Segnalazione d’oriente     01-09-2004  

Ogni tanto mi ritorna in mente il protagonista de L’uccello che girava le Viti del Mondo, quando scende in fondo al pozzo.  Una ragazza lo chiama dall’apertura, dopo che gli ha tolto la scala con cui lui era disceso, e gli chiede: era necessario scendere in fondo al pozzo, per pensare? Lui risponde che sì era necessario, perchè non ci sono distrazioni in fondo a un pozzo.

In  giro per casa, ultimamente, ci sono fumetti sul Giappone medioevale. Ogni tanto M. mi racconta qualcuna di queste storie.

Poi ho scoperto un blog. Chi lo scrive è tornato a vivere in Giappone dopo dieci anni di assenza. E ce lo racconta post, dopo post. Il primo comincia così:
 
Oggi, 16 agosto, comincio a mettere in fila queste quattro parole, giusto per segnare la data in cui ho deciso di entrare a far parte della sempre più folta schiera dei “bloggisti” (ma si dice così?), per raccontare al mondo intero (o comunque a chi avrà la pazienza di leggermi) le storie che scrivo dal Giappone.

Da Osaka, il viaggio di Urashima.

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Segnalazione     28-04-2004  

Domani alle 21.00 a Roma, al caffè Notegan in via del Babbuino 158, presentazione e lettura di FaM, Rivista di Letteratura Fica.

Io non ci sarò, ma spero che qualcuno del mio ex gruppo si ricorderà di andarci.

Così poi mi racconta, magari in differita.

Permane un dubbio -uno dei tanti, ma questo è piccolo, piccolo - sulla targa della strada, Babuino è scritto con 1 o 2 B? A me pare con 2.

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Oggi racconti brevi …     02-04-2004  

Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì

(Il dinosauro di Augusto Monterroso)

Io scrivo, invece:

Si spazzolò i capelli cercando l’animale che era in lui.

(Il pidocchio)

Si può fare di meglio, però.

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Fu Autoritario riusc…     15-03-2004  

Fu Autoritario riuscirà ad essere Autorevole?

Autorevole è chi riesce ad esercitare il comando attraverso meriti effettivi. I padri del passato erano autoritari o assenti, quelli di oggi, con le dovute eccezioni, tendono verso la strada dell’autorevolezza.

Putiferio sull’albero di Kureishi, è un racconto costruito proprio su questa domanda.

Un uomo è al parco con i suoi 3 figli (due gemelli di 7 anni e uno di 2) e ha voglia di bersi un caffè e rilassarsi un attimo, magari di sfogliare il giornale. Dice: Su andiamo! E i bambini inaspettatamente lo seguono, senza obiettare. Allora ripensa alla domenica precedente, quando incontrò un amico indiano e uno dei figli disse all’amico: sei scemo? E quello commentò, disgustato, della brutta educazione che stava ricevendo il bambino. Il padre, imbarazzato, si chiese se non fosse arrivato il momento di cominciare ad essere più autoritario.

E’ contento del silenzio che segue quando riesce a calciare la palla tanto in alto da bucare le nuvole, è irritato quando i figli imitano certi suoi comportamenti. E’ come avere dei caricaturisti che ti osservano ogni istante, pensa. Così quella mattina prima di lasciare il parco, decide di stupirli e lancia il pallone in alto per superare le nuvole, ma il pallone s’incastra tra i rami di un albero. E a quel punto l’uomo entra in crisi. E’ stanco di giochi, di litigi e di discussioni, pensa al caffè, ai raggi di sole che lo riscalderanno mentre scorre i titoli del giornale ed è tentato di lasciare il pallone tra i rami dell’albero. Di dire al bambino: te ne compro un altro domani, adesso andiamo a berci le bibite che vi avevo promesso. Ma subito dopo s’interroga: che cosa avrebbero pensato i figli di un pallone nuovo abbandonato sull’albero? Decide di salire, anche se è convinto che non riuscirà ad arrampicarsi così in alto da farlo cadere. Infatti così accade. Sarà un altro uomo, più agile di lui, a recuperarlo. Ma ciò che conta non è il risultato, non è dimostrarsi un eroe. No, ciò che conta è averci provato.

Da lì capisce una cosa importante: non puo’ andare contro il suo carattere, il suo modo di essere. Non puo’ forzarsi ad imporre il rispetto delle regole con la coercizione.

E’ la stessa strada che sta seguendo il tipo che passa tutte le mattine con i due figli al seguito. I bambini si arrampicano sulle statue dei cani, lui per un po’ li lascia giocare, poi guarda l’orologio, li chiama, ma i bambini non lo ascoltano, lui riprende a camminare, tira fuori un pallone o un altro gioco, li chiama di nuovo. Loro lo guardano, valutano se seguirlo o meno, lui dice qualcosa e fa qualche altro passo. A quel punto i bambini scendono dalle statue e riprendono le loro postazioni: uno sul passeggino e uno sulla bicicletta. Tutti i giorni così, questo tipo aspetta che i figli decidano di seguirlo.

