Tre ragioni per cui sono contenta di avere un blog
Ho conosciuto persone che difficilmente avrei avuto la possibilità di incontrare.
Anche se la manciata di lettori che mi legge giornalmente tende ad affezionarsi e quindi a diventare parziale come gli amici e i parenti a cui leggo le mie storie, faccio sempre uno sforzo per cercare di rendere presentabili quelle righe che decido di rendere pubbliche.
Ho un archivio. E se un giorno un ispettore di polizia bussasse alla mia porta e mi domandasse: che cosa faceva lei alle ore diciannove del due novembre duemilaequattro? Potrei rispondere: aspetti un attimo che controllo.
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La città si conserva invece
Poi ci deve essere qualcosa di nuovo nell’aria se persone che credevo immobili per sempre cambiano lavoro, casa, partner, abbigliamento.
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L’utente xxx ti ha aggiunto come amico.
Su Splinder c’è una funzione che ti permette d’indicare i tuoi amici.
Io non la uso. Per pigrizia e perché non ne capisco il senso.
Quali amici s’intendono: quelli che frequenti o quelli che leggi?
Se sono quelli che frequenti io ne potrei indicare uno, anzi una perché gli amici devono avere il blog su splinder.
Se s’intende, invece, come credo, quelli che leggi è una funzione inutile perché te li annoti con un link o ancora più comodo li inserisci nella mozBlogBar.
Comunque. Io ho dodici persone che mi hanno scelto per amica di cui tre sono sconosciuti. Uno dei tre dopo avermi scelto ha reso il suo blog privato. Quindi non so proprio nulla di lui.
Gli altri due invece sono pieni di amici. Uno ne ha 400 e l’altro 593 e quindi è come se non ne avessero nessuno.
E se volessi potrei cancellare l’offerta di amicizia dei dodici. Insomma questa funzione mi pare un po’ perversa.
Poi ieri è successa una cosa che m’ha fatto sorridere. Un tipo, uno sconosciuto, m’ha aggiunto come amica e mi ha mandato una mail dove mi notificava la sua decisione. Io non ho ricambiato (per pigrizia, per non comprensione del senso e perché non lo leggo). E lui dopo dodici ore di silenzio mi ha cancellato.
Ora questa cancellazione mi ha risvegliato qualcosa che mi girava dentro quando indossavo un grembiulino azzurro a quadretti e gli porrei, volentieri, un certo numero di domande sceme.
Meglio che mi contenga.
E vado a cercare dov’è finito questo libro che leggerò nel lungo viaggio che mi aspetta domani: autobus, treno, primo aereo, secondo aereo, se sono fortunata: macchina, altrimenti altro treno e metro.
Beata la gatta che è partita in anteprima e ha viaggiato con un solo aereo e il taxi.
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Una previsione su una nuova amica di Fran io la traggo dalle scarpe.
Che ho la possibilità di osservare bene dato che nella mia casa, come in tutte le case olandesi, si lasciano vicino alla porta d’ingresso.
Se sono luride e consumate, se sono, insomma, quasi nocive per la salute, ci sono alte possibilità che l’amica mi sarà simpatica da otto a dieci.
Se sono finto trasandate, finto sporche o peggio ancora con il tacco, è quasi certo che la proprietaria che le calza mi sarà simpatica sei o sette (ottiene sempre la sufficienza comunque, forse perché sono cresciuta nell’era del sei politico).
Una previsione che si basa su parametri opposti a quelli che aveva mia madre, insomma, ma c’è sempre un pre di mezzo.
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La grande mano
Da qualche giorno in qua la mano di una bambina gigante entra dalla finestra della mia stanza, mi afferra e mi deposita altrove. Ho provato a rifugiarmi dove non mi potesse raggiungere e sono scesa giù in cantina, (benché sia il luogo dell’orrore, ché lì abitano una lavatrice, un’asciugatrice e lo strumento di tortura per eccellenza: il ferro da stiro) ma non è servito a nulla: con uno stratagemma - ha ordinato al telefono di squillare - mi ha fatto uscire. Aspetto quindi la pioggia e il freddo, così potrò tenere le finestre chiuse, ché avrei da terminare una cosa, anche se temo che la bambina sia dotata di una fantasia proporzionata alla sue dimensioni, e metterà a punto altre strategie per obbligarmi a venir fuori.
