Il primo capitolo è qui.
Ringrazio Maria Luisa per averlo postato e soprattutto per la sua pazienza per i mille invii del brano che le faccio ogni volta. E naturalmente un grazie va ai lettori perché anche quando non dicono nulla (mi piace, fa schifo, non lo so, non m’interessa) mi aiutano a uscire da “questo l’ho scritto io”.
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Prima che la storia finisca è il mio terzo romanzo.
Il primo cominciai a scriverlo subito dopo che era nato il mio primo figlio.
La maternità ti cambia – la vita, i pensieri e la testa – ti rende felice, ti guarisce – io, per esempio, prima che nascesse Fran non potevo attraversare una piazza senza stare male, e nemmeno stare compressa nella folla – ma ti divora tempo e ti succhia spazio. Ti risucchia e ti rimbambisce, se non stai attento.
Credo che sia questa la ragione per cui scrissi quel romanzo: il bisogno d’identificarmi con un personaggio senza responsabilità. Naturalmente non lo spedii a nessun editore. Era noiosissimo. E di lui, del romanzo intendo, non sarebbe rimasta traccia perché a un certo punto Emme cancellò la memoria del computer, ma riordinando la casa dei miei genitori ne trovai una copia tra la roba di mia nonna. Lei l’aveva letto, c’erano anche dei punti esclamativi in alcune pagine. La copia che aveva mia madre, invece, è sparita. Deve averla usata per accenderci il fuoco o chissà per che cosa altro. Mi ricordo che le chiesi: l’hai letto? E lei: sì, l’ho letto. E che ne pensi? E lei: mah! E a ripensarci adesso fu una risposta bellissima. La sintesi del suo giudizio espressa in tre lettere. A quel tempo invece la presi diversamente. Ma dopo un mese non ci pensavo più: al romanzo e alla risposta. In fondo avevo raggiunto lo scopo: mi ero distratta un po’.
Con Prima che la storia finisca mi sento un po’ come Mirco Pellicino
Era il terzo romanzo che aveva scritto.
Gli altri due giacevano spiegazzati sul soppalco del bagno.
A sua madre, a sua nonna e a Desirè erano piaciuti da impazzire, ma nessuna delle case editrici, a cui li aveva spediti, aveva risposto. Quell’estate li aveva riletti, dopo mesi che non li sfogliava, e li aveva trovati disgustosi, un pietoso intreccio di banalità. Questo, invece, l’aveva ripreso dopo averlo messo in quarantena e continuava a essere soddisfatto. Inoltre, Desirè aveva sbadigliato quando gliene aveva letto qualche pagina, la nonna era caduta in catalessi come faceva davanti alla trasmissione di Porta a Porta e a sua madre era salita una tosse nervosa. Erano segnali positivi questi.
Che poi è una cosa ovvia, ma che mi stupisce sempre. Scrivi una storia ispirandoti ad altro o ad altri, la vai a riguardare dopo un po’ e dici: ma questo sono io!
Come Mirco continuo a esserne soddisfatta. anche se seguito a ritoccarlo per farlo migliore ( nella vana
illusione di renderlo perfetto, perfetto secondo il mio punto di vista, intendo. Ma sempre d’illusione si tratta perchè mi stancherò prima, credo )
Sono impaziente di farlo leggere al mondo, ma anche il contrario: ché non mi voglio sciupare questa soddisfazione.
Come Mirco trovo incoraggiante la reazione di chi – uno solo finora – l’ha letto.
Emme l’ha terminato in tre sere, in un albergo, in un Paese in cui non è consigliabile andare in giro, e mi ha mandato un messaggio che diceva: L’ho finito è una figata! Certo, il giudizio dei familiari non conta, soprattutto se questi familiari sono fidanzati o mariti.
Però con le pagine de La regina del popolo muto credo ci abbia lucidato la chiglia della sua barchetta a vela, con Tre in Una Stanza ci si addormentava davanti al caminetto, mentre questo ha generato come reazione un messaggio e anche una serie di riflessioni quando è tornato a casa.
