Mai devi domandarmi. Da un paio di mesi mi girava per la testa questa frase con virgola compresa: “Mi sa che prenderò un cane,” Avevo pensato di aprire un blog dove questa frase sarebbe apparsa nel post di apertura, il blog sarebbe stato senza commenti in modo che nessuno potesse domandarmi: l’hai preso sto cane o no?, però non ci sarebbe dovuti essere imbrogli e nel "chi sono" avrei spiegato che tutto quello che sarebbe stato scritto poteva essere finzione ma anche no. Quello che si raccontava sarebbe stato di genere maschile intorno ai 35, impiegato probabilmente in un ministero. Colori del template: bianco e nero. Colore del cane, perché alla fine il tipo sarebbe andato al canile comunale, bianco o nero. Un tipo più disilluso che spento. Non bello, ma neanche orrendo. Ogni tanto aggiungevo un particolare e dimenticavo quelli già definiti. Ci lavoravo sopra nei momenti d’attesa in macchina o quando mi trovavo presente in certe conversazioni su argomenti di cui non capivo un accidente o mentre leggevo una lettera sulla critica di Emanuele Trevi (dove ci sono dei pezzi accattivanti, ma di cui non riuscivo a seguire il filo). Poi capito su un sito in cui si propone di scrivere un racconto sul cibo e tac! “Mi sa che prenderò un cane,” si trasforma in un racconto, ci metto un po’ a terminarlo, ma è come se fosse già scritto con un inchiostro invisibile: devo solo farlo riapparire passandoci sopra una penna blu. Il protagonista resta maschile, l’età scende, la professione cambia, immediatamente appaiono altri due personaggi fondamentali, altri appena accennati sullo sfondo,e naturalmente appare il cane. Scopro che è una femmina, a pelo corto bianco, e che si chiama Lara. Ma non trovo il titolo. E poi mi ricordo di quando progettavo di aprire il blog: avevo riflettuto sul secondo terzo quarto ventiquattresimo post e non avevo pensato al titolo. E a quel punto lo trovo il titolo al blog mai nato. Mai devi domandarmi sarebbe stato perfetto. Ne avrebbe espresso il proposito. Al racconto, invece, manca ancora il nome.
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Leggiti i commenti che hai e capirai il blog che sei
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Però la costruzione della torre con gli A4 mi ha incuriosito assai. Ora le metto davanti un blocco di fogli e pretendo una dimostrazione. A che serve avere a cena (e anche ospiti che restano a dormire) dei cervelli in fuga? Serve a progettare e a realizzare un riparo alla escher per cuocere bistecchine in giardino malgrado la pioggia incessante. Non si organizza un barbecue se piove da una settimana e il barometro continua a segnalare maltempo. Ma questi sono dettagli a cui pensano i cervelli normali mica quelli che vanno altrove. Voi sareste in grado di tirar su una torre con dei fogli A4? O preparare una presentazione in cinque minuti? O assemblare i pezzi di un congegno in 180 secondi con un cronometro che li conta rumorosamente? E comunque nel team formatosi per la risoluzione del problema a dare l’idea su come realizzare la costruzione improbabile è stata una donna. Una giovane donna che si è fatta, tra le varie esperienze, 3 mesi nello Yemen chiusa tra un campo e una stanza, che a me solo a pensarci già mi manca l’aria. E ha anche preparato un centinaio di tapas in un’oretta circa. Ma c’è anche una prova di cucina tra i test d’ingresso? No, no, mio padre ha un ristorante a Madrid.
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Caro alieno ti mostro il funzionamento della mia moka Da qualche anno tra le donne italiane di qui impazza questo oggetto. Le non italiane, invece, amano la macchina che fa il pane. Impasta e cuoce un pane a forma di parallelepipedo. Anche se ho notato ultimamente che se ne sono stancate e tentano di disfarsene con annunci sulle lavagne nei super o nella mailing list buy-sell. Funziona benissimo premettono, ma non soddisfa le esigenze di una famiglia: il parallelepipedo è troppo piccolo e bisogna fare più cotture. Invece non ci sono ripensamenti o cadute d’entusiasmo sul robottino miracoloso. Qualcuna lo porterebbe con sé anche in un ipotetico viaggio verso un mondo alieno. Ma ciò implicherebbe portarsi dietro anche un certo numero d’ingredienti a meno che nell’altro mondo non si trovino gli stessi prodotti della terra. E comunque sarebbe un po’ triste sta cosa. Arrivi in un mondo sconosciuto, inizia lo scambio culturale, la terrestre decide di far assaggiare una pasta al sugo e introduce olio, pomodori, prezzemolo spaghetti e acqua nell’aggeggio. Ci si perde il rito dello sminuzzamento della carota e della cipolla, lo sfrigolio del soffritto, il blob dell’acqua che bolle, del sugo che s’addensa. E se poi l’alieno tirasse fuori un robottino più efficiente del nostro? Io non so che mi porterei in un viaggio verso un altro mondo. Forse la mia moka. C’è il rumore, l’odore e il sapore. E inoltre l’esibizione durerebbe pochi minuti. Poi spenderei qualche parola su chi ci aggiunge lo zucchero, chi il latte, chi lo gusta freddo, chi bollente, chi non lo beve perché lo rende nervoso. Completerei il mio discorsetto con: I popoli del Sud lo amano molto, quelli del Nord preferiscono il cappuccino. Insomma partendo da una moka si possono spiegare un sacco di cose su come funziona il mondo. E dagli spaghetti, poi, mi terrei alla larga. Dai mandolini anche. E delle mamme: spiegherei che sono da prendere a piccole dosi, come il caffè.
