Quattro personaggi vagavano in giro     20-08-2007  

Quest’estate sono andata a caccia d’informazioni per il romanzo che sto finendo di scrivere.
Forse uno dovrebbe farla prima questa caccia non dopo quando la stesura e molti ritocchi sono stati già fatti, come dovrebbe predisporre prima delle schede dei personaggi ed eventualmente una scaletta. Ma non mi va di essere imbrigliata dalle informazioni, devo sentirmi libera senza tracce da seguire anche se quelle tracce sono state fissate da me. Perché altrimenti mi annoio e se mi annoio a scrivere immagino che s’annoierà anche l’eventuale lettore.
Ho un’amica rumena a cui ho raccontato la storia di Danut un pomeriggio verso le quattro mentre camminavamo confuse da un’aria rovente, è stato il giorno più caldo a Roma e io era appena arrivata, e con tutto quel calore dell’asfalto, del sole mi pareva che a raccontare fosse qualcun altro. E il giorno dopo mi sono un po’ stupita quando lei ha ripreso la storia.
Ne ho parlato con mio marito mi ha detto. Pronuncia mio marito scandendo bene le lettere. Mio marito diventa MIO MARITO.
Lui dice che il tuo Danut non è proprio un rumeno. Perché i rumeni sono violenti, picchiano le mogli.
Tuo marito ti mena?
MIO MARITO? No, mai! MIO MARITO è un tipo calmo, non potrebbe mai dare uno schiaffo a me, a nessuno.
Anche il mio Danut è così. Uno tranquillo.
Sì però tu l’hai messo in un libro e allora deve essere più generale.
Ma io non voglio raccontare il popolo rumeno. Io voglio raccontare la storia di un rumeno, di quel rumeno, che è cresciuto con sua madre e sua sorella, che ha studiato arte, che voleva sfilare su una passerella, che aveva grandi sogni e poca ambizione, uno così.
Poi ha cambiato discorso. Ma non sono sicura che l’abbia convinta.
Danut è un nome molto comune in Romania, deriva da Daniel.
E Brasov com’è? E Bran? C’è da qualche parte un lago tra Bran e Brasov?
Sì, c’è un lago in mezzo al bosco. Molto bello.
E il castello del Conte?
Il castello non è niente di speciale.
Ci può stare davanti al castello un carretto con una vecchia che vende dei poster, dei medaglioni e delle statuette in ceramica di Dracula?
Sì, ci può stare. Un carretto proprio come quello che mi hai descritto tu.
Poi un altro giorno, in un altro luogo, ho conosciuto un senegalese a cui ho raccontato Afia, (a cui sono stata costretta a cambiare nome perché Afia è un nome femminile e per il momento si chiama Akan Kappa ) Questo tipo qui mi ha raccontato un sacco di cose sul Ghana, sul Burkina Faso, sul Senegal, su quelli che lavorano il cuoio, su quelli che vengono a comprar l’oro, che magari scriverò un’altra volta.

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Quattro personaggi vagavano in giro.     22-05-2007  

Il primo a raggiungere un punto e a uscire dalla scena, ad arrivare a uno stato solido intendo, è stato Antonio, fotografo, disoccupato, romano.
Poi è toccato ad Afia, ghaanese, disoccupato anche lui.
Il terzo, Danut, romeno, che aveva un lavoro ma poi quando la storia comincia lo perde come accade anche agli altri, è uscito ieri.
Danut abitava a Brasov e faceva la guida turistica a Bran. Quando non portava i turisti al castello, saliva sul treno e scendeva a Bucharest a battere le mani in uno spettacolo televisivo o a fare la comparsa in uno spot. A un certo punto ha comprato un biglietto di un pullman ed è arrivato a Roma, come Afia e Maria.
Mi manca l’ultimo capitolo su Teresa, nata a Quito, in Ecuador. Teresa che durante la storia ha cambiato faccia, nome e continente. La più instabile tra i quattro come caratterizzazione fisica, ma la più determinata come carattere.
Ieri, mentre scrivevo l’uscita di Danut, mi sono accorta all’improvviso che, tra tutti, quello a cui mi sono affezionata di più è lui.
Mi ha stupito questa scoperta. Pensavo che fossero tutti uguali.
Inoltre Danut è un debole, e io non sono attratta dai caratteri deboli, se non mi innervosiscono, mi possono far pena o al massimo tenerezza.
Rimbambito! urlò il vecchio. Giampiero s’affrettò a raccoglierlo, tentando di ripulirlo dalla terra, ma s’impicciò con la cintura e un lembo s’intinse nella pozzanghera. Si mise, allora, ad asciugarlo sul suo giubbotto fino a che il padre glielo strappò dalle mani. Abbassò la testa, gli occhi, le spalle, dispiaciuto per la sua stupidità.
Il fatto che io mi sia comportato male con sua sorella, pensò Danut, gli ha permesso di vivere una vita migliore in questi ultimi tempi, peccato che non sia in grado di accorgersene. Se fosse più rilassato potrebbe ragionare meglio, invece se ne sta lì con il timore di sbagliare e con lo scopo di compiacere suo padre e finisce per muoversi come un animale selvatico intrappolato in una stanza.

