Puoi camuffarti da internescional quanto vuoi, ma prima o poi la tua natura romana spunta fuori
Sono in una piccola palestra vicino casa, con dei vetri al posto dei muri.
Cominciamo a far ginnastica, corso di pilates per emigranti.
Note di pianoforte, voce rilassante dell’insegnante, non avrei mai creduto che un’americana potesse tirare fuori una voce così.
Eseguo gli esercizi e guardo fuori.
Il cielo è di un bianco che pizzica gli occhi.
Poi inizia a nevicare. Nevica e ancora nevica. Dopo cinquanta minuti non ce la faccio più. Non per la fatica, ma per la neve, accidenti. Non mi posso più trattenere dal dirlo.
Dopo altri cinque minuti, abbiamo i cappotti e le borse sulle sedie in un angolo, tutti i cellulari trillano in simultanea. Un messaggio della scuola ci avvisa che sarà chiusa entro qualche ora per un’emergenza.
E’ un’emergenza dovuta alla neve! Dico ad alta voce. Sospiro di sollievo. Mi sono tolta un peso.
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Pasqua con chi vuoi, il dove è secondario.
Ieri dopo le quattro Camille e io calpestavamo il selciato irregolare dei viottoli di Leiden, con l’aria che pizzicava e l’acqua dei canali un po’ rigida vicino ai bordi.
C’è il ghiaccio sui ponti! Dicevo a un certo punto.
Non è il ghiaccio, mi correggeva lei, è il sale.
Infine arrivavamo al teatro con lo scopo di acquistare dei biglietti per le Nozze di Figaro, e qui potrei intrattenermi per pagine e pagine sulla manipolazione che stanno perpetrando per convertirmi alla lirica, ma non lo farò.
Varcavamo l’ingresso, tiravamo fuori le mani dalle tasche, abbassavamo chiusure e baveri. Uscivamo fuori come i sub dalle mute insomma o in un parallelismo che mi piace di meno, ma forse è più calzante, come le lumache dal guscio dopo la pioggia.
Dietro al vetro due impiegati.
Un tipo che era la copia di Andy Warhol e dunque molto eclettico: parlava contemporaneamente in dutch con la tipa che prenotava dei biglietti, in inglese con noi, al telefono con chi telefonava, controllava date e posti dal monitor, spiegava alla collega le procedure di prenotazione e di pagamento bancomat, ritornava a parlare con noi, ci chiedeva di quale nazionalità fossimo.
Camille rispondeva, sorprendendomi: italiana.
Lui ribatteva: ecco perché abbiamo gli occhiali uguali tu e io!
Lei rimaneva perplessa a fissarlo, e pensando, immagino: ma non sono affatto uguali! E poi io li ho comprati in Francia perché sono francese.
Siccome Camille risparmia sulle parole, in qualsiasi lingua si esprima, non diceva nulla.
Poi la collega dell’eclettico affondava nel panico: i biglietti non li sapeva fare, nel programma del computer si perdeva, e il suo inglese s’era tuffato nel canale, lì fuori.
Allora Andy la soccorreva, ma non in modo protettivo, era un aiuto, il suo, che sottintendeva: guarda come sono fico!
Lei era la ragazza della porta accanto, quella che poi una sera si trasforma e diventa bellissima, con dita lunghe e sottili, capelli biondi e lisci separati da una linea un po’ sghemba, un paio d’occhiali con la montatura ordinaria e gli zigomi violetti per la sua incapacità nel fare e nel parlare.
Al termine di frenetiche consultazioni ci proponeva quattro posti in seconda balconata di cui due coperti da una colonna.
A quel punto chiedevo: c’è rimasto qualcosa in platea?
Lei si maculava nel volto e ripartiva per la sua missione.
Ottimo suggerimento ci diceva Andy sollevando il pollice.
Ma Camille e io non l’ascoltavamo più. Eravamo tutte tese al sostegno della ragazza della porta accanto.
Alla fine ce la faceva e trovava quattro posti in platea.
Stampa dei biglietti, pagamento con bancomat, poltrone con prezzo diverso.
Venti minuti dopo Camille, la ragazza e io tagliavamo il traguardo.
Rialzavamo i baveri, infilavamo di nuovo le mani nelle tasche, le scarpe scricchiolavano sui grani di sale, il cielo si faceva giallo pallido e a quel punto realizzavamo, Camille e io, di aver appena acquistato dei biglietti per il giorno di Pasqua.
