Oggi è uno di quei giorni che     08-11-2007  

Punto tutto sulla prossima reincarnazione.

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Parole in Camelia     02-10-2007  

Siccome le parole volano, come le api, oltre a compiere un numero infinito di altre azioni, capita che un piccolo fatto che mi riguarda, raccontato a una vicina, diventi qualcosa di gigantesco, in positivo, per fortuna. Altro non posso aggiungere perché periodicamente la mia vicina, che è simpaticissima, davvero, prova a leggere questo blog con il traduttore, e inoltre fa un po’ vanitosi scrivere di fatti positivi che ci coinvolgono.
Le parole possono grondare retorica e bontà. Di bontà e di buone azioni non bisognerebbe parlarne, di quella riferite a se stessi intendo, e tanto meno scriverne. Alla bontà esibita preferisco la cattiveria sbandierata che a volte si basa, per colpire, su intuizioni originali, seppure nel lungo periodo risulti fastidiosa come la prima.
Le parole svelano, anche.
E così scopro perché quel tipo che si è trasferito a CameliaHof a luglio non ha un’aria assente quando ci sente parlare. E’ italiano, ecco perché. Ma alle nove di sera, se c’incrociamo a portare i container nel luogo stabilito e non c’è nessuno, ma proprio nessuno, perché mi saluti come se fossi americano?

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Della noia     25-09-2007  

All’improvviso mi ritrovo datore di lavoro.
E qual è uno dei compiti di un datore di lavoro? La selezione di chi lavorerà per lui.
Poco più di un’ora per scegliere qualcuno che pagherò per i prossimi due anni. Già perché una delle sei materie che Fran porterà all’esame di IB è letteratura italiana, materia che non viene insegnata nella sua scuola. C’è letteratura francese, spagnola e olandese, che devono essere sostenute in lingua ovviamente, sono assenti il tedesco, e l’italiano purtroppo.
Così ho esaminato i candidati. Be’, prima ho dovuto cercarli.
Ne ho trovati tre. Con due sono arrivata al colloquio che è durato poco più di un’ora. Non ho tenuto conto dell’età, né del sesso, ed erano entrambi preparati per quanto si possa giudicare il livello di preparazione di una persona in sessanta minuti, per quanto possa giudicare io, e avevano esperienze diverse, più o meno lunghe. Non ho scelto nemmeno in base alla tariffa, differente, che chiedevano. Su cosa mi sono basata allora?
Sulla noia. Ora che ci penso la mia vita è influenzata in modo incredibile da questa. Letture persone luoghi li rapporto sempre a questa parola, o stato, o condizione.
Non necessariamente la noia è negativa, e non è detto che spinga verso altra noia. l’Olanda a un primo impatto visivo e quotidiano può sembrare noiosa, l’italia è l’opposto invece, ma nel lungo periodo tutto si rovescia e l’olanda diventa senz’altro più stimolante. Comunque. Mi sono rapportata alla mia percezione di come erano quando parlavano, di cosa trasmettevano, di come ti tenevano, e agli sbadigli di Fran che in un caso non smetteva più e li stava passando anche a me.
La noia, la cultura, le persone annoiate, le persone noiose. Ci si potrebbero riempire pagine e pagine. Ma non ci penso affatto a scriverle. Mi annoierei, oppure non ne sarei capace e per questo mi annoierei.
I luoghi comuni, per esempio, raccontati da una persona vivace, con un buon ritmo nella voce, un certo modo di ammiccare, di sfiorare e non sfiorare, di accennare o ricordare. Passano.
L’innamoramento, il desiderio, l’istinto, l’erotismo, l’omicidio, l’inchiesta, la strategia e la soluzione spiegati con un punto di vista innovativo da qualcuno quasi immobile mentre parla, e senza incertezze, o ripensamenti o aggiustamenti, con un ragionamento convincente e un vocabolario esteso. Hanno un impatto più blando perchè terribilmente noioso.
Pare che abbia fatto la scelta giusta. Perché Fran ieri sera mi ha detto: sai, quelle due ore mi sono volate.
Comunque grado di noiosità e numero di anni non sono legati tra loro, per quanto il messaggio che passa un po’ ovunque sia questo. Perchè la persona che ho scelto ha quasi vent’anni più dell’altra.