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Lasciate stare Elsa Ieri sera all’istituto italiano di Cultura c’era Melania Mazzucco e alle 7 sono salita sul treno per Amsterdam in compagnia di altre quattro amiche. Su cinque, eravamo in tre ad avere letto Vita. E non era piaciuto a nessuna. Perché sono andata, allora? Perché non avevo nulla di meglio da fare? In parte, lo ammetto, è stato per questo motivo, ma anche perché sono curiosa, perché comunque mi piace ascoltare qualcuno che racconta di sé, del suo libro e di quello che c’è dietro. La trama di Vita si può leggere qui. Il romanzo non m’è piaciuto perché: trovo inutili e noiosi i capitoli in cui l’autrice ci informa del suo lavoro di documentazione e di ricerca. E poi non mi piace il suo stile che trovo abbastanza piatto e incolore con picchi infiammati, nostalgici e retorici. Però ci ha raccontato un sacco di cose. Per esempio, non sapevo che agli inizi del 900 i nostri connazionali che sbarcavano in america venissero classificati in italiani e meridionali. Gli italiani erano biondi con la pelle chiara, i meridionali appartenevano al ceppo latino ed erano considerati banditi, piantagrane, ecc. Insomma: l’incontro è stato interessante (non stimolante) - certe informazioni preferisco sentirle da una voce piuttosto che leggerle su un libro - tuttavia mi si è accartocciato lo stomaco quando il tipo che la presentava, un olandese, ha esordito con: si è paragonato Vita a La Storia, si dice che la Morante e la Mazzucco…. Avrei voluto alzare la mano, chiedergli: mi spieghi che cosa hanno in comune i due romanzi, come si possa metterli sullo stesso piano, come… Naturalmente sono stata zitta e la mia piccola indignazione me la sono tenuta dentro. Le due, Elsa e Melania intendo, hanno in comune un premio e null’altro. La Storia comincia così: Un giorno di gennaio dell’anno 1941, un soldato tedesco di passaggio, godendo di un pomeriggio di libertà, si trovava, solo, a girovagare nel quartiere di San Lorenzo, a Roma. Erano circa le due del dopopranzo, e a quell’ora, come d’uso, poca gente circolava per le strade. Nessuno dei passanti, poi, guardava il soldato, perché i Tedeschi, pure se camerati degli Italiani nella corrente guerra mondiale, non erano popolari in certe periferie proletarie.
Vita invece in questo modo: Questo luogo non è più un luogo, questo paesaggio non è più un paesaggio. Non c’è più un filo d’erba, non una spiga, un arbusto, una siepe di fichi d’India. Il capitano cerca con lo sguardo i limoni e gli aranci di cui gli parlava Vita – ma non vede neanche un albero. Tutto è bruciato. Incespica di continuo nelle buche delle granate, lo avviluppano cespugli di filo spinato.
Voi quale preferite tra i due? Agli olandesi la Mazzucco piace assai e ieri sera la sala era affollatissima. Fatto molto inusuale.
