E comunque sbagliano     08-11-2010  

Da un po’ mi capita di dire a qualcuno che non conosco affatto: “ma perché questa attività (che può essere un negozio, un ristorante, una presentazione di un’opera) non l’hai aperta (fatta) a W., il paese dove abito io?
E quando quel qualcuno mi risponde: “e perché avrei dovuto aprirla (farla) a W. e non ad Amsterdam, all’Aja, a X o a Y come invece l’ho aperta (ho fatto)?”
“Ma come perché? Perché ci sono io!” dico sorridendo.
Sempre quel qualcuno sta un attimo in silenzio. Poi si fa serio e mi dà la sua risposta.
E quella frase di una certa considerazione di me stessa senza spiegazioni accompagnata dal sorriso (che sottintende: non prendermi sul serio, eh) deve avere un effetto un po’ destabilizzante perché  quel qualcuno finisce per dirmi qualcosa che mica lo so se altrimenti me l’avrebbe detta.

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Baricco, Babette e Pippi     11-10-2010  

Uno scrittore annoiato, una cena meravigliosa, una chiacchierata con una bambina di otto anni. Questo è il bilancio del mio fine settimana.

Dopo la presentazione lo scrittore era talmente annoiato che contagiava chi era nelle sue vicinanze. Di ciò me ne sono accorta quando ero a pochi centimetri e avevo già detto: “posso farti una domanda?” E quando lui mi ha risposto di sì, che potevo, ho pensato che non mi andava proprio di domandare e avrei voluto dirgli: “no, senti, mi sono sbagliata, non ho  nulla da chiederti.” E, invece, malgrado la mia consapevolezza, ho posto la mia domanda noiosa. Poi mi  sono allontanata,  ho trovato un punto tranquillo dove potevo osservare le persone e l’autore che firmava libri e manifesti e dirmi: “Ecco qui, uno (anche) per sfuggire alla noia comincia a scrivere delle storie, diventa noto, e poi è costretto a fare ‘ste robe noiose in un localuccio semiperiferico di una grigia città del Nord Europa. E chiedermi: “Sono più contagiabile degli altri perché scrivo anch’io?”
La cena. Venti donne che vivono all’estero da diversi anni quali capacità acquiscono?  Quella culinaria, a quanto pare. Con la solita eccezione, la mia, che l’ho perduta. C’erano diciotto meravigliosi piatti, più una macedonia portata da me e un’insalata mista preparata da una tipa che si chiama Astrid e che d’italiano ha solo il marito. Sì, potevo impegnarmi di più, a mia discolpa dirò che avevo due ospiti, due runners venuti da Londra per partecipare alla gara che c’è stata sabato in uno dei  boschi di Wassennar.
E infine ho scambiato qualche frase con una bambina. Nessuna di queste è particolarmente significativa da essere trascritta, però mentre l’ascoltavo la testa mi si riempiva di immagini e di immaginazioni. Insomma,  uno stato che è l’esatto contrario della noia.

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Dritto e rovescio     06-10-2010  

Ignoro perché succeda.
Forse dipende dalla qualità dell’aria, dall’altezza media delle persone, dai pomodori arancioni, dalle biciclette con cui puoi raggiungere qualunque luogo. Forse nessuno di questi motivi, forse solo uno, forse tutti e altri ancora.
Il fatto è che gli italiani che vivono di qui, non dico gli stranieri, eh, ma proprio loro, quelli che parlano la mia lingua e che sono emigrati da cinque, dieci o quindici anni e che tornano nel loro Paese a Natale e d’estate se non più spesso, ecco, proprio questi qui, che poi sarebbero come me, non capiscono  le mie battute.
E non è che siano battute complicate da capire. Dei  bambini di otto anni le capirebbero. Le hanno capite quando le ho fatte. Però erano bambini che vivevano in Italia, dovrei provare con uno che abita qui. E dato che le prendono sul serio, succede che poi mi guardano con uno sguardo che ormai conosco bene: “mi sa che è un po’ stupida” oppure “mi sa che è un po’ ingenua”. Qualcuno, che vuole andare più a fondo, si chiede: “ma ci è o ci fa?
E allora perché non la smetto di fare battute che nessuno capisce? Perché non provo a tirarne fuori altre, magari più sottili ma più fruibili per chi mi ascolta? Oppure perché non la smetto? Già, potrei smetterla. Mettermi a fare la seria, per lo meno quando sono qui. E dire bianco e dire nero, senza dire bianco, ma intendendo nero. Ma non posso. Non ce la faccio proprio. Primo perché fa parte della mia natura fare le battute sceme. E secondo perché quello sguardo imbarazzato o perplesso di qualcuno che fa un certo pensiero su di me o si pone qualche dubbio  sulla mia sanità mentale  mi diverte parecchio. E mi dispiacerebbe troppo non vederlo più.