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Come la Sibilla ma meno oscura
Dici Il potere delle parole.
Che ti trasportano altrove, ti imbrogliano tristemente e non ti lasciano fuggir via. Meglio uno schiaffo che una brutta parola, no, meglio il contrario. I luoghi comuni che creano. Il razzismo e le verità racchiuse nelle frasi confezionate.
Vorrei essere speculativa qualche volta, ma poi mi distraggo subito.
Io le parole le metto insieme per raccontare dei fatti, le uso per uno scopo pratico insomma. Ed ecco che il fatto narrato - e non è la prima volta che mi succede (m’è capitato anche quando ho solo immaginato) – s’avvera: alle ore otto di questa mattina sposto il secchio del verde nel centro di raccolta, Lo è di sopra che dorme con un po’ di febbre, Fran esce dal garage con la bici per andare a scuola, l’accompagno per qualche metro fino all’uscita di CameliaHof, incontra un’ amica, lo saluto, torno indietro e m’incrocio con Fiona del post-racconto qui sotto.
Naturalmente non si chiama Fiona, ha un nome molto più bello, più reale, ma c’è stato un periodo che guidava il bus in Texas. E di come ha conosciuto suo marito non so nulla, di quello che facevano all’inizio della loro storia nemmeno, non so neanche come ha passato la prima serata da sola in mezzo agli scatoloni, mentre suo marito atterrava in Scozia con i figli a cui il giorno dopo cominciava la scuola.
Stamattina i traslocatori sono arrivati alle sette e trenta ma lei non apriva la porta, anche se dalla finestra del soggiorno, dove la tenda era parzialmente tirata, doveva vedere per forza il camioncino blu fermo al cancello.
Così saluto Fiona, lei mi saluta, sono giorni faticosi le dico, lei ha un viso stanchissimo, sì, dice, poi stamattina…
Poi stamattina non ho sentito la sveglia, avevo spento il cellulare ieri sera perché…si zittisce, mi guarda, sta parlando con una vicina, con una madre di un compagno di scuola di uno dei suoi figli, con una semi-sconosciuta quindi. Il suo perché si confonde in un insieme di parole velocissime pronunciate con l’incomprensibile accento texano.
Insomma un paio di frasi della mia storiella corrispondono alla realtà. L’hanno anticipata.
Forse potrei provare a scrivere una storia che renda più felice il mondo. Ma non riesco a immaginare nulla. Che mica puoi scrivere una frase così: voglio che le guerre finiscono subito!
Così non vale.
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Amore che vieni amore che vai
Agosto è il mese dei trasferimenti, molto più di giugno. Me ne accorgo adesso che vivo a W. dove i non olandesi sono circa il 90% dei residenti.
Sulla strada principale e nella mia Cameliahof sono apparsi cartelli di vendesi e affittasi, e i camion. Camion di piccole dimensioni. Questo significa che le famiglie che partono non possiedono mobili perché si spostano ogni due, tre anni.
Scozia, Egitto, Kuwait, America, India e Pechino. Pechino è la nuova destinazione di quest’anno. Ma nessuno ci vuole andare, però quando ti tocca, fai un sospiro, cominci a cercare notizie sulla vita in Cina e prepari la valigia.
Poi c’è il mio amico Chris che è da un mese che se ne sta in Cambogia a provare come si sta.
Colpa dell’amore: è sempre da lì che comincia tutto.
Io faccio l’egoista e tifo per il suo ritorno.
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L’isola – 2-
Io credo che molti mali dell’Italia potrebbero essere ridimensionati o spazzati via. E non penso che il cambiamento dovrebbe partire dalla classe politica, dalla tv o dalla stampa.
Loro, i centri di potere e/o d’informazione, non sono che altro che un’esasperazione di quello che siamo noi.
E dunque la ricetta è semplice e neanche complicata (apparentemente) da realizzare.
Bisognerebbe imparare a fare le file.
Io credo che parta tutto da qui. E non c’è neanche bisogno di dilungarsi a spiegare perché. Chi non rispetta il suo turno, chi finge di non notare l’esistenza di una coda o s’arrabbia se qualcuno gliela indica è uno che giustifica il privilegio se questo va a lui e quindi un corrotto .
