Mi diceva Emme qualche tempo fa: sai, ho pranzato con X alla mensa e mi ha raccontato un sacco di storie sul suo cane, e quando mi ha descritto l’attesa - il cane verso le sei del pomeriggio va a distendersi davanti la porta d’ingresso con gli occhi puntati sulla maniglia - mi ha convinto, a prenderne uno anche noi, intendo. Non solo per il fatto che ci sia un essere che ti aspetta con tanta ansia, in effetti non so spiegare perché mi abbia fatto cambiare idea: forse per l’entusiasmo con cui lo raccontava? O perché si diventa indispensabili, insostituibili? O perché mi sono immaginato di chiedere: chi mi accompagna a far foto sulle dune? E invece del solito silenzio, che non è un silenzio assenso, ma è un silenzio che significa: vacci da solo sulle dune perché a noi non ci va, questa volta mi è parso di sentire un abbaio entusiasta. Sì, deve essere per tutte queste cose insieme e anche altre che non mi vengono in mente.
Comunque da quando è arrivata, uno degli effetti più temuti di un cucciolo, che la fa ovunque, si è verificato solo due volte, ma è stata colpa mia perché ho tardato a portarla fuori dopo che piagnucolava davanti alla porta. Certo, è tutto più semplice perché ho il giardino, sarebbe stato più complicato se avessi abitato a un ultimo piano senza balcone, però come al solito dipende da quanto sia reale il desiderio e dalla conseguente volontà di superare le difficoltà.
Come per la scrittura e per le faccende di cuore.
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Avevo deciso di trasferirmi dalla stanza del primo piano alla serra che è il posto migliore della casa, in effetti era previsto che ci sarei stata sin da quando siamo venuti ad abitare qui, ma poi avevo preferito la stanza perché ho bisogno di occupare uno spazio che abbia un contorno e la serra con i suoi vetri trasparenti non lo ha, però sta arrivando primavera, il giardino si fa bello e nella serra ci sono immersa, ma non è questa la ragione per cui avevo quasi deciso il cambiamento, é stato perché questa storia del confine che mi chiude mi è parsa all’improvviso una fissazione e mi sono detta: mi sposto, poi sarò già abituata per la fine di marzo quando ci sarà il cane, é meglio se stiamo qui, almeno fino a che sarà un cucciolo ché c’è il pavimento di cemento. Stavo proprio per spostarmi, si trattava di prendere il portatile, le sigarette e qualcos’altro e scendere le scale, poi invece mi sono seduta a riflettere, la riflessione era che potevo rimandare lo spostamento a domani o tra un mese quando ci sarebbe stato il cane, insomma avevo di nuovo cambiato idea, quando
quando abbasso gli occhi e lo vedo: il topo più minuscolo del mondo, di circa un centimetro, un centimetro e mezzo esclusa la coda che proprio per la piccolezza del corpo pareva lunghissima e sottilissima, ed é morto. Così mi sono ricordata che stanotte il gatto era scappato e che era rientrato all’alba da una finestra che gli avevo lasciata aperta. Il gatto non viene mai sulle mie gambe, preferisce le gambe degli altri, però le sue prede me le deposita sempre nella mia stanza. “Non ti riservo le mie attenzioni però ti faccio i regali”. Credo che abbia un pensiero del genere.
Comunque dopo l’avvistamento, scatto in piedi. E resto immobile per un po’, cercando di non guardare l’essere morto. In questo sforzo di non guardare, fisso un altro punto: la sedia dove stavo poco prima. C’è una poltiglia indefinita lì sopra. Se dovessi definirla direi che è un hamburger poco cotto. Abbandono la stanza talmente veloce che neanche mi ricordo di esserne uscita. I jeans mi pesano addosso, mi ci sento tutto sopra. Alla fine me li tolgo. Sulla tasca posteriore destra c’è un’inquietante chiazza tra il rosso e il ruggine.
E così mi sono finalmente trasferita, almeno fino alle tre quando i ragazzi torneranno dalla scuola.
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In un certo programma televisivo, che non lo scrivo come si chiama, ché mi infastidirebbe come se scrivessi anima vibrante o piacere puro, vedo un tipo che pare proprio l’insegnante d’italiano che contattai l’anno scorso quando Fran doveva cominciare l’IB.