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Da quando ho letto questo cosa qui mi è venuta una specie di blocco blogheresco nel senso che comincio a scrivere un post (io sono del cancro seconda o terza decade), tipo le prime cinque righe, poi mi fermo e mi appare una domanda in Batang 48 strutturata più o meno così: ma a noi che ce ne frega, scusa?
Allora cancello tutto e inizio un’altra roba. Non arrivo neanche a metà e di nuovo questa domanda impertinente. Così penso: basta! non scrivo più nulla, ma siccome non posso stare senza scrivere, immagino un tipo che c’ha un problema, il problema è che un giorno, non si sa bene perché, ogni volta che sta per iniziare un discorso in ufficio, a casa o in discoteca, gli compare questa domanda in stampatello, le lettere si formano nella sua testa, gli escono dalle orecchie e si posizionano davanti ai suoi occhi, sono lettere giganti, in stampatello, scritte in Batang 48, solo che lui non lo sa che sono in Batang perché word non lo usa mai, e allora il tipo si blocca e non dice nulla e parla sempre di meno, e gli amici e i parenti e la fidanzata sono preoccupati, e i conoscenti incuriositi o perplessi. Così penso: bene allora scrivo questo racconto e magari mi dimentico del blocco, poi mi ricordo che ne ho un altro in sospeso, già c’ho il titolo pronto: Lo Schiaffo, e la prima scena ben chiara nella testa: una camera da letto, una coppia di anziani sui settanta, due tipi tranquilli con una vita piacevole alle spalle, e una notte, per un motivo che ancora non so, lui dà uno schiaffo a lei, in effetti ora che ci penso non lo sa neanche lui perché gli dà quello schiaffo, che sarebbe il primo perché lui è sempre stato un tipo non violento e mai nervoso. Dopo questo schiaffo, il tipo, invece di esserne dispiaciuto, confuso per un’azione così insolita per lui, è molto sorpreso come se lo schiaffo lo avesse preso lui. Perché quando ha colpito sua moglie sul viso ha sentito quella guancia rinsecchita, prosciugata, che non si era mai accorto di quanto fosse erosa dall’età. Però non voglio scrivere una roba malinconica, mi piacerebbe che partisse malinconica e poi andasse verso un’altra direzione, ma in quale direzione ancora non lo so e così aspetto. Siccome non posso stare senza scrivere, mi dico che scriverò un post, un post di quelli che non ci si capisce nulla, che ci capisco solo io e che non so per quale motivo mi diverto un sacco a scriverli, e così la frego io quella domanda, ma poi scopro che non c’è la predisposizione, perché mica vengono a comando i post incomprensibili, e allora dico: va be’, rimando a domani, intanto continuo a sistemare i libri, poi mi fermo su quelli che ho letto un sacco di tempo fa e li sfoglio e ne rileggo alcune pagine fino a che li ricordo, e ci trovo la roba dentro, pare che tutti i punti fondamentali della mia vita io li conservi nei libri, dopo che ne ho aperti circa seicento ho trovato roba con cui riempire un cassetto, quello che ho trovato non posso dirlo però, perché c’è sempre quella terribile domanda nell’aria.

