. Il vento di solito s’alza dopo le due e quelli del kite nel frattempo stanno lì ad apparecchiare le  loro vele  colorate sulla sabbia, ad aspettare. Invece quelli del wind vanno anche se c’è solo una brezza lieve.
Io non ho il camper e nemmeno la macchina e se non mi va di camminare per arrivarci faccio l’autostop e a ritorno c’è un tipo che fa il servizio di navetta per i camperisti che mi riporta a casa. Quest’anno non voleva farmi pagare, io però ho insistito e alla fine ci siamo accordati per due euro e cinquanta a viaggio. Però certe volte ci dice: vi porto, però prima accompagnatemi a prendere certi clienti. L’anno scorso, invece, quando ci portava alla tariffa ordinaria ci diceva: vi dispiace se viene questo tipo qui che mi fa compagnia?
Io su questa spiaggia non ci dovrei stare: mica vado sul surf, però ho la cana che qui è ammessa e un figlio che fa surf. Insieme, io e lui, facciamo il frequentatore tipico della spiaggia dietro la collina. Be’, quasi. Ci manca il camper e l’abbronzatura. Il camper non l’avremo mai, sull’abbronzatura ci stiamo lavorando.

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Quando la scuola finisce gli olandesi attaccano uno zainetto alla bandiera, se hanno una bandiera nel giardino. Gli americani invece fanno le feste. Io preferisco le feste e da mercoledì Lo passa da una festa all’altra. Un po’ l’invidio, anzi parecchio. La più bella è stata quella di giovedì sera sulla spiaggia, c’erano ancora tutti i suoi compagni di scuola, adesso ogni giorno che passa diminuiscono gradualmente. Ma sono sempre tanti, considerando che quelli che hanno preso il diploma delle medie erano circa una settantina. Quest’anno ben quattro suoi amici cambiano Paese e stanno arrivando i camion dei traslochi, ma finora solo gente che va e nessuno che arriva. Non è un buon segno, oppure vedendola ottimisticamente quelli che verranno ad abitare nel paese di W. hanno i figli in età scolare e allora arriveranno dopo, a scuole chiuse.
E intanto party, parties, partenze, parto.
Io parto domani, ma è da mese che preparo la valigia.

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Una torta e una valigia     27-09-2009  

Oggi Lo ha compiuto quattordici e come al solito  ho preparato la mia famosa torta al cioccolato. Famosa nella comunità expat di W. perché a ogni manifestazione scolastica ho sempre portato questa e solo questa.
sacherI primi anni quando la tagliavo per metterci la marmellata mi si rompeva in mille pezzi, allora la ricompattavo con le mani come se fosse  plastilina e mettevo una dose doppia di cioccolato fuso. Oppure se era un po’ cruda la rimbambivo di marmellata. Ed è stato sempre un gran successo e certe volte, davvero, non riuscivo proprio a spiegarmelo. E i figli quando erano alle elementari si vantavano di questa mia abilità perché da subito  sono diventata “quella della  torta  al cioccolato deliziosa”. E a un certo punto,  effettivamente, ho cominciato a sfornare torte perfette. Chissà se fossi stata in Francia e non in Olanda, in una scuola francese e non americana, se ci sarei arrivata a sfornare una torta così.
Oggi ho anche finito di preparare la Valigia. E’ da più di un mese che la preparo. Finora ci sta: roba di cancelleria, un piumone e un cuscino, una lampada per leggere, pentole, bicchieri, tazze, piatti, tovagliette e attrezzi  di cucina vari, una moka da due, un barattolo di caffè, una bottiglia d’olio, cinque tavolette di cioccolata amara, un libretto di ricette facili,  un paio di poster, e un mucchio di altra roba, praticamente una casa in una valigia. Fran venerdì parte per il campus in Inghilterra e io l’accompagno, starò lì un paio di giorni, come hanno fatto o faranno anche gli altri genitori e poi torno. valigia_1
Nel frattempo nella scuola è già iniziato il corso di Empty Nest, ma io ho deciso di non seguirlo. Tanto a che serve stare lì a parlare? E’ così e basta. Lui è contento di andare e se lui è contento alla fine lo saremo pure noi.

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Con quella faccia un po’ così     12-08-2009  

Alla spiaggia una Alaskan Malamute stava per azzannare la cana, Emme ha lasciato il guinzaglio e lei ha corso verso di me, io ero seduta sul lettino,  mi ero alzata di scatto quando era cominciato il trambusto, e le ho letto nello negli occhi quello che aveva intenzione di fare: saltarmi in braccio. E venticinque chili di cana che corre impaurita mi sa che per lo meno diventavano cinquanta, per fortuna ho avuto la prontezza di dirle: sotto, vai sotto.  E tutto è finito bene.
Fran sta preparando la valigia e domani se ne va qualche giorno in montagna e poi ci rivedremo a Fiumicino il 18 dove il solito aeretto ci porterà su al Nord.
Lo continua a fare il cameriere alla sagra del caciucco e del totano alla griglia, un paio di volte l’ho spiato attraverso la rete, ma non solo lui anche gli altri, la maggioranza non ha nemmeno sedici anni,  per via della  retribuzione minima (50 centesimi a coperto) che prendono.  Ogni sera Lo si fa dai 30 ai 40 coperti, non ha mai il viso imbronciato ma sempre sorridente, causa mancia.  Perché la gente  non ti lascia la mancia se non sorridi. Ma non te la lascia nemmeno se hai una cicatrice  non piacevole da guardare, così  un collega di Lo non riceve mai nulla.
Forse perché non sorride, ha detto Fran.
Ma neanche se ne accorgono se sorride, non lo guardano mica quando serve a tavola, ha risposto Lo.
Una volta che eravamo a cena lì, ho detto: mi piacerebbe restare qui ad ascoltare la gente e i camerieri. Non credere che dicano qualcosa di interessante, mi ha risposto qualcuno.  La stessa risposta che mi diede un mio amico olandese quando eravamo in un bar all’Aja.  Ma in questo caso più che ascoltare, avrei dovuto dire: mi piacerebbe stare a osservarli ma da lontano in modo che le parole perdano il loro significato.

