Lasciate stare Elsa Ieri sera all’istituto italiano di Cultura c’era Melania Mazzucco e alle 7 sono salita sul treno per Amsterdam in compagnia di altre quattro amiche. Su cinque, eravamo in tre ad avere letto Vita. E non era piaciuto a nessuna. Perché sono andata, allora? Perché non avevo nulla di meglio da fare? In parte, lo ammetto, è stato per questo motivo, ma anche perché sono curiosa, perché comunque mi piace ascoltare qualcuno che racconta di sé, del suo libro e di quello che c’è dietro. La trama di Vita si può leggere qui. Il romanzo non m’è piaciuto perché: trovo inutili e noiosi i capitoli in cui l’autrice ci informa del suo lavoro di documentazione e di ricerca. E poi non mi piace il suo stile che trovo abbastanza piatto e incolore con picchi infiammati, nostalgici e retorici. Però ci ha raccontato un sacco di cose. Per esempio, non sapevo che agli inizi del 900 i nostri connazionali che sbarcavano in america venissero classificati in italiani e meridionali. Gli italiani erano biondi con la pelle chiara, i meridionali appartenevano al ceppo latino ed erano considerati banditi, piantagrane, ecc. Insomma: l’incontro è stato interessante (non stimolante) - certe informazioni preferisco sentirle da una voce piuttosto che leggerle su un libro - tuttavia mi si è accartocciato lo stomaco quando il tipo che la presentava, un olandese, ha esordito con: si è paragonato Vita a La Storia, si dice che la Morante e la Mazzucco…. Avrei voluto alzare la mano, chiedergli: mi spieghi che cosa hanno in comune i due romanzi, come si possa metterli sullo stesso piano, come… Naturalmente sono stata zitta e la mia piccola indignazione me la sono tenuta dentro. Le due, Elsa e Melania intendo, hanno in comune un premio e null’altro. La Storia comincia così: Un giorno di gennaio dell’anno 1941, un soldato tedesco di passaggio, godendo di un pomeriggio di libertà, si trovava, solo, a girovagare nel quartiere di San Lorenzo, a Roma. Erano circa le due del dopopranzo, e a quell’ora, come d’uso, poca gente circolava per le strade. Nessuno dei passanti, poi, guardava il soldato, perché i Tedeschi, pure se camerati degli Italiani nella corrente guerra mondiale, non erano popolari in certe periferie proletarie.
Vita invece in questo modo: Questo luogo non è più un luogo, questo paesaggio non è più un paesaggio. Non c’è più un filo d’erba, non una spiga, un arbusto, una siepe di fichi d’India. Il capitano cerca con lo sguardo i limoni e gli aranci di cui gli parlava Vita – ma non vede neanche un albero. Tutto è bruciato. Incespica di continuo nelle buche delle granate, lo avviluppano cespugli di filo spinato.
Voi quale preferite tra i due? Agli olandesi la Mazzucco piace assai e ieri sera la sala era affollatissima. Fatto molto inusuale.
