Ritorno…     23-02-2007  
Ritorno
Tra qualche ora con il solito aeroplanino tornerò su.
Il bello è che anche quando vengo giù penso di tornare.
Questo dualismo del ritorno è un po’ dissociativo ma anche consolatorio in effetti.
Ho fatto un po’ di spesa, dato che avevo una valigia praticamente vuota. La valigia è piccola e quindi non la spedirò.
Spero che non me la aprano, ma tanto la aprono sempre.
Esporto pasta d’acciughe, formaggi e pomodori pachino, ma soprattutto dentifricio.

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Forse sono tipi che non dimenticano le ex
Poi ci sono gli scrittori che aprono il blog per pubblicizzare il loro libro e quelli che usciranno. I loro post sono segnalazioni di recensioni apparse su riviste, giornali, altri blog,  presentazioni e interventi . Su costoro non ho nulla da dire. Immagino che scelgano lo strumento blog perché è gratuito o più facile da gestire di un sito. O per entrambi i motivi.  
Poi ci sono gli scrittori che entrano in rete come fa chiunque. Scrivono recensioni sui libri di altri, fatti personali, micro storie, parlano di quello che accade, magari se la tirano un po’ anche se mai lo ammetteranno, magari arrivano con l’obiettivo di conquistarsi un’altra fetta di lettori, però nei loro post leggi lo sforzo (oltre che il risultato) di mettere delle parole in fila in modo non banale. Scrivono una pagina e si mettono in gioco. Entrano in una piazza in cui non c’è il vetro protettivo di uno schermo televisivo, il riparo di un tavolo con il microfono, delle tartine e del vino frizzante che ammiccano in un angolo.
Poi ci sono gli scrittori furbi e dissimulatori. Quelli che parlano sempre del loro libro, che hanno scritto l’anno prima o che sta per essere dato alle stampe, mai di quello che stanno scrivendo, e ne parlano in modo occulto, prendendoti in giro, insomma. Scrivono sulla giovinezza traendo spunto da un fatto di cronaca e zac! t’infilano un pensiero, un ricordo di quanto soffrivano durante il processo creativo di Quando I Giovani Sorridevano. Riflettono sulla strage di Facconto, il nonno e la nonna e le galline trucidati nell’identico modo e: pausa di riflessione sul dolore e la sua intensità per poi riallacciarsi abilmente al loro dolore, alle loro crisi, ai loro dubbi di quando ragionavano sulla trama di Ogni lasciata è persa.
Ti vogliono far credere che la scrittura è la loro ossessione.
Ogni scrittore è più o meno ossessionato dalla sua scrittura, dalle sue trame, dai suoi personaggi. Anzi diciamo che prima ci sono le ossessioni, le manie, le osservazioni più o meno paranoiche e poi arriva la scrittura. Quello che non sopporto in costoro è il modo furbastro, che mi richiama in mente quello degli agenti immobiliari, con cui mascherano la promozione con l’ossessione.
Quando scrivi un racconto, un romanzo ci sei dentro, lo so.
Ne parleresti sempre.
E’ come quando ti nasce un figlio. Anzi il primo figlio. Lui fa guh e tu non puoi fare a meno di dirlo anche al panettiere. Lo sai che esageri, però per il tuo entusiasmo non esiste un contenitore. Nasce il secondo, sei contento, ma se ripensi a cosa dicevi quando uscì il primo nasconderesti la testa sotto la sabbia.
Poi c’è il tempo. Il tempo cancella tutto, o quasi. Perché non dovrebbe cancellare le storie che hai inventato, i libri che hai scritto?
Non riesco a trovare un’altra spiegazione su quelli che si comportano così se non di tipo pubblicitario. Forse sono particolare io. Ma dopo che è passato un mese da un racconto, un romanzo, pubblicato o no, non me ne importa più nulla nel senso che non ci penso più. Come mi è successo con gli ex fidanzati.

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Secondo me …     16-01-2007  
Secondo me
La classificazione di chi ama stirare è composta da due gruppi:
1) quelli che sono alla ricerca dello Zen.
2) quelli immersi nella follia.