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I figli crescono     08-08-2009  

Ieri il mio figlio maggiore ha compiuto diciotto anni, oggi il mio figlio minore ha cominciato a lavorare come cameriere alla sagra.
Io nel frattempo aspetto,  i figli o qualcun altro, e mi siedo a un bar di un paese o dell’altro e consumo gelato al cioccolato, caffè e aperitivi analcolici con una fettina d’arancio o di limone, dipende dal colore dell’intruglio che ho ordinato.  Qualche volta leggo, spesso mi guardo intorno. E quanto bevono, quanto.  Molto di più dell’anno scorso, e poi gli aperitivi hanno un prezzo così conveniente.

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Oggi durante la pausa pranzo, Davide e dei suoi compagni di classe sono andati a trovare l’insegnante di letteratura.
Dopo un po’ è tornato a casa con: The old man and the sea – Hemingway, Demian – Hesse, Madame Bovary – Flaubert, Dubliners Joyce, Out of the silent planet – Lewis, A tale of two Cities – Dickens.
Non so cosa sia toccato agli altri, comunque mi ha raccontato che la faccenda è andata così: c’erano dei mucchi di libri su un banco e sopra ogni mucchio c’era una striscia con un nome. Lei ce li ha indicati quando stavamo salutandola e ci ha detto: se non li prendete la scuola li butterà.
Alcuni sono proprio nuovi.
La scuola li butterà? seee.

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Bye bye scuola e ciao ciao luce     05-06-2009  

Sono giorni frenetici.
Intanto ieri c’è stata quella cosa che si chiama graduation e la relativa cerimonia è durata quasi tre ore. Quello che mi è piaciuto di più è stato il lancio dei cappelli, quello che mi ha fatto sorridere è il passo  sincopato con cui i  diplomati fanno il loro ingresso e vanno a sedersi. Poi ci sono stati i discorsi del direttore ( il rispetto  verso l’altro e Yes I can, la fiducia in se stessi,  che sono ritenuti importanti quanto lo studio),  di un insegnante e di un paio di studenti, che sono stati goliardici però, un piccolo concerto, e a suonare e a cantare erano sempre loro, gli studenti, un pezzo quasi interamente vocale, con voci di tutti i continenti, un altro solo strumentale, e lì pensavo che se hai  un talento anche minimo, questa scuola te lo tira fuori. Sono state proiettate le foto dei ragazzi quando avevano da zero a tre anni e di come sono adesso. Dopo la consegna del diploma se ne sono andati via senza cappelli, in modo creativo e scomposto, erano quasi cento, di tutto il mondo, la  maggioranza  era americana o metà americana, seguivano gli olandesi, terzi gli svedesi, gli italiani erano quattro, c’era anche un kazako, uno del Camerun, uno della Nigeria. Insomma è stato strano, anche se l’evento che mi ha commosso di più era avvenuto un paio di giorni prima: la consegna dei boccali con il nome della scuola e quello dello studente. Infatti quando lasci l’Olanda, e questi ragazzi andranno via tutti, ricevi sempre un ricordo in ceramica  di Delft. Prima della consegna del boccale,  veniva letto un ritratto di ognuno,  scritto dai suoi compagni di classe, in realtà le classi non esistono nel liceo americano,  c’è un’aula per ogni materia e gli studenti si spostano e si mischiano,  comunque erano  frasi ironiche ma anche no, ogni amico  compone la sua e poi si fa una specie di collage, e  a Davide, a che cosa diventerai nei prossimi dieci anni, qualcuno ha scritto, ironicamente ma anche no: un chemistry novelist.
Dopo gradutation siamo andati a cenare in un locale sulla spiaggia, e c’era un cielo con  certe  nuvole viola  che ci ha costretto ad allacciare giacche e giubbotti, e a me a bere la birra invece dell’acqua, ma poi per fortuna il sole ha trovato un buco  per passare, poco prima delle dieci, e sono comparsi  quella luce e quel mare che ci sono solo qui su al Nord.
Ma in questi giorni ho letto anche molto  sulla rete. All’improvviso ho realizzato che era un mucchio di tempo che qualcuno non mi faceva battute sul nostro governo e sui suoi trafficanti, e mi sono impaurita, e ho capito che se non mi dicono più nulla,  nemmeno frasi ciniche, è perché  siamo scesi  nel nero profondo.  Ma anche qui sta andando male.
Io non ho ancora votato. Posso farlo oggi o domani. Noi italiani all’estero avevamo la possibilità di scegliere tra i candidati del Paese in cui viviamo e quello in cui abbiamo la cittadinanza. Io ho scelto di votare per i candidati italiani. Dunque c’è ancora una speranza? No, non c’è. Dobbiamo fare, se vogliamo tornare alla luce, ma se non vogliamo fare, evitiamo di piagnucolare per favore.

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