Razzismo nascosto: stavolta hanno vinto i buoni.
Impiego solo quindici minuti per raggiungere il super vicino alla scultura della mela blu da quando mi sono trasferita a W.
Il grande super si trova in un centro industriale e il giovedì, per quel centro, è koop avond, e questo significa che la chiusura è posticipata alle 21.00 anziché alle 18.00.
Al grande super entri con una tessera. Io ce l’ho la tessera.
E lì trovi cibi di tutto il mondo.
I prezzi dei prodotti di casa nostra equivalgono a quelli che si pagano in Italia, tranne per la verdura e la frutta. Se vuoi i pomodori rossi devi spendere.
Ma io compro i pomodori arancioni olandesi.
Il super è frequentato da commercianti e da stranieri. Gli stranieri sono francesi, spagnoli e italiani.
Gli stranieri sono quelli che hanno i carrelli pieni, i ristoratori comprano le confezioni da 10 chili, i commercianti comprano una bottiglietta di aceto e un salamino.
Perché sali in macchina, ti fai almeno 10 chilometri e acquisti una bottiglietta d’aceto e un salamino?
Era quello che mi chiedevo quando ero in fila alla cassa.
Comunque di straniera c’ero solo io ieri sera.
Erano quasi le 9 e a quell’ora i popoli del sud cenano, io avevo cenato con gli assaggi che offre il super, mentre i commercianti dutch avevano mangiato prima, poi erano saliti sui loro macchinoni con l’urgenza di comprare il salamino e la bottiglietta.
Stavo trasferendo il cibo dal carrello alla cassa quando quelli dietro di me hanno cominciato a protestare. E il loro sguardo non mi piaceva affatto.
La tipa dietro di me aveva comprato due cavolfiori, che è una sciocchezza perché di cavolfiori i super dei paesi sono pieni, e un sacchetto di pere cinesi, che non è morale perché le pere cinesi costavano 3 euro l’una.
Poi è successo che è arrivato un impiegato del super e li ha rimproverati.
Loro hanno abbassato gli sguardi e i toni.
Io ho continuato a trasferire la roba.
Poi è accaduta una cosa. Si sono rovesciate una cassetta di mele rosse e un cestino di fragole. Si sono rovesciate all’interno del carrello, per fortuna. Quelli che erano dietro di me hanno fatto ah ah.
Io ho pensato che ogni volta che mi cadono le mele, mi viene il desiderio di andarmene via, come accadde qui e in un’altra occasione di cui non mi ricordo il fatto, se non che le mele rotolavano e qualcosa di spiacevole s’era verificato.
Non mi sono girata a guardarli.
Ho cominciato a raccogliere la frutta e a dire parolacce mentali.
Poi è successa una cosa. La cassiera si è alzata ed è venuta ad aiutarmi. Doveva ancora battere i prezzi della mozzarella, dei pelati, di un sacco di prodottini e… si è interrotta.
Non importa, le ho detto.
Sì invece. Ha risposto.
Mi sono girata. Avevano di nuovo gli occhi che guardavano il pavimento.