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Quando sono a Roma mica mi sento così intelligente.
Il medico mi dice: tuo figlio non ha la congiuntivite, altrimenti con il ghiaccio l’irritazione non sarebbe scomparsa. Forse è dipeso da un colpo di vento o dalla polvere.
Oppure è stata la psp penso io. Stanotte s’è visto un film al buio per non farsi sorprendere.
Comunque deve mettere un collirio, ma senza antibiotico, e può tornare a scuola.
La farmacia è enorme con sette impiegati al banco, ogni impiegato ha un computer dove ci sono i files di tutte le famiglie d’olanda, sul tipo di medicine che comprano, tutte rigorosamente con prescrizione.
Un’impiegata con delle dita che paiono delle salsicce d’aperitivo, le guance con dei capillari così fitti da sembrare una tela tessuta da un ragno particolarmente efficiente, digita che Lo deve mettere quattro gocce nell’occhio sinistro.
Poi va nell’enorme stanza che c’è alle sue spalle piena di cassettini, tavoli da lavoro dove preparano unguenti, polveri e non so che altro, e inizia, con molto flemma, la ricerca. Oltre ai sette impiegati che servono al banco, c’è un’altra decina di persone che apre e chiude i cassettini, prende appunti sui taccuini, pesa, annusa, mescola. Se ci si dimentica di essere dentro una farmacia e si fissa quel vortice umano senza pensare pare di avere davanti delle formiche nei pressi di un formicaio, e come le formiche non si scontrano mai.
Dieci minuti di ricerca, di consultazione, di telefonate e torna in un percorso a zig zag scartando i colleghi all’ultimo istante.
Non c’è. Mi dice. Dobbiamo prepararlo, lo trovi domani.
Ma io ne ho bisogno adesso.
Allora c’è una farmacia che ce l’ha. Sta all’Aja.
Ma io l’Aja non la conosco e mi perdo.
Un momento.
Segue un’altra consultazione.
Torna con una collega, d’aspetto più gradevole di lei, diciamo che è la versione moderna dell’olandese con gli zoccoli e la cuffietta bianca. E naturalmente ha due trecce bionde e perfette.
Mi spiega la strada con la precisione di un navigatore satellitare.
Otto chilometri di svolte a destra, sinistra, dritto e semafori. Non ce la farò mai. Sono come gli asinelli e se cambio strada mi perdo.
E’ impossibile che riesca a trovarla.
Assentono entrambe, facendomi intendere che mi comprendono e mi compatiscono.
Però se tuo figlio ne ha bisogno ora non c’è un’altra soluzione.
Come non c’è un’altra soluzione? C’è sempre una soluzione, basta pensarla.
La penso.
E’ un collirio molto comune, dico. A base d’acqua. Chiamate il dottore e fatevi prescrivere uno che avete.
Si danno uno scappellotto in testa contemporaneamente, ognuno sulla sua di testa, e dicono, suppongo, perché lo dicono in dutch: accidenti, è vero!
Sospiro. Di sollievo e di compiacimento.
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Il primo
La prima apparizione dell’olanda è avvenuta sul marciapiede davanti all’ingresso dei voli internazionali ed era di centosessanta centimetri per circa dieci anni di età, capelli biondissimi arruffati e sopra i vestiti stropicciati la maglietta di Totti e un paio d’occhiali a specchio, malgrado il buio della notte si fosse ormai infiltrato ovunque.
Ci siamo guardati Fran Lo e io e abbiamo bisbigliato nello stesso istante: un olandese! Anche la gatta era d’accordo con il riconoscimento. Poi ognuno ha combattuto la noia e lo stress dell’imminente passaggio tra i due mondi esasperando le sue piccole manie: Lo mangiando pizza, latte e cioccolata contemporaneamente, Fran imparando a memoria la sua rivista di musica e identificando gli olandesi seduti al bar, io comprando un numero imprecisato di riviste che non comprerei mai e che leggerei volentieri dove vado a tagliarmi i capelli se le comprassero, la gatta chiudendosi in un silenzio riflessivo ché sorprendeva tutti quelli che conoscono un po’ i gatti.