Sull’isola davanti all’unica fontanella d’acqua potabile un bambina con una treccia bionda ben tirata, alta poco più di un metro, si precipita a bere.
La mamma: Martina! Sei passata davanti a tutti! Mettiti dietro agli altri.
La bambina s’arresta indecisa, ma interviene il papà: Amore ma la bambina è piccola e ha tanta sete!
La mamma per un attimo tace, con gli occhi sembra dar ragione alla frase di lui, fissa la figlia che inghiotte rumorosamente, e all’improvviso dice: mica moriva di sete se aspettava cinque minuti! Certe cose bisogna impararle da piccoli, altrimenti…
Lui alza le spalle e risponde: e quanto la fai lunga per un sorso d’acqua!
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Prima avevo una biblioteca ora ho una libreria. Sono allergica ai cartomanti, agli oroscopi, agli indovini, agli psicologi, alla psicanalisi, allo yoga e alla religione. Insomma non credo a nulla, anche se mi commuove chi dice: ti do la mia parola. Nel paese delle regole in cui vivo l’impegno della parola data è sacro. Tant’è che se decidi di comprare una casa o una macchina, l’accordo si suggella con una stretta di mano e poi dopo, senza fretta e senza ansia, si conferma con la scrittura. Comunque non voglio divagare e quindi arrivo alla domanda: perché ieri sera mi sono messa a riordinare i libri per casa editrice, malgrado una voce di sottofondo mi dicesse che era una sciocchezza? Non per una ragione estetica e allora perché? 1)Stress per il cambiamento imminente di nazione? 2)Aspirazione segreta di lavorare in una libreria? 3)Ho in mente (e non lo so) di scrivere qualcosa sulle case editrici? 4)Oppure volevo crearmi (in anticipo) qualcosa da fare per quando tornerò qui? 5)O prepararmi per un quiz televisivo?
E’ la 2. Me l’ha detto il dado. Se usciva 6 invece sarebbe stato: smettila di fare (e scrivere) sciocchezze, fai la seria e va a ordinare l’armadio piuttosto. Ma tanto il 6 non esce mai.
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Mai devi domandarmi. Da un paio di mesi mi girava per la testa questa frase con virgola compresa: “Mi sa che prenderò un cane,” Avevo pensato di aprire un blog dove questa frase sarebbe apparsa nel post di apertura, il blog sarebbe stato senza commenti in modo che nessuno potesse domandarmi: l’hai preso sto cane o no?, però non ci sarebbe dovuti essere imbrogli e nel "chi sono" avrei spiegato che tutto quello che sarebbe stato scritto poteva essere finzione ma anche no. Quello che si raccontava sarebbe stato di genere maschile intorno ai 35, impiegato probabilmente in un ministero. Colori del template: bianco e nero. Colore del cane, perché alla fine il tipo sarebbe andato al canile comunale, bianco o nero. Un tipo più disilluso che spento. Non bello, ma neanche orrendo. Ogni tanto aggiungevo un particolare e dimenticavo quelli già definiti. Ci lavoravo sopra nei momenti d’attesa in macchina o quando mi trovavo presente in certe conversazioni su argomenti di cui non capivo un accidente o mentre leggevo una lettera sulla critica di Emanuele Trevi (dove ci sono dei pezzi accattivanti, ma di cui non riuscivo a seguire il filo). Poi capito su un sito in cui si propone di scrivere un racconto sul cibo e tac! “Mi sa che prenderò un cane,” si trasforma in un racconto, ci metto un po’ a terminarlo, ma è come se fosse già scritto con un inchiostro invisibile: devo solo farlo riapparire passandoci sopra una penna blu. Il protagonista resta maschile, l’età scende, la professione cambia, immediatamente appaiono altri due personaggi fondamentali, altri appena accennati sullo sfondo,e naturalmente appare il cane. Scopro che è una femmina, a pelo corto bianco, e che si chiama Lara. Ma non trovo il titolo. E poi mi ricordo di quando progettavo di aprire il blog: avevo riflettuto sul secondo terzo quarto ventiquattresimo post e non avevo pensato al titolo. E a quel punto lo trovo il titolo al blog mai nato. Mai devi domandarmi sarebbe stato perfetto. Ne avrebbe espresso il proposito. Al racconto, invece, manca ancora il nome.
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