Ma è veramente debole Danut? (Dove con debole intendo chi si fa guidare da altri).
A ripensarci, ora che se ne è andato, dico che no, non lo è affatto. E’ un personaggio che mi è sfuggito senza che me ne accorgessi. Mi viene quasi la tentazione di chiamarlo indietro, ché mi si è aperto una specie di vuoto, ma è inutile, lo so, perché non sarebbe più lui.
Il vecchio piantò una delle sue risate che non finivano più.
Lo immaginò mentre indicava il soggetto che l’aveva provocata, con gli occhi socchiusi e il respiro che non tornava.
Annalisa s’avvicinò alla costruzione, e gli parve di vedere la sua faccia offesa.
Intanto era arrivato all’angolo, a quello che sarebbe diventato, un giorno, un angolo di una stanza. Si girò lentamente e s’appoggiò alla trave di metallo. Quando era bambino, prima della cena, sua madre lo obbligava a restare immobile per dieci minuti con la schiena e la nuca incollate al muro della cucina. Lui, ogni volta, chiedeva uno sconto sul tempo, ma lei, ogni volta, rispondeva: la scoliosi è in agguato. E tu da grande sarai bellissimo e girerai il mondo come tuo padre.

Se raccontassi quanto ho scritto sopra a CameliaHof e dintorni mi prenderebbero per pazza. E invidio un po’ quelli che riescono a dire: io scrivo! senza vergognarsi. E’ vero anche che quelli che ripetono di continuo: io scrivo! ho scritto! scriverò! mi stanno sulle palle. O peggio ancora chi dice: scrivono di me…
Comunque. Per fortuna che c’è la rete.

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Uno dei quattro     20-03-2007  

Qui un pezzo in cui Afia racconta il suo arrivo in Italia.
Suggerimenti, critiche, felicitazioni, insulti, silenzi e fuoritema fateli qui sotto,  non lì.

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Uno dei quattro     19-03-2007  

Questo qui sotto è uno degli incipit provvisori della storia che sto scrivendo.
“Si chiamava Afia Kappa e poteva dirsi fortunato.
Aveva superato l’attraversamento del deserto in camion, le onde del Mediterraneo su una tinozza che imbarcava acqua, le camionette della polizia sulla costa ed era giunto a Roma in un giorno di sole e dopo due ore era già nel parcheggio di un grande magazzino a caricare pacchi sulle auto”…
…”Ma la mattina del ventitre dicembre precipitò tutto”.

E’ provvisorio per due ragioni.
1)Ci sono quattro personaggi principali e non ho ancora deciso quale dei quattro partirà per primo.
2) Man mano che la storia va avanti i personaggi si arricchiscono di dettagli che entrano in conflitto con la trama e devo cambiare di nuovo le cose.
Conclusione: meglio evitare storie con più di un protagonista, ma ormai ci sono dentro e devo proseguire per forza.