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Effetto montagna…     15-01-2007  
Effetto montagna
Sarà per le conifere nane  che ho piantato nel giardino anteriore, sarà per i camini che vengono accesi quando la luce scompare, sarà perché verso sera l’aria s’asciuga, ma pare di stare in montagna.
Mancano solo un paio di cose: la montagna e la neve.
E la folla, in effetti. Anche se uno quando fa le immaginazioni dimentica l’elemento che lo infastidisce.
Comunque se si monta in macchina e si percorrono sei o sette chilometri si trovano montagne, neve e folla, ma sola la folla è reale. Le montagne sono dei pendii in ferro e plastica e ignoro quale sia  la composizione della neve.
Ieri, che c’era un bel sole ed era domenica, l’effetto montagna è stato anticipato al pomeriggio. Camminavamo la mia amica P., la sua bambina, due puntini d’occhi nella carrozzina, e io sotto quel sole sbieco, quel silenzio spezzato da un paio di ragazzine sull’altalena, guardando i fili dritti che s’alzavano dai camini. E finalmente avevo una scusa per andare al parco che c’è dietro casa, che se c’è Lo ho il divieto di frequentare, nessuna delle madri lo fa, e se Lo è altrove, c’è un altro divieto implicito: nessuno va da solo nel parco a passeggiare, a meno che non sia in compagnia di un cane.
Così sono ritornata al vecchio pensiero del cane, mi sono anche informata con le hostess quando ripartivo da Roma: come se la passa un cane di media taglia durante un volo? Lei m’ha detto che lo sigillano in una gabbia e che non è poi così terribile dato che il volo è breve. A quel punto è intervenuta la collega, ha precisato che un cane è un impegno, e che lei ne aveva due. Io le ho risposto che sapevo di questa faccenda dell’impegno.
Allora me ne ha consigliato uno di una razza piccola, inglese,  che lo posso portare a bordo come faccio con il gatto, e che è paziente con i bambini, e ha fissato i miei figli e loro l’hanno guardata male.  Più risentiti, credo,  del termine bambini che per l’allusione alla pazienza del cane.
Comunque c’era una debolezza nel consiglio perché a bordo possono starci solo due animali e se ce ne è un terzo se ne  va in gabbia a prescindere dalle dimensioni.
L’ho ringraziata, ho detto che cercavo di ricordarmi il nome, ma due minuti dopo già l’avevo dimenticato, ché non mi piacciono i cani piccoli e quelli di razza sono belli, certo, ma perché andarne a comprare uno quando ce ne sono decine dietro le sbarre?

Il cane è femmina e si chiama Lara, ha cinque mesi, il pelo arruffato bianco sporco. M’ha abbaiato una paio di volte oltre la gabbia, e ho capito che era lei.
Per ora scodinzola e piscia in continuazione. Se le dico che è bellissima, che è adorabile, insomma tutte quelle idiozie che dici al tuo cane quando sei solo con lui, si scioglie in una cascata di liquido trasparente . Ho ricoperto il linoleum con dei fogli di giornale che m’ha dato la vecchia qui sopra.
C’è rimasta male quando l’ha vista.
E’ un bastardo! Ha detto spalancando quel forno che inghiotte tutto.

Ma stavolta sarò più decisa. Non me ne inventerò uno che sta sulla carta. Quando avrò risolto un paio di cose, me ne vado a cercare uno vero, giuro.

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Non ci sono più i babbi ma neanche le nonne di una volta
Anche lui nota e riflette su quelle robe appese ai balconi e alle finestre.
A me invece inquietano molto più quelle anziane che vogliono attraversare una strada e si riparano dietro al mio corpo come fosse un air bag.

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Perché poi c’è quello che vedo io
Su uno dei tanti forum degli italiani all’estero alcuni avevano lasciato dei messaggi che descrivevano l’inquietudine  e la gioia che si provano quando si rientra nel proprio paese per le vacanze.  Costoro (quelli che sono contenti ma anche no di tornare) rappresentano il gruppo intermedio (o schizzato dico io), mentre quello più numeroso è costituito dai tranquilli, quelli che dicono: il mio posto è dove c’è la mia casa. Poi ci sono quelli che stringono i denti e alla prima opportunità tornano o scappano (e sono la minoranza).
Io rientro nel gruppo di mezzo. E avevo deciso di non pensarci , di non scriverne, di fingere che non ci fosse, anche se trattandosi di un’ emozione negativa ma leggera ti tocca ma non ti lascia segni.
Così ho preparato le valigie poche ore prima e ho cercato di dire il meno possibile: parto. Quando ho tolto il freno eravamo già atterrati a Fiumicino e dovevo ormai occuparmi di tutta la parte organizzativa del rientro e non c’era più posto per certe riflessioni che non portano da nessuna parte. Me ne sono ricordata ieri, verso le sei del pomeriggio, quando camminavo nella folla della via Appia. E pensavo che alla fine questa sottile inquietudine che deriva dal sentirsi straniero in patria  la tengo un po’ lontana leggendo i blog italiani.
La blogosfera che, a differenza dei giornali, riporta anche quello che non fa notizia.
E così avevo messo su l’aspettativa d’imbattermi, nella prima passeggiata per Roma, in dei babbi natale luminosi e grassi che dondolavano al mio passaggio e invece non ne ho incontrato nemmeno uno.
A un certo punto la testa mi ha cominciato a girare, il traffico le luci tutte quelle parole le devo ricevere a piccoli dosi se voglio evitare lo stordimento, così ho lasciato la via Appia e ho proseguito la mia passeggiata nelle strade secondarie e ne ho visti tre.
Uno regalava caramelle e gli altri due volantini pubblicitari. Con le facce sudate e i sorrisi indecisi, con i cappelli in mano e le barbe spettinate. Babbi di muscoli, ossa e imbarazzo.
E mi sono sentita subito a mio agio.