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Siccome Emme è in mission, ho deciso che andrò ad Amsterdam in treno, che fare novanta chilometri d’autostrada non mi va, e guidare, poi, per la città tra le biciclette indisciplinate mi conduce dritta dritta verso il mal di testa, molto più facile girare a Roma con i motorini che ti tagliano la strada all’ultimo secondo, tanto i loro scarti li anticipo meccanicamente. Perciò guardo gli orari dei treni su internet. Nel paese adiacente al mio, c’è una stazione ma bisogna cambiare e poi passano di rado, ma se vado al paese dopo c’è un treno ogni dieci minuti e senza cambio. Be’ devo farmi un pezzo di autostrada, ma tanto la macchina l’avrei dovuta prendere comunque. Siccome devo andare qui, per la presentazione del suo libro, scrivo una mail a Marino, dove gli domando se gli orari sono attendibili, eccetera. Lui mi telefona e mi chiede: perché guardi gli orari dei treni su un sito tedesco? Già perché? Perché la logica è noiosa, ecco perché. Hai controllato che ci siano treni per il ritorno? Ecco, veramente no. La logica mi suggerisce che se vanno, tornano anche. Ma serve o no questa logica? Vuoi che t’accompagno? mi chiede Fran. M’accompagni, davvero? E Lo? Che gentile però a proporsi. Anche se quel tiramisù che s’è mangiato fino all’ultimo cucchiaino, ha avuto un suo influsso, credo. Comunque gli orari sul sito olandese sono, con qualche piccolo scarto, simili a quelli del sito tedesco. E il piccolo scarto che mi preoccupa un po’. Intanto ho finito di leggere Quattro giorni per non morire. C’è Gregorio che torna nel suo paese dopo una lunga assenza per il funerale di sua madre, e durante questa permanenza tenta di ritrovare alcuni fili della sua esistenza. E quelle quattro righe che ci sono sulla copertina, che quattro dita sfiorano (secondo un’interpretazione che della logica non tiene conto), non sono scalfitture lasciate su un muro da una mano disperata, ma sono quei fili che Gregorio cerca. Cosa è accaduto mentre era febbricitante e in stato d’incoscienza? E’ una storia che non ha fretta, malgrado il tempo a disposizione per salvarsi, per ricordare, per recuperare un tassello perduto del passato, per guardare la notte di un marzo ligure, umida, piena di vicoli e di tetti di pietra, sia breve. E’ notte di luna. Notte andina. Senti che pace, ha scritto il suo amico in uno dei quaderni ritrovati. E nelle pagine s’avverte la quiete, malgrado tutto.
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Knowlt Hoheimer Io fui il primo frutto della battaglia di Missionary Ridge. Quando sentii la pallottola entrarmi nel cuore mi augurai di esser rimasto a casa e finito in prigione per quel furto di porci di Curl Trenary, invece di fuggire e arruolarmi. Mille volte meglio il penitenziario che avere addosso questa statua di marmo alata, e il piedistallo di granito con le parole “Pro Patria”. Tanto, che vogliono dire?
E.L.Masters Antologia di Spoon River
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Avevo seguito un corso, leggevo i giornali, tentavo di conversare. Non mi devo vergognare, mi ripetevo, di balbettare, di ammutolire perché non riesco a proseguire. Quando tornavo a casa la sera, ripensavo ai discorsi e mi domandavo: esiste un’altra parola che avrei potuto incastrare meglio in quella frase? Oppure altre che abbiano lo stesso significato? Allora aprivo il vocabolario, le cercavo e le memorizzavo. E’ stato per questo che l’ho imparato bene. E ci ho impiegato tre anni. (Così un romeno mi spiegava in italiano di come avesse imparato il dutch).
Nei primi tempi di vita qui rimasi assai affascinata dalla figura di Kader Abdolah. Nel 1998 fugge dall’Iran e si rifugia nei Paesi Bassi. Nel 1993, cinque anni dopo quindi, esce la prima raccolta di racconti in olandese. Per me, che non riuscivo a memorizzare e tanto meno a pronunciare neanche una parola, rappresentava un mito. Kader Abdolah non è l’unico naturalmente ad aver fatto questo sforzo enorme. Ce ne sono decine come lui. Però io credo che lo sforzo compiuto dallo scrittore iraniano non abbia confronti con molti altri. Perché, oltre alla barriera linguistica, ha dovuto superare una barriera assai più impervia quale è la differenza di civiltà tra l’Iran e l’Olanda.