Sono segnali positivi questi, non c’è dubbio.
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Da quasi un mese sono sul capitolo undici. Ho scritto sono, avrei potuto scrivere almeno un’altra decina di verbi per esprimere il mio rapporto con queste pagine. Se mi mettessi a fare uno di quei ragionamenti surreali su cui ogni tanto m’incanto, dove gli oggetti diventano soggetti dotati di potere, di pensiero e di altro, direi che il capitolo undici si vendica di me perché l’avevo chiamato erroneamente dieci. Ieri ne sono venuta più o meno a capo, anche se l’attacco non mi convince affatto, anzi è orrendo, ma per quanto mi scervelli non riesco a immaginarne uno diverso. E’ un capitolo fondamentale nella storia e vorrei che fosse perfetto e invece, tra tutti, è il peggiore. Quando non riesco a trovare una soluzione, salgo sulla bici e arrivo fino alle fattorie, oppure, come ho fatto ieri, vado a vedere come se la sono cavata altri prima di me:
E così era venuta la gran giornata del ritorno a Roma, ma quanto diversa da come l’avevo immaginata nei miei sogni di liberazione, durante i nove mesi che avevo passato a Sant’Eufemia.
Arrivò a casa completamente intirizzito, era tutto buio all’intorno, le candele nelle lanterne s’erano consumate: guidato dagli aiutanti che conoscevano già il luogo, attraversò a tastoni una delle aule.
Il signor Hilditich li ha visti in giro, è gente un po’ suonata, secondo lui. Li ha notati per strada, a rompere le scatole con i loro dépliant e il loro fanatismo religioso.
Quel pomeriggio, arrivati quasi in cima al monte, mio padre si fermò a riempire la pipa e a prender fiato, e guardò giù dalla vallata.
Eravamo stati nel letto così, chiacchierando e sonnecchiando a brevi intervalli e ogni tanto Quiqueg allungava con affetto le sue brune gambe tatuate sulle mie e poi le ritraeva;
No, non io disse Silver. Flint era il comandante; io ero quartiermastro, per via della mia gamba di legno. La stessa bordata che mi portò via la gamba, lasciò il vecchio Pew senza la luce degli occhi.
Nulla di folgorante, mi pare, a parte il penultimo attacco che in un paio di righe dice un sacco di cose. Ma nulla di vergognoso come il mio. Certo, avrei potuto cercare inizi di undici capitoli di romanzi che considero spazzatura, ma perché dovrei tirarmi su con la spazzatura dal momento che esiste ben altro? preferisco continuare a stare giù piuttosto ( a proposito mi viene in mente una frase che ogni tanto leggo sulla rete e che è assai divertente: si pubblica tanta spazzatura, non vedo perché non dovrebbero pubblicare me, la mia roba, ecc.).
C’è chi poi l’ha soppresso il capitolo undici come Richard Yates che ha diviso il suo Revolutionary Road in tre parti. Se non l’avesse fatta, questa divisione, avrei letto:
E così ci pianti, disse Jack Ordway, mescolando il caffè nella tazzina. Tagli la corda, te la batti. Bel colpo, Franklin.
A proposito di questo romanzo: sono circa a metà, lo sto leggendo lentamente perché la sera non riesco a concentrarmi, ma è un gran romanzo, davvero. Uno di quelli che non sapresti dire perché ma ti prende e non ti molla più. Solo una cosa curiosa. L’incipit, che non è male, non c’entra molto, per come è scritto, con il resto del libro.
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Nella stesura di Prima Che La Storia Finisca il dialogo a due non mi ha creato particolari problemi come nel pezzo in corsivo qui sotto. Devo ancora ragionare su parole o frasi, ma non è imbalsamato, è credibile insomma.
Invece ho avuto difficoltà a far parlare quattro personaggi insieme. Quattro personaggi che hanno quasi lo stesso peso e che si raccontano, in capitoli differenti,ognuno dal proprio punto di vista.