La somiglianza è sorprendente: stessi capelli ricci un po’ lunghi, - e se non sei distratto ti accorgi che la loro scompostezza tanto casuale non è, ma che gli serve per camuffare un principio di calvizie - pupille inquiete che sembrano manovrate da un filo, sguardo che si sforza di essere buono, e ancora: identica montatura d’occhiali e probabilmente stessa altezza e stessa curvatura di pancia.
L’unica differenza è che quello della tivù cerca di fare lo spiritoso.
Ad alta voce dico: ma sono incredibilmente simili, due gocce d’acqua! Ehi, Fran, vieni a vedere!
Comunque non è lui.
Lui, l’insegnante, l’ho incontrato un paio di giorni fa, nei pressi della scuola. Percorreva il viottolo che conduce all’ingresso, io procedevo in senso contrario.
A un certo punto ci saremmo dovuti intersecare se non avessi scartato verso sinistra e lui verso destra.
Manteniamo le distanze, anzi se è possibile le aumentiamo.
Il fatto è che lui mi odia un po’ e a me fa paura un po’. Mi odia perché ho scelto un altro al suo posto. Gli ho preferito uno che era meno noioso, anzi che non lo era affatto, e che chiedeva una somma che era quasi la metà di quella che voleva lui.
Una mattina di fine agosto è passato a riprendersi l’elenco dei libri che mi aveva lasciato, ed era furioso. Lui che aveva sempre un modo di parlare placidamente annoiato e statico eccetto le pupille, e privo di toni, anche quando aveva messo su un sorriso compiaciuto e mi aveva risposto: se trova un secondo studente non si aspetti di pagare la metà, ché i compiti li devo correggere doppi. Cerchi un altro insegnante, se ci riesce, e vedrà che pagherà la stessa cifra.
Quella mattina la furia gli aveva modificato l’aspetto, persino gli occhiali parevano diversi.
Quando gli ho teso le fotocopie stava per dirmi qualcosa.
Poi deve aver contato fino a cinque e mi ha bisbigliato scendendo al tu: non mi piace come ti sei comportata.
Per certe cose che sapevo di lui ho immaginato, a volte immagino troppo, che se stava per iniziare un thriller quella sarebbe stata la prima scena.
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Di nuovo un coffee morning a casa mia.
Sei cambiata in questi anni? Mi hanno chiesto.
Ho risposto: mica tanto. Ma poi, riflettendoci sopra, mi sono accorta che il cambiamento è stato notevole. La differenza rispetto a quattro anni fa, è che allora cercavo di fare tutto ma proprio tutto, anche le cose più orribilmente noiose, pur d’inserirmi e stare con la gente, ed ero mediamente infelice. Oggi faccio solo quello che mi va e sono mediamente felice, spesso allegra, anche un po’ stupida se mi gira. Certo, mi ha aiutato essermi trasferita da O. (dove in quattro anni non ho parlato praticamente con nessuno) a W., il paese degli expat quasi di lusso.
E ho disimparato a cucinare: in una scala da uno a dieci, sono scesa da 7 a 2. Ho imparato a scrivere: da 2 sono passata a 7.
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All’improvviso mi ritrovo datore di lavoro.
E qual è uno dei compiti di un datore di lavoro? La selezione di chi lavorerà per lui.
Poco più di un’ora per scegliere qualcuno che pagherò per i prossimi due anni. Già perché una delle sei materie che Fran porterà all’esame di IB è letteratura italiana, materia che non viene insegnata nella sua scuola. C’è letteratura francese, spagnola e olandese, che devono essere sostenute in lingua ovviamente, sono assenti il tedesco, e l’italiano purtroppo.
Così ho esaminato i candidati. Be’, prima ho dovuto cercarli.
Ne ho trovati tre. Con due sono arrivata al colloquio che è durato poco più di un’ora. Non ho tenuto conto dell’età, né del sesso, ed erano entrambi preparati per quanto si possa giudicare il livello di preparazione di una persona in sessanta minuti, per quanto possa giudicare io, e avevano esperienze diverse, più o meno lunghe. Non ho scelto nemmeno in base alla tariffa, differente, che chiedevano. Su cosa mi sono basata allora?
