(oppure un titolo alternativo potrebbe essere: dalla rete a un letto, da un letto a dei libri per tornare alla rete e a un tema su due libri per colpa di un letto)
Ieri, dal sito delle agenzie immobiliari, guardavo dentro le case dei vicini che sono andati via.
Per esempio, in quella dove abitavano Paola-Paola e Radio Madrid. E ho avuto la conferma che non facevano bambini per motivi religiosi, difatti sulla parete a cui é accostato il loro letto non c’è un quadro della madonna o di un’altra immagine sacra, ma ci sono le foto di lei e dei suoi figli.  E poi ci sono giocattoli sparsi in giro, oggetti sui mobili, accappatoi nei bagni, e guardare queste cose fa un po’ impressione. Non hanno portato via nulla come se fossero fuggiti precipitosamente.
Mentre m’impicciavo dei letti degli altri, si è rotto il mio: il gatto, quattro chili di gatto per l’esattezza, ci è saltato sopra, ho sentito un crac e il mio letto si è trasformato in uno scivolo a pendenza lieve.
Emme non c’era e così ho consultato Fran che ha guardato e riguardato il supporto di metallo che si era staccato e poi ha sentenziato con un’aria di chi se ne intende: è rotto in modo irrecuperabile.
Eh, questo l’avevo capito anch’io, gli ho risposto, ma bisogna trovare una soluzione.
Allora si è messo ad analizzare il letto, sotto e sopra, e alla fine dell’esame ha decretato: perché non ceda ulteriormente, devi dormire per orizzontale.
Ah, no, é impossibile. Se mi sveglio durante la notte poi non mi ritrovo.
E allora devi dormire sul bordo. Oppure dobbiamo trovare un sostituto del pezzo di metallo. Dei mattoni?
No, graffierebbero il parquet.
Dei libri!
Giusto!
E, con fatica, Fran è riuscito a creare una colonna di libri in modo che il letto tornasse parallelo al pavimento, ma siccome la famiglia è un dare-avere, poco fa mi è arrivata una mail che comincia così: Non finirò il tema entro l’ora ma se te lo invio con spaziatura doppia me lo puoi correggere per quando torno a casa? mi faresti un favorone…
Eh, lo so che non si dovrebbe, ma non ce l’ho fatta a rispondergli di no.

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Meglio non pensare troppo     18-04-2008  

Ieri accompagnavo Fran alla stazione - partono tutti tranne me, accidenti, anche Lo ha cominciato - e lui era impicciato con la valigia lo zaino il portatile e il biglietto, io con il cane e il guinzaglio del cane che era fuori di sé per la confusione e per le ragazze che si fermavano a parlagli, baciarlo, accarezzarlo, eccetera, e inciampavo e recuperavo e riperdevo l’equilibrio, e a un certo punto Fran mi ha preso il guinzaglio e mi ha detto con lo sguardo: ci penso io, e mi sono commossa, ma che gentile ho pensato, sembra che si occupi solo di sé e dei suoi interessi, ma è solo un’impressione di superficie, e stavo per pensare ancora, quando l’ho visto chiacchierare con una ragazza bionda, che si era fermata per fare i complimenti al cane, e allora mi sono accesa una sigaretta, e gli ho detto: se non ti sbrighi perdi l’aereo.

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E dopo sette anni     19-03-2008  

Da un po’ - sarà la primavera, sarà l’editing di cui non scorgo la fine, sarà che vado a letto tardi - tiro fuori delle parole in romano che non sapevo di sapere. Parole talmente pesanti che (forse) nemmeno alla tivù le dicono.
In compenso sto dimenticando l’inglese e quando squilla il telefono ho ripreso a dire pronto.

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Tutti al ballo tranne due     17-03-2008  

Il piano è perfetto, dice Lo. E’ stato Jep a pensarlo. Elvin ha subito aderito. Anche a me piacerebbe partecipare, ma ho promesso a Callum di andare a dormire da lui.
E’ un imbroglio e comunque li beccano, dico io.
Ma no, che imbroglio. E’ solo per divertirsi un po’, non fanno nulla di male. E Jep è in gamba, ha previsto tutto.