Quando finalmente si incontrano me la sono cavata, all’inizio, scrivendo le scene come fossero pezzi per il teatro.
Ma quando ho cominciato la revisione di quelle parti sono cominciati i miei guai.
Alla fine ho deciso così: la scena a quattro sarebbe stata raccontata dall’ultimo arrivato che è anche quello che ha un peso inferiore rispetto agli altri.
Da ieri sto lavorando a una scena a tre. Ancora più complicata da gestire. Perché tutti i personaggi hanno la stessa identica importanza.
Ho fatto una scelta simile alla precedente. E quindi sarà quello diverso ad avere la voce.
In questo caso la diversità era rappresentata dal sesso. Ci sono due uomini e una donna.
Sarà lei, Teresa, a condurre il gioco. Anche perché è stata proprio la donna, ma guarda un po’, a ideare l’azione per uscire da una certo problema.
Purtroppo avrò poche ore a disposizione oggi. Lo compie dodici anni e le torte olandesi sono belle ma cattive. Perciò mi tocca prepararne una, brutta ma buona (spero).
Apparvero le foto.
Alfonso chiese quale volesse proporgli, poi, senza nemmeno ascoltare la risposta, ne ingrandì una e disse: questa,cazzo! Questa è perfetta come copertina di natale. Chi sono ‘sti scemi?
Tre che ho conosciuto sotto un ponte.
Ci danno l’autorizzazione a pubblicare?
Certo.
Voglio la liberatoria.
Te la firmo subito, a nome loro s’intende.
S’intende. Sicuro che non avremo storie da questi tre? Accidenti che sguardi, ma come hai fatto a fermarli questi sguardi così?
Sicuro che non avremo storie da questi tre. E la telefonata al giornale?
Li chiamo subito. Due telefonate, un sacco di soldi. Mi devi come minimo una cena.
Una cena, un bacio, quello che vuoi purché non sia costretto a canticchiare quella canzone di Venditti.
Un bacio come?
Un bacio fraterno, che vai a pensare? Do via tutto per un lavoro tranne quello, quello non lo baratto nemmeno dopo dodici ore di marcia nel deserto in cambio di una bottiglia d’acqua gelata. Quello è sacro.
Sicuro?
Sicuro.
Hai troppe certezze, Antonio Piedimonti. Ma se non le avessi avute con tutte le volte che ti ho detto no a quest’ora saresti entrato in banca pure tu. Io Venditti non l’ho mai potuto sopportare,ero della linea del grande Fabrizio, pace all’anima sua.
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Stavo per accingermi a scrivere l’ennesimo evento fighetto di cui era stata protagonista, mentre una pioggia ideale bagnava i vetri, quando ha suonato il campanello.
Il disturbatore è un tipo sui trentacinque, pantaloni beige tiepidi di tintoria, camicia con collo svolazzante, giacca grigia sbottonata e spiegazzata il giusto, scarpe lucide con fibbia splendente, pelle bianca maculata di rosa, mani da anfibio aggrappate a una cartellina.
Sì?
Garcia?
Non sono Garcia.
Stava per tendermi la mano, ma si è bloccato.
C’è Garcia?
No, non c’è.
Un agente immobiliare. L’ho riconosciuto. Dalla mutazione repentina dei modi.
Impossibile! Avevamo un appuntamento.
Questa non è la casa di Garcia.
Impossibile!
Le chiazze salgono di una tonalità. Lo so che cosa sta pensando. Pensa che il mio accento, la mia statura, la mia carnagione siano spagnoli, ma io non so cucinare la paella, caro agente con le scarpe a punta quadrata, al limite, se proprio sono costretta, posso tentare un’amatriciana, e…
Garcia mi ha detto che se lui non fosse stato in casa, potevo parlare con sua moglie. Devi essere sua moglie.