Quanto a me, dopo cinque anni di permanenza qui, continuo a non sapere una parola d’olandese, e ho mille ragioni per cui non le ho imparate (ragioni che non vogliono essere giustificazioni), anche se talvolta mi succede di capire interi discorsi per una specie di miracolo. Credo che dipenda da un senso particolare che possiedo, il senso randomico, che mi permette di usare apparecchi senza leggere le istruzioni o di far ripartire un computer senza sapere come. Comunque un po’ d’olandese qui, un po’ d’inglese là, e mi capita, a volte, di bloccarmi su una parola. Di doverla pensare. E questo succede malgrado ascolti radio e tv italiane, legga e scriva in italiano e frequenti, per lo più, stranieri che parlano nella mia lingua (e ciò è curioso). La parola non è più immediata. Dopo questi anni d’ assenza ridimensiono così, quello che era il mio mito iniziale: D’ impossessarsi talmente bene di una lingua da utilizzarla per scrivere un romanzo. Considero difficile, anzi forse più difficile, conservare la capacità di esprimersi nella propria lingua d’origine pur essendo immersi in suoni, abitudini e atteggiamenti che non hanno alcun legame con il proprio paese. Scrivere in italiano, per esempio, risulterebbe meno complicato se si vivesse in Spagna, in Portogallo o anche in Francia. Perché si possono rintracciare dei suoni, delle abitudini, delle reazioni comuni. Scrivere da un Paese del Nord Europa è più duro. Soprattutto se vivi fuori dal tuo Paese da lunghissimo tempo. Così mi emoziona un po’ sapere che è uscito Quattro giorni per non morire di Marino Magliani. Mi ricordo che una sera, in libreria o al telefono, Marino m’ accennò proprio alle difficoltà di trattenere le parole. Quelle parole che fuggono via.
*Agota Kristof – L’analfabeta-
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Secondo te qual è la qualità più importante per una persona? Il senso dell’umorismo. Se hai senso dell’umorismo – non l’ironia, o il sarcasmo, che sono un’altra cosa – non ti prendi sul serio. E allora non puoi essere cattivo, non puoi essere stupido e non puoi essere volgare. Se ci pensi, comprende quasi tutto. Ne conosci di persone con il senso dell’umorismo? Gianrico Carofiglio in Testimone inconsapevole
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Della serie: i nodi vengono sempre al pettine. E, qualche volta, rimane incastrato un pidocchio. Sul sedile di teak dello spogliatoio femminile, c’è un libro. Lo apro e leggo le prime righe. Un incipit barocco, pieno di aggettivi che arriva oltre metà pagina. Guardo il titolo, la casa editrice, ma non mi dicono nulla; il nome dell’autrice, invece, mi riempie la testa d’immagini e di frasi: un bosco fittissimo in cui non si riusciva a camminare, delle torri all’orizzonte, un paio d’occhi azzurri freddi e severi. Qualcuno che si arrabbia, che dice: io pago! Qualcuno che replica: per due mesi non potrò lavorare, non al computer! Posso darle il primo capitolo. Ho usato quegli aggettivi, come mi aveva ordinato e anche i periodi sono lunghi. Le restituisco l’anticipo se crede, altrimenti deve attendere due mesi. Non ho tempo, io, dice una signora anziana, con uno sguardo di disprezzo. La porta che dà sulla piscina si apre. Una donna robusta, con un bambino in braccio, entra. Rimetto il libro al suo posto. Ciaooo! Come stai? Dice la donna. Ciao! Bene, bene, e tu? Mentre lei asciuga il bambino, chiacchieriamo un po’. Mentre parliamo, faccio caso ai suoi occhi: sono azzurri. Riprendo in mano il libro. E’ tuo? Sìììì. E’ il nuovo romanzo di mia zia. Una donna che è un mito! Dipinge, scrive, viaggia! Ha 72 anni, ma ha l’energia di una di 20! Penso di averla conosciuta… Davvero?? Stasera la chiamo e le dico: zia, c’è una che ti conosce. Zia: quanto sei famosa!
Sorrido. Aggiungo: dille che sono l’amica di T. Magari di me non si ricorda, ma T. non puo’ averla dimenticata. Sì, va bene. T. hai detto? Sì.
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Vorrei averle scritte io.
Ulises Lima lascia il Messico e va a Parigi. Qui incontra Polito che gli procura una stanza e si occupa della sua cena. Polito lo spenna. Un giorno Ulises si stufa e non va più a mangiare da lui. Polito va ad aspettarlo alla chambre, lo aspetta per ore seduto nel corridoio. Quando Ulises arriva alle 3 di notte, Polito viene sopraffatto da una paura che non si sa spiegare. Pag.315-316 Roberto Bolano I Detective Selvaggi.