Certe mattine si intuisce che sta per perdere la pazienza, ma continua a seguire questa strada in salita, che gli fa perdere tempo ed energie, lo so, ma che condurrà ad un rapporto migliore, forse. Lo sapremo tra cinquanta anni da un altro Kureishi.

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Non vorrei mai scrivere come lei     12-11-2003  

Come la Mazzantini in questo libro:

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Oggi voglio pensare a     04-11-2003  

Oltre cento anni fa, un uomo scriveva: you can have your secret, if I can have your heart. < ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />

Una frase su cui dovrebbero riflettere tutti coloro che stanno vivendo una storia d’amore. Questo uomo era Oscar Wilde e non fu trattato molto bene dalla società di allora. Dopo aver passato due anni in carcere si era fatto questa idea di quelli che stavano al di là delle mura:  Preso nel suo complesso, il mondo è un mostro pieno di pregiudizi, affardellato di preconcetti, corrotto dalle cosiddette virtù. Sfidare il mondo, ecco quale dovrebbe essere il nostro scopo, invece di vivere per accondiscendere alle sue pretese, come facciamo per lo più”.

Sapeva che il mondo non avrebbe smesso di perseguitarlo perché questo avrebbe significato ammettere di aver sbagliato a condannarlo. Incerte furono le cause della sua morte, sicuro è che morì solo.

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I professori e altri professori     16-10-2003  

Sto leggendo una raccolta di racconti di Marco Lodoli. Ho finito di leggere il secondo e sto per iniziare il terzo. Solo per il primo che s’intitola: Il professore di storia dell’arte, posso dire che vale la pena di comprare questo libro, ma non voglio scrivere una recensione, per lo meno, non oggi. Voglio parlare di professori. Ho incontrato Marco Lodoli un pomeriggio di qualche anno fa. Ci ha letto qualche pagina di un romanzo che gli piaceva, ci ha raccontato del suo rapporto con gli alunni a cui insegnava, di un titolo di un tema che dava di frequente: Descrivi cosa c’è nelle tasche del tuo cappotto. Mentre parlava si tirava su i calzini che gli scendevano e si tirava giù i pantaloni che erano troppo corti, non riusciva a stare fermo, ma era perfettamente a suo agio. Accidenti ho pensato: che bel titolo. E mi sono ricordata del mio professore di liceo, che quando sbagliavamo a tradurre una frase di latino ci lanciava il libro addosso e di quella volta che ci ha dato un tema sulla teoria delle illusioni del Foscolo. Il giorno prima ci aveva letto un “suo” elaborato per aiutarci nella compilazione del tema, e invece non era mica farina del suo sacco, ma un riassunto di una critica di Asor Rosa, per giunta scritta in modo tale che non si capiva niente. Comunque io la critica l’avevo trovata, ma poi avevo fatto il tema con una mia idea che era più o meno così: che è lecito ricorrere ad una illusione se questa ti fa star meglio. La sua reazione è stata terribile. Quando è passato tra i banchi mi ha lanciato il foglio protocollo contro e ha detto, senza fermarsi: “Galetta non hai capito un c****!” Chissà forse è stato anche per quello che poi non ho creduto in Dio e pure per quello che ho perso il libro su cui Lodoli, oltre alla dedica, mi aveva scritto il suo indirizzo a cui mandare qualcosa. Forse i modi del prof. di italiano erano un po’ violenti, ma, in fondo in fondo, nella sostanza una traccia positiva l’ha lasciata.

All’università i professori erano diversi; oggi, quelli che avevo io,  sono entrati quasi tutti in politica. Antonio Martino, per esempio, insegnava una materia che seguivano in pochi. L’ho conosciuto bene: ho seguito il suo corso (eravamo una decina) e un seminario con pizza finale. Quando spiegava rideva sempre e ci ossessionava con il fatto che avesse studiato in America e che sapesse l’inglese alla perfezione. Una delle tre I dei cartelli di propaganda elettorale che erano sparsi in tutta Italia prima delle elezioni. E alla I dell’inglese sono sensibili tutti, quelli di destra, di sinistra e anche quelli a cui non gliene importa niente di politica.  Lo so perché da quando vivo qui c’è una frase che sento spesso: “Ma ti rendi conto che i tuoi figli parleranno inglese alla perfezione?” E invece quello che conta è parlare l’inglese (non degli inglesi) che si parla nel mondo e quello non ci vuole  tanto per impararlo. E poi c’era Antonio Marzano; con lui ho fatto due esami e anche la tesi. Lui, a prescindere dalle sue idee, era un bravo insegnante. Spiegava bene, ti lasciava parlare, non ti faceva pesare quello che sapeva. Riusciva quasi a convincerti che avesse ragione. Peccato che sia entrato in politica anche lui.

