Oggi i tre omini che dirigono il traffico alla rotatoria principale del paese di W. si sono impicciati più del solito.
I tre omini sono a tempo perché stanno rifacendo alcune strade e il traffico è stato dirottato a questa rotatoria e ci sono solo tra le sette e le nove, poi spariscono. Indossano giubbotti luminosi, guanti neri che lasciano liberi i polpastrelli, sono esili e non superano il metro ottanta ma non sono né turchi né marocchini, sono olandesi e sono piccoli.
E’ accaduto che uno dei tre ha calcolato male la lunghezza (ah, se avessero in dotazione dei metri per prendere le misure quanto sarebbe meglio!) e ha fatto passare un camion con il rimorchio. Il camion è uscito fuori dalla rotatoria ma non aveva lo spazio sufficiente per proseguire e così ha bloccato le strisce pedonali e soprattutto il passaggio ciclabile. Erano le otto, l’ora in cui circa mille studenti vanno a scuola in bicicletta. Così si è formata un’onda che cresceva e cresceva e a un certo punto ha cominciato a fluire e i ciclisti hanno invaso la rotatoria, i marciapiedi, si sono incastrati tra le macchine. Un automobilista ha persino suonato il clacson. La mia cana ha abbaiato. Gli omini erano agitatissimi e hanno cominciato a parlarsi febbrilmente con le radiotrasmittenti. Al termine di questa consultazione frenetica, quando tutto ormai pareva perduto, due omini hanno abbandonato la loro posizione e hanno raggiunto quello che aveva combinato il disastro.
L’omino numero uno ha convinto l’automobilista che era davanti al camion ad avanzare di un metro, l’omino numero due ha dato l’ordine al camionista di procedere per un metro, l’omino numero tre ha assunto il ruolo dell’ape impazzita e ha bloccato i ciclisti. L’effetto ottico è stato quello di una scia luminosa che si muoveva velocemente e imprevedibilmente, un po’ come la coda di una stella cometa.
L’unione fa la forza e i tre omini del paese di W., stamattina, hanno fatto un vigile romano.
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Qualche giorno fa, la capa del ritrovo dei cani al parco, mi si avvicinava con l’atteggiamento di chi mi stava per proporre qualcosa d’illegale e bisbigliava: “lo vuoi un video con Camilla e tutti i cani?” Io, un po’ inebetita dall’atteggiamento, dicevo sì e lei mi rispondeva: “bene.”
Dopo si allontanava e riprendeva a indirizzare il gruppo formato dai cani e dai loro padroni.
Più tardi, tornando a casa, riflettevo che invece non lo volevo.
Primo perché i cani che giocano con la mia cana al parco li vedo tutti i giorni e non mi interessa riguardarli in un video. Secondo perché ne ho girato uno io quando c’era la neve.
A cena raccontavo la faccenda. Si commentava e si rideva.
“Ora mi toccherà comprarlo per forza.”
“Scherzi?” “No che non devi!” Mi rispondevano.
“E se non andassi più in quel parco per un mese? Potrebbe essere il modo più semplice per chiudere la faccenda.”
Ma non ero veramente io ad avere questa idea. Era l’elaborazione fantastica di me che sceglieva una soluzione apparentemente più semplice ma che le avrebbe potuta portare a situazioni grottesche, un po’ come accade ne Il Piccione.
Questo potrebbe essere l’incipit provvisorio: Margherita B. era riconoscente a quella persona. Non poteva dimenticare quando era corsa dietro al suo cane, l’aveva agguantato e gli aveva strappato un airone morto da almeno da due giorni dalla bocca.
Nella realtà, la mia cana aveva preso una taccola. Ma quanti sanno cos’è una taccola? Di che colore ha le penne, di che grandezza è? Quindi andrebbe descritta. Andrebbe descritto pure l’airone. Però, in questo caso, si può fare con meno parole. Poi, di solito, preferisco un personaggio maschile. Lascia più spazio: può avere qualità maschili, e/0 anche femminili se si riesce a dosarle nel modo opportuno. Ma in questo caso, avrei scelto un personaggio femmina per contrapporlo all’altro che pure è di sesso femminile, ma parla, si muove e agisce come un maschio. Oddio, ora che ci penso sarebbe interessante avere un personaggio-uomo con un atteggiamento timido e pauroso e un personaggio-donna che è il suo esatto contrario. Ma a prescindere dalle caratterizzazioni dei personaggi, il centro della storia rimane l’ossessione che svilupperà Margherita B., le strategie che metterà in atto per non comprare quel maledetto video.
