Che nessuno chiuda quella porta.
Da quando Emme è partito dormiamo con la porta della serra aperta.
E’ vero che non viene nessuno, è vero che il mio udito è sensibilissimo, soprattutto di notte quando dormo, però questa apertura verso il mondo m’inquieta assai.
E così Fran e io ogni sera ci proviamo. Ci vuole forza, destrezza e velocità per chiuderla, e noi non riusciamo a dosarli nel modo corretto questi tre elementi. E, ogni notte, ci ritiriamo nelle nostre stanze con la frase consolatoria: tanto non viene nessuno.
Fran sente la responsabilità, sa che se arrivasse qualcuno è a lui che toccherebbe agire, e se c’è un rumore, il giardino è pieno di rumori quando si fa scuro per il vento e per i gatti che si rincorrono, eccolo che scende, ma prima mi avverte: sto andando a dare un’occhiata.
E con questa frase mi ricorda quando era bambino, aveva cinque o sei anni, vivevamo ancora a Roma, e quando doveva lavarsi i denti la sera, c’era un lungo corridoio illuminato da una luce giallastra e parzialmente coperta da una libreria prima del bagno, mi diceva: io vado e canto, sottintendendo che se la canzone s’interrompeva, dovevo correre a salvarlo.
Due giorni fa, ero a letto a leggere, c’è stato un fracasso pazzesco ed è sceso con la sua Katana. Io gli sono andata dietro per incoraggiamento, sembravamo due personaggi di Dungeons & Dragons che avevano smarrito il gruppo, lui il guerriero e io la maga, come ai bei tempi. E invece non era nessuno, solo il secchio della spazzatura che s’era rovesciato.
Ieri sera, invece, stavo per tagliare la testa alla gatta. Ero al settimo o all’ottavo tentativo di: “afferra la maniglia tira con violenza devia verso l’esterno” per permettere alla serratura di agganciarsi e lei, la gatta intendo, è comparsa dall’oscurità e ha infilato la testa sulla soglia quando mancavano trenta centimetri alla chiusura. Ho urlato, ma ormai avevo preso lo slancio e non mi potevo fermare, la porta s’è chiusa, la serratura non è scattata e lei, un istante prima, è balzata indietro con una velocità fulminea.
Eccomi, urlava Fran, ma non c’erano ladri, stupratori e nemmeno assassini, c’ero soltanto io che morivo dal ridere.
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Di nuovo qui un po’ stordita
Ma poverini! dicevano a Fran e Lo dopo aver saputo il giorno in cui ricominciava la scuola. Allora io rispondevo che non è poi così brutto dal momento che vivono in un posto in cui sono liberi come se fossero al mare e che comunque il mare è a trenta minuti di bici.
A Lucerna piove sempre, ma ogni volta, dopo una curva, sbuca il sole e t’acceca un gigantesco pezzo di vetro che invece è il lago. La Francia e il Belgio sotto il diluvio. E finalmente nel pomeriggio di ieri siamo ricomparsi a CameliaHof, contando gli ultimi chilometri come si fa a capodanno con i secondi, con la stanchezza infiltrata ovunque.
Appena in tempo per fermare il giardino e i ragni che stavano per ingoiarsi la casa e per scoprire che sul muro di recinzione è spuntata una vite con quattro grappoli d’uva e sotto al bambù tre fragoline di bosco (ma il bosco dov’è?) e un’ora imprecisata di oggi vedeva gli abitanti di Cameliahof salutare i tedeschi (lui lei e tre figli) che lasciavano l’Olanda per il Kwait. Lei contenta per questa destinazione e preoccupata per la prossima che sarà la Mongolia o l’Africa. Comunque eravamo lì, senza fazzoletti, a sventolare le mani e loro dentro a ricambiare i saluti e a suonare il clacson, e la macchina partiva e si fermava, e infine sono andati via perché il conducente del camion che portava le loro cose ha detto: basta così.
Fran è scomparso a casa di un’amica e Lo con i suoi amici nel grande prato verde, e poi m’è salita la curiosità e sono andata a contare quanti fossero, che quest’estate del suo gruppo ne sono partiti quattro, e invece erano sette, che non sono pochi, e dopo riempivo la lavatrice e annusavo gli asciugamani da spiaggia, toccavo con le dita la sabbia che era scivolata giù, m’imbambolavo su un ragno che tesseva la tela in giardino, un ragno giallo e marrone con le zampe robuste, e si vedeva distintamente il filo mentre lo srotolava, allora ho chiamato Emme, che ha voluto fotografarlo, e per far risaltare la tela ci ha spruzzato sopra l’acqua, ma così lo fai cadere gli ho detto, ma no, non gli fa nulla, m’ha risposto. Lui, il ragno intendo, si è infastidito e si è rifugiato al centro dove il filo era una pallina e ha atteso che smettesse di piovere, piove strano avrà pensato.