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Sotto il mio letto…     15-12-2006  
Sotto il mio letto
Un po’ di tempo fa ho sbirciato dentro una cartella di un’amica di Fran che era sul pavimento vicino alla porta d’ingresso.
Era una cartella di cartone rigido del tipo di quelle che si usano, di solito, per trasportare disegni.
Dentro c’erano delle belle foto in bianco e nero.
Le ho guardate un po’ in fretta perché Fran e l’amica erano al piano di sopra e mi seccava farmi pizzicare a curiosare anche se il nastro rosso della cartella era slacciato e la posizione della stessa rendeva poco agevole il raggiungimento della porta.
La curiosità che mi aveva spinto ad aprirla era per una ragione estetica.
Perché questa ragazza, l’amica di Fran,  per come si veste, per come porta i capelli, per come ha la faccia sembra appena uscita da un film francese (dove immagino che suoni il sax o scatti foto) e ciò mi sembra inconcepibile perché è olandese invece.
E pur vero che se frequenta la scuola americana e vive qui nel paese di W. significa che in Olanda è di passaggio o  quanto meno che in precedenza ha vissuto altrove.
Comunque le foto.
Tra tutte me ne era rimasta impressa una intitolata: Sotto il mio letto.
Sotto il suo letto c’era una confusione di oggetti.
Così ho cominciato a guardare sotto i nostri letti. Non con l’intento di pulire e di raccogliere, ma proprio con quello di guardare.
Sotto il letto dei figli c’è il caos o la vita a seconda della prospettiva.
Sotto il mio nulla. A parte qualche ricciolo di tappeto o di polvere verso la fine della settimana.
Eppure non ero una persona ordinata e inoltre mi sfuggono un sacco di cose dalle mani.
Stamattina, però, ci ho trovato una matita, anche ben temperata.
E’ tua? ho domandato a Emme.
E’ tua, mi ha risposto lui. Ti ho visto che la usavi per sottolineare un libro, una sera.
Che libro?
Ha alzato le spalle.
Io non sottolineo, ho detto.
E invece sì, lo hai fatto.
Ho sfogliato gli ultimi libri che avevo letto e alla fine ho rinvenuto delle pagine con asterischi e linee sghembe.
Erano le pagine di un saggio di Coetzee dal titolo: Che cos’è un classico? Per spiegare cos’è un classico Coetzee riporta la storia di Bach. Che mi aveva colpito assai mentre la leggevo. Come mi aveva colpito questo ricordo dell’autore che racconta il suo incontro con Bach: Una domenica pomeriggio dell’estate del 1955, all’età di quindici anni, mentre gironzolavo per il giardino di casa, alla periferia di Cape Town, chiedendomi cosa fare, essendo la noia il problema principale dell’esistenza, sentii una musica dalla casa accanto.
A quel punto ho sottolineato e subito dopo mi sono messa a pensare alla mia infanzia quando gironzolavo anch’io per risolvere il problema terribile della noia.
Così attraverso una procedura contorta (e un po’ irregolare) sono venuta a scoprire un’azione che ho compiuto e  dimenticato. E ciò mi ha rallegrato assai.

