Sabato sera avevo un appuntamento alle undici, ma verso le nove mi è venuta una botta di noia pazzesca, e non sapevo proprio cosa fare, così ho pensato di vestirmi e truccarmi in anticipo ma in quindici minuti l’operazione di allestimento si è conclusa e ho avuto il riflesso condizionato di quando soffro di queste botte di noia, di solito mi capitano all’aeroporto e reagisco entrando nella profumeria e spruzzandomi profumi e spalmandomi creme fino a che la noia mi passa, e così ho fatto anche sabato, mi sono cosparsa di essenze, profumi dolci e aspri, ma nulla da fare: la noia ancora non se ne andava. Allora mi sono guardata intorno in cerca di un’idea e ho visto il cane che dormiva. Ecco che faccio, mi sono detta, lo porto a fare una passeggiata. E così sono andata lì, gli ho agitato il guinzaglio davanti al muso, gli ho ripetuto tre o quattro volte: andiamo! Alla fine ha emesso un sospiro, si è alzato e si è diretto verso la porta.
Stava iniziando il crepuscolo e subito mi sono ben disposta. Invece al cane del crepuscolo non importava nulla, quello che gli interessava era solo tornare a dormire e faceva un passo ogni tre minuti. E va bene, mi sono detta, vado a casa e innaffio il prato anche se già l’ha innaffiato l’irrigatore, ma un po’ d’acqua in più non può che fargli bene, ed ero a pochi metri dal cancello quando ho incrociato un abitante di CameliaHof che si è fermato per accarezzare il cane, il cane si è risvegliato e si è messo a saltellare e ad agitare la coda, però io non c’avevo voglia di rispondere alle solite domande, come si chiama il cane, quanti mesi ha, sempre per la faccenda della noia, e così tiravo impercettibilmente il guinzaglio, il tipo deve aver intuito che avevo fretta e non lo ha accarezzato più.
Bye, gli ho detto, e lui, invece di rispondere al saluto, mi ha detto con un sorriso che mi è parso trattenesse una risata: c’è uno strano profumo nell’aria stasera. Forse è la primavera.
Può essere, gli ho risposto io e di colpo mi è passata la noia e mi è venuta un’idea di come impiegare quell’ora prima dell’appuntamento e mentre aprivo la porta d’ingresso pensavo che basta una battuta per salvare il mondo, e va be’, il mondo ero io, comunque ormai mi era tornato il buonumore e ho fatto un sacco di cose in quei sessanta minuti, alla fine sono uscita e a un certo punto della serata qualcuno ha fatto una battuta su un certo argomento e certe persone e mi sono ricordata della faccenda delle battute che potrebbero salvare il mondo, non il mondo inteso come “io” perché ormai mi era tornata l’allegria, ma il mondo che comprende tutti, e ho pensato che questo genere di battute, come quella che avevo appena sentito, l’affossava invece, perché era stata detta con il sottinteso: non ci capisco niente, non m’interessa capire e quelli che ci capiscono su questa cosa sono degli idioti perché si potrebbe vivere anche senza.
Era, insomma, una battuta contro la conoscenza, e mi sono rattristata un po’, ma solo un poco, perché poi mi sono accorta che non aveva riso nessuno e nemmeno sorriso.
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Sono circondata da cervelli che programmano di andare su Marte, eppure, quando mi occorre, non trovo mai nessuno in grado di risolvere i piccoli problemi tecnici miei.
E non c’è nulla da fare: io gli indico il punto, ma loro seguitano a guardare lo spazio bianco.
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Qual è l’etimologia della parola Amsterdam?
Dove veniva fatta questa domanda alle otto circa di ieri sera?
Alla radio o alla tivù?
E se era alla tivù, era una tivù locale o nazionale? E cosa si vinceva? Un panettone, una partecipazione come pubblico a una nota trasmissione televisiva, un diamante o un safari in Tanzania?
Una cinquantina di persone nell’arco di dieci minuti ha cercato la risposta sul mio blog e l’ha trovata. Chissà se poi qualcuno è riuscito a farla, la telefonata. Nel caso uno dei cinquanta fosse riuscito, dico che mi spetterebbe almeno un’uvetta mentre una fetta andrebbe alla commentatrice che l’aveva posta, e almeno due a quella che aveva risposto.
E comunque, come direbbe Lo: che baroni che siete.
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Punto tutto sulla prossima reincarnazione.
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Siccome le parole volano, come le api, oltre a compiere un numero infinito di altre azioni, capita che un piccolo fatto che mi riguarda, raccontato a una vicina, diventi qualcosa di gigantesco, in positivo, per fortuna. Altro non posso aggiungere perché periodicamente la mia vicina, che è simpaticissima, davvero, prova a leggere questo blog con il traduttore, e inoltre fa un po’ vanitosi scrivere di fatti positivi che ci coinvolgono.