I negozi erano aperti, l’orange, che era ovunque alla mia partenza, dissolto, qualche macchina circolava con la supervaligia sul tetto, e c’erano tracce di cavalli sulla ciclabile, e uno spiazzante invito fatto dall’Ammazzasette che vive nella casa-astronave a Lo e al suo gruppo: domani farò una festa per mia moglie, se venite a raccogliere le foglie del mio giardino riceverete un premio.
E che faccio: mi fido o non mi fido? Intanto domani comincia la scuola e le mille iniziative con cui cerca di incollarti a sé proprio come fa il ragno con la sua tela.
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E se non telefonano per gli auguri, li perdoni?
A un figlio si perdona tutto, ma a un emme…
Scrivevo l’anno scorso. E quest’anno avevo deciso di non postare nulla fino a quando il 12 fosse passato qui e dall’altra parte del mondo. Ché il figlio si ricorda sempre, ma a Emme viene in mente dopo aver letto il blog e bara meschinamente sostenendo che gli auguri lui li fa dal suo tempo. Che è un’obiezione debole dato che il compleanno è il mio e non il suo. E poi con il counter che indica il paese di provenienza e l’ora e il successivo messaggio è definitivamente spacciato. Già elaboravo la frase che gli sarebbe rimbalzata addosso per i prossimi dodici mesi, ma incredibilmente se ne è ricordato. Quasi quasi mi dispiace.
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E’ arrivato il momento di cambiar colore L’arancione è ovunque, addirittura dal ferramenta si può comprare una polverina orange per la birra. Me ne vado verso l’azzurro quindi (dell’acqua non della maglia, eh). Ci si rilegge a luglio. State bene e…non litigate;-)
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E purtroppo non sono riuscita a sapere quali fossero le penitenze. Mi ricordo che qualche volta alle medie all’uscita di scuola si formava un circolo di maschi intorno a due che se le davano di santa ragione mentre quelli che guardavano intonavano un coro: Sangue Sangue! Al liceo scene simili, per fortuna, non accadevano più, semmai volava una sberla e il malcapitato di turno, di solito era sempre uno bravino e un po’ giocherellone, se la teneva. All’elementare del mio primo figlio, frequentata in una scuola pubblica di Roma molto eterogenea - erano ancora piccoli quindi - qualche episodio di violenza oltre ci fu. A uno, per esempio, fu sbattuta la faccia contro un termosifone. A ogni episodio cruento Fran risultava sempre estraneo avendo adottato la filosofia: non si risponde alla violenza con la violenza. Il mio sorriso compiaciuto per questa frase si sarebbe trasformato in una smorfia quando sarebbero passati alla scuola inglese. Lì il bullismo germogliava dalla più tenera età. Così a sei anni Lo s’i ritrovò, dopo un paio di mesi, in un angolo di un grande giardino con l’erba rasata al punto giusto, in un paese in cui era arrivato da poco, con una lingua di cui conosceva trenta parole, bloccato da due tipi, che avevano la stessa età, mentre un terzo lo prendeva a calci. In quel momento la frase di cui sopra non deve essergli nemmeno passata per la testa ché si trattava di riportare a casa, come la chiama lui, la pellaccia. Questa fu una delle ragioni per cui cambiarono scuola e passarono a una american, dove il bullismo viene combattuto come la peste. Ovvio che non tutte le scuole americane sono così, però in questa c’è un clima rilassato. C’è, poi, il dopo scuola a Cameliahof, dove in questi mesi s’è creato un gruppo di maschi tra i nove e gli undici anni che giocano insieme tra le 4 e le 8 di sera. Fino a quando era freddo tutto è filato liscio, nessuna scaramuccia di rilievo, poi da quando è iniziato il caldo e sono usciti i waterguns qualche problema s’è palesato. Perché c’è sempre qualcuno che non rispetta la regola e spara all’avversario in faccia. Lo, in un paio d’occasioni, s’è azzuffato con uno di due porte più in là della nostra, che poi è venuto a bussarmi e me l’ha descritto come uno sterminatore e con tale ricchezza di dettagli, che la prima volta quasi gli credevo. Invece Lo mi spiegò: pensava di essere più forte, m’ha dato un pugno e io gliene ho restituiti due. Alla mia domanda: perché due? Rispondeva: perché così ha capito. Però tolti questi due fattacci, devo riconoscere che va d’accordo con tutti. Ma per qualcuno non va ugualmente bene. Ci sono quasi sempre due soccombenti. Due bambini di dieci e undici anni. Il primo è un americano e appena qualcosa non gira secondo il suo gusto, a torto o a ragione, comincia a piagnucolare e corre dalla madre. Il secondo è uno scozzese, obeso e insicuro. Interrogato sul perché sempre a loro capiti qualcosa, Lo mi rispondeva: mica litigano con me e poi è anche un po’ colpa loro. Nei mesi, comunque, il gruppo cresce. Compagni di Lo arrivano dalle strade adiacenti. E ci sono sempre loro, i soccombenti, che a un certo punto, a turno, escono dal gioco. Un pomeriggio inoltrato, insospettita dal silenzio prolungato, vado a dare un’occhiata al parco. E scopro che ci sono nuovi ingressi: tre ragazzine mai viste prima. Sono seduti in cerchio a gambe incrociate e girano una bottiglia vuota. Un gioco tranquillo, penso, finalmente! Poi, ieri, sorprendo il bambino scozzese seduto dietro un cespuglio con le lacrime che stanno proprio lì, agli angoli. Ma non è solo, a parlargli ci sono le tre. La pace è femmina, non ci sono dubbi.