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Piccola Seranata Notturna di Errico Buonanno
Questa estate ho letto un libro. Un romanzo, ambientato nella Roma fascista (iIl protagonista è Giacomo Lullo, un uomo semplice e felice che aspira a divenire un artista. Ma è proprio l’assenza di angoscia e di pazzia a impedirgli di essere tale. Durante un viaggio per Parigi, un pubblicitario tenterà di convincerlo che solo se riuscirà a essere infelice potrà aspirare a diventare un genio), scritto da un ragazzo che ha poco più di vent’anni. Ma l’età non c’entra nulla. Sono convinta che l’editor abbia lavorato poco per correggere le bozze: le frasi che compongono la storia sono bellissime, legate una all’altra da un filo invisibile e resistente. Dopo aver letto le prime righe: Quando il secolo iniziò, un uomo uccise il nostro re. Non tutti se ne accorsero però; c’erano alcuni che non sapevano neppure che fosse nato il re, e l’eco di quel colpo di pistola non poteva toccarli…Ho chiuso il libro e mi sono messa a guardare la foto dell’autore. E mi sono ricordata: uno scantinato, un tardo pomeriggio d’inverno, sedie di plastica, un ciclo di conferenze sulla scrittura creativa: Starnone, Lodoli, Maraini, Piccolo e altri. E poi i partecipanti: una fauna mista, con un’atmosfera che non mi piaceva affatto: per spiccare si ridicolizzava chi leggeva i propri testi. Comunque tra questi c’era un ragazzo, di 17 o 18 anni, dall’aspetto un po’ grigio, che aveva una serie di cartelline. L’avevo notato per la precisione con cui teneva i suoi racconti. Ha letto un pezzo, credo, su un personaggio di Re Lear: una storia sorprendente, senza sbavature. L’ha letta nell’indifferenza generale, anche dello scrittore che era lì quel pomeriggio. Non credo ci siano stati commenti dopo, solo delle domande che non c’entravano nulla con la storia letta. Quando stavamo andando via, mi sono avvicinata e gli ho detto: è bello quello che hai scritto. Sono quasi certa che sia lo stesso ragazzo che ha scritto il romanzo che ho letto quest’estate. Chissà se appartiene agli angosciati o ai folli.Chissà se gli altri l’hanno riconosciuto. può stare

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C’è un racconto che ho letto tanto tempo fa e che da qualche giorno mi è ritornato in mente; il racconto credo che sia di Calvino o forse di Buzzati, comunque è la storia di un tipo che era innamorato di una donna che si chiamava Teresa. Il tipo era miope, ma non aveva mai portato gli occhiali. Teresa insiste perchè si faccia visitare dall’oculista perchè poi il mondo gli sembrerà diverso. Lui si lascia convincere, si fa misurare la vista e compra gli occhiali. C’è poi la descrizione del primo incontro dei due: lui arriva per primo: è fermo sul gradino di una scalinata e porta gli occhiali. Non ci sono più ombre, colori che si fondono, visi con buchi neri. Tutto è netto, preciso, definito. Poi da lontano vede una persona che si dirige verso di lui, la riconosce: è Teresa. Osserva la sua andatura: non gli piace come si muove. Nel tempo che la donna impiegherà ad arrivare fino alle scale, lui avrà modo di osservarla da lontano, come mai aveva potuto fare prima e smetterà di amarla.

Ieri ero alla fermata dell’autobus, che per me è sempre un momento molto stimolante, c’erano una tizia con la sindrome di down e un’altra con problemi mentali che non so quali siano. La prima, quella con la sindrome, è bassa, soprappeso, sempre allegra e veste come una bambina anche se deve avere almeno 30 anni. La seconda è altissima, con capelli rossi corti e veste come un maschio. Quella con la sindrome di down faceva domande di continuo, a volte non aspettava neanche le risposte: le dava lei stessa. Quella alta, sempre di malumore e triste, rispondeva brevemente. Chiamerò Tina quella con la sindrome e Olivia la sua amica alta.

Tina: Perché non hai risposto al maestro, oggi?

Olivia: Perché in quel momento non ne avevo voglia.

Tina: Che compito hai da fare per casa? Io devo leggere un articolo su una rivista e poi devo andare a fare la spesa al mercato da sola. Domani c’è il mercato a Leiden e io devo andarci senza mia madre. Mi devo fare scrivere la lista della spesa, anzi la devo scrivere io e poi devo spuntare con una matita quello che c’è scritto sul foglio. Mi devo ricordare di compilare la lista e anche di portare la matita, però potrebbe andare bene anche una penna. Vedi? Ne ho già una dentro la mia borsa; credo che sia meglio che usi la penna, così mi devo ricordare solo la lista. Tu che compiti hai?