Di colpo mi appare Garcia che, sotto una luce giallastra, con una faccia triste, toglie le galline di ceramica dal davanzale della finestra, e io che mi dico: ecco qui la sua diletta moglie irritata da quei ridicoli richiami l’ha piantato e se ne è tornata a Madrid. E invece no, era triste quando toglieva le galline, Garcia, ma non così disperato come mi era parso, per colpa della luce, forse. La sua Paola Paola semplicemente aveva deciso di passare la gravidanza a Madrid, dove di sicuro poteva fare quei controlli che non le avrebbero fatto qui, e poi è tornata con la bambina e il nuovo nato. E’ così che si chiama Radio Madrid, dunque. Garcia. Nulla a che vedere con il sergente della mia infanzia.
Questo Garcia qui, la sera, scende saltellando dalla macchina e sorprende CameliaHof con il suo Paola Paola, sorride quando passa davanti alla mia finestra, s’intuisce che è proprio felice, e le galline sono tornate al loro posto, in fila, in ordine di altezza.
Forse Garcia abita lì, dico all’agente.
Lui consulta la cartellina, bagna l’indice su una linguetta rosa decisamente disgustosa, controlla il mio numero civico, si ricompone.
Portoghese? Mi chiede.
No.
Francese?
Italiana.
Ah. Di Sienna?
No, no, scusi vado un po’ di fretta, arrivederci.
Se devi vendere la casa ci devi pensar in anticipo, mi dice.
E mi ritrovo il suo biglietto da visita sul palmo della mano. Più rapido di un serpente, accidenti.
A casa di Garcia non c’è nessuno, l’agente monta su una supermacchinona e accenna a rombare via, nervoso. Poi incrocia la polizia che sorveglia Camelia come se fosse la residenza della regina e il motore scende di parecchie note.
Ritorno ai miei file, delle mirabolanti avventure superfighette non c’è traccia, apro allora si chiamava Akan Kappa e poteva dirsi fortunato, sospiro, e vorrei mettermi a scrivere, davvero, e invece comincio a pensare: a Garcia che se ne va, ai pantaloni beige con piega, a una storia pazzesca su un agente immobiliare, al fatto che gli agenti non hanno nazionalità, Pezzi di vetro sulle ginocchia nude, l’anello di Don Mario inciso sulla testa, la puzza di orina e di sudore e di vino nelle narici fino a su, tra gli intrecci del cervello, a un litigio tra Garcia e l’agente immobiliare, E poi parlava in punta di parole, il regista, ed era attento alle espressioni, come se davanti a una telecamera ci fosse lui, costantemente.
Però la botta di adrenalina che t’arriva quando scrivi un racconto che si conclude in una giornata non ce l’hai mica quando scrivi una roba più lunga.
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Oggi mi occupo di Teresa Cordero. Il cognome l’ho preso da una mail spam, il nome l’ho scelto io. La spammatrice si chiamava Selma, e non mi piaceva. Per scoprire se ci sono contraddizioni in un personaggio salto da un capitolo all’altro.
Emme, stanotte, ha sognato che li ammazzava con un colpo di pistola i miei magnifici tre.
Eh, no, gli ho detto io. Sono io che decido se devono morire o meno.
Ma ci sono dei personaggi che decidono da soli.
Basta con queste parole consolatorie! Arrivano sempre prima di noi. Americani ed Europei! Disse Teresa muovendo lo sguardo dall’uno e l’altro. Sembrava uno di quei pupazzi a cui con un filo comandi gli occhi.
Si rese conto, dalle loro espressioni, di aver reagito troppo violentemente. Allora strinse le mani a pugno, fece un lungo sospiro e riprese a parlare con un’altra voce.