Non verrò mai più, Polito,disse. Non so cosa mi prese. Dentro mi cagavo addosso dalla paura(mi sentivo morire all’idea di uscire, di percorrere il corridoio, di scendere le scale), ma mi misi a parlare lo stesso, cazzarola, di colpo mi ritrovai a parlare, ad ascoltarmi parlare, come se mia voce non fosse più mia e si fosse messa a vaneggiare da sola, la stronza.
Gli dissi non ne hai il diritto, Ulises, con quel che mi è toccato spendere in provviste…
……………………………………………………….
Perché continuare. Posso soltanto dire che parlavo e parlavo, e Ulises, in piedi davanti a me, in quella stanza così piccola che più che una stanza sembrava una bara, non mi toglieva gli occhi di dosso, tranquillo, senza fare il movimento che io aspettavo e temevo, come se mi stesse dando corda, come se si dicesse gli do un minuto e mezzo, gli do un minuto, gli do cinquanta secondi, a Polito, poveraccio, gli do dieci secondi, ed era come vedere, lo giuro, tutti i peli del mio corpo, come se, malgrado avessi gli occhi aperti, un altro paio di occhi, chiusi, percorressero ogni centimetro della mia pelle e inventariassero tutti i peli che avevo, un paio di occhi chiusi che però vedevano più di quel che vedevano i miei occhi aperti, lo so che non si capisce una sega. E allora non ce la feci più e mi lasciai cadere sul letto come una puttana e gli dissi: Ulises, mi sento male, amico, la mia vita è un disastro, non so cosa mi succede, io cerco di fare le cose bene ma tutto mi riesce male, dovrei tornare in Perù, questa città di merda mi sta uccidendo, non sono più quello di prima, e così mi misi a parlare, a tirar fuori tutto quello che mi bruciava dentro, con la faccia semiaffondata nelle coperte, nelle coperte di Ulises che va’ a sapere dove le aveva prese, tanto puzzavano, non il tipico odore di muffa delle chambres de bonne, non l’odore di Ulises, un altro odore, un odore come di morte, un odore abominevole che all’improvviso s’impadronì del mio cervello e mi fece fare un salto, cazzarola, Ulises, dove hai preso queste coperte, creatura, alla morgue? E Ulises era sempre lì, in piedi, senza muoversi da dov’era, che mi ascoltava e allora pensai che quella era l’occasione migliore per andarmene e mi alzai e allungai un braccio e lo toccai sulla spalla. Fu come toccare una statua.
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Ieri, all’Istituto Italiano di Cultura < ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Seduta su una pieghevole nocciola trasparente, in decima fila, non vedo Dario Voltolini e Giulio Mozzi che presentano Sotto i Cieli D’Italia.
Ho caldo, ma non posso togliermi la giacca di pelle, che la camicia ha le asole larghe e si sbottona. Così un po’ cerco di seguirli, ma è difficile per me ascoltare qualcuno se non riesco a guardarlo negli occhi e un po’ mi distraggo.
Vicino a me, c’è una con capelli neri lunghi ricci e io comincio ad osservare le sue scarpe. Sono degli scarponcini di cuoio nero, molto consumati sulle punte. Ho un debole per le scarpe. Ti raccontano qualcosa, se le osservi bene. Ho un debole o forse una fissazione. Quando ero sotto i venti, ho preso delle decisioni a causa delle scarpe. Stavo con un tipo da un mese, non ne ero innamorata, lui di me sì, era uno che mi faceva ridere però e questo mi bastava. Poi un giorno viene a prendermi, lo vedo arrivare da lontano su un guzzi 125, anzi prima di vederlo, lo sento. Ha una maglietta blu, un paio di jeans, rallenta, si ferma, mette il cavalletto e mi prende un colpo: indossa un paio di stivaletti bianchi, orribili. Proprio quella sera, gli dico che è meglio che non ci vediamo più, che non funziona. Ora descritta così, questa vicenda, suggerirebbe che io sia una persona molto superficiale, e non è che io voglia escludere che lo sia, però non sono una fissata dell’abbigliamento, mi annoio mortalmente a guardare le vetrine dei negozi e il tipo l’avrei comunque lasciato. Diciamo che gli stivaletti bianchi hanno solo accelerato un processo che era già in atto.