Sulla noia. Ora che ci penso la mia vita è influenzata in modo incredibile da questa. Letture persone luoghi li rapporto sempre a questa parola, o stato, o condizione.
Non necessariamente la noia è negativa, e non è detto che spinga verso altra noia. l’Olanda a un primo impatto visivo e quotidiano può sembrare noiosa, l’italia è l’opposto invece, ma nel lungo periodo tutto si rovescia e l’olanda diventa senz’altro più stimolante. Comunque. Mi sono rapportata alla mia percezione di come erano quando parlavano, di cosa trasmettevano, di come ti tenevano, e agli sbadigli di Fran che in un caso non smetteva più e li stava passando anche a me.
La noia, la cultura, le persone annoiate, le persone noiose. Ci si potrebbero riempire pagine e pagine. Ma non ci penso affatto a scriverle. Mi annoierei, oppure non ne sarei capace e per questo mi annoierei.
I luoghi comuni, per esempio, raccontati da una persona vivace, con un buon ritmo nella voce, un certo modo di ammiccare, di sfiorare e non sfiorare, di accennare o ricordare. Passano.
L’innamoramento, il desiderio, l’istinto, l’erotismo, l’omicidio, l’inchiesta, la strategia e la soluzione spiegati con un punto di vista innovativo da qualcuno quasi immobile mentre parla, e senza incertezze, o ripensamenti o aggiustamenti, con un ragionamento convincente e un vocabolario esteso. Hanno un impatto più blando perchè terribilmente noioso.
Pare che abbia fatto la scelta giusta. Perché Fran ieri sera mi ha detto: sai, quelle due ore mi sono volate.
Comunque grado di noiosità e numero di anni non sono legati tra loro, per quanto il messaggio che passa un po’ ovunque sia questo. Perchè la persona che ho scelto ha quasi vent’anni più dell’altra.
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A un’ora dal decollo dell’aereo mi è venuta la febbre, la diagnosi era banale, e ho detto subito: ho paura di ammalarmi lassù! Non dire sciocchezze mi ha spento Emme, ci vogliono due ore per andare a Roma, allora mi sono calmata, ho smesso di misurarmi la febbre, ho sempre un termometro nella borsa quando torno in Olanda, e mi sono concentrata su quelli che avevo intorno e sul romanzo di Capote.
Tornare a casa il 13 agosto fa un effetto curioso. L’aeroporto è pieno di gente che parte per le vacanze, il volo per Amsterdam era affollato d’italiani, ragazzi tra i diciotto e i trenta, vestiti tutti uguali, persino con lo stesso colore di abbronzatura, profumati senza esagerazione e spettinati da parrucchiere e qui mi sono perduta in una vecchia domanda: ma gli italiani quando partono per Amsterdam pensano prima a come aggiustarsi? Perché quando circolano nelle loro città non sembrano dei manichini che camminano? Oppure partono per Amsterdam solo quelli che si vestono in un certo modo?
Quando ho allacciato la cintura ho smesso di pensare agli italiani, ai loro bermuda a quadretti, alle loro scarpe da ginnastica finto sporche e ho continuato a leggere A Sangue Freddo.