Quanto a me, il giorno dopo sono tornata al parco, ho preso la capa da una parte e le ho sussurrato: “Mi spiace, non lo voglio il video, ne ho già uno che ho girato prima di Natale con la neve.”
Ha insistito parecchio e io ho continuato a dire no. Alla fine mi ha detto che me l’avrebbe dato pure gratis. Allora le ho risposto: “grazie, sei gentile, ma sai, io la televisione non la guardo mai.”
E finalmente questa frase l’ha fermata.
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Sono tornata stanotte con un atterraggio molto, molto ondeggiante e come a ogni rientro ho un mucchio di cose da fare.Perciò vado a mettermi doposci, sciarpa, guanti e cappello e non farò nulla.
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Buon 2010 a tutti!
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Il paese di W. prepara le valigie e anch’io.
Voi state bene e non litigate.
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Have a good summer! Lampeggiava la scritta sul cartello appeso al muro davanti alla porta d’ingresso della scuola.
Alle otto e venticinque giravo per i corridoi cercando la stanza dove ritirare il dvd di graduation e già erano tutti nelle classi, gli armadietti spalancati e vuoti, gli studenti li hanno liberati due giorni fa, e sono dovuta andare a prendere Lo con la macchina, c’aveva ficcato il contenuto di un portabagagli e del sedile posteriore nel suo.
E stanno arrivando i camion dei traslochi nel paese di W., a CameliaHof ce ne sono due, uno alla mia destra e uno alla mia sinistra, il primo carica, il secondo scarica e il primo oggetto che è uscito è stata una macchina.
Se ne andrà via anche la compagna di classe di Lo che abita di fronte a noi, una settimana fa ho incrociato per la strada sua sorella, che dovrebbe avere circa vent’anni, insomma dovrebbe aver finito, credo, il liceo, ma ne dimostra quattro o cinque di meno. Finora l’ho vista uscire solo il sabato con i genitori per fare la spesa, di solito le persone dell’Arabia Saudita si frequentano tra connazionali molto più degli altri, ma non loro. Forse perché quelli che conoscono abitano lontano e non gli va di prendere il taxi. Comunque camminavano per la strada che taglia W. , questa ragazza, la madre e i suoi tre fratelli: la compagna di classe di Lo che ha tredici anni, una bambina sui sei e un ragazzino un po’ più grande, tutti e tre vanno alla scuola americana, ma con il bus non con la bici. Mi ha colpito l’atteggiamento che aveva con la sorella che non era indifferente o paziente, o tollerante, come di solito i maggiori hanno verso i minori, ma era scherzoso e complice come se avesse la stessa sua età e poi pareva un po’ inchiodata nei movimenti.
E dalla prossima settimana il paese di W. sarà semideserto e prevalentemente olandese.
Noi prenderemo il volo in ritardo, il 29, intanto fioriscono le rose, in anticipo quest’anno, e intanto in libreria il 24 Giugno
Categorie: Pare che sia andata, Prima che la storia finisca
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Qui in Olanda quasi tutti portano i cani ad addestrare.
Seguono anche delle regole per avere dei neonati che non piangono (dispensate, le regole, dai centri in cui si va una volta al mese per far visitare il bambino), ne ho già scritto in passato.
Io vivevo ancora a Roma quando i miei figli erano piccoli e, pur essendomi comportata in modo opposto a queste regole, sono stati sempre molto tranquilli. Per caso o per i loro caratteri, non so.
La cana invece è nata qui, ma non l’ho portata all’addestramento. Sono stata fortunata: è ubbidiente, però al parco è meno ubbidiente degli altri cani, perché quando si decide di farli smettere di giocare, lei non smette mai per prima, mentre i cani degli altri s’immobilizzano e scattano come macchinette. Va detto che questo confronto è avvenuto sempre con animali adulti, alcuni anche di sei o sette anni.