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Sanguineti’s night…     11-12-2006  
Sanguineti’s night
Aggrappata al palo del semaforo aspetto che le raffiche finiscano.
Alla prima le biciclette s’arrestano e i ciclisti ridono mentre io sono seria: mi sembra di essere in  un sogno e di volare, e non sono sicura che mi piaccia.
Alla seconda un ombrello, che pare un pipistrello ferito, rotola sulla strada, s’alza in volo terribilmente sgraziato e va a incastrarsi in una balaustra di un ponte, e io mi  chiedo perché i ponti abbiano la protezione e le sponde invece no.
Alla terza i grandiosi lampadari di cristallo che hanno appeso per Natale oscillano e tintinnano e li guardo affascinata e preoccupata.
Quando sopraggiunge la quarta deduco che è a causa del vento che gli olandesi sono così alti e robusti, ché loro ce la fanno a camminare mica sono costretti a stare agganciati a un semaforo come me.
Infine comincia a piovere e il vento se ne va altrove. Ho dimenticato il cappello e allora srotolo dal collo il pareo azzurro e mi riparo con quello, mi sento un po’ statua della madonna che cammina, ma tanto nessuno mi vede, o meglio nessuno mi guarda.
Supero un gruppo con i trolley lucidi di pioggia e di fabbrica e mi domando: perché gli italiani che vengono ad Amsterdam hanno sempre le valigie nuove? E perché mi pongo sempre domande simili? Perché non mi chiedo mai qual è il senso della vita?
Quando arrivo all’istituto la sala è vuota a parte un tipo in un angolo con un teleobiettivo, ma dopo venti minuti le sedie, un centinaio, sono tutte occupate.
Sento il direttore dell’istituto bisbigliare a qualcuno: pensavo che ci sarebbe stata più gente…
In effetti quando venne Melania Mazzucco o anche Caterina Cilento c’erano persone in piedi.
Però la composizione del pubblico di Edoardo Sanguineti è diversa. E’ un pubblico italiano, sui trenta, che prenderà appunti.
Mentre quello della Mazzucco e della Cilento era olandese, sui sessanta e non si segnava frasi, però domandava.
Perché questo pubblico che scrive non domanda? Mi chiedo mentalmente quando la conferenza è finita.
Io lo so, dice una tipa con un’espressione irritata alla sua amica, io lo so che tra un’ora avrò decine di domande che mi gireranno per la testa, ma adesso, purtroppo, ho solo il vuoto.
Anch’io ho trascritto qualcosa: ogni persona anche quando si sforza di essere sincera sostiene una certa immagine di sé. E l’altro ne osserva i gesti e le espressioni, ne ascolta le parole, ma se non ha un interesse di tipo emotivo difficilmente ci rifletterà sopra.
Chissà perché tra tutte le frasi abbia deciso di fissare per la memoria proprio questa. In effetti ce ne è un’altra che mi è rimasta in testa e che spiega la mia scelta: Io non penso che nessuno scrittore sappia fino in fondo che cosa stia scrivendo.

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Anche se fuori piove…     23-11-2006  
Anche se fuori piove
Ultimamente mi capita di fermarmi a leggere blog chiusi da un pezzo su cui , spesso, non c’è il post che ne dichiara la chiusura.
E quando si decide di far sapere che non ci si scriverà più,  si ricorre, di solito, alla parola chiuso non fine.
E questo rappresenta uno dei punti che lo rende diverso da un libro.
Così i blog possono essere paragonati a dei negozi con una vetrina più o meno grande, dove ogni gestore vende qualcosa di diverso. Se il proprietario è un buon venditore o uno a cui piace chiacchierare, quelli che passano si fermano, ritornano, condividono e dissentono. Se è un tipo irascibile, vanitoso o se gli affari gli vanno particolarmente bene, ha sempre qualcuno che torna di notte e tenta di frantumargli la vetrina.
Il libro, invece, ti prende per mano e ti conduce in un viaggio. Se il viaggio è noioso lo abbandoni, altrimenti stringi i denti, pensi: l’ho pagato accidenti e lo finisco.
Quando in un blog la vetrina non viene più cambiata, le parole si impolverano e assumono un carattere diverso. Più sciocco o profondo ma più evocativo, forse. Il proprietario smette di rinnegarle, di lucidarle, di dilatarle.
Ieri sono capitata su uno con gattini, cuoricini e colori, con file musicali a cui era stata tolta la spina, con dettagli d’arredamento che di solito mi respingono. Però era chiuso da più di un anno e allora mi sono fermata a leggere e ho trovato questa frase: vorrei essere al posto della sconosciuta che si sta fumando una sigaretta davanti al mare del Nord, nella spiaggia di W., invece sono a Milano in ufficio.
La foto a cui la frase si riferiva è svanita e al suo posto c’è un quadratino. E così queste parole, non più accudite, diventano un’altra cosa. Forse non diventano nulla, però capita che quella spiaggia si trovi a cinque minuti da dove sto scrivendo e mi chiami di andarci, subito.

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Post slegato d’autunno…     17-11-2006  
Post slegato d’autunno
Dall’ippocastano è precipitata l’ultima foglia, quelle delle betulle invece ancora resistono seppur diradate e alla gatta si è alzato il livello di stress perché sui rami spogli i merli spiccano neri e grassi.