Ero arrivata nel punto in cui si scoprono i quattro cadaveri dei Clutter. Si sa chi sono gli assassini, il lettore viene informato sin dall’inizio che quella cosa lì sta per accadere, però inquieta lo stesso, per lo meno mi ha inquietato, chissà se fossi stata senza febbre e sulla terra m’avrebbe fattolo stesso effetto, però era un’inquietudine positiva, di quelle che ti fa sentire viva, poi Emme, che era nell’altra fila, mi ha toccato il braccio, mi ha sussurrato: hai visto i miei vicini? E io non ho potuto fare a meno di guardarli e riguardarli i suoi vicini, in verità li avevo notati già prima dell’imbarco, una donna sui sessanta, alta e magra, con un cappello alla Rossella O’hara, un portamento elegante e un naso dritto, austero, che però si arrotolava cattivo alle narici, e un ragazzo biondo e magro, con lo stesso naso che non lasciava dubbi sulla parentela, con degli occhi azzurro trasparente, occhi che parevano d’acqua, vestito come i compagni della scuola americana dei miei figli, e però erano olandesi, l’ho capito da qualche parola della madre e dal fatto che sfogliava il Volkskrant. Il ragazzo era vicino al finestrino e guardava fuori, ogni tanto girava la testa verso la madre e spalancava gli occhi come se fosse abbagliato da una luce, ricordava quegli animali che incontri per la strada di notte e si immobilizzano sotto la luce dei fari, lei continuava a sfogliare il giornale o a mangiare e ogni tanto scoppiava a ridere come se suo figlio avesse fatto una battuta a cui non poteva resistere, ma lui non bisbigliava nemmeno, a un certo punto le è caduta un po’ di pasta sul vestito e ha cacciato un grido, che non aveva nulla di olandese né per il suono, troppo acuto, e perché mi sembra inconcepibile che un olandese gridi perché gli si è rovesciato qualcosa addosso, poi continuavo a leggere, e quei due, madre e figlio, con quel naso che terminava a ricciolo, erano inquietanti come Perry e Dick, i presunti assassini dei Clutter, e leggendo e guardando mi sono dimenticata della febbre e sono atterrata a Skiphol.
Oggi è ricominciata la scuola, e io ripreso a scrivere l’ultimo capitolo del romanzo per cui non ho ancora un titolo.
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Per un paio di settimane non ci sarò.
Voi state bene e non litigate
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Chi è quel tipo in giardino? Chiede Emme.
Come chi è? E’ Ray, il giardiniere.
Ray? Sembra uno di sessant’anni!
Ray è un giardiniere che passa a CameliaHof di tanto in tanto. Da noi venne circa un anno fa a rifare lo steccato e a pulire lo stagno.
Ray ha quaranta anni, la faccia abbronzata, il corpo asciutto, le mani di chi fa un lavoro manuale. Quando parla assomiglia un po’ a fumetto, non trova la parola in inglese e allora dice svisssh, track, o fa il segno della croce quando prevede cosa accadrà a una pianta se non si seguono le sue istruzioni. In un anno i suoi capelli sono passati dal giallo al bianco, la pelle del suo viso si è trasformata in una carta geografica affollata di fiumi, si è rinsecchito e ha perduto un incisivo.
In dodici mesi si è trasformato da un uomo in buona forma in un vecchio.
Ecco quello che è capitato a Ray, dice Emme. Ti ricordi che sua moglie l’anno scorso doveva ricoverarsi in ospedale?
Sì.
Si è operata, è tornata a casa ed è morta. Me l’ha detto così, all’improvviso. Mi stava dicendo che nello stagno deve esserci un buco, si è interrotto, mi ha ricordato la faccenda dell’ospedale, di lui che era preoccupato, e infine m’ha detto: è andata. E io sono rimasto solo con mio figlio. Ha abbassato la testa, e non sapevo cosa dirgli.
Accidenti! Erano così attaccati, lei lo accompagnava sempre nei suoi giri, quando passava a incassare, e lo aspettava in macchina.
Eh. Purtroppo va anche così.
Ma non avevano due figli? Mi ricordo che quando parlava del ricovero di sua moglie, diceva che aveva dovuto annullare gli impegni del pomeriggio per seguire i bambini.
Non lo so, a me ha parlato di uno.
Ecco, quello che è successo a Ray, mi dice Emme.
Oddio, che altro è successo a quel poveretto.
Gli ho detto: Ray il pagamento te lo faccio sul conto come l’anno scorso?
Lui ha risposto: no, no. Quel conto è intestato a quell’avvoltoio di mia moglie. Ho commesso un errore, ne ho commessi tanti veramente. Quando se ne è andata non mi ha permesso di ritirare nemmeno cento euro. Ha usato metà di quello che avevamo da parte per farsi una plastica al seno, per me non ce ne era bisogno, andava benissimo così, ma quando lei si fissa, si fissava, non si riusciva a convincerla a cambiare idea. Quando è tornata a casa dopo l’intervento, invece di disfare la valigia, ne ha presa un’altra e mi ha detto: io me ne vado, ho un altro. Il piccolo lo ha portato con lei, il grande ha scelto di restare con me.