Gli italiani, poi, sono peggiori degli altri. Perché con la scusa di essere stati emigranti a loro volta, di essere gli antenati dell’arte hanno la pretesa di fare gli amici di tutti, dei Progrediti e dei Miseri. C’era una vecchia all’ospizio che era stata una professoressa nella vita, io avevo l’incarico di scendere all’edicola per comprarle un quotidiano, un quotidiano che avevo il divieto di leggere, e che naturalmente leggevo, non quando glielo portavo, perché lei, la professoressa, odiava le pagine spiegazzate, ma dopo quando svuotavo il cestino della sua stanza. E sapete che ci leggevo su quei giornali prima di inzupparli d’acqua per fare la cartapesta? Ci leggevo che loro in Iraq, in Afghanistan in tutti quei Paesi in cui sono andati come pecore insieme agli europei, loro sono i più benvoluti, anche se perseguivano i loro interessi esattamente come gli altri, e sapete perché? Per Totti, per il mare azzurro, perché sono un popolo antico. Ma lo sapete che i Romani, gli antichi Romani, hanno massacrato un numero incredibile di persone? Pensano al Colosseo, gli Irakeni, a Totti e si dimenticano il resto. Ma io il resto ce l’ho ben chiaro. Perciò vi dico che se mi si presentasse la possibilità io non esiterei a far fuori Suor Sicilia e il suo prete bastardo, che lo farei con gusto per vendicarmi di quello che mi hanno fatto patire, e per quello che hanno rubato. E gliela faccio una telefonata alla Superiora, giuro che gliela faccio. E d’ora in poi io vivrò senza scrupoli, senza paura dei rimorsi, vivrò per me, per prendere quanto più possibile. Me ne frego dei principi io. Voglio comprarmi le calze a rete, i cellulari con la telecamera, voglio mangiare la roba buona, non voglio chinare la testa e rispondere Sìssignora.
Suora, serva o puttana? Io scelgo di fare la puttana. Ma agirò diversamente da come fece mia madre, io risparmierò il denaro, non per mantenere figli, ché non li voglio dei figli io, ma per aprirmi un’attività. Ci impiegherò cinque anni ad accumulare la somma che mi occorre? Forse posso farcela anche in tre. Perché, sapete, io non ho intenzione di continuare a vivere qui, dopo. Io me ne torno in Ecuador, cari miei, e mi apro una bella cartoleria! A quelle che fanno le serve occorrono dieci o quindici anni per comprare il pullman per il loro sposo, e per mantenere i figli che vivono in un altro continente. Che imbecilli, eh? Fanno i figli e crescono quelli altrui! Io invece ci compro le penne, i quaderni, un bancone rosso, perché i bambini sono attirati dal rosso, e poi, forse, se me ne verrà la voglia, mi sposo! Mi volete anche così, con queste idee?
Avvicinò il suo viso al loro.
Danut allargò le braccia e si strinsero, come fanno i calciatori prima della partita.
Infine si divisero.
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Poi lavo le stoviglie, lucido persino i piatti di rame col Sidol, curo i fiori – tutto per non dovermi mettere subito alla scrivania. –
Ho libri sul pavimento, sulla scrivania, sul davanzale. A un certo punto, ieri, mi sono messa a cercare frasi per i miei personaggi.
Ne ho trovata solo una che mi ha soddisfatto: Era d’altronde uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla.
Si sarà notato che essi osservano il loro destino nel modo in cui, i più, sono soliti osservare una giornata di pioggia.
Per Danut, il rumeno.
Fran è assorbito dall’IB, Lo dagli allenamenti, il gatto dalle rane, Emme dalle missioni. La casa è vuota fino alle 17.30. Potrei raccogliere le foglie che cominciano a cadere – le erbacce ho deciso di lasciarle stare: fanno fiori più belli delle piante vere – potrei lavare i vetri, o fare un giro in bicicletta, e invece no, svolgo i lavori di casa prima delle otto di mattina o quando tornano i ragazzi. Smonto e rimonto la mia storia, per sette ore di seguito. Mi concedo trenta minuti per mangiare e per bere caffè che farei meglio a non bere. 
Verso sera mi sento come se mancasse poco a un esame. Perché ho tutta questa fretta? Mica ho una scadenza. E però poi apro il file e non lo riesco a lasciare più. Sono passata dalla terza persona alla prima, ma diventava un’altra cosa, e ci pensavo durante la cena che così non funzionava, vado a cambiarlo di nuovo ho detto a un certo punto, adesso basta ha detto Emme, adesso mi fai leggere le prime due pagine e ti consiglio io. E’ tornato dopo un po’ . La terza persona, ha detto. La terza persona perché…
Non mi tenere un corso di scrittura, eh.