C’era il ballo della scuola per l’anno settimo e ottavo a cui Jep ed Elvin (e anche Lo) non erano ammessi perché hanno dodici anni e sono del sesto. Anche per loro ci sarebbe stata una festa, ma dopo due settimane, e due settimane è un sacco di tempo, e poi questa era più cool perché era per i grandi.
Il piano di Jep era il seguente:
Basta arrivare una ventina di minuti dopo, quando all’ingresso ci sono solo i volontari dell’undicesimo a staccare i biglietti, non più i professori, e i volontari mica ci conoscono, e dopo balleremo in mezzo al gruppo, ci confonderemo tra cento, e quando il professore incaricato scatterà le foto andremo al bagno, ci abbasseremo, ci gireremo, sarà una gran festa!
E così Jep ed Elvin si preparano e vanno al ballo, il tema è Dracula e affini, arrivano un po’ dopo come hanno programmato, non hanno nessuna difficoltà all’ingresso, individuano immediatamente il professore fotografo, lo schivano per tutta la serata, si divertono un sacco perché vuoi mettere stare con quelli di tredici e quattordici anni rispetto a quelli di undici e dodici, è tutta un’altra storia, ma…
C’è il solito noioso e imprevisto ma. Il ma che sciuperà un poco il racconto di quanto si siano divertiti. Perché il professore che deve scattare le foto quella sera è malato, così viene incaricato un altro, ma la direttrice non si fida delle sue capacità e allora acchiappa due studenti volontari e gli dice: fate anche voi le foto, anzi uno fa le foto e l’altro gira un video.
Jep ed Elvin si divertono proprio un sacco e mostrano il segno della vittoria allo studente che li riprende. T’abbiamo fregato, direttrice, pare che dicano alla telecamera.
Perché ci riprende, Jep?
Si sta rompendo di fare il volontario e passa il tempo così, tranquillo, Elvin, è tutto ok.
Ma non è proprio tutto ok perché il giorno successivo la direttrice riordina le foto, guarda il filmato, e naturalmente li riconosce. E s’infuria, ovvio, tutte le direttrici s’infuriano. Jep ed Elvin rimangono a fare dei piccoli lavori dopo la scuola per una settimana e hanno il divieto di andare alla festa del quinto e sesto anno.

Te l’avevo detto che li beccavano, pensi ancora che ne valesse la pena? Domandavo a Lo mentre si preparava per la festa venerdì sera.
Certo che sì! Vuoi mettere quella di due settimane fa con quella di stasera? Noi stiamo con gli undicenni, praticamente dei bambini. E vuoi mettere il tema? Tra La spiaggia e Dracula, vince Dracula, non c’è paragone.

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Per fortuna che c’è la famiglia     12-03-2008  

Stasera mi gira un po’ la testa, dico a cena. Se chiudo gli occhi vedo parole tutte uguali, fiumi di virgole, frasi evidenziate in giallo e celeste, il celeste è un colore che non mi dispiace, ma quando la revisione sarà finita penso che lo odierò perché è il colore dell’eliminazione.
Tanto poi passa e dirai che ti dispiace che sia passata, dice Emme.
Ancora quella roba su emigranti? Ma perché scrivi sempre su loro? Domanda Fran.
Non ne scrivo sempre, ho scritto solo un romanzo.
Che parla di emigranti poveri, e di sicuro non sarà una storia allegra, dice Lo.
E di che dovrei scrivere? Dei noiosi emigranti di W.?

Se qualcuno avesse fatto partire un cronometro dopo la mia frase, questo non sarebbe arrivato a due.
Un secondo.
Un secondo è il tempo di una parola, è un metro per un campione centometrista, è un salto, un secondo è un tempo individuale, non di gruppo.
A meno che il gruppo non sia una famiglia, in questo caso la regola non vale.
Ci è voluto un secondo perché si formasse un coro compatto che obiettava:
Guarda che ci sei anche tu tra i noiosi emigranti di W.

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Certi vecchi sono uguali ovunque     07-03-2008  

Sulla strada dritta come un filo che taglia il paese di W., un uomo oltre i settanta, con i capelli bianchi, arrampicato su una scala, pota una magnolia. A un metro di distanza dall’uomo sulla scala, una donna, certamente la moglie, gli indica quali rami recidere.
Urla un no quando l’uomo si avvicina a quello sbagliato, sussurra presumibilmente un sì, procedi pure, quando le forbici sfiorano quello giusto.
Poi l’uomo scende dalla scala e sparisce dietro la siepe di bosso che nasconde parzialmente il piccolo giardino alla vista della strada. Da qui la donna continua a impartire le istruzioni e l’uomo a potare perché oltre la siepe compaiono e giungono, a tratti, le forbici e i no.
Intanto sulla pista ciclabile scorrono i ciclisti.
A un certo punto, un ragazzino su una bicicletta gialla un po’ scassata, che ha ereditato dal fratello e che desidera cambiare, rallenta, lancia un’occhiata alle sue spalle e sale sul marciapiede, aspettando che il flusso passi.
Deve attraversare la strada a doppio senso divisa da una striscia di terra per imboccare una piccola via, dal nome suggestivo, che prosegue a imbuto e lo porta a casa.
L’uomo compare all’improvviso e con la mano sinistra gli afferra il manubrio. Con la destra, con cui stringe ancora il paio di forbici, indica la pista e il marciapiede e urla un no.
Il ragazzino risponde e il vecchio seguita a parlare, concitato.
Il ragazzino risponde ancora sempre con lo stesso tono e arretra leggermente con la bicicletta in modo da sottrarsi alla presa della mano.
Io sono sull’altro lato e resisto. A un certo punto bisogna resistere.
Infine compare anche la donna, dice qualcosa al ragazzino, brandendo l’indice per ammonirlo.
Anche a lei il ragazzino obietta.
Poi l’uomo lascia (o gli sfugge) il manubrio, e il ragazzino, dopo aver controllato che la strada sia libera, attraversa.