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Nel paese delle regole a volta capita che
Devo comprare delle conifere.
Devono essere delle conifere che non abbiano bisogno di sole perché le devo piantare nel giardino anteriore per coprire una finestra dietro di cui si gioca alla play, si guardano i dvd e dove s’aspetteranno, a breve, i risultati dello spoglio delle schede elettorali.
A un centinaio di metri da dove abito c’è un vivaio immenso dove c’è ancora l’odore di caffè nell’aria perché ha appena aperto e prima hanno sorseggiato l’immancabile liquido al gusto di caffeina.
Degli uomini in tuta blu scaricano vasi con i fiori che coltivano ai lati del vivaio, che poi volendo uno potrebbe venir di notte, scavalcare il piccolo canale e portarsi via tutto quello che vuole. E invece non lo fa nessuno: esistono solo i ladri di biciclette in questa terra piatta.
Estraggo dalla borsa un foglietto con una frase in olandese e mi rivolgo a un tipo.
Conifere per giardino all’ombra, c’è scritto in stampatello.
Lui mi conduce nel settore degli alberi e si ferma davanti a un gruppo assai numeroso.
Sono queste, mi dice.
Ma io prima me le sono guardate  tutte. E so che mi sta fregando. Non che lo faccia deliberatamente, diciamo che mi sta fregando per indolenza. Prendo un cartellino che sventola da una punta e gli mostro la frase e il disegnino del sole a fianco.
Queste non vanno bene, dico.
E’ vero, risponde.
Mi hai chiesto conifere d’ombra.
Esatto.
Camminiamo lungo un viottolo per una ventina di metri, il vento ci accelera i passi come se fossimo su un tapirulan, cioè a me li accelera, con la massa che mi precede non ci riesce invece.
Sono queste, mi dice.
Controllo l’etichetta e il disegno. Osservo le piante. Sono un po’ verdi e un po’ rossicce. Va bene, dico. Le prendo. Potete portarle oggi?
Oggi?? Oggi no! C’è una lista d’attesa di una settimana.
Ma io abito a cento metri da qui e il giardiniere passa tra un po’ e tornerà tra un mese e le conifere dovrò piantarle io. E non ne  sono capace.
Impossibile.
Però c’è un nota d’insicurezza nella voce.
Per favore, per favore, per favore, fai il gentile! Dico in italiano.
E’ una frase già sperimentata nel passato. Li sorprende. Non so se sia perché improvvisamente mi metto a parlare in italiano o perché hanno un debole per il suono della nostra lingua o per la parola ripetuta tre volte. Ma alla fine credo che sia perché ho un comportamento imprevisto.
Un lampo gli anima lo sguardo annoiato e mi dice alzando il pollice: Ok!
Poi tira fuori un quaderno sottile con la copertina azzurra. Lo sfoglia. Le pagine sono zeppe di numeri, di parole, di segni a forma di v in rosso. La regola dice che le consegne avvengono dopo una settimana dalla data d’acquisto, però il camion oggi è quasi vuoto. E’ possibile. Come si dice è possibile in italiano?

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Se ti senti insicura come cuoca, invita dei giapponesi a cena.

Lui parla pochissimo, sua moglie non credo che sappia l’inglese. Hanno una bambina di cinque anni e un maschietto di tre.
Io già mi vedo a fissare una macchia sul muro e… Una macchia sul muro? Ma non ce ne sono: è stato dipinto da poco! Be’, se non si parla, si mangia e si beve. Che so del Giappone, io? Quello che ho letto da Murakami. E il buio e il silenzio nel fondo di  un pozzo, che aiuto mi daranno per la serata?   E poi ricordo un romanzo per ragazzi, la storia di due fratelli durante la seconda guerra mondiale e le immagini di un samurai vestito di bianco, il bianco e i crisantemi, ed ecco che fanno toc toc alla finestra della cucina.
Intanto lei parla inglese, anzi chiacchiera tantissimo, poi rallenta, aspetta tre secondi e ti fa una domanda. Poi le manca una parola e la chiede al marito. Il marito non sa tradurla e allora ce la spiega con altre parole. Poi ride. Di meraviglia. Ha scoperto che abbiamo a casa i manga. Incredibile. I manga. Monster! Tradotti in italiano. Legge le parole. Slam la porta che si chiude fa slam, in giapponese c’è un altro suono. Ride ancora. E si copre la bocca con la mano. Ho associato il gesto di nascondere il sorriso a qualcuno che ha i denti neri, assenti o storti. I suoi invece sono sani e bianchi.
I bambini sono minuscoli e con dei piedi incredibilmente piccoli.
Ceniamo: prima il sushi fatto da lei e dopo quello che ho preparato io. Mangiano lentissimi. E di ogni portata prendono tutto due volte. E dove la mettono tutta quella roba? Sono così esili!
Il loro anno d’Olanda si concluderà alla fine di marzo e finirà la loro vita insieme perché  lui andrà a lavorare a trecento chilometri da Tokyo,  fino alle dieci di sera per cinque giorni, e si vedranno solo il fine settimana. 
Lei sminuzza le castagne che fanno compagnia all’arrosto, sei castagne nel piatto che divide in quattro: ventiquattro bocconi, anzi bocconcini, quando è al dodicesimo pezzo, s’interrompe e mi chiede: EmmeSan mi ha detto che hai scritto un libro…ah sì il libro. Già ho la trama del discorso pronta: le introduco il blog, poi le spiego cos’è, poi…così comincio: Tre anni fa ho aperto un blog, mi ci vorrà un po’ per spiegarle tutto, nel frattempo lei porterà a termine l’operazione castagna e invece m’interrompe subito: veramente  hai un blog?
Sì.
Posa la forchetta. E ride.
Oh e perché, penso.
Io ho tre blog, dice.
Il dodicesimo boccone resta infilzato nella forchetta, in attesa.
Intanto i suoi bambini inseguono la gatta, e Lo si diverte molto, a quanto pare. Anzi cerca di rendere l’inseguimento più vivace e porta giù la scatola di mille palline e spiega alla bambina che con quelle riusciranno a catturarla. La scatola cade e le palline rimbalzano ovunque, l’aria è piena di palline colorate, e  i genitori, preoccupati, abbandonano la tavola e tentano di recuperarle, ma non importa, diciamo noi.
La mia vicina, ci spiega, mi rimprovera ogni volta che l’incontro. Dice che i bambini alle otto devono dormire. Noi invece alle otto ceniamo. Prima non è possibile. Lui lavora!
Dovevi sceglierti dei vicini più del Sud, dico io.
Sì, lo so, ma gli affitti sono così costosi qui…
Lo li fa giocare con la play. E continua a divertirsi. Guarda mi dice: lei è bravissima e lui è in stato d’ipnosi!
La mattina seguente, mentre raccolgo cento palline, mi taglierà il dubbio: ma forse, a cena, chiedevano il bis per educazione?