Mi ha fatto l’esempio di Hitchcock, delle inquadrature, dei personaggi in un lungo discorso che mi ha quasi convinto.
E’ meglio così o così? ho chiesto a Lo quando stava per dormire.
Così! Ha risposto lui. Poi, per mitigare lo slancio della risposta, ha aggiunto: anche l’altro non è male, però è come quando ti danno il via e tu parti in ritardo.
Oggi avevo un invito per il pranzo d’accoglienza per le nuove famiglie italiane che si sono trasferite qui, ma ho rifiutato. Ho una scadenza di un lavoro per il 16 ottobre e sono in ritardo, ho detto.
Perché ottobre, perché il 16, perché sono in ritardo: non lo so.
Intanto da quando ho cominciato la revisione ho perduto tre chili e di questo sono assai contenta.
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Quest’estate sono andata a caccia d’informazioni per il romanzo che sto finendo di scrivere.
Forse uno dovrebbe farla prima questa caccia non dopo quando la stesura e molti ritocchi sono stati già fatti, come dovrebbe predisporre prima delle schede dei personaggi ed eventualmente una scaletta. Ma non mi va di essere imbrigliata dalle informazioni, devo sentirmi libera senza tracce da seguire anche se quelle tracce sono state fissate da me. Perché altrimenti mi annoio e se mi annoio a scrivere immagino che s’annoierà anche l’eventuale lettore.
Ho un’amica rumena a cui ho raccontato la storia di Danut un pomeriggio verso le quattro mentre camminavamo confuse da un’aria rovente, è stato il giorno più caldo a Roma e io era appena arrivata, e con tutto quel calore dell’asfalto, del sole mi pareva che a raccontare fosse qualcun altro. E il giorno dopo mi sono un po’ stupita quando lei ha ripreso la storia.
Ne ho parlato con mio marito mi ha detto. Pronuncia mio marito scandendo bene le lettere. Mio marito diventa MIO MARITO.
Lui dice che il tuo Danut non è proprio un rumeno. Perché i rumeni sono violenti, picchiano le mogli.
Tuo marito ti mena?
MIO MARITO? No, mai! MIO MARITO è un tipo calmo, non potrebbe mai dare uno schiaffo a me, a nessuno.
Anche il mio Danut è così. Uno tranquillo.
Sì però tu l’hai messo in un libro e allora deve essere più generale.
Ma io non voglio raccontare il popolo rumeno. Io voglio raccontare la storia di un rumeno, di quel rumeno, che è cresciuto con sua madre e sua sorella, che ha studiato arte, che voleva sfilare su una passerella, che aveva grandi sogni e poca ambizione, uno così.
Poi ha cambiato discorso. Ma non sono sicura che l’abbia convinta.
Danut è un nome molto comune in Romania, deriva da Daniel.
E Brasov com’è? E Bran? C’è da qualche parte un lago tra Bran e Brasov?
Sì, c’è un lago in mezzo al bosco. Molto bello.
E il castello del Conte?
Il castello non è niente di speciale.
Ci può stare davanti al castello un carretto con una vecchia che vende dei poster, dei medaglioni e delle statuette in ceramica di Dracula?
Sì, ci può stare. Un carretto proprio come quello che mi hai descritto tu.
Poi un altro giorno, in un altro luogo, ho conosciuto un senegalese a cui ho raccontato Afia, (a cui sono stata costretta a cambiare nome perché Afia è un nome femminile e per il momento si chiama Akan Kappa ) Questo tipo qui mi ha raccontato un sacco di cose sul Ghana, sul Burkina Faso, sul Senegal, su quelli che lavorano il cuoio, su quelli che vengono a comprar l’oro, che magari scriverò un’altra volta.