Alle cinque della sera percorrevo in macchina la strada che taglia W. e un bambino sui dieci, undici anni in mezzo a un gruppo di suoi coetanei ci ha lanciato un sasso. Lo ha abbassato il finestrino e non so che cosa gli abbia urlato contro, ha pescato a caso nel suo repertorio brutteparoleintuttelelinguedelmondo, e mi ha anche rimproverato perché non mi sono fermata. Il sasso era minuscolo e sulla carrozzeria è rimasto solo un piccolo segno.

Sono arrivate le pagelle e ci sono stati i colloqui , i giudizi sono buoni per entrambi. L’unica debolezza di Lo pare sia il clarinetto. L’insegnante dice che non si esercita, e in effetti dopo i primi giorni di solfeggi, il clarinetto è sempre chiuso nella sua custodia. Io però non sono di gran sostegno, ché gli dico: insomma lo vuoi suonare o no questo violino?
Fran da quando vive una storia, che dal suo punto di vista è La Storia, non legge più le storie degli altri, cioè non legge più libri, ma ho un piano segreto per riportarlo alla lettura, che ovviamente non posso scrivere qui.

Mi è venuta un’allergia per la cucina. Non mi sono comparse bolle, ma mi taglio continuamente con il coltello e mi brucio con il forno. Però riesco a preparare una cena sempre diversa (be’ quasi sempre) in trenta minuti, apparecchiatura compresa.

I quadri del tipo di qualche post fa non li compreremo. Neanche il ritratto di famiglia c’interessa.
A Emme ho detto: perché non lo dipingi tu l’autunno? Ha fatto un chiaroscuro di una foglia accartocciata che era atterrata sulle piastrelle del bagno che a me pare bellissimo, lui sostiene invece che è solo un’esercitazione, e che ogni cosa che disegna io dico sempre che è bellissima, senza alcun spirito critico.

Sono arrivati dei nuovi vicini nella casa di fronte. E’ già da qualche giorno che ci dormono e sono praticamente invisibili. Non chiudono né aprono le tende delle finestre, non escono ed entrano dalla porta, eppure ci sono. Ho visto i ragazzi un paio di mattine fa che risalivano CameliaHof con la felpa azzurra e i pantaloni di carta blu della british school. Mi sono imposta di non esprimere un giudizio in anteprima, in effetti anche i miei figli sono andati in quella terribile scuola. Oggi c’è il trasloco in atto e ogni tanto ne spio qualche passaggio. I trasportatori olandesi mi fanno pensare agli orsi bruni che guardano il nulla allo zoo.

Sono stata in una strada commerciale di Rotterdam che attraversa un quartiere abitato dagli arabi-turchi. Gli uomini non avevano facce contente. A Emme piaceva il giubbotto che indossava uno e l’ha ammirato per qualche secondo, ma lui non ha gradito perchè si è fermato minaccioso, le gambe divaricate, le mani sui fianchi e un’espressione che diceva: avvicinati che ti uccido.

Ho la testa da un’altra parte e accumulo mille immaginazioni surreali. Come quella in cui i personaggi delle mie storie sono apparsi nella mia stanza. Anche quelli dei due racconti in corso.
Il protagonista di uno mi è simpatico (Tonino sollevò le labbra e scoprì i denti. Denti dritti, candidi, un po’ aguzzi, su cui non c’erano dubbi: costituivano,senz’altro, il suo cavallo di battaglia. Ma si possono fare conquiste attraverso i denti se uno non ride, anzi non sorride praticamente mai? E poi come lo chiamava Antonella in certi momenti che si lasciava andare? Il mio squaletto. Squaletto, non squalo. E ciò era mortificante e gli faceva passare la voglia dell’amore. Che poi non combinava più niente. Non la dire quella parola, no? Io la dico con affetto, rispondeva lei con gli occhi limpidi e l’espressione testarda).
Ma gli altri sono quattro che non vorrei mai conoscere dal vivo. Così ho deciso di regalare a uno di loro una nota in modo che non mi disturbi di averlo qui nella mia stanza.

Stasera me ne vado ad Amsterdam alla libreria Bonardi dove Quelli di Astaroth  si esibiscono in: Un ululato con un brivido d’autunno.

Ho ripreso a leggere Dostoevskij. Ho cominciato da Il Sosia dove c’è questa frase che ben mi si addice in questo periodo: Per un paio di minuti però rimase a giacere immobile sul suo letto, da uomo non ancor pienamente sicuro se si sia svegliato o dorma tuttora, se esista nella veglia e nella realtà tutto ciò che intorno gli succede o sia il seguito delle sue disordinate e assonnate fantasticherie.

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