Le parole possono grondare retorica e bontà. Di bontà e di buone azioni non bisognerebbe parlarne, di quella riferite a se stessi intendo, e tanto meno scriverne. Alla bontà esibita preferisco la cattiveria sbandierata che a volte si basa, per colpire, su intuizioni originali, seppure nel lungo periodo risulti fastidiosa come la prima.
Le parole svelano, anche.
E così scopro perché quel tipo che si è trasferito a CameliaHof a luglio non ha un’aria assente quando ci sente parlare. E’ italiano, ecco perché. Ma alle nove di sera, se c’incrociamo a portare i container nel luogo stabilito e non c’è nessuno, ma proprio nessuno, perché mi saluti come se fossi americano?
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All’improvviso mi ritrovo datore di lavoro.
E qual è uno dei compiti di un datore di lavoro? La selezione di chi lavorerà per lui.
Poco più di un’ora per scegliere qualcuno che pagherò per i prossimi due anni. Già perché una delle sei materie che Fran porterà all’esame di IB è letteratura italiana, materia che non viene insegnata nella sua scuola. C’è letteratura francese, spagnola e olandese, che devono essere sostenute in lingua ovviamente, sono assenti il tedesco, e l’italiano purtroppo.
Così ho esaminato i candidati. Be’, prima ho dovuto cercarli.
Ne ho trovati tre. Con due sono arrivata al colloquio che è durato poco più di un’ora. Non ho tenuto conto dell’età, né del sesso, ed erano entrambi preparati per quanto si possa giudicare il livello di preparazione di una persona in sessanta minuti, per quanto possa giudicare io, e avevano esperienze diverse, più o meno lunghe. Non ho scelto nemmeno in base alla tariffa, differente, che chiedevano. Su cosa mi sono basata allora?
Sulla noia. Ora che ci penso la mia vita è influenzata in modo incredibile da questa. Letture persone luoghi li rapporto sempre a questa parola, o stato, o condizione.
Non necessariamente la noia è negativa, e non è detto che spinga verso altra noia. l’Olanda a un primo impatto visivo e quotidiano può sembrare noiosa, l’italia è l’opposto invece, ma nel lungo periodo tutto si rovescia e l’olanda diventa senz’altro più stimolante. Comunque. Mi sono rapportata alla mia percezione di come erano quando parlavano, di cosa trasmettevano, di come ti tenevano, e agli sbadigli di Fran che in un caso non smetteva più e li stava passando anche a me.
La noia, la cultura, le persone annoiate, le persone noiose. Ci si potrebbero riempire pagine e pagine. Ma non ci penso affatto a scriverle. Mi annoierei, oppure non ne sarei capace e per questo mi annoierei.
I luoghi comuni, per esempio, raccontati da una persona vivace, con un buon ritmo nella voce, un certo modo di ammiccare, di sfiorare e non sfiorare, di accennare o ricordare. Passano.
L’innamoramento, il desiderio, l’istinto, l’erotismo, l’omicidio, l’inchiesta, la strategia e la soluzione spiegati con un punto di vista innovativo da qualcuno quasi immobile mentre parla, e senza incertezze, o ripensamenti o aggiustamenti, con un ragionamento convincente e un vocabolario esteso. Hanno un impatto più blando perchè terribilmente noioso.
Pare che abbia fatto la scelta giusta. Perché Fran ieri sera mi ha detto: sai, quelle due ore mi sono volate.
Comunque grado di noiosità e numero di anni non sono legati tra loro, per quanto il messaggio che passa un po’ ovunque sia questo. Perchè la persona che ho scelto ha quasi vent’anni più dell’altra.
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Da quando ho letto questo cosa qui mi è venuta una specie di blocco blogheresco nel senso che comincio a scrivere un post (io sono del cancro seconda o terza decade), tipo le prime cinque righe, poi mi fermo e mi appare una domanda in Batang 48 strutturata più o meno così: ma a noi che ce ne frega, scusa?