Ora cerco qualcosa di pulito da mettermi addosso e vado a trovare una bambina che d’olandese ha ben poco: non raggiunge i tre chili, è nera che più nera non si può e si chiama Federica. Be’ qualcosa d’olandese in effetti ce l’ha: è nata qui, quattro giorni fa. Siccome sua madre era stata esplicita su come avrebbe agito se avessero utilizzato il forcipe, hanno preferito usare il vacuum dato che non ne voleva sapere di venir fuori.
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Meno quattro e poi si sale
Io sono tra quelli che sostengono che al capodanno non ci tengono, che potrebbero anche dormire prima della mezzanotte e tutte quelle cose che dicono quelli così. E quindi fedele a questo partito non programmo nulla, non compro neanche lo spumante, magari capita nel frigo così, come ci si potrebbe trovare una fanta o una bottiglia di latte. E prima di mezzanotte non vado mai a dormire per abitudine e perché dovrei andarci proprio l’ultima notte dell’anno? Sarebbe un comportamento da scemi. E poi mi viene in mente o mi capita qualcosa da fare il pomeriggio del 30, e dopo penso che una serata migliore non la potevo passare e decido che l’anno prossimo la passerò nello stesso identico modo. Ma l’anno dopo capisco che è impossibile realizzare una serata che sia la copia precisa di quella di trecentosessantacinque giorni prima perché non c’è quel certo evento, non posso più andare in quel certo posto oppure quelle persone hanno un impegno altrove e allora dico che non m’importa di fare nulla.
La notte del trentuno eravamo a cinecittà a uno dei concerti organizzati dal Comune, e lo spettacolo dei fuochi e delle persone e la musica non erano affatto male, ti mettevano un’allegria leggera, e pensavo che una festa del genere la devi trascorrere così in mezzo alla gente, ma lo pensavo in quel momento e magari l’anno successivo è probabile che penserò il contrario.
Lo accendeva una stellina, l’appoggiava sulla strada e uno che era infarcito di botti più di un guerrigliero utilizzava le scintille per far scoppiare i suoi. Ce ne era un altro invece che li schierava in file ordinate come un piccolo esercito pronto all’attacco. C’era poi un tipo incredibile, con una bottiglia di whisky in cui era rimasto giusto un sorso che faceva l’ubriaco per rimorchiare le ragazze. Dell’ubriaco aveva solo qualche dettaglio selezionato: non ricordava dov’era, diceva, nè dove aveva in mente di andare, però aveva un equilibrio perfetto, uno sguardo limpido, le parole gli uscivano senza incertezze, alla fine stava quasi per riuscire con una spagnola, gli ha detto: parlami in spagnolo ti prego, è una lingua che mi piace tanto, lei stava con il suo ragazzo, il ragazzo gli ha detto: ehi, bello stai tranquillo, è la mia ragazza, e lui ha messo su la faccia smarrita dell’ubriaco, ha detto: ma che hai capito? A me piaceva solo ascoltarla parlare in spagnolo, solo questo, così mentre il tipo parlava al telefono la ragazza intenerita dalla sua faccia sperduta ha cominciato a parlargli spagnolo, prima veloce poi più lenta, e lui le diceva: che bello come mi piace, e io morivo dal ridere e mi chiedevo se la ragazza avesse intuito che il tipo ci marciava ché non era proprio possibile che si fosse fatto fuori una bottiglia intera di whisky, ma il ragazzo della ragazza spagnola lui sì che lo aveva capito e fremeva per chiudere la conversazione al cellulare. Tiravo un sospiro di sollievo quando Fran mi avvertiva che era a casa, che gli avevo predetto che in giro in centro con una bionda ragazza del nord, avrebbe avuto filo da torcere, un altro sospiro senza sollievo, quando mi pregava di non tornare prima delle quattro. Poi estraevo la micro bottiglia di spumante dalla borsa e brindavamo con degli sconosciuti conosciuti lì, i pompieri accendevano le luci del loro camion rosso, le linee telefoniche andavano giù, il tipo afferrava la sua ragazza spagnola e la trascinava lontano dal finto ubriaco che rimirava un po’ desolato la bottiglia con il sorso di whisky e infine partiva alla carica con un altro gruppo.
La mattina bevevo caffè sulla terrazza guardando le antenne, il cielo e la gatta che passeggiava sul cornicione.
Meno quattro e poi si sale, ma se le lo scrivo poi non ci penso.
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Voi state bene e non mangiate troppo;-)
Non vivere in città ci porta a essere più vulnerabili a raffreddori e influenze varie. Perché ogni volta che avviene il passaggio da lì a qui uno di noi s’ammala.
Questa volta è toccato a me.
Non è uno di quei virus che ti schianta. Posso leggere, bere caffè, giocare ai vari giochetti scemi. E’ un’influenza che sta dalla mia parte, insomma. E che mi vedrà tornare attiva verso le nove di domenica sera quando la spesa sarà stata fatta, la cena cucinata, la tavola apparecchiata.
Ieri pomeriggio mentre il soffitto della stanza si riempiva di stelline multicolori iniziavo a leggere questo:
Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustato. Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada tre isolati più avanti. Aveva freddo, e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Ci aveva pensato proprio mentre infilava il cartone nelle scarpe. (Fante-Aspetta primavera, Bandini).
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Alle otto di mattina al parcheggio della stazione sono incollata allo sportello della mia macchina in difesa di uno dei miei figli che per questioni di “privacy” non svelerò qual è. Davanti a me un arabo inferocito, con gli occhi dilatati, che vuole aprire lo sportello.
L’arabo ha ragione di essere arrabbiato, ma la reazione è spropositata. Intorno a noi centinaia di persone e nemmeno un poliziotto, che di solito sono ovunque in bici, a piedi, a cavallo, in motorino, ma non lì in quel momento.
Da quelli che passavano non mi aspettavo certo un aiuto, come non me lo sarei aspettato in nessun posto del mondo in effetti, però incredibile: la gente non ci ha rivolto nemmeno uno sguardo, come se fossimo trasparenti.
Gli emigrati sono sempre più arrabbiati, colpa della Verdonk, delle black school, della sproporzione tra offerta e domanda di lavoro.
Alla fine il tipo sono riuscita a calmarlo pronunciando una frase magica.
Doveva essere lì da qualche parte, bastava tirarla fuori. Ho detto: è mio figlio. Ha smesso di gridare e di tirare lo sportello. Ci ha lasciato andar via pur continuando a fissarci minaccioso.
M’è venuto in mente Sabato, un racconto di Giancarlo De Cataldo in Teneri assassini. La storia si svolge in un bar dove un padre e un figlio di un paese dell’est entrano a bere qualcosa. A un tavolo ci sono dei ragazzi del paese che sono un po’ di malumore, un po’ annoiati, un po’ ubriachi. I due dell’est non sono a caccia di liti, i ragazzi invece sì. E una sera di un sabato che avrebbe potuto essere senza storia finisce nel peggiore dei modi. Più tardi, in macchina, disse agli amici che il ragazzo non aveva toccato Katia. Era stato tutto uno stupido equivoco. Nessuno gli chiese perché non l’aveva detto subito. E chi se ne frega, - disse Tappo - era solo uno straniero di merda. (Tratto da Sabato)
L’episodio che mi è capitato alla stazione non ha nulla in comune con il racconto di De Cataldo. Quasi nulla a parte l’intolleranza da cui derivano entrambi.
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A me la saggezza stresserebbe
Percorro la solita strada dritta che taglia la solita distesa verde, sul fondo c’è un po’ di sole tra la nebbia.
Sono soddisfatta. Assetata. Sudata.
Ho da poco terminato di giocare a tennis, ma la soddisfazione non deriva solo dal gioco, ma dal fatto che ho finalmente avuto un contatto con Misaki.
Cioè con la prepotente del gruppo che gioca a tennis.
Quella che deve essere prima a ogni costo. Prima a passare una porta, a sedersi su una sedia, a fare un determinato esercizio, a prenotarsi per la lezione successiva, a bere, ad andare al cesso, in fila, ovunque.
I tipi così si manifestano nel pieno del loro volere soprattutto nel lavoro e nel gioco, anche se quando ce l’hai dentro l’ossessione di essere primo devi metterla in pratica sempre.
Le altre del gruppo la lasciano primeggiare. Alcune forse non ci fanno caso, altre forse sì e saggiamente (ma si tratta di saggezza? non ne sono così sicura) pensano: in fondo a me cosa cambia? Sono qui per divertirmi e non mi occupo d’altro.
Nel lavoro, certo, non funziona così, ma in una situazione di svago si può lasciar perdere.
E’ meno stressante.
Vuoi essere la prima ad attraversare quella porta: vai pure, tanto non ho fretta in questo momento.
Io invece non glielo posso permettere. Non ce la faccio. Se davanti alla porta ci sono io non mi sposto per lasciar passare te a meno che non intuisca che sei distratta, che non ci fai caso.
Fino a oggi per una serie di casualità lei e io non siamo mai venute in contatto. Dato che il gruppo non è così numeroso, immagino che non siamo capitate vicino perché avevo bisogno di tempo per osservarla con attenzione.
Quando sono stata certa del suo obiettivo, allora, credo, non l’ho più evitata.
Ho adottato la tecnica olandese.
Excuse me, excuse me, a cui seguiva una frase in cui m’informava che c’era prima lei, Misaki. Reazione da parte mia? Nulla. Come se non avesse parlato. Come se non esistesse.
E’ andata avanti così fino a quando ha deciso di porre fino al contatto o alla prova di forza.
Si è ritirata insomma.
Mi pareva quasi di sentire il rumore scomposto degli zoccoli dei cavalli e un suono triste di tromba.
Si ritorna alla macchina dell’inizio.
Mi godo lo spettacolo della nebbia che si spezzetta sotto il sole.
Se non fosse per la sete starei benissimo.
Percorro questa strada dritta a doppio senso, senza corsia di sorpasso a cinquanta chilometri all’ora come da segnale stradale.
Si potrebbe andare a settanta, anche a novanta in effetti perché non c’è nemmeno una curva, un avvallamento del terreno, nessuna imperfezione, pare proprio una strada tracciata con la riga, ma rispetto la regola. Come quello prima di me e come quello dopo. Come la ventina di automobilisti che marciano tutti a una distanza di sicurezza.
Poi dallo specchietto noto un’automobile nera in corsia di sorpasso. Quando mi affianca vedo che è Misaki al volante. Pochi secondi ed è la prima della fila, altri pochi secondi ed è un punto in fondo alla strada.
Cinque minuti dopo c’è la sua macchina ferma in una piazzola e due poliziotti in moto.
Potevo non suonare il clacson e non salutarla?
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Ma non dicevi che saresti voluta restare ancora qualche giorno?
La temperatura tropicale di Roma ha colpito Lo e la gatta: il primo ha rimediato una febbre, la seconda un raffreddore. Quando la decisione di rimandare la partenza era stata presa, e Lo s’alzava dal letto sentendosi un po’ meglio, ho infilato roba alla rinfusa nelle valigie e via.
Come passare il controllo all’aeroporto senza perquisizioni? Con un ragazzino influenzato che innaffia giacche, giubbotti e divise di chiunque si trovi nelle vicinanze.
Così si è creato il vuoto intorno a noi e abbiamo proseguito relativamente tranquilli.
A Parigi per due ore.
Mamma fai la normale, per favore.
Davanti agli imbarchi i francesi hanno costruito un’area massaggi. Ti accomodi su una poltrona con una forma speciale e in dieci minuti ti tolgono la stanchezza dell’attesa.
Che c’è di strano, chiedo.
Sei sotto gli occhi di tutti e poi è una roba da vecchi.
Invece quelli che avevano pagato per farsi togliere lo stress avevano tra i trenta e i quaranta anni.
Però quando Fran pronuncia la frase: roba da vecchi, io mi ritraggo dall’azione che sto per compiere come una lumaca nel guscio.
A Schiphol sotto l’ombrellone dei fumatori dopo nove ore di viaggio mentre Fran (sono il tuo facchino, ormai. Ma sei così incredibilmente forte! Sì ma i pesi pesano lo stesso) aspetta i bagagli. Arriva un tale con i capelli all’olandese (rasati sulla nuca più lunghi in cima), carnagione scura, occhi neri, sopracciglia folte.
Oh madonna mia, dice con un sospiro tirando fuori una sigaretta.
Con le dita nascondo il titolo del libro che ho appoggiato vicino al posacenere, il tipo mi domanda d’accendere, in inglese.
Eccomi qui. Sono atterrata da pochi minuti e già mi sono settata in modalità non comunicativa, mentre nei giorni passati sono stata sempre disponibile alle micro conversazioni che nascevano dalle attese.