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Ieri al vivaio ho comprato primule, ciclamini, begonie, due piccole orchidee e un ulivo alto poco meno di un metro. Se continuo a vivere qui, le piante finiranno per superare numericamente i libri.
In effetti manca ancora un po’ al sorpasso e il loro aumento è rallentato dal fatto che sono meno poliedriche dei libri: per dire gli Einaudi a copertina rigida hanno per anni svolto la funzione di sostegno del letto. Un mese fa è stato rimontato il piolo e sono tornata a dormire parallela al pavimento e all’inizio mi mancava qualcosa e mi giravo e rigiravo senza riuscire a prendere sonno, poi mi sono abituata.
Comunque tornando alle piante e a i libri, credo che quando le prime prevarranno sui secondi sarà una buona cosa. Per dire, quando qualcuno mi chiede guardando i libri: “ma li hai letti tutti?” Mi sento un po’ a disagio ed esito nella risposta. Vorrei dare quella giusta. Invece, ogni volta, mi pare di cogliere una delusione nel viso del mio ospite sia che risponda sì, no, la maggior parte. Con le piante invece mi chiederanno: “le innaffi tutte?” Oppure: “le innaffi tutti i giorni?” Insomma mi pare una domanda più semplice a cui rispondere.

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Ma non era Svevo Bandini, ero io     09-02-2010  

Ieri stavo andando con la cana al parco e pensavo alla faccenda dei traduttori vocali. Esistono dei telefoni con cui puoi chiamare un arabo o a un cinese e parlargli nella tua lingua e quello, il telefono, traduce in arabo e in cinese. Stanno sperimentando anche dei traduttori con cui puoi parlare direttamente alle persone, però bisogna pronunciare le frasi per bene, altrimenti viene fuori un pasticcio, e al momento ne traducono un numero limitato. Così immaginavo che a un certo punto questi traduttori sarebbero stati perfezionati e diventavano come un ipod, o meglio il contrario di un ipod e io mi mettevo gli auricolari, accendevo il traduttore e ascoltavo quello che la gente diceva. Pensavo che era proprio una bella invenzione e che me la sarei comprata subito.
Intanto arrivavo al parco, lasciavo il sentiero e costeggiavo, come faccio sempre, un tratto del canale passando sotto i salici giganti, che in inverno sembrano un po’ gli alberi delle streghe. Riprendevo il sentiero e mi dicevo: per esempio adesso l’avrei acceso. Guardavo al centro del parco e pensavo: no, l’avrei tenuto spento, per non consumare la batteria. E subito dopo mi chiedevo: ma dove sono tutti? C’era soltanto una taccola, dall’aspetto un po’ desolato, che beccava una pozzanghera ghiacciata.
Allora mi accorgevo del freddo intenso, delle dita che mi facevano male, dei piedi che non sentivo più. Facevo dietrofront, aprivo e chiudevo le mani, mi sforzavo di immaginare il traduttore: niente da fare. Sentivo solo il freddo e quello che riuscivo a vedere per distrarmi un po’ erano le slitte trainate dai cani o la steppa della Mongolia a cinquanta gradi sotto lo zero. Acceleravo il passo e provavo ancora ed eccola lì, la frase che mi gira sempre per la testa: avanzava, scalciando nella neve profonda.

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Dal tabaccaio, a fare esercizi.     01-02-2010  

Sabato mattina avevo un’ora da far passare nella piccola strada commerciale del paese di W. c così, per un po’, sono rimasta a guardare i commercianti che spargevano il sale davanti alle vetrine, i bambini sugli slittini, i cani che aspettavano fuori dai negozi, le persone che si salutavano o chiacchieravano negli angoli. C’era il sole ed era tutto bianco: bello. Dalla pasticceria veniva fuori un buon odore di caffè, ma come si sa, e io lo sapevo, non sempre quello che sembra è, quindi ho proseguito. Ho tirato fuori la telecamera, ho ripreso i grovigli di biciclette con i sellini sepolti dalla neve, i mazzi di tulipani rossi e gialli nei secchi, le arance, le albicocche, l’uva sistemate nelle cassette come oggetti preziosi, stavo per inquadrare i gioielli veri nel negozio a fianco, ma poi ho pensato: “meglio di no”. Ho spento la telecamera, ho guardato l’orologio: erano passati solo quindici minuti. Ho avuto un’illuminazione: comprerò il giornale.
“Un pacchetto di sigarette, una penna e Repubblica”, ho detto in inglese alla commessa.
“Otto euro e venti” mi ha risposto lei in italiano.
Ho pagato e mi sono messa di lato.
“Un pacchetto di sigarette, per favore” ha detto il tipo dopo di me in italiano, ma non era italiano, era olandese. Poi ha riso, tutto contento.
“Quattro euro e venti”, ha risposto la commessa in italiano.
“Io compro questo giornale, prego” ha detto quello che veniva dopo. Ha riso pure lui, con certi occhietti molto soddisfatti.
Li ho lasciati ai loro esercizi e sono andata a sedermi su una panchina sgombra dalla neve. Ho letto un articolo sull’amicizia ai tempi del pallone e ai tempi di facebook di Alessandra Baricco.  Siccome non voleva essere retorico, dopo aver citato un paio di volte il suo ultimo libro, aver descritto quanto fosse bello ai suoi tempi giocare a pallone, Baricco finiva il suo pezzo senza concluderlo.
Poi mi sono stancata di leggere e allora mi sono messa a pensare che poco prima anche dal tabaccaio era mancata la conclusione.  Mi sono detta che sarebbe stato carino che il terzo fosse stato un italiano che comprava  il  de Volkskrant  e lo domandava, che ne so: in spagnolo.
E’ che alla realtà, certe volte, manca qualcosa proprio come alla scrittura che la racconta.