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Ultimo giorno di scuola     14-06-2007  

L’estate è cominciata un mese fa quando esseri bizzarri con caschi da ciclista o berretti da baseball, giubbotti impermeabili, costume e scarpe da ginnastica percorrevano CameliaHof imbracciando fucili ad acqua. Se ci fossero trenta o dodici gradi non aveva importanza: la stagione dei combattimenti parte comunque a trenta giorni dalla chiusura della scuola.
L’Ammazzasette è stato bravo: non ha mai perduto la pazienza e si è concentrato sulla potatura della siepe che è sempre più minimalista.
Oggi è l’ultimo giorno di scuola e nell’arco di una settimana Camelia e W. si svuoteranno. Aperitivo di saluto, barbecue di saluto, picnic di saluto, quando parti, quando torni, di nuovo tutti qui per ferragosto per la ripresa delle lezioni, che poi pensavo che la differenza tra quelli che stanno fuori da parecchio e quelli da poco è nella frase che si usa per la partenza, di qualunque Paese essi siano.
I veterani dicono: parto per New York, per Shanghai, per Torino il 18, il 19 o il 22. I principianti invece: torno a casa. E si possono immaginare mille stati d’animo dentro queste parole.
Io ormai sono nella categoria dei veterani, e meno male.

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Certe volte mi sorprendo da sola     11-06-2007  

La discarica di W. è circondata da prati e alberi altissimi e occupa uno spazio che in Italia ci tirerebbero su delle villette a schiera, o una villa con la piscina il campo da tennis e la pista d’atterraggio per l’elicottero, invece qui ci hanno piazzato delle scatole di metallo enormi di colore blu. Sali una scala e scaraventi la roba dall’alto, gli elettrodomestici invece vanno in una casetta perché nemmeno gli olandesi ce la fanno a lanciare un’asciugatrice, in effetti gli olandesi stanno molto attenti con gli sforzi fisici. Comunque vado alla discarica, con le cose rotte e anche con la mia bicicletta, ce l’ho dal primo anno dell’università, la usavo in primavera e in autunno, era una bici nata male, ché le marce non hanno mai funzionato, ma non è mai stata un problema quello ché tanto non le avrei usate, e inoltre usciva sempre la catena e nessuno era riuscito mai ad aggiustarla. Dopo un quarto d’ora che pedalavo, precisa come se avesse incorporato un timer, la catena si sganciava e bisognava riannodarla, ma ormai ero specializzata, Emme aveva tolto il copricatena e in un secondo la rimettevo dove doveva stare, poi mi sporcavo le dita di grasso, e anche la faccia, in ultimo s’era arrugginita, e quando pedalavo era come se salissi su una collina, e mi urtavo tantissimo, che ero sempre l’ultima con chiunque andassi e così non l’ho presa più in compagnia, solo da sola, e però quel giorno che sono andata a Porta Portese con il tram, una mattina verso le undici e poi sono tornata con la bici, ero contenta e sudata, appena sono arrivata a casa ho telefonato a una mia amica e le ho detto: ho anch’io la bici adesso.
Insomma saliamo la scaletta, io ed Emme, percorriamo il ponticello di metallo e la lasciamo cadere, accidenti era la mia bicicletta, dico, in effetti sono molto sorpreso che hai deciso di eliminarla, mi risponde lui.Avrei dovuto pensare tutte queste cose che ho scritto qui, e in effetti le ho pensate ma in un lampo, ché sono rimasta affascinata da una collina enorme, forse perché qui non ci sono le colline, o forse perché era una collina fumante di foglie legna e terra, noi ci abbiamo buttato un pezzo di tronco, che rilasciava un odore curioso che non si poteva dire una puzza ma nemmeno un profumo, un odore caldo che ti poteva piacere o disgustare, e con queste righe di fumo che s’alzavano sulla cima e sui lati pareva proprio surreale. Ma la bruciano? No, fermenta come l’uva e dopo viene usata per concimare, mi ha detto qualcosa del genere Emme, anzi mi ha fornito una spiegazione più dettagliata, ma io mi sono distratta a guardare le taccole e i corvi che beccavano chissà cosa, è incredibile quanto sono diversi quando li vedi vicini e quanto è nero il corvo, poi il cielo era plumbeo, sulla collina ho visto nascere un altro punto di fumo, gli alberi d’alto fusto frusciavano, io avevo appena buttato via la bicicletta che ho usato quasi per una vita, la mia terza bicicletta per l’esattezza, e mi sentivo stranamente felice.