Ho giocato parecchio con lei durante l’inverno. Il gioco-esercizio consisteva in questo: andavo nel prato dietro casa in un orario in cui non c’era nessuno, le mostravo un bastoncino di cibo che poi riponevo nella borsa, la lasciavo libera di scorazzare dieci minuti, la richiamavo, agitando la borsa. Funzionava: accorreva immediatamente. Dopo un po’ di volte ho cominciato ad alternare una carezza a un bastoncino. Ha continuato a funzionare. Un po’ meno quando c’erano altri cani. Ma ho raggiunto il mio scopo: non si allontana mai troppo da me, non parte al galoppo verso la strada, pazienza se non è la prima a ubbidire.
Stamattina passeggiavamo lungo il sentiero nel parco consentito ai cani: prato che è un tappeto, querce , salici e ippocastani maestosi e pieni di foglie, la superficie del canale con uno strato compatto di erbette color smeraldo, un mondo verde insomma. Cana libera a un paio di metri da me. Dall’altra parte del sentiero un tipo con un cane senza guinzaglio. I cani cominciano a giocare. Dopo un paio di minuti il tipo la chiama: Sara! Ma Sara non lo ascolta e continua a fare la lotta con la mia. La chiama ancora, sempre più nervoso. Aspetto un po’ e provo con la mia. Incredibile! Viene subito e si siede. Le aggancio il guinzaglio, le faccio una carezza. La cana del tipo invece continua a correre.
Quanti anni ha, gli domando quando la riprende.
Un anno, anzi tredici mesi, mi risponde lui con una smorfia.
Eh, ma allora è normale, è ancora piccola.
Deve capire l’ubbidienza! Mi risponde lui. Deve capire chi comanda! Sto pagando un corso per questo! La tua quanto ha?
E’ nata a febbraio… un anno e mezzo.
Quindici, quindici mesi.
Ah sì, quindici mesi.
Due più della mia.
Eh, sì. Forse è per questo.
Sì, è per questo.
Glielo dico che non ha fatto il corso? No che non glielo dico.
Quando se ne va, sussurro alla cana che è rimasta seduta: brava, brava, brava! Poi apro la borsa è tiro fuori il premio delle grandi occasioni.
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Mi diceva Emme qualche tempo fa: sai, ho pranzato con X alla mensa e mi ha raccontato un sacco di storie sul suo cane, e quando mi ha descritto l’attesa – il cane verso le sei del pomeriggio va a distendersi davanti la porta d’ingresso con gli occhi puntati sulla maniglia – mi ha convinto, a prenderne uno anche noi, intendo. Non solo per il fatto che ci sia un essere che ti aspetta con tanta ansia, in effetti non so spiegare perché mi abbia fatto cambiare idea: forse per l’entusiasmo con cui lo raccontava? O perché si diventa indispensabili, insostituibili? O perché mi sono immaginato di chiedere: chi mi accompagna a far foto sulle dune? E invece del solito silenzio, che non è un silenzio assenso, ma è un silenzio che significa: vacci da solo sulle dune perché a noi non ci va, questa volta mi è parso di sentire un abbaio entusiasta. Sì, deve essere per tutte queste cose insieme e anche altre che non mi vengono in mente.
Comunque da quando è arrivata, uno degli effetti più temuti di un cucciolo, che la fa ovunque, si è verificato solo due volte, ma è stata colpa mia perché ho tardato a portarla fuori dopo che piagnucolava davanti alla porta. Certo, è tutto più semplice perché ho il giardino, sarebbe stato più complicato se avessi abitato a un ultimo piano senza balcone, però come al solito dipende da quanto sia reale il desiderio e dalla conseguente volontà di superare le difficoltà.
Come per la scrittura e per le faccende di cuore.