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Il primo a raggiungere un punto e a uscire dalla scena, ad arrivare a uno stato solido intendo, è stato Antonio, fotografo, disoccupato, romano.
Poi è toccato ad Afia, ghaanese, disoccupato anche lui.
Il terzo, Danut, romeno, che aveva un lavoro ma poi quando la storia comincia lo perde come accade anche agli altri, è uscito ieri.
Danut abitava a Brasov e faceva la guida turistica a Bran. Quando non portava i turisti al castello, saliva sul treno e scendeva a Bucharest a battere le mani in uno spettacolo televisivo o a fare la comparsa in uno spot. A un certo punto ha comprato un biglietto di un pullman ed è arrivato a Roma, come Afia e Teresa.
Mi manca l’ultimo capitolo su Teresa, nata a Quito, Ecuador. Teresa che durante la storia ha cambiato faccia, nome e continente. La più instabile tra i quattro come caratterizzazione fisica, ma la più determinata come carattere.
Ieri, mentre scrivevo l’uscita di Danut, mi sono accorta all’improvviso che, tra tutti, quello a cui mi sono affezionata di più è lui.
Mi ha stupito questa scoperta. Pensavo che fossero tutti uguali.
Inoltre Danut è un debole, e io non sono attratta dai caratteri deboli, se non mi innervosiscono, mi possono far pena o al massimo tenerezza.
Rimbambito! urlò il vecchio. Giampiero s’affrettò a raccoglierlo, tentando di ripulirlo dalla terra, ma s’impicciò con la cintura e un lembo s’intinse nella pozzanghera. Si mise, allora, ad asciugarlo sul suo giubbotto fino a che il padre glielo strappò dalle mani. Abbassò la testa, gli occhi, le spalle, dispiaciuto per la sua stupidità.
Il fatto che io mi sia comportato male con sua sorella, pensò Danut, gli ha permesso di vivere una vita migliore in questi ultimi tempi, peccato che non sia in grado di accorgersene. Se fosse più rilassato potrebbe ragionare meglio, invece se ne sta lì con il timore di sbagliare e con lo scopo di compiacere suo padre e finisce per muoversi come un animale selvatico intrappolato in una stanza.
Ma è veramente debole Danut? (Dove con debole intendo chi si fa guidare da altri).
A ripensarci, ora che se ne è andato, dico che no, non lo è affatto. E’ un personaggio che mi è sfuggito senza che me ne accorgessi. Mi viene quasi la tentazione di chiamarlo indietro, ché mi si è aperto una specie di vuoto, ma è inutile, lo so, perché non sarebbe più lui.
Il vecchio piantò una delle sue risate che non finivano più.
Lo immaginò mentre indicava il soggetto che l’aveva provocata, con gli occhi socchiusi e il respiro che non tornava.
Annalisa s’avvicinò alla costruzione, e gli parve di vedere la sua faccia offesa.
Intanto era arrivato all’angolo, a quello che sarebbe diventato, un giorno, un angolo di una stanza. Si girò lentamente e s’appoggiò alla trave di metallo. Quando era bambino, prima della cena, sua madre lo obbligava a restare immobile per dieci minuti con la schiena e la nuca incollate al muro della cucina. Lui, ogni volta, chiedeva uno sconto sul tempo, ma lei, ogni volta, rispondeva: la scoliosi è in agguato. E tu da grande sarai bellissimo e girerai il mondo come tuo padre.
Se raccontassi quanto ho scritto sopra a CameliaHof e dintorni mi prenderebbero per pazza. E invidio un po’ quelli che riescono a dire: io scrivo! senza vergognarsi. E’ vero anche che quelli che ripetono di continuo: io scrivo! ho scritto! scriverò! mi stanno sulle palle. O peggio ancora chi dice: scrivono di me…
Comunque. Per fortuna che c’è la rete.
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Qui un pezzo in cui Afia racconta il suo arrivo in Italia.
Suggerimenti, critiche, felicitazioni, insulti, silenzi e fuoritema fateli qui sotto, non lì.
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