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Due     16-12-2009  

La prima
Sono passati più o meno sei anni da quando ho aperto il blog e non ho mai avuto problemi con i commenti, a parte un fan di Radio Maria che di notte si ubriacava e veniva a lanciarmi i suoi anatemi e a qualche incursione offensiva da parte di quelli convinti di vivere nel Paese di Bengodi che, secondo loro, sarebbe l’Olanda.
Da un paio di mesi in qua la situazione è cambiata e sono cominciati ad arrivare commenti di stampo fascista.
Vabbè, nessuno stupore per questo. Ciò che mi stupisce è che questi esseri, che non c’hanno una mazza da fare e, immagino, un fegato che scoppia, lasciano una traccia. Ma è una traccia sbagliata che conduce a qualcuno che non c’entra affatto. Usano nick altrui, e/o pezzi di post altrui che poi stravolgono in negativo. In questo modo insultano da una parte e incolpano dall’altra. Oppure non hanno fantasia per trovarsi un nick o scrivere un commento da soli e così copiano.
Così, per un po’ ho deciso di mettere i commenti in moderazione.
La seconda
Mi sono andata a guardare le previsioni del tempo e ho visto che da sabato comincerà a nevicare. E io domenica parto per Roma. Questo non doveva succedere, ecco.

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Mi pare che i blog delle Super Mamme  stiano superando numericamente  i blog  degli scrittori in erba, stagionati e Lulùstyle. BlogBabel dovrebbe prenderne atto e istituire una classifica anche per loro.

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Previsioni     25-08-2009  

Un paio di settimane fa, ma avendo cambiato luogo mi sembra che sia ormai passato un anno, camminavo per il sentiero che porta al mare con una mia amica, nonché compagna di liceo e che si occupa di Matematica per lavoro e nel tempo libero, e le domandavo: ma ci sono più probabilità che io azzecchi la combinazione del superenalotto o che scriva un bestseller?
E lei mi rispondeva: che tu scriva un besteseller, senza dubbio!
Ah, rispondevo io. E fissavo il mare e le colline intorno e respiravo l’aria da bestseller.
Però poi aggiungeva: come ci sono più probabilità che io scriva un bestseller piuttosto che indovini i numeri vincenti.
Sulla matematica?
No, un romanzo.
Ah, e restavo un po’ delusa.

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Pare che sia in arrivo una tempesta.  S’abbatterà sulla costa inglese e colpirà anche l’Olanda in forma meno violenta. Al momento è tutto immobile e il cielo ha tutte le sfumature del grigio: la quiete prima della tempesta.

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Tra le sei e mezza e le nove di stamattina, mentre facevo un numero incredibile di cose, pensavo che mi sarebbe piaciuto avere un programma in cui introduci certi dati e poi quello fa l’elaborazione e ti svela il luogo ideale per andare a vivere. La maggior parte degli expat di qui sa già dove vorrebbe andare nel futuro, anche i più giovani, anche quelli che non farebbero immediatamente le valigie per un’altra destinazione. Mi raccontava una expat che fa un trasferimento ogni due o tre anni che spesso quelli come lei decidono di vivere nella campagna fuori Bruxelles. Lei però aveva scelto un’isola della Grecia, ma perché era, è, usando la frase di un tassista: una che ha la fortuna di poter parlare con il mondo, una, cioè, che conosce bene cinque o sei lingue. Ma anche lei come Lo pensava che non gliene importava nulla di parlare con il mondo ma solo con i suoi amici. Comunque, mentre passeggiavo con la cana, cominciavo a immettere i dati nel mio programma immaginario: dato numero uno mare vicino, dato numero due piste ciclabili, dato numero tre prati alberi e fiori, dato numero quattro montagne lontane, dato numero cinque polizia che si annoia, dato numero sei amici e parenti vicini, poi la cana si fermava e anch’io.

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