Allora cancello tutto e inizio un’altra roba. Non arrivo neanche a metà e di nuovo questa domanda impertinente. Così penso: basta! non scrivo più nulla, ma siccome non posso stare senza scrivere, immagino un tipo che c’ha un problema, il problema è che un giorno, non si sa bene perché, ogni volta che sta per iniziare un discorso in ufficio, a casa o in discoteca, gli compare questa domanda in stampatello, le lettere si formano nella sua testa, gli escono dalle orecchie e si posizionano davanti ai suoi occhi, sono lettere giganti, in stampatello, scritte in Batang 48, solo che lui non lo sa che sono in Batang perché word non lo usa mai, e allora il tipo si blocca e non dice nulla e parla sempre di meno, e gli amici e i parenti e la fidanzata sono preoccupati, e i conoscenti incuriositi o perplessi. Così penso: bene allora scrivo questo racconto e magari mi dimentico del blocco, poi mi ricordo che ne ho un altro in sospeso, già c’ho il titolo pronto: Lo Schiaffo, e la prima scena ben chiara nella testa: una camera da letto, una coppia di anziani sui settanta, due tipi tranquilli con una vita piacevole alle spalle, e una notte, per un motivo che ancora non so, lui dà uno schiaffo a lei, in effetti ora che ci penso non lo sa neanche lui perché gli dà quello schiaffo, che sarebbe il primo perché lui è sempre stato un tipo non violento e mai nervoso. Dopo questo schiaffo, il tipo, invece di esserne dispiaciuto, confuso per un’azione così insolita per lui, è molto sorpreso come se lo schiaffo lo avesse preso lui. Perché quando ha colpito sua moglie sul viso ha sentito quella guancia rinsecchita, prosciugata, che non si era mai accorto di quanto fosse erosa dall’età. Però non voglio scrivere una roba malinconica, mi piacerebbe che partisse malinconica e poi andasse verso un’altra direzione, ma in quale direzione ancora non lo so e così aspetto. Siccome non posso stare senza scrivere, mi dico che scriverò un post, un post di quelli che non ci si capisce nulla, che ci capisco solo io e che non so per quale motivo mi diverto un sacco a scriverli, e così la frego io quella domanda, ma poi scopro che non c’è la predisposizione, perché mica vengono a comando i post incomprensibili, e allora dico: va be’, rimando a domani, intanto continuo a sistemare i libri, poi mi fermo su quelli che ho letto un sacco di tempo fa e li sfoglio e ne rileggo alcune pagine fino a che li ricordo, e ci trovo la roba dentro, pare che tutti i punti fondamentali della mia vita io li conservi nei libri, dopo che ne ho aperti circa seicento ho trovato roba con cui riempire un cassetto, quello che ho trovato non posso dirlo però, perché c’è sempre quella terribile domanda nell’aria.
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L’estate è cominciata un mese fa quando esseri bizzarri con caschi da ciclista o berretti da baseball, giubbotti impermeabili, costume e scarpe da ginnastica percorrevano CameliaHof imbracciando fucili ad acqua. Se ci fossero trenta o dodici gradi non aveva importanza: la stagione dei combattimenti parte comunque a trenta giorni dalla chiusura della scuola.
L’Ammazzasette è stato bravo: non ha mai perduto la pazienza e si è concentrato sulla potatura della siepe che è sempre più minimalista.
Oggi è l’ultimo giorno di scuola e nell’arco di una settimana Camelia e W. si svuoteranno. Aperitivo di saluto, barbecue di saluto, picnic di saluto, quando parti, quando torni, di nuovo tutti qui per ferragosto per la ripresa delle lezioni, che poi pensavo che la differenza tra quelli che stanno fuori da parecchio e quelli da poco è nella frase che si usa per la partenza, di qualunque Paese essi siano.
I veterani dicono: parto per New York, per Shanghai, per Torino il 18, il 19 o il 22. I principianti invece: torno a casa. E si possono immaginare mille stati d’animo dentro queste parole.
Io ormai sono nella categoria dei veterani, e meno male.
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La discarica di W. è circondata da prati e alberi altissimi e occupa uno spazio che in Italia ci tirerebbero su delle villette a schiera, o una villa con la piscina il campo da tennis e la pista d’atterraggio per l’elicottero, invece qui ci hanno piazzato delle scatole di metallo enormi di colore blu. Sali una scala e scaraventi la roba dall’alto, gli elettrodomestici invece vanno in una casetta perché nemmeno gli olandesi ce la fanno a lanciare un’asciugatrice, in effetti gli olandesi stanno molto attenti con gli sforzi fisici. Comunque vado alla discarica, con le cose rotte e anche con la mia bicicletta, ce l’ho dal primo anno dell’università, la usavo in primavera e in autunno, era una bici nata male, ché le marce non hanno mai funzionato, ma non è mai stata un problema quello ché tanto non le avrei usate, e inoltre usciva sempre la catena e nessuno era riuscito mai ad aggiustarla. Dopo un quarto d’ora che pedalavo, precisa come se avesse incorporato un timer, la catena si sganciava e bisognava riannodarla, ma ormai ero specializzata, Emme aveva tolto il copricatena e in un secondo la rimettevo dove doveva stare, poi mi sporcavo le dita di grasso, e anche la faccia, in ultimo s’era arrugginita, e quando pedalavo era come se salissi su una collina, e mi urtavo tantissimo, che ero sempre l’ultima con chiunque andassi e così non l’ho presa più in compagnia, solo da sola, e però quel giorno che sono andata a Porta Portese con il tram, una mattina verso le undici e poi sono tornata con la bici, ero contenta e sudata, appena sono arrivata a casa ho telefonato a una mia amica e le ho detto: ho anch’io la bici adesso.