 

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Forse è meglio che tranquillizzi i vicini
Tra un po’ mi farò un giro nella piazzetta, in modo che gli abitanti delle case intorno alla mia sappiano che sono viva e spero d’incontrare qualcuno in modo che possa raccontare cosa capitò ieri sera dopo le nove.
Che all’urlo che udirono dal garage non seguì un omicidio.
Accadde, cari vicini, che mentre rovistavo e decidevo cosa portare alla discarica, presi una borsa di finta plastica con intarsi di cartone, una vecchia borsa che apparteneva a mia madre, con i manici rotti, ormai inutilizzabile, la chiusura lampo chiusa in parte, e l’aprii per controllare che non ci fosse nulla prima di gettarla sulla montagna  che cresceva nel giardino, e  in effetti qualcosa c’era.
C’era lui.
Così adesso so che erano (almeno) quattro, che uno lo trovai subito, gli altri a distanza di qualche mese.
Era perfettamente conservato e con un mucchio di briciole rosse che s’era portato per mangiarsele in tranquillità al riparo nella vecchia borsa. Il fratello maggiore di quello che trovai un anno e mezzo fa.
Ecco a cosa serve un blog.  Serve (anche) a stabilire la data precisa del decesso dell’assaggiatore.
Questo veleno funziona bene, m’aveva detto il venditore. Uccide seccando le viscere e il corpo si conserva intatto per anni.
Quanti ce ne saranno ancora? E reggerà il cuore di Emme ad un altro eventuale ritrovamento? Che ogni volta accorre pronto a combattere contro un esercito di assassini?

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Poi mi fai vedere cos’è un blog, ok?
Grigio indeciso, piovo o mi dipingo di nero? O metto su il bianco? Freddino, ma non troppo.
Una di quelle mattine un po’ così, che quando apri la porta ti viene voglia di rinfilarti nel letto, figli nervosi, gatta irrequieta, avrei voglia di un altro caffè ma non c’è tempo, un passo, un altro, un silenzio incredibile nella piazzetta che c’è davanti casa e all’improvviso: Moooorninggg!!!! Come sta????
Da circa trenta o cinquanta metri.
E’ l’americana che sta all’otto. Viene dalla California, per la precisione.
E’ quella da cui ho finalmente ritrovato Lo, dopo aver bussato a tutte le porte, ieri sera.
E incredibile: mi ha fatto sedere nel suo soggiorno! Alle 19,30, così senza preavviso. E io devo essermi un po’ rimbambita in questi cinque anni, che ho risposto: ma sono in tuta e con gli zoccoli (non quelli olandesi, eh!).
Certo non è una di Haight, non sopporta che i bambini dicano parolacce, però, però. E’ piacevole essere salutati con entusiasmo, sotto l’incerto.