Sono scoppiata a ridere, di sollievo. Mi dispiace per Ray, però sono contenta per la moglie, anzi per l’ex moglie. E’ che me l’ero immaginata che andava in fumo, come si usa qui, e invece è da qualche parte che sorride.
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Così la sera di Pasqua assistevo alla rappresentazione per cui comprai avventatamente il biglietto questo giorno qui.
E con Le Nozze di Figaro considero conclusa la stagione lirica, o forse conclusa per sempre.
Sono solo due le opere che mi piacciono: la Carmen e Il Flauto Magico. La prima perché c’erano dei brani in un film che vidi qualche anno fa e che mi colpì moltissimo, e di cui non ricordo più il titolo, il secondo, Il Flauto intendo, perché qualcuno lo raccontò in radio, qualcuno che potrebbe essere Baricco, ma non ne sono certa. In entrambi i casi deve essersi aperto uno spiraglio nel muro che oppongo alla lirica e che mi fece dire: accidenti ma sono meravigliose! Però mi piace ascoltarle dallo stereo di casa, non dal vero. Così l’altra sera quando ho scoperto che dopo il terzo atto c’era anche il quarto mi sarei uccisa, be’ uccisa magari no, sarei fuggita piuttosto, come ho visto fare a qualcuno durante l’intervallo. E se un olandese se ne va a metà dell’opera, anche se ha avuto il biglietto in regalo, significa che la compagnia non era un granché. L’orchestra suonava male, i cantanti non mi parevano avessero belle voci.
C’è da dire che per tutto il tempo sto lì con le orecchie ben aperte ad ascoltare come pronunciano le parole. Quelli del Figaro se la sono cavata, ma quelli del Don Pasquale sfumavano verso il comico.
Comunque il mio vicino non è rientrato, e su questo fatto ci ho passato il terzo atto. Ho pure messo il piede sotto il suo sedile per controllare se avesse lasciato un pacco. Ammetto che la possibilità era remota, però nel caso sarebbe stato il massimo della sfortuna, ché non avrei avuto speranze.
Il quarto atto l’ho passato a immaginare una relazione con la cantante che interpretava Susanna, la cameriera che sposerà Figaro, e un italiano. Susanna aveva una somiglianza straordinaria con un’istruttrice di nuoto di un campo estivo che frequenta Lo, ma naturalmente non era lei. Ho provato anche con il filone per cui Susanna, cantante lirica nel teatro di Leiden, era in realtà Roberta istruttrice di nuoto in un campo estivo di Roma, ma gli anelli da collegare erano troppi e ci ho rinunciato. Sono passata così a imbastire una storia d’amore tra Susanna e questo italiano.
Durante una tournée Susanna conosce un italiano che non fa il cantante ma l’elettricista del teatro che la ospita e si mettono insieme. All’inizio della loro storia lei ogni tanto gli parla con qualche pezzo di opera de Le Nozze di Figaro a caso, e lui ne sorride. Quando la storia sta per concludersi c’è lei che gli recita ancora delle frasi sforzandosi, però, di selezionare dei pezzi appropriati al momento che stanno vivendo, e ci riesce anche, ma lui ne è infastidito. Non mi sono chiesta cosa sia capitato nel mezzo. M’interessava più l’inizio e la fine, l’atmosfera e le espressioni dei loro visi, sul mezzo c’era poco da immaginare.
All’uscita sull’acqua del canale comparivano e scomparivano dei cerchi dorati e il marito di Camille dichiarava che le Nozze gli erano piaciute, che la lirica lo aveva conquistato. E tu? Mi chiedeva. Io non ho cambiato idea, rispondevo. Emme diceva che se ci fossero stati altri cantanti, altri musicanti, un altro teatro, (un’altra me magari) sarebbe andata diversamente. Forse.
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Sono fuori tempo perché ero fuori
Dunque vado a vedere il film da sola e non al solito cinema.
Il cinema si trova in un quartiere ad alta densità di uffici, di negozi e di anziani benestanti.
Se vai in un cinema di un quartiere popolare, come Testaccio, gli anziani alle quattro stanno a chiacchierare in piazza o al bar, ma se vai in un quartiere ricco e per giunta piove, vanno al cinema, ovvio.