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Ora spero che non ci sia altro. Il vet di O. a cui avevo riportato la gatta, di nuovo con lo zampino malato, è vero quel proverbio accidenti, aveva scosso la testa, m’aveva indicato la lastra illuminata, s’era sfilato gli occhialini argentati, aveva detto: non so proprio cosa proporvi. C’è un’altra infezione alla stessa zampa! Proviamo con un altro antibiotico. Ma l’infezione cresceva e cresceva, e allora il mio consigliere dutch m’ha suggerito di portarla all’ospedale di Utrecht. E la mia vicina preferita ex infermiera, siamo tutte ex qualcosa noi emigranti di qui, m’ha detto: non sarà mica una ciste interna che si è infettata? Le analisi del sangue gliele ha fatte? No, il vet di O. non gliele aveva fatte. Allora sono andata dal vet di W. che sembra il fratello di quello di O. (medesimi occhialini argentati, 2 metri d’altezza su una corporatura asciutta, capello biondo sottile un po’ stempiato), ma ha uno studio da vet ricco: televisore enorme incollato alla parete che trasmette documentari di animali, un mobile con cassetti e scomparti per le medicine, una segretaria che parla un inglese da Oxford, una ciotola trasparente piena di caramelle per cani e pastiglie rinfrescanti per gatti e poltroncine assai comode. Però agli animali non gliene frega un accidente di questo lusso sfrenato e tremano come foglie come nello studio del vet povero di O. Quando sono tornata a prendere la gatta che mi ha miagolato triste con un cilindro di plastica intorno al collo, il vet di W. s’è tolto gli occhiali, m’ha indicato la lastra da cui non si vedeva nulla, e m’ha detto: guarda che ho trovato nella zampa. Nello scatolino n.1 c’era una ciste, nello scatolino n.2 c’era una palla di pelo. E’ congenita m’ha detto. In vent’anni di lavoro non ho mai visto una roba simile. Ma la mia vicina preferita ex infermiera sostiene che (negli uomini) si trovano robe simili. Tipo una ciste e un embrione, una ciste e un dente e così via.
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La distratta di W. Chi lo avrebbe detto che spostandomi di sei chilometri sarebbero cambiati alcuni piccoli dettagli che sommati tutti insieme m’avrebbero condotto a un miglioramento delle condizioni di vita? Intanto quando giro tra gli scaffali del super dietro casa capisco ogni parola perché tutti parlano inglese tra loro, poi la vicina mi telefona e m’invita per un caffè al sole delle due, un’altra m’avvisa che ho lasciato i fari della macchina accesi, e qualcuno stamattina ha preso il secchio della mia spazzatura e l’ha portato insieme agli altri. Me ne ero dimenticata ancora, malgrado il post it attaccato sul muro davanti cui scrivo, che era scivolato sul pavimento, ovvio. Così fissavo quel pezzetto di carta gialla, mi dicevo tra un po’ lo raccolgo, e tra due giorni sposto il container, ieri gli ho dato un calcio al post it che è volato all’angolo, la gatta c’è saltata sopra ed è schizzato all’altro angolo, domani devo spostare il container, e durante la notte il pezzo di carta è sparito, qualcuno l’ha raccolto, per caso? Impossibile. Gli oggetti che cadono per terra vengono schivati, calpestati o calciati, a seconda dello stato d’animo, mai raccolti. E il container l’hai spostato tu ieri sera, chiedevo a Emme. Ha sgranato gli occhi, c’era tutto un discorso complesso in quello sgranamento, e m’ha risposto: Iooo? Allora Fran. E’ scoppiato a ridere. Ho riso anche io. E però qualcuno l’ha spostato. Qualcuno che mi ama un po’.
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A quanto pare le matite sono state temperate bene. Il 27 gennaio scrivevo: Iniziamo a temperare le matite Se è diventato ricco lui allora ci farà ricchi pure a noi. Così diceva il mio lattaio, a quei tempi abitavo ancora a Roma, così si ripetevano due anziane alla fermata della metro, così precisava l’inquilino del terzo piano a quello del quinto mentre aspettavano l’ascensore . Il fruttivendolo del chiosco all’angolo, in fila con me nel seggio del mio liceo, prevedeva: se ne accorgeranno… Alla fine ricco ci è diventato lui con i soldi di loro. Anche di quelli del fruttivendolo, suo malgrado. Non con i miei, però. Perché qualche mese dopo volai verso un altro luogo e le tasse le pagai altrove. E provo una certo compiacimento quando penso al giorno delle elezioni. Che noi dell’estero non paghiamo, ma votiamo.
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Per tutti coloro che sono a Copenaghen: ci si ritrova a festeggiare a Rådhuspladsen? Alle 20.00? scritto da… Purtroppo il video non è più visibile, ma leggete i commenti sono troppo troppo spassosi. E si prendono appuntamenti nelle piazze di tutto il mondo. Anche ad Amsterdam. Ma a W. non si raduna nessuno? Ma a W. non c’è una piazza solo vie, forse per questo. E allora si festeggia a casa!
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Amsterdam, Rembrandtplein ore 19.00, venerdì Baricco? NO! Per quale ragione facevo questa domanda a un uomo barbuto seduto ad un tavolo con degli amici? Assomigliava a Baricco per caso? Sapete se Baricco si sia fatto crescere la barba recentemente? E se avessi riconosciuto Baricco, sarei andata a dirgli come un’idiota: Baricco? No, non credo. La ragione è spiegata qui. Emme e io c’eravamo prima guardati intorno: nel locale c’erano almeno duecento persone in piedi, con un bicchiere di birra in mano che urlavano, più una cinquantina sedute che urlavano anche loro. Emme mi chiedeva all’orecchio: quali sono? E io: ma che ne so. Lui continuava: ma li conosci tu! Io rispondevo: ma no! Chiamali sul cellulare. Ma non ho il numero di nessuno! Poi mi mollava lì, dicendomi: tu rintracciali, io torno subito. Così m’infilavo tra i gruppi, cercando di rubare qualche parola, e selezionavo un tavolo dove tutti avevano i capelli castani e neri, notavo che avevano la barba, e che nessuno aveva il libro. Gli italiani hanno la barba? Alcuni sì, certo, ma in un gruppo di otto persone è plausibile che l’abbiano tutti? Avrei dovuto farmi questa domanda. E poi anche un’altra: è realistico che un gruppo di persone che non si sono mai viste prime si riuniscono per parlare di un romanzo e nessuna di queste mette il libro davanti a sé? E la terza domanda: è possibile che colui che ha promosso l’iniziativa del gruppo di lettura - che vive ad Amsterdam beato lui, come tutti gli altri del resto beati loro, anche se quando mi hanno chiesto dove vivevo io: hanno commentato: aaahhh vivi a W.! – è possibile, dicevo, che costui abbia scelto un locale così affollato dove per comunicare bisogna urlarsi nelle orecchie? Avrei dovuto pormi queste domande, ma non sarebbe cambiato nulla in effetti, perché l’unico gruppo che non sembrava dutch pareva essere composto proprio da quegli otto uomini barbuti e da due donne, che non avevano la barba per lo meno così osservavo da lontano. E quindi mi sono buttata con la mia domanda idiota. E siccome mi vergognavo un po’, anziché chiedere: sei italiano, sei del gruppo di lettura, insomma anche in questo caso potevo fare tante domande, ho cercato la strada più breve e per accorciare l’imbarazzo mi sono espressa con una sola parola. Il tipo a cui l’ho rivolta, poi, aveva notato che lo guardavo, s’aspettava che gli dicessi qualcosa, ed era evidentemente seccato del mio sguardo fisso su di lui. Per questo ha risposto: NO! Sei sicuro che è il posto giusto? Chiedevo a Emme. Lui era sicuro, io invece no, e poi che restavamo a fare lì. Così sono uscita e sull’insegna del locale c’era scritto Schiller Restaurant, mentre invece l’appuntamento era allo Schiller Cafè. Che era proprio a fianco, con un’entrata nascosta. Al Restaurant si beve, al Cafè si mangia. Logico, no? Per evitare altre figure meschine, domandavo alla cameriera: c’è un gruppo d’italiani, per caso? E sì c’era. E avevano tutti il libro davanti. Ed erano senza barba.
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