Olivia: Nessuno. Sono libera: libera di fare quello che voglio.

Tina: Allora starai alla finestra a fissare l’acqua del canale.

Olivia: L’acqua del canale sembra immobile e invece se la osservi bene si muove. E poi mi piace quando le anatre atterrano sull’acqua e fanno gli schizzi.

Tina: E invece ti fa male, così ha detto il maestro: un po’ puoi starci, ma non per tutto il giorno. E ha dato un compito anche a te. Ho visto che prendeva il diario e scriveva qualcosa. Fammi vedere.

Olivia: è il mio diario e tu non lo puoi leggere.

Tina: Avevamo fatto un patto che non avremmo avuto segreti e se fai così rinneghi la nostra amicizia.

Olivia: sul diario mi ha scritto che devo togliere le scarpe quando vado a letto e che posso rimanere solo un’ora alla finestra. Starò un’ora alla finestra e poi mi siederò in poltrona, ma le scarpe non le tolgo.

Tina: Perché ti piace dormire con le scarpe?

Olivia non risponde: sbuffa e si allontana, dando le spalle alla sua amica. Tina ripete la domanda altre due volte.

Olivia: Perché così posso scappare se scoppia un incendio.

Tina: Perché non ti compri un paio di scarpe con il tacco? Così dovresti toglierle se c’è un incendio perché non puoi correre veloce.

Olivia: Credo che farò come dici tu. Mi compro un paio di scarpe con il tacco e poi se, durante la notte, la casa brucia, me le sfilo.

Tina: arriva il 38, prendi la tessera.

Ovviamente questo dialogo è immaginario: non ho capito nulla di quello che si sono dette; ho solo osservato i gesti, i movimenti e ascoltato le inflessioni delle voci.

Mi sento un po’ come il tipo miope prima che portasse gli occhiali. Non sono sicura che se conoscessi l’olandese sarebbe poi tanto meglio.

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Ieri pomeriggio dovevo andare ad un premio letterario. Sull’invito che mi era arrivato c’era scritto: ”gli ospiti possono portare racconti,  poesie e leggerli nel corso della manifestazione”. Avevo infilato un racconto di un paio di pagine nell’agenda, ero salita in macchina, imboccato l’autostrada: pioggia fitta, aria grigia e losing my religion dei rem ad alto volume. Dopo circa 40 minuti ero arrivata. Conoscevo solo il nome della strada e non il numero civico, un dato che può essere fondamentale quando usi il Gps e vivi in un paese in cui i numeri civici sono messi secondo un criterio che non seguono quello italiano. La sala dove si svolgeva il premio era in un grande ufficio europeo: un palazzo immenso con annesse altre costruzioni più piccole, dei garage, un asilo nido e altri locali dove c’erano macchine di vario tipo. Il palazzo, in cui dovevo andare io, era al di là di un muro alto almeno sei metri. Sul bordo del muro erano state fissate le aste delle bandiere europee. Ero arrivata lì da un’uscita dell’autostrada e per raggiungere l’ingresso del palazzo, sarei dovuta tornare indietro nella speranza di trovare l’uscita giusta. Così ho parcheggiato la macchina e sono entrata nel garage. Tutte le porte erano chiuse. Anche l’ingresso della scuola era chiuso. Alla fine sono riuscita ad entrare da una porta dell’officina. Ho salito delle scale, mi sono trovata nella mensa, ho continuato a camminare per i corridoi e sono arrivata agli uffici: stanze con ampie vetrate da cui si vedevano scrivanie e computer allineati. Un silenzio inquietante. Mentre proseguivo ho sentito un rumore non continuo, simile a quello di una sega che taglia un pezzo di legno. Ho seguito quel rumore ed alla fine di un corridoio ho visto un uomo che dormiva con la testa e le braccia appoggiate sulla scrivania. C’era una radio accesa, una radio interna da cui riceveva istruzioni dagli altri guardiani del palazzo, ma l’uomo russava talmente forte da coprire le voci dei colleghi che provenivano dall’altoparlante. Si era tolto la pistola e l’aveva posata sulla scrivania. Si era sfilato anche la giacca, che era scivolata per terra. Aveva dei baffi folti simili a bastoncini che ondeggiavano ad ogni respiro. Sono stata un po’ a fissare il movimento dei baffi, gli ho avvicinato una mano ad una spalla, ma a pochi centimetri dal contatto l’ho ritratta. Ho pronunciato un paio di volte la parola sorry, ma lui ha continuato a russare. Poi ho visto due bottiglie di birra vuote sotto la scrivania. Allora me ne sono andata.

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