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Stamattina mi sono svegliata contenta perché in mezza Europa era festa e io stavo dalla parte giusta, di quelli che festeggiano intendo, e anche perché avevo avuto un’idea, che poteva essere anche un’ ideona che sarebbe un’idea che si risolve nel nulla. Però al momento dell’illuminazione non penso mai che potrebbe trattarsi di un ’ideona, ma dico invece: accidenti che bella idea. Così mi sono diretta in punta di piedi nel bagno, e mentre andavo mi sono detta: ecco un altro motivo per cui non posso fare a meno di scrivere storie: perché così posso svolgere le idee che mi vengono in mente, ho aperto il rubinetto della doccia, mentre l’acqua si riscaldava mi sono guardata allo specchio e ho domandato: e tu che ci fai qua? a una bolla che non mi piaceva per niente e che stanotte non c’era, ho pensato che dovevo fare qualcosa, poi ho sentito l’acqua che scorreva, sono rimasta molto colpita da un articolo su un paese dell’India dove quelli che ci vivono sono poveri, ma stanno attenti al consumo dell’acqua, e ho pensato all’India, poi al Bangladesh e a delle magliette di H.M. che avevo visto e che erano carine, poco costose e che venivano prodotte lì, mi sono girata di scatto verso la doccia e: tac!
Non era la nascita di un’altra bella pensata, ma di un tendine, di un muscolo, insomma di un filo di congiunzione tra la testa e il corpo che ha prodotto questo suono sinistro.
Poi per un po’ non mi ricordo che ho fatto.
Ho bevuto caffè, credo.
Fino a quando Emme mi è venuto in soccorso con una pillola effervescente che ho mandato giù senza guardare cosa c’era scritto sopra e che aveva un sapore disgustoso. Allora ho pensato che m’avesse dato (per sbaglio?) una pasticca per disinfettare le lenti a contatto e mi sono chiesta che sarebbe accaduto al p.s., eventualmente.
Avrebbero atteso gli effetti o m’avrebbero fatto subito la lavanda gastrica?
Mi sono risposta che avrebbero aspettato, e già sentivo i sintomi dell’avvelenamento, poi sono andata a controllare l’involucro e c’era scritto paracetamolo, Emme mi ha ricordato che ogni volta che mi dà una di queste pasticche dopo vado a rovistare nel secchio per controllare che non si sia sbagliato. Comunque ora posso parlare, posso salire e scendere le scale, ma purtroppo ho un’autonomia di qualche ora.
Perciò credo che passerò il resto della giornata a far nascere le idee.