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Il vuoto, la cioccolata e i fidanzati Ne ho mangiato un altro rettangolo per esserne certa. Stessa sensazione del primo. La passione per la Cote d’or bianca con le mandorle è svanita in una pigra mattina di metà maggio, con le signore dutch un po’ nervose (colpa mia: non trovavo il pin per pagare la spesa del super). Al termine del terzo rettangolo ho provato anche un certo schifo. E m’ha assalito un lieve senso di vuoto. Quello stesso vuoto che ti riempie quando ti stufi di un fidanzato. E che ti fa pensare: meglio essere lasciati che lasciare. Quando vieni mollato sei triste, disperato e deluso, però sei in movimento. Quando abbandoni qualcuno, invece, anche se magari hai incontrato un altro amore, c’è quel sottile disagio che non è nulla di netto, di dirompente, che è quasi niente. E poi i mollati hanno la comprensione degli amici e la ragione, hanno la possibilità di lottare per recuperare quello che hanno perduto. Meglio sarebbe stato che un medico m’avesse detto: ti proibisco di mangiare cioccolata bianca alle mandorle Cote d’or! (la passione era solo per questa marca). Avrei rinunciato con un profondo sospiro, avrei cercato di tornare nei parametri perché mi fosse permesso di mangiarla ancora, l’avrei comprata di tanto in tanto e l’avrei consumata in segreto al buio con un profondo senso di colpa e un’immensa felicità. E invece non mi resta che attendere…
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Non ho l’età Andreotti era disposto ad assumere la carica di presidente. Se fosse stato eletto avremmo avuto un capo di stato di 87 anni. Ciampi ne ha 86. Napolitano, invece, 81. Il papa ne conta solo 79. Nello svolgimento delle loro mansioni devono stare in piedi, seduti nella stessa posizione, parlare, leggere, studiare, prendere l’aereo, l’auto, stringere le mani. La politica, a quanto pare, prolunga la giovinezza e mantiene alto il vigore. Eppure se si passa nel settore dell’economia l’età acquisisce un altro peso. Mi ricordo di una storia raccontatami da un amico qualche anno fa.
C’è un pulmino che raccoglie i dipendenti per portarli in fabbrica. In fila, senza spingere, salgono. Salgono, mostrando il cartellino d’identificazione all’autista, che controlla i nomi da una lista. Poi vanno a sedersi: qualcuno sfoglia il giornale, qualcuno chiude gli occhi, qualcuno tira fuori un thermos con il caffè. Uno, invece, viene bloccato. Tu no. Dice l’autista. Tu non ci sei più nel foglio, sei stato cancellato ieri. Come cancellato? chiede lui. Non hai ricevuto la lettera di licenziamento? No. Risponde lui. Così non sale sul pulmino, rimane alla fermata. Guarda il pulmino che s’allontana, poi tira fuori un’altra tessera, quella della metro, e torna a casa. Per un disguido burocratico, l’impiegato dell’ufficio del personale non gli aveva ancora consegnato la lettera. Qualche giorno dopo un amico del tipo mi chiede se è vero che la comunicazione del licenziamento sia avvenuta proprio in quel modo. Sì. Dico. E come sta? gli chiedo. Malissimo. Chi lo assume a 48 anni? Poi il tipo si rivolge ad un avvocato e viene ripreso in servizio. E’ fuori discussione che il suo stato d’animo negli anni successivi non deve essere stato tranquillo. Che abbia cercato disperatamente di andarsene altrove, e che non c’è riuscito. Neanche ad arrivare ai colloqui. In politica certe cariche possono essere ricoperte solo quando ci si avvicina agli 80, nel mondo del lavoro quando arrivi a 45, invece, cominci a camminare su un filo. Sperando che una raffica imprevista non ti travolga.
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Alice va in città Luci sull’acqua che non tremano, ma che sembrano solide, talmente solide che puoi passeggiarci sopra, cielo bizzarro ancora con qualche pezzo di chiaro, chiacchiere ovunque con gambe che dondolano lungo i bordi dei canali, e poi un luogo lo vedi bene se sei solo, e guardi e rifletti, senza contaminazioni di silenzi e parole altrui. Sei libera di andartene nella notte senza che nessuno t’approcci, e anche alla stazione centrale, che è sempre un luogo losco in tutte le città del mondo, cammini senza essere costretto a fingere che hai fretta. Mentre recuperavo la macchina in una strada semibuia di un paese adiacente al mio, un coniglio m’è venuto incontro, era piccolo e marrone, ha arricciato perplesso il naso, ci siamo scambiati mentalmente un etuchecifaiqui? prima di proseguire per direzioni opposte. Ci siamo girati a controllarci un paio di volte. Io l’avrei strizzato molto volentieri, lui non so cosa abbia pensato di me.
La foto della stazione che ho trovato è stata scattata nel 2004. Due anni dopo i lavori sono ancora in corso.