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E così scopro l’esistenza di…     02-03-2006  
E così scopro l’esistenza di un’altra forma d’emigrazione.
Meno traumatica, forse, di quella tradizionale in cui lasci il tuo Paese, ma più faticosa, credo. Un’emigrazione che si adatta alle esigenze della società. L’Olanda scoppia di emigrati come altri paesi d’Europa del resto.
E allora si cerca una soluzione.
Ci sono due capi. Due piccoli imprenditori di un paese dell’est, dove con piccoli s’intende che gestiscono pochi individui e che oltre a trovare appalti, a organizzare, lavorano anche loro stessi insieme ai dipendenti. Gli operai sono tutti tra i trenta e i cinquanta anni, hanno una moglie e dei figli grandi o piccoli, ma le famiglie non possono trasferirsi in Olanda perché non ci sono case, scuole e centri sportivi.
E allora si fa come nel passato con il capofamiglia che emigra da solo?
No. Si trova un’altra soluzione.
Nel paese dell’est si costruiscono case, anzi, questo settore lì è in crescita, ma la retribuzione è ancora bassa, mentre in Olanda i prezzi pagati per le ristrutturazioni e le costruzioni portano più ampi guadagni, allora questi capi hanno un’idea. Uniamoci e teniamo i piedi in due paesi. Così prendono lavori qui e nell’est. Poi organizzano turni che durano più o meno tre-quattro settimane. Un gruppo lavora un mese all’estero e riceve una bella paga, il mese seguente torna, sta con la famiglia, continuando a lavorare con una paga inferiore.
Così vivi un po’ là un po’ qua, sei diviso in due e non è che ti piace, però il tenore di vita delle famiglie migliora, i figli possono continuare ad andare a scuola.
E quando sono qui per quelle tre quattro settimane, vivono tutti insieme per non alzare troppo i costi, una macchina li porta a lavoro, passano uno a fianco dell’altro 24 ore, e non è facile.
Penso che i due capi abbiano stabilito una regola: viene assunto chi lavora bene ma è richiesto anche un carattere tranquillo, uno che non pianti grane. Dovete essere buoni, insomma. E loro sono tranquilli, per lo meno lo sembrano.
Anche se mi piacerebbe spostare un pezzetto di sipario e sbirciare cosa passa nelle loro teste.   

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I fili si erano sfilacciati
Bene.
Ora è bianco fuori e non più bianco dentro.
I fiocchi di neve puliscono i vetri?
Perché mi farebbe assai comodo.
E tra un po’ mi prenderò una soddisfazione che aspetta da lungo tempo: prenderò un martello e farò un buco nello stagno ghiacciato.
Poi devo fare qualche altra cosa, ma non so da quale cominciare, così credo che non farò nulla.  

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Senza pausa caffè     14-02-2006  

Siccome mi hanno chiesto una somma pazzesca per togliere le macchie di vernice e la polvere nella casa di W., ho deciso di farlo io. Loro, gli workers, erano al piano inferiore ad incastrare la cucina ikea ritoccata. La cucina ikea ritoccata è un’idea geniale che ti fa avere una cucina a poco prezzo, e qui in Olanda una cucina costa come due italiane, che per via dei ritocchi non pare una roba ikea. Comunque mi sono messa a togliere le macchie dalla scala con un prodottino apposito, ma senza mascherina perché m’ha detto il tipo da cui ho comprato lo smacchiatore, le mascherine erano scadute, scadute?, e dopo un’ora di strofinamento, iniziavo ad avere le allucinazioni, allora mi sono affacciata alla finestra che dà sulla parte interna del giardino a respirare un po’:  al cedro è ricresciuta una parte della punta, ma è ricresciuta piegata, e le tortore la usano come altalena. Poi si sono fatte le dieci e c’è stata la pausa caffè, loro, gli workers, sono della ex jugoslavia, di quale stato lo sapevo, ma ora non lo ricordo più, l’idraulico invece è olandese e anche quello che mette il pavimento è di qui. Operai olandesi ce ne sono pochi e quei pochi non li vuole nessuno perché lavorano male e sono assai incerti. Comunque c’era la pausa caffè, se ci fossero state le luci adatte sarebbe parso di essere  in una discoteca di vent’anni fa, perché ogni operaio aveva la sua radio impolverata ed erano sintonizzate  tutte sulla stessa stazione che mandava pezzi degli anni ottanta, io ero sulle scale a strofinare e hanno delegato l’idraulico a parlarmi, ma che facesse da messaggero l’ho capito poi, lui mi ha detto in olandese qualcosa che doveva essere così: vuoi un caffè? Però senza punto interrogativo, comunque ho risposto: no grazie, allora lui s’è messo a camminare in circolo sul pianerottolo, guardava per terra, e mi ha fatto un discorso un po’ più lungo in cui c’era ancora la parola caffè, io mi sono chiesta perché s’ostinasse a parlarmi in olandese quando con Emme chiacchiera in inglese, allora ho pensato che forse stava cercando uno che prima dipingeva una parete e che poi era misteriosamente scomparso, gli ho detto che non sapevo dove fosse, lui continuava a fissare il pavimento, visibilmente a disagio, io ho pensato che girava in tondo e che era tutto rotondo: gli occhi, la faccia, il suo corpo. Ho messo il tappo al prodottino, ho gettato la spugna, io fumo, ho detto.  Ne vuoi una?, gli ho chiesto. No, no. Ha risposto. Sempre più in imbarazzo. Sono andata al bagno, mi sono specchiata, avevo i capelli impolverati, la faccia un po’ pallida, ma non mi pareva che ci fosse altro.
Quando sono scesa per andarmene ho visto la tazza di caffè: era sul bordo della finestra dell’ingresso ancora bollente. Quando faceva quei giri in tondo e parlava, insisteva, credo, perché andassi a berla.
E’ stato un bene che io non abbia capito del tutto perché magari avrei finito con l’accettarla.
E’ che quelle tazze sono tre mesi che le osservo. Ad ogni caffè una patina si deposita sul fondo e adesso c’è uno strato melmoso di circa un centimetro di colore nero-marrone, e a me il caffè con i pezzi non piace.