Stamattina leggere questo articolo mi ha fatto un brutto effetto, in particolare queste righe: Ma la possibilità di andarsene era prevista anche per gli imprevidenti e gli indigenti. In questo caso, però, il migrante passava dal Cpa statale a una struttura privata (denominata anche "casolare") dove veniva trattenuto finché un parente o amico non versava la cifra pattuita sul conto dell’organizzazione sudanese.
Io avevo scritto così: “… ho trovato il paese dove c’era il contatto. Avevo imparato tutto a memoria prima di partire.
Il contatto aveva un biglietto del treno e dei vestiti spediti da mio cognato, ho mangiato ancora, ho bevuto una tanica d’acqua, poi ho caricato sacchi su un camion per una settimana in cambio del suo servizio, infine sono partito, e quando sono arrivato a Roma mi sono detto: ormai non può che andare bene”.

Una mia amica, che ha letto il pezzo sullo sbarco di Afia e l’articolo, mi ha scritto: ogni tanto penso a un’intervista alla Arendt in cui diceva che la realtà della deportazione supera la capacità mentale di  pensarla.

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La nebbia agli irti colli…     13-03-2007  
La nebbia agli irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;

Oggi va così.
Al posto degli irti colli ci sono le dune, con sopra dei fili un po’ secchi e un po’ verdi, ma altrettanto evocative.
E io continuo a scrivere una storia che volevo concludere in sette pagine word e che invece prosegue.
Raccontò a Danut,  - mentre si versava due cucchiaini di zucchero di canna nel caffè, nel miglior bar di Testaccio dove gli aveva detto d’aspettarlo perché lui non trattava di affari né sul cellulare né sul telefono fisso, - che era sempre stato un appassionato di arte e natura. Che le due cose erano legate tra loro con la colla che non si scolla. Per questa ragione aveva comprato una villetta sulle colline della Toscana, le più suggestive colline al mondo, tant’è che anche Leonardo le aveva scelte per piazzarle dietro al bel muso della Gioconda.
Se non avessi incontrato l’arte sarei rimasto un pezzente qual ero. Sapessi quanto ero rozzo cinquanta anni fa! Sarei arrivato a questa età con la barba appuntita, il diabete e il colesterolo, e senza denti come mio padre, e me ne sarei andato via com’è capitato a lui, dopo un paio di bicchieri di vino scadente tra un volante e uno sportello arrugginito di una mercedes. Perché io sono cresciuto tra i rottami, i vetri delle bottiglie, le cicche di sigaretta e gli escrementi dei topi, come uno zingaro o un tunisino. Però mio padre mi ha mandato a scuola e lì mi sono avvicinato all’arte e me l’andavo a guardare nelle Chiese, quando ero più grande.
Comunque chiacchiero troppo, mi succede sempre quando ricordo le mie origini perché mi sale la commozione in gola e per spingerla via finisco per riempirmi la bocca di parole.

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Nomi Propri…     10-01-2007  
Nomi Propri
Mi servono, per una storia che sto scrivendo, un nome maschile del Ghana, uno della Romania e uno femminile delle Filippine.
A chi mi aiuta offro un ottimo caffè, dalle mie parti ovviamente.

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Roma, in un parcheggio sotterraneo.     21-12-2005  

Parcheggio sotterraneo di un immenso centro commerciale. Un ragazzo con un cappello di lana blu chiede se ci occorre un aiuto.
Sì, ci serve.
Ci aiuti a scaricare anche a casa?
Sì, ci aiuta.
E quanto vuoi?
Offrite voi.
Risposta furba.
Il ragazzo con il berretto blu si chiama Teddy, ha 22 anni, in 30 minuti di viaggio nel furgone parliamo un po’, cioè io faccio qualche domanda, lui risponde.
Nel Ghana si parla anche francese?
No, no. Inglese.
E come sei arrivato in Italia?
Con Ship. Big Ship. Poi ancora una piccola ship e treno.Con treno sono arrivato a Roma.
Hai il permesso di soggiorno?
Noooo. No. Permesso per tre mesi. Poi posso stare un altro mese.
E lavori nel parcheggio?
Sì. Lavoro trovato da mio amico. Lui ha un contratto. Scarica merci da ArredoBen.
E senti, Teddy, se volessi chiamarti ancora come faccio?
C’è numero di mobile di mio amico. Io non posso comprare card. Non ho il permesso. Poi per ogni telefonata, io pago 3 euro per sua gentilezza.

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