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Il noir è un modo per distruggere il male, mettendo in mostra tutto quel che di negativo c’è nella nostra società (Derek Raymond) Ammaniti e De Cataldo sono due scrittori che mi piacciono molto. Mi piacciono per le loro storie comprensibili, per il linguaggio semplice, per quei personaggi così vicini della porta accanto, oppure in cui t’imbatti se sali su un autobus, di notte, alla stazione centrale e mentre aspetti che arrivi la tua fermata, noti che esiste anche un altro mondo. Qualche giorno fa mi capita di leggere un pezzo sulla rete dove si parla di Derek Raymond. Nasce nel 1931 a Londra da una famiglia ricchissima. A 17 anni fugge da Eton. Detesta lo snobismo del college e i soldi dei suoi. Comincia a girare il mondo, a bere, a frequentare gente ai margini. Fa i lavori più diversi. E scrive. Insomma nulla di nuovo in fondo, di triste certamente: conduce la vita del classico scrittore maledetto. Poi capito su questa foto. Mi colpisce il suo sguardo. Mi sembra lo sguardo di un uomo mite, in contraddizione con la sua vita. Così cerco tra i libri in casa e trovo Il mio nome era Dora Suarez. Non lo leggere mi dice Emme. Naturalmente lo leggo. C’è un pazzo che uccide Dora. Vorrebbe fargli la stessa cosa che è stata fatta alla donna trovata alla pompa di benzina di Tor Bella Monaca. Ma viene disturbato e deve fuggire. Nelle prime pagine entriamo nella testa del maniaco. Rimani gelato ma provi anche una gran pena. Non è finzione, pensi. Poi entri nella testa dell’investigatore. L’investigatore non fuma la pipa, non indossa un impermeabile slacciato, è uno con un comportamento strafottente, aggressivo con i colleghi e i superiori. Non si sta dalla sua parte. Per lo meno non subito. Nella stanza dove è avvenuto il delitto c’è una rivista aperta su una pubblicità di un viaggio in un posto esotico. L’investigatore si avvicina, legge l’articolo. Pensa che quelle sono le ultime righe lette da Dora. Il suo ultimo sogno. Si commuove e si china a baciarle i capelli profumati di shampoo e irrigiditi dal sangue rappreso. L’investigatore non è un’icona, ma un uomo con un passato torbido e tragico, con un pezzo di umanità che affiora grazie a un evento casuale. Viene trovato un diario e scopriamo Dora. Ed entriamo anche nella sua testa. La mente del maniaco, quella dell’investigatore e quella della vittima: Derek non dimentica proprio nessuno.
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A cosa stai pensando? A niente, rispondo. Molti anni fa, una sera d’estate, ero dall’oculista. Mi ricordo che smisi di andare da lui proprio perché riceveva a quell’ora. Comunque ero lì un po’ in ansia per le gocce che mi avrebbe messo, sfogliavo una rivista, ma non leggevo, guardavo le foto: c’era un’attrice che baciava il fidanzato su una spiaggia bianca e solitaria, indossava solo uno slip color ruggine, e nell’abbraccio scompariva il seno, e dicevo a chi era con me: mi preoccupa la luce bianca, se non fosse per quella luce non avrei paura, e questa persona mi sussurrava: guarda è Benigni quello che è entrato adesso. Alzavo lo sguardo, quello che era entrato si sedeva, portava occhiali con una montatura pesante, era molti anni fa e non era famosissimo, era famosetto come direbbe Lo, quanto è secco, pensavo, e che caviglie secche. Non magro, non sottili. Secco e Secche. La seccaggine mi dava l’idea del prosciugamento, dell’assenza della carne senza premeditazione. Magro mi suggeriva invece qualcuno che ci stava attento, che si tratteneva. Lui, su quel divano di pelle scura, non mi ricordo se nera o marrone, apparteneva al gruppo dei prosciugati. E poi serio. Così serio da sembrare autorevole, senza che aprisse bocca, di quella serietà che incute un lieve timore ma anche rispetto, che ti fa pensare: non vorrei avercelo contro. Se non avessi saputo che quell’omino secco, con la montatura pesante appariva davanti a un pubblico e faceva il buffone, anzi il comico, nemmeno l’avrei guardato più. Invece lo guardavo proprio per questo motivo, per capire come uno con quella faccia, con quegli occhi, con quell’espressione potesse trasformarsi davanti alla gente. Lo guardavo facendo finta di non guardare, fingendo di leggere, lui era di fronte a me, certo se fosse stato adesso la mia operazione d’estorsione dati sarebbe stata evidente, ma era, come ho detto, molti anni fa, e lui era tranquillo di non esser riconosciuto. Poi dopo circa trenta minuti o anche meno, arrivava il mio turno, le gocce e quella orribile luce bianca, guarda qui, guarda lì, l’oculista aveva unghie cortissime, e mi chiedevo perché uno si taglia le unghie così corte, forse perché aveva il vizio di mangiarle, mi ricordo anche che mi faceva pagare una parcella assai cara e dopo la visita camminando sul viale alberato, dicevo a chi m’aveva accompagnato: è costoso, fa aspettare troppo e riceve ad orari che ti guastano la serata, poi prendevamo il tram. Non ricordo chi era con me. Non ricordo nemmeno se fosse un amico o un’amica, il fidanzato lo escludo, altrimenti non sarei tornata con il tram, mi concentro sull’unico ricordo nitido che mi resta di questa persona: la sua voce, quando mi diceva per distrarmi: guarda è Benigni… Ma la sua voce non ha un suono: è solo una frase scritta. E’ inghiottito dalla figura di un secco troppo serio, dalle otto della sera, da un viale che se lo percorri fino in fondo ti conduce all’università.
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