Se poi il cinema pratica la numerazione dei posti: sei fregato, se non ci rifletti in tempo.
Io ho il numero 8f che è occupato da una signora molto ma molto anziana.
Glielo dico che ha occupato il mio posto? Perché dovrei? La sala è vuota.
Mi siedo al 9f.
Arriva un signore molto anziano, mi guarda, scandisce la numerazione dei suoi biglietti e quella della poltrone.
9F! Qui c’è un errore, dice allo schermo.
Mi scusi, dico. Mi sono seduta al suo posto perché il mio era occupato.
La signora molto ma molto anziana alla mia destra, rivolgendosi anche lei allo schermo, dice: eh, quante storie per un posto! Oltretutto la sala è vuota!
Che facciamo? dice il signore molto anziano, sempre allo schermo.
A quel punto commetto un errore perché chiedo alla signora molto ma molto anziana: le dispiace se mi siedo all’otto?
Lei scuote la testa e sussurra ad alta voce (come è possibile sussurrare ad alta voce? Non lo so: in teoria è impossibile) all’amica molto anziana: da non crederci Margherì! Ci dobbiamo spostare!
Ci sediamo con il nuovo assetto.
Il signore molto anziano si guarda intorno con aria compiaciuta, si toglie l’impermeabile, il cappello, la sciarpa, i guanti e poi aiuta la moglie a svestirsi.
Mi vengono in mente le istruzioni prima del decollo: dovete indossare prima voi la mascherina che eroga ossigeno, dopo aiutate chi non è in grado di farlo.
Parte la pubblicità, io tento di telefonare, ma il campo va e viene.
Entrano altre persone sempre più anziane.
Si riempie la mia fila, quella dietro e quella davanti.
Entra anche un ragazzo, un ragazzo vero, non uno di trenta o quaranta anni, un ragazzo sui diciotto, e si siede molto avanti. I suoi capelli scapellati (parola inventata da Lo un po’ d’anni fa) risplendono solitari davanti a me.
E allora capisco che il ragazzo sapeva, io no, purtroppo, io sono fuori tempo e fuori posto, ma ormai è troppo tardi per cambiare perché sono circondata.
Ti rendi conto? Bisbiglia ad alta voce il signore molto anziano alla moglie. Che se non la facevo alzare ci toccava muoverci magari dopo, con le luci spente?
Che ci vuoi fare, risponde lei. Questo paese è così: ognuno fa come gli pare!
Seguitano a bisbigliare ad alta voce, di me.
Costituisco anche il soggetto della conversazione che si svolge tra le due signore alla mia destra anche se si mantengono su un filo più generico.
Il tono è identico, però. Bisbiglio ad alta voce.
Invidio terribilmente il ragazzo davanti che sfoglia pigramente il giornale, e ragiono sulla possibilità di uscire dalla fila, ma non so da quale parte sia preferibile passare. Penso che se resterò lì non potrò fare a meno di sentire i commenti, le previsioni, il rammarico, la condivisione di quel che accade e che mi irriterò assai.
Poi scende il buio, e decido che se esagereranno gli dirò di tacere.
E invece nessuno parla. Credo per le scene del film che sono comprensibili, d’impatto, corrono veloci e non lasciano spazio alle considerazioni.
A un certo punto una signora fa una battuta molto audace sul sesso e di cui resto sbalordita.
C’è un intervallo minimo che non concede l’imbastitura di un discorso.
Nell’ultimo quarto d’ora, quando il ritmo rallenta e i fili si sciolgono, ecco che si affaccia timidamente un brusio di anticipazioni, che si riveleranno errate, ma quando il chiacchiericcio sale di tono, e io mi dico che non vale la pena di dire nulla, che in fondo sono stati bravi, s’alza un imperioso: shhhhh che surgela le voci, senza possibilità di replica.
Le luci si riaccendono, e mi volto e li guardo mentre s’infilano cappelli, cappotti, guanti e sciarpe.
Chi sarà l’autrice della battuta scabrosa sul sesso e quella che ha urlato quel shhhh?
Ma le loro facce non scuciono indizi.
Oggi però rientro nei tempi e me ne vado a vedere un film in compagnia, in un cinema sicuro.
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