Che ti dicevano?
Che siamo in Olanda non nel resto del mondo e non si va in bici sul marciapiede.
E che rispondevi?
Che non andavo in bici sul marciapiede, ma che mi ero fermato perché dovevo attraversare e non potevo stare sulla ciclabile altrimenti mi travolgevano.
E lui?
Mi ha urlato che non devo sostare sul pezzo di marciapiede davanti al suo ingresso.
E dopo?
Dopo ho dato un’occhiata alla strada per vedere se fosse libera, ma non lo era, e quindi sono stato costretto a restare lì. Ci voleva un attimo per sgusciare via. Poi si è aggiunta anche la vecchia e ha ripetuto le stesse cose del vecchio. A quel punto lui si è distratto e ha allentato la presa, la strada era vuota e mi sono finalmente liberato. Certi vecchi sono uguali dappertutto.

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Le scarpe ma anche il foulard     22-02-2008  

foulard-viola.jpg
Ho trovato un altro oggetto, oltre a questo, che mi permette di capire se le nuove amiche di Fran mi saranno simpatiche o meno.
Il mio foulard viola che tintinna.
Se lo ignorano o lo fissano per un attimo e subito distolgono lo sguardo, allora è probabile che ci scambieremo un sorriso, un saluto e null’altro. Se invece c’è l’apprezzamento del foulard in questione, be’, allora in questo caso ci sarà sempre un saluto, un sorriso e magari, dopo un po’ che non c’incrociamo, ci chiederemo: come stai, per sapere come si sta veramente. Da un po’ viene una ragazza turca, che ha un paio di anni più di Fran, e io l’avevo identificata subito che era una simpatica proprio per la faccenda del foulard. Mi piace perché non ha lo sguardo da manichino come spesso le ragazze nordiche hanno. Certe sere viene a bersi un tè in cucina oppure Fran va da lei. Mentre si prepara per uscire (la tipa abita a cinquanta metri da noi, W. é il paese più sicuro al mondo, ma la va sempre a prendere) suo padre e io gli facciamo le battute, tipo: magari se ti ci metti insieme qualche volta ti fa la danza del ventre, lui, se è di buon umore, risponde: questa me la segno. Se gli gira, invece, non dice nulla oppure meglio non scriverlo, quello che dice.

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E’ da poco passata l’una     13-01-2008  

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E ho già fatto un cumulo di robe pazzesche:
Preparato una colazione sostanziosa per Lo e il suo amico più “scozzese che olandese”.
Raccolto l’ultimo gruppo di foglie sotto la siepe dell’agrifoglio.
Piantato finalmente le primule.
Recuperato le monete da cinque centesimi che erano ovunque.
Riordinato due scaffali del mio armadio e ritrovato le chiavi del lucchetto della bici e quella del tappo della benzina della macchina, ma non gli occhiali da sole, fondamentali sotto questo cielo bianco.
Finito di leggere un manoscritto che mi procurava la nausea (non perché sia scritto male, anzi).
Aperto la casella di posta elettronica in inglese.(Per fortuna che l’ho aperta: sono riusciti ad arrangiare il corso di pallacanestro per il gruppo di dodici e tredici anni e giocano tra due ore).
Detto mille volte a Lo di andare a fare i compiti che tra due ore gioca e poi quando torna dice che è stanco.
Pulito un caos colloso di post colazione-pranzo a base di pancakes.
Aperto e richiuso la porta d’ingresso per far uscire ed entrare il gatto dodici volte (di solito non è così irrequieto, ma fuori cade una pioggia leggera che lui detesta e dentro casa l’amico di Lo lo insegue su e giù per le scale.
Per fortuna che ci sono i volontari che fanno gli allenatori di pallacanestro e gli amici che giocano a pallacanestro, peccato che non ci siano i volontari anche per il biliardino o gli amici che sappiano giocare.
E poi ho cambiato titolo al racconto “Il biliardino” che sto finendo di scrivere. Il nuovo titolo è: Racconto libero di un detenuto modello.