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International Day 
Al soffitto erano stati appesi dei ganci e ai ganci dei teli bianchi. La dimensione della classe era ridotta perché avevano lasciato un’ intercapedine tra le  due pareti e la finestra. Sui due teli laterali erano raffigurati degli alberi enormi che sembravano querce, ma che invece erano Neem. Sul terzo telo era disegnato un palazzo con cupole, torri, finestre, porte e grate. Poi c’era una tipa su una scala, siamo arrivati prima del suono della campanella ed era sola, vestita di bianco: pantaloni e camicia di lino leggero, una goccia rossa al centro della fronte, degli occhi verdi ma di un verde mai visto, aveva appeso un arazzo con la faccia di un uomo, stava appendendo il secondo con il viso di una donna.
Hai disegnato tu il palazzo e gli alberi?
Sì, ha detto.
Anche questi?
Sì, sì.
E poi: sorpresa. Dal telo che nascondeva la finestra, quello  con gli alberi di neem, sono sbucate la maestra e due aiutanti vestite con sari arancio e gialli.
La campanella è suonata, sono arrivati i ragazzi.
Tua madre non è vestita da indiana? Ha domandato qualcuno a Lo.
Devi andar via, mi sa, ha detto lui, un po’ a disagio. 
Già, già. Ma che tipo di colori avrà usato per le facce? Ma dipinge sempre o solo per questa occasione? E che fine faranno quell’uomo e quella donna?
Non avevamo la bandiera italiana, ogni volta mi dico: adesso la cerco, però non so dove e quando ci sono quelli che la vendono per le partite della nazionale mi secca comprarla, così siamo stati costretti a farla noi, ieri sera. Lo ha dipinto dei fogli e li ha incollati insieme, ma bisognava fissarli all’asta, cioè a un bastone che aveva recuperato da una tenda degli indiani, ma servivano le forbici per tagliare lo scotch e dove potevano essere entrambi? Erano dentro uno scatolone con etichetta varie destinazione cantina, ma perché volevo metterli in cantina? (perchè nel profondo non voglio più fare questi lavoretti, ecco perchè).
E poi ho preparato due pizze, gli ingredienti li ho scritti metà in inglese e metà in olandese, non lo sapevo mica come si scrive lievito in inglese, formaggio sì, però poi avrei dovuto specificare di che tipo, allora ho scritto kaas e in quattro lettere c’era il significato. La pizza cotta nel forno elettrico è più buona con il formaggio olandese che con la mozzarella.
Ieri mi hanno proposto di iscrivermi al club della mozzarella di W., ma ho rifiutato. I club producono impegni e io voglio restare libera.

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Auguri!
A tutti quelli che passano qui e a quelli che mi hanno scritto per mail. Buon Natale, buon 2006, insomma ognuno si scelga quello che preferisce;-)                                                                                                                            

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