Comunque, dicevo della tipa che era seduta vicino a me, ieri. Siccome sono influenzata positivamente dalle sue calzature, continuo a guardarla. Ha un maglione di lana pesante, una maglia di cotone a maniche lunghe che sbuca fuori sui polsi, braccialetti di filo, di cuoio, mani piccole, unghie corte senza smalto.
Ecco un’altra fissazione. Non mi piacciono le unghie lunghe con lo smalto. Comunque mi viene in mente una che vive ad Amsterdam ed ha un blog. Ogni tanto lo leggo. Ogni tanto perché aggiorna molto di rado. Una volta vidi una sua foto. Erano in due, sui 30, e non specificava quale fosse lei. La foto, poi l’avevo vista almeno un anno prima. Non ricordavo le differenze tra le due facce. Però penso che la tipa con gli scarponcini consumati potrebbe essere una delle due. Penso che come è vestita, come bisbiglia al tipo che è seduto vicino a lei, quando scarta una gomma, assomiglia alla tizia di cui leggo, saltuariamente, il blog. Cioè se avessi dovuto immaginarla, l’avrei pensata proprio così.
Sono indecisa se chiederle se ha un blog. Se non lo ha, non saprà neanche cosa significhi la parola blog. E non è che posso spiegarglielo in quel momento. Così mi rimetto a sentire Giulio Mozzi che parla di Calvino, che spiega i non luoghi. E per un po’ mi scordo di chi ho vicino, delle scarpe, di tutto insomma. Poi ho di nuovo caldo e sete. E dalla tenda marrone, parzialmente tirata, vedo un carrello con dei bicchieri di vino rosso. La sedia è scomoda e non vedo la faccia di Giulio, così chiedo alla tipa: scusa, ma tu hai un blog?
Lei mi risponde, sì. E allora le dico: ho capito chi sei. Sei Sonechka.
Be’ chi potesse essere dal momento che mi aveva risposto di sì, non era difficile. Che qui in Olanda siamo in poche ad avere un blog. Anche lei era capitata sul mio. Si ricordava di quello che avevo scritto sulla spazzatura. Un’ altra fissazione. Acquisita da quando mi sono trasferita qui.
Non ho comprato Sopra i Cieli d’Italia. Ho preso invece La Felicità Terrena (Mozzi) e 10 (Voltolini).
Giulio Mozzi ha una voce che è i micro-racconti di vitarealeimmaginaria sul treno, davanti al portone di casa, al telefono, che si leggono sul suo blog. Mi dispiace di averci parlato poco. Con Dario Voltolini ho chiacchierato un po’ invece. E’ una persona che sorride. Di lui avevo un ricordo, di parecchi anni fa, quando ero iscritta alla mailing list di Fabula. Sette o otto anni fa, credo. Si leggevano cose interessanti, ma c’erano anche risse continue. Molto più violente di quelle che avvengono oggi sui blog. Lui, invece, scriveva sempre mail tranquille e si manteneva lontano dai conflitti. Una volta scrisse una recensione bellissima su un romanzo di Moresco. Comprai il libro, ma non arrivai oltre pagina 40. Succede a volte che quando qualcuno ti racconta di un film, di un disco, di un romanzo, e lo fa bene, la sua descrizione acquisti un valore in sé.
E a questo punto, dovrei scrivere una conclusione. Ma non ne ho voglia. Dirò, invece, che il parcheggio era scaduto e sono dovuta andare via.
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Grande. Almeno due volte.< ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Ogni tanto mi viene in mente che qualcuno possa copiare le mie storie, magari cambiare qualche frase qui e là e pubblicarle da qualche parte. Se ciò avvenisse un po’ ne sarei compiaciuta, ma soprattutto irritata. Suggeriva una mia amica, tempo fa: l’unico modo per tenere al sicuro le storie, è infilarle in una busta, spedirsele per posta e non aprirle. Un mio amico, invece, sostiene che l’unico modo certo, perchè non le rubino, è andare alla Siae e pagare.
Non ho mai fatto nulla di tutto questo. La prima cosa di cui mi dovrei preoccupare forse, è quella di fare salvataggi costanti perché ogni cinque anni, perdo buona parte dei racconti che ho scritto.
Però c’è un fatto che mi sfugge: se io pubblico un racconto oggi, in data 4 ottobre sul mio blog e questo compare il giorno successivo su carta o su un sito sotto altro nome, perché non posso dimostrare che l’autrice sono io?
Così anche se non prova niente, metto questo micro racconto qui. E’ solo un’idea di 92 parole, un esercizio alla Carver, ma non si sa mai.
E’ colpa della luna se sono uscito
Appena sarò a casa, accenderò la caldaia, camminerò a piedi nudi sul parquet e fisserò il tempo sulla parete della cucina fino a quando gli occhi non bruceranno. Allora uscirò nella notte, sperando di trovare la luna e, invece, strapperò un vestito. Il cervello esploderà in piccole scintille e, alla fine, rientrerà da una fessura.
Non ho l’aids, sussurrerò alla figura distesa.
Poi scomparirò nell’ufficio al terzo piano, scuoterò la testa rattristato alla lettura dell’articolo che descrive l’ultimo omicidio, sorseggiando caffè tiepido con i colleghi.
*******************
Tutta sta cosa della copiatura, mi è venuta in mente perché sono andata a riguardarmi il Plagio di Camilla Baresani, che tratta proprio di questo argomento. Sembra un libro leggero, ma non lo è affatto. Lui le ruba un romanzo, lei lo pedina, lo fa innamorare, poi lo distrugge.
La porta del bagno era spalancata. Per terra un marasma di sacchi neri della spazzatura mezzi pieni di chissachè. Guardai meglio. Marco era lì. Steso a gambe larghe, una mezza piegata. Sguaiato. Il piede destro sbilenco, innaturale….
E se non fosse morto? Spinsi il palmo della mano a metà tra i mozziconi di peli che gli spuntavano dalle narici e quella sua bocca infelice di denti sconclusionati. Mi sembrò di percepire un lieve refolino caldo.
E’ vivo, pensai.
Grande. Almeno due volte.
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Avevo la pasta sul fuoco in cucina, quando squillò il telefono. Alla radio davano la Gazza ladra di Rossini, il sottofondo musicale ideale per prepararsi un piatto di spaghetti, e io l’accompagnavo fischiando. Fui tentato di non rispondere, gli spaghetti erano quasi cotti, e Claudio Abbado stava giusto per portare l’orchestra filarmonica di Londra all’apice dell’intensità drammatica. Pazienza, mi rassegnai ad abbassare il fuoco, andai nel soggiorno e sollevai il ricevitore. Poteva anche essere un conoscente con qualche nuovo proposta di lavoro
Allora ci sei!
Ciao Rob.
Ti ho chiamato un centinaio di volte ieri mattina. Ho provato anche alle due di stanotte, quando mi sono svegliata per bere. Avevi il telefono rotto?
No. Ha sempre funzionato.
Mi sono spaventata. Poi ho avuto un’idea. Mi sono detta: andiamo a vedere se aggiorna il blog. Se scrive sul blog…
Significa che sono viva. Hai pensato questo, vero?
Sì, cioè no. Ma dimmi: com’è l’insegnante d’italiano? Hai parlato delle passerelle, dell’altezza, però mica lo hai descritto.
E’ perfetto, sì. Però alla fine non ti piacerebbe. C