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A volte basta una voce     05-12-2007  

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Ieri c’era il concerto di Natale e a questo concerto Lo non voleva proprio partecipare perché l’insegnante di canto è cambiata, mi diceva, ci sta facendo provare delle canzoni molto cattoliche. Come molto cattoliche? Dicevo io, mi pare strano. No, insisteva lui, vedrai: terribilmente cattoliche e terribilmente noiose. Intanto non trovavo la lettera di come doveva essere vestito, rovistavo sul sito della scuola e infine le trovavo, le indicazioni.
I pantaloni ci sono, la camicia usi quella che portava tuo fratello, ti sta grande ma puoi rimboccarti le maniche, mancano le scarpe, ci vogliono le scarpe nere, che ovviamente non hai, e che anche se non avessi perduto la lettera non avrei comprato, posso comprare un paio di scarpe che porterai una sola volta ?
E allora da quattro anni ne mette un paio mio, un paio di scarpe senza sesso, solo che abbiamo un problema, accidenti abbiamo un problema, sono i tuoi piedi, il problema, i tuoi piedi che sono cresciuti di due numeri rispetto all’anno scorso, ora misurano 39, le mie scarpe quasi maschili invece sono 36. E quelle che usa tuo fratello per queste occasioni? Che poi sarebbero quelle di tuo padre? Le rintraccio e scoppio a ridere perché sono 45, lui non ride invece, è arrabbiatissimo, non ci va a morire o fare il ridicolo in quelle scarpe e a cantare oltretutto delle canzoni terribilmente noiose, e va bene, allora non ci vai, poi invece ci va, le scarpe le infila prima di salire sul palco, oh speriamo che non sviene e però mi scappa da ridere, ma è appena un’ora e dopo si dimentica.
I piccoli disagi si dimenticano subito.
Forse ci ripensa nel sonno, a quel dolore delle scarpe troppo strette, chi lo sa che cosa sogna dopo la mezzanotte, quando il vento lì fuori tormenta una lattina di coca cola, comunque Lo si alza, ha sentito un rumore, dirà poi, forse è quella lattina, penso io, o forse il ricordo della quasi tortura di un’ora, e così va in camera di suo fratello, che si sta addormentando con le cuffie sulle orecchie, forse gli dice qualcosa e lui non lo sente, a un certo punto Fran apre gli occhi e nella semioscurità vede una mano, solo quella, e caccia un urlo, volevo svegliarlo delicatamente, dirà Lo, con lo schiocco delle dita. Io che mi sto per addormentare mi risveglio, salgo per andare a vedere, urto qualcosa, sveglio il gatto, che s’illude che sia mattina, finalmente posso uscire!, miagola di felicità e d’impazienza e vado a godermi quello che resta della notte, e poi non credevo che arrivasse così presto, miagola salendo di tono.
No, c’è un errore, borbotto quando scendo le scale, nel frattempo sopra sono tornati a dormire, ma la disillusione del gatto è troppo forte, trattiene il miagolio ma deve farla uscire da qualche parte, e allora va in camera di Lo e scaraventa giù tutti i centurioni romani dallo scaffale, non posso dormire con questo pandemonio, dice Lo, non posso dormire se Lo urla, dice suo fratello, e allora risalgo le scale, il gatto è imprendibile, se non mi fai uscire: mi spetta è mattina!, non vi do tregua, sottintende tra un miagolio e un altro. Va avanti dieci minuti la caccia al gatto, non esco ma per lo meno mi diverto, pare che dica lui. Ma insomma, si lamenta Fran: domani ho un test!
Ehi ma che succede? Dice una voce assonnata di sotto.
Ed è incredibile: funziona. Tornano tutti ai loro posti, tutto come prima, anche il gatto, anche la lattina di coca cola.

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E speriamo che non piove     22-11-2007  

Oggi è il giorno del ringraziamento, la scuola è chiusa e c’è un silenzio da domenica.
Tra un po’ Lo si sveglierà e se non troverà il suo amico, e io spero vivamente che ci sia, andremo insieme al parco qui vicino a giocare a pallacanestro. Di solito se non trova qualcuno ci va da solo, ma sta partecipando a una selezione per entrare nella squadra della scuola e dice che per allenarsi bene ha bisogno di un compagno.
Un paio di giorni fa ho cominciato a scrivere un racconto intitolato il biliardino. E’ da circa metà ottobre che faccio due partite – solo se ti va veramente - prima di cena.
E mi sono tolta un peso. Ogni volta che finisco un romanzo o una storia lunga, penso che non scriverò più nulla, non è che ne sia proprio convinta, in realtà è una finzione, una specie di finzione scaramantica con me stessa.
Va be’, vado a cercarmi un cappello e l’ispirazione per la prossima storia.

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