Insomma saliamo la scaletta, io ed Emme, percorriamo il ponticello di metallo e la lasciamo cadere, accidenti era la mia bicicletta, dico, in effetti sono molto sorpreso che hai deciso di eliminarla, mi risponde lui.Avrei dovuto pensare tutte queste cose che ho scritto qui, e in effetti le ho pensate ma in un lampo, ché sono rimasta affascinata da una collina enorme, forse perché qui non ci sono le colline, o forse perché era una collina fumante di foglie legna e terra, noi ci abbiamo buttato un pezzo di tronco, che rilasciava un odore curioso che non si poteva dire una puzza ma nemmeno un profumo, un odore caldo che ti poteva piacere o disgustare, e con queste righe di fumo che s’alzavano sulla cima e sui lati pareva proprio surreale. Ma la bruciano? No, fermenta come l’uva e dopo viene usata per concimare, mi ha detto qualcosa del genere Emme, anzi mi ha fornito una spiegazione più dettagliata, ma io mi sono distratta a guardare le taccole e i corvi che beccavano chissà cosa, è incredibile quanto sono diversi quando li vedi vicini e quanto è nero il corvo, poi il cielo era plumbeo, sulla collina ho visto nascere un altro punto di fumo, gli alberi d’alto fusto frusciavano, io avevo appena buttato via la bicicletta che ho usato quasi per una vita, la mia terza bicicletta per l’esattezza, e mi sentivo stranamente felice.
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Stamattina mi sono svegliata contenta perché in mezza Europa era festa e io stavo dalla parte giusta, di quelli che festeggiano intendo, e anche perché avevo avuto un’idea, che poteva essere anche un’ ideona che sarebbe un’idea che si risolve nel nulla. Però al momento dell’illuminazione non penso mai che potrebbe trattarsi di un ’ideona, ma dico invece: accidenti che bella idea. Così mi sono diretta in punta di piedi nel bagno, e mentre andavo mi sono detta: ecco un altro motivo per cui non posso fare a meno di scrivere storie: perché così posso svolgere le idee che mi vengono in mente, ho aperto il rubinetto della doccia, mentre l’acqua si riscaldava mi sono guardata allo specchio e ho domandato: e tu che ci fai qua? a una bolla che non mi piaceva per niente e che stanotte non c’era, ho pensato che dovevo fare qualcosa, poi ho sentito l’acqua che scorreva, sono rimasta molto colpita da un articolo su un paese dell’India dove quelli che ci vivono sono poveri, ma stanno attenti al consumo dell’acqua, e ho pensato all’India, poi al Bangladesh e a delle magliette di H.M. che avevo visto e che erano carine, poco costose e che venivano prodotte lì, mi sono girata di scatto verso la doccia e: tac!
Non era la nascita di un’altra bella pensata, ma di un tendine, di un muscolo, insomma di un filo di congiunzione tra la testa e il corpo che ha prodotto questo suono sinistro.
Poi per un po’ non mi ricordo che ho fatto.
Ho bevuto caffè, credo.
Fino a quando Emme mi è venuto in soccorso con una pillola effervescente che ho mandato giù senza guardare cosa c’era scritto sopra e che aveva un sapore disgustoso. Allora ho pensato che m’avesse dato (per sbaglio?) una pasticca per disinfettare le lenti a contatto e mi sono chiesta che sarebbe accaduto al p.s., eventualmente.
Avrebbero atteso gli effetti o m’avrebbero fatto subito la lavanda gastrica?
Mi sono risposta che avrebbero aspettato, e già sentivo i sintomi dell’avvelenamento, poi sono andata a controllare l’involucro e c’era scritto paracetamolo, Emme mi ha ricordato che ogni volta che mi dà una di queste pasticche dopo vado a rovistare nel secchio per controllare che non si sia sbagliato. Comunque ora posso parlare, posso salire e scendere le scale, ma purtroppo ho un’autonomia di qualche ora.
Perciò credo che passerò il resto della giornata a far nascere le idee.
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