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L’ultima     23-05-2007  

Mi sono innamorata del fruitmelk aardbei che sarebbe un latte al gusto di fragola a cui se aggiungi il ghiaccio tritato e lo frulli diventa un frappè. Di solito quando mi cattura una fissazione, questa si sviluppa con certe modalità, tipo che compro un litro di fruitmelk e lo devo bere subito, appena esco dal super e tutti mi guardano, ma io non li riguardo e me ne infischio, e però se c’è Lo mi trattengo perché lui detesta che la gente mi fissi e allora me lo bevo in macchina.
Dopo che ne ho bevuto qualche sorso non m’interessa più.
Emme dice che sviluppo fissazioni infantili, ma io dico che ne sappiamo noi delle fissazioni sviluppate dagli altri? Certe cose mica si rivelano in giro. Emme dice che non ci sarebbe nulla di male a raccontarle, per esempio in una di quelle serate in cui si parla di sanità, di tempo e di lavoro. Che potrebbe essere divertente. Però lui dice che non ci crede che queste passioni che durano qualche mese e si svolgono in modalità bizzarre siano comuni. Per esempio, dice lui, a me piacciono i dolci, mi piace mangiarne uno dopo cena, mi è sempre piaciuto e sempre mi piacerà e questo ci scommetto che succede a molti. Mentre il fatto che tu debba consumare il fruitmelk appena comprato e non dopo, ecco, questo mi pare insolito. Sarebbe interessante capire perché. Si potrebbe cominciare dalla faccenda del peperoncino. Quali furono le ragioni che portarono te e tua sorella ad abituarvi a poco a poco a quantità sempre maggiori? Io ci penso ma non la trovo una ragione. C’era una pianta di peperoncini e ogni volta che preparavamo il sugo ne aggiungevamo un pezzetto in più fino a che un giorno smise di bruciarci la bocca, il palato e la lingua e scoprimmo che il peperoncino aveva un sapore. E poi per sentirlo bene dovevamo metterne quattro o cinque e la pasta con quel sugo lì la potevamo mangiare solo noi e ne eravamo molto fiere. Però mica lo abbiamo deciso in anticipo: è capitato. Emme dice che nulla capita per caso, c’è sempre una spiegazione a tutto e parte per una di quelle elaborazioni e io lo seguo fino a un certo punto. Mentre lui parla io penso che prima che sorgesse la fissazione per il fruit melk giravo con un registratore in tasca e registravo Radio Madrid, il mio vicino spagnolo, che chiamava sua moglie un milione di volte, i rumori della cucina, i suoni del giardino quando ero presente e quando ero assente, un discorso fatto in pizzeria da un tipo che si vanta sempre o me stessa che leggevo la prima pagina del primo capitolo de La vergine nel giardino della Byatt. Ma quello che mi verrebbe da domandarmi non è perché registrassi praticamente tutto ogni volta che me ne ricordassi, ma perché avessi scelto di leggere proprio la Byatt che mi annoia in modo incredibile.

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Io quando devo decidere qualcosa impiego solo pochi secondi. Me ne infischio di valutare, pesare, ragionare, stimare. Tanto lo so che nel breve periodo mi pento terribilmente, ma nel lungo periodo dico sempre: non potevo decidere meglio di come ho fatto. E’ quando la mia decisione può modificare in qualche piccola parte la vita di altre persone che mi si agita lo stomaco e vorrei essere altrove.

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Prima o poi l’incipit arriva     01-05-2007  

A me quando mostravano le foto di quel prato verde, di quegli alberi maestosi, di quella mappa dove c’era una croce e il foglio millimetrato con il disegno della casa che sarebbe stata costruita sulla croce, le finestre enormi per catturare la luce, il villaggio a dieci minuti di cammino oltre le colline e mi parlavano della neve per quattro mesi l’anno, quasi avrei voluto essere al loro posto, al posto dei miei vicini per metà scozzesi. Poi però ho detto: è un luogo bellissimo però io sono nata in città e se m’immagino dove andrò a vivere da vecchia è lì. Il vicino mi ha risposto che anche lui era nato in città, a Glasgow, ed era felice quando era adolescente di essere nato lì, che si conoscevano tutti i ragazzi del suo quartiere e stavano sempre insieme a giocare a pallone, ad ascoltare musica, a chiacchierare, ma ora non ne è rimasto nessuno, sono emigrati tutti, e non tornano nemmeno per Natale. A me è venuto in mente un articolo che avevo letto sulle bande minorili di Glasgow , e avrei voluto chiedergli se quando lui era adolescente già esistevano queste bande, poi ho pensato che anche il posto di polizia nel paese dorato di W. si riempie di minorenni il sabato sera e che a Caprera, a giugno, avevo visto una banda di ragazzine di tredici anni in azione, e così non ho parlato, ho fissato la montagna di canne di bambù recise e la moglie del vicino, che è olandese, mi ha chiesto perché le avessimo tolte. Ho spiegato che quando c’è vento il bambù fa un suono meraviglioso, ma poi s’espande ovunque e soffoca tutte le altre piante, anche il prato. Poi mentre mi ricordavo del fruscio delle canne di notte ho pensato che devo proprio scriverla una storia di una banda di minori di anni quattordici, che ho registrato un mucchio di dettagli.

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