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Avevo deciso di trasferirmi dalla stanza del primo piano alla serra che è il posto migliore della casa, in effetti era previsto che ci sarei stata sin da quando siamo venuti ad abitare qui, ma poi avevo preferito la stanza perché ho bisogno di occupare uno spazio che abbia un contorno e la serra con i suoi vetri trasparenti non lo ha, però sta arrivando primavera, il giardino si fa bello e nella serra ci sono immersa, ma non è questa la ragione per cui avevo quasi deciso il cambiamento, é stato perché questa storia del confine che mi chiude mi è parsa all’improvviso una fissazione e mi sono detta: mi sposto, poi sarò già abituata per la fine di marzo quando ci sarà il cane, é meglio se stiamo qui, almeno fino a che sarà un cucciolo ché c’è il pavimento di cemento. Stavo proprio per spostarmi, si trattava di prendere il portatile, le sigarette e qualcos’altro e scendere le scale, poi invece mi sono seduta a riflettere, la riflessione era che potevo rimandare lo spostamento a domani o tra un mese quando ci sarebbe stato il cane, insomma avevo di nuovo cambiato idea, quando
quando abbasso gli occhi e lo vedo: il topo più minuscolo del mondo, di circa un centimetro, un centimetro e mezzo esclusa la coda che proprio per la piccolezza del corpo pareva lunghissima e sottilissima, ed é morto. Così mi sono ricordata che stanotte il gatto era scappato e che era rientrato all’alba da una finestra che gli avevo lasciata aperta. Il gatto non viene mai sulle mie gambe, preferisce le gambe degli altri, però le sue prede me le deposita sempre nella mia stanza. “Non ti riservo le mie attenzioni però ti faccio i regali”. Credo che abbia un pensiero del genere.
Comunque dopo l’avvistamento, scatto in piedi. E resto immobile per un po’, cercando di non guardare l’essere morto. In questo sforzo di non guardare, fisso un altro punto: la sedia dove stavo poco prima. C’è una poltiglia indefinita lì sopra. Se dovessi definirla direi che è un hamburger poco cotto. Abbandono la stanza talmente veloce che neanche mi ricordo di esserne uscita. I jeans mi pesano addosso, mi ci sento tutto sopra. Alla fine me li tolgo. Sulla tasca posteriore destra c’è un’inquietante chiazza tra il rosso e il ruggine.
E così mi sono finalmente trasferita, almeno fino alle tre quando i ragazzi torneranno dalla scuola.
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In un certo programma televisivo, che non lo scrivo come si chiama, ché mi infastidirebbe come se scrivessi anima vibrante o piacere puro, vedo un tipo che pare proprio l’insegnante d’italiano che contattai l’anno scorso quando Fran doveva cominciare l’IB.
La somiglianza è sorprendente: stessi capelli ricci un po’ lunghi, – e se non sei distratto ti accorgi che la loro scompostezza tanto casuale non è, ma che gli serve per camuffare un principio di calvizie – pupille inquiete che sembrano manovrate da un filo, sguardo che si sforza di essere buono, e ancora: identica montatura d’occhiali e probabilmente stessa altezza e stessa curvatura di pancia.
L’unica differenza è che quello della tivù cerca di fare lo spiritoso.
Ad alta voce dico: ma sono incredibilmente simili, due gocce d’acqua! Ehi, Fran, vieni a vedere!
Comunque non è lui.
Lui, l’insegnante, l’ho incontrato un paio di giorni fa, nei pressi della scuola. Percorreva il viottolo che conduce all’ingresso, io procedevo in senso contrario.
A un certo punto ci saremmo dovuti intersecare se non avessi scartato verso sinistra e lui verso destra.
Manteniamo le distanze, anzi se è possibile le aumentiamo.
Il fatto è che lui mi odia un po’ e a me fa paura un po’. Mi odia perché ho scelto un altro al suo posto. Gli ho preferito uno che era meno noioso, anzi che non lo era affatto, e che chiedeva una somma che era quasi la metà di quella che voleva lui.
Una mattina di fine agosto è passato a riprendersi l’elenco dei libri che mi aveva lasciato, ed era furioso. Lui che aveva sempre un modo di parlare placidamente annoiato e statico eccetto le pupille, e privo di toni, anche quando aveva messo su un sorriso compiaciuto e mi aveva risposto: se trova un secondo studente non si aspetti di pagare la metà, ché i compiti li devo correggere doppi. Cerchi un altro insegnante, se ci riesce, e vedrà che pagherà la stessa cifra.
Quella mattina la furia gli aveva modificato l’aspetto, persino gli occhiali parevano diversi.
Quando gli ho teso le fotocopie stava per dirmi qualcosa.
Poi deve aver contato fino a cinque e mi ha bisbigliato scendendo al tu: non mi piace come ti sei comportata.
Per certe cose che sapevo di lui ho immaginato, a volte immagino troppo, che se stava per iniziare un thriller quella sarebbe stata la prima scena.
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