Ci rifletto un po’ su questa cosa, mentre il facchino vigila il nastro, e concludo che non è il luogo che determina la mia disponibilità al dialogo ma è la prevedibilità del dialogo che avrei avuto con costui, emigrante come me, che non mi attira.
Poi dopo altri quarantasei chilometri sono finalmente a casa.
Nel giardino al buio a respirare aria di caminetto.
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Desiderando di giocare in borsa.
Io che desidero di tentare la sorte in borsa?
Io che non sopporto lo stress della tombola e se potessero essere eliminati i premi, parteciperei con più entusiasmo?
No, non è vero.
E invece in un certo senso sì.
C’è che dal 20 al 29 ottobre ci sono le vacanze d’autunno, che ho deciso di passare a Roma e non a Parigi dove sarei andata in auto dal solito amico che vive lì, beato lui, e che invece vorrebbe stare qui.
E nemmeno alle Ardenne, a Londra o a Bruges.
No.
Roma.
S’era detto in anticipo. Che fate durante le vacanze d’autunno? Andiamo a Roma. L’ho detto e ridetto e poi l’ho messo da una parte. Trascurando il dettaglio che le vacanze d’autunno riguardano tutte le scuole d’olanda. E quando sentivo che le amiche di Fran volavano nella capitale si sarebbe dovuta accendere una luce rossa che mi avrebbe dovuto segnalare: pericolo pericolo se vanno a Roma loro non ci vai tu.
Naturalmente i biglietti, più o meno, si trovano ma a prezzi da prima classe (senza viaggiare in prima, eh). Poi notavo che questa compagnia qui, olandese, low cost, cambiava i prezzi di continuo e così era poco costoso partire ma non si poteva tornare e poi invece il giorno dopo non c’erano più partenze e ritorni, oppure si poteva partire spendendo 1200 euro in 3 e si poteva tornare a un costo quasi accettabile. E’ stato in quel momento che avrei dovuto giocare d’azzardo, comprando andate e ritorni separatamente, ma non ce l’ho fatta. (nel momento in cui scrivo, per esempio, il volo di ritorno lo dà a 204 che è un’enormità, ieri sera, invece, era quotato 404)
Comunque ho trovato una soluzione economica e un po’ lunga e alla fine insieme ad altre centinaia di olandesi, americani, eccetera, sbarcherò dopo parecchie ore a Roma.
Mentre mi stressavo su Praga, Basilea, Bruxelles e Londra, raccoglievo ben otto grappoli di uva bianca da una vite triste e coraggiosa che s’arrampica sul muro del mio giardino. Sorprendentemente i chicchi avevano il sapore di uva vera, non erano al gusto di caramella come quelli che arrivano dalla Spagna.
Infine mi risvegliavo dopo aver assistito a questo in un bar in una via centrale dell’Aja in compagnia di Emme e di Chris che diceva: l’ Aja è provinciale come Firenze. Intanto crollava sul nostro tavolo due o tre volte - ehi a metà ottobre a mezzanotte eravamo all’aperto con i giubbotti leggeri, - un tipo, un ragazzo, sui trenta. Passava e ripassava per dieci minuti schiantandosi ovunque. Qualcuno ci andava a parlare, lui si chiudeva la faccia tra le mani e se ne stava un po’ così. A me montava una certa ansia a vederlo cader giù. Quando stava su,invece, telefonava e ritelefonava. Poi dal bar, noi eravamo seduti proprio di fronte all’ingresso, usciva un tipo biondo capelli sottili alto due metri in compagnia di una tipa bionda capelli sottili alta due metri, il tipo alto biondo parlava al telefono e guardava il tipo appoggiato alla vetrina in modo un po’ indeciso. Il tipo alto biondo diceva, presumo, alla ragazza alta bionda: mi dispiace ma lo devo accompagnare, lo vedi come sta, sì, deve aver detto proprio una frase del genere, perché poi lei lo guardava con quella faccia lì, di una che s’accerta di come sta qualcun altro.
Se ne andavano via quasi spediti, l’uomo sbilenco tenuto saldamente per un omero dall’uomo dritto.
In questo bar notavo il secondo olandese carino dei miei cinque anni di residenza.
Occhi di colore verde scuro, altezza che non superava l’uno ottanta, capelli folti e neri, carnagione olivastra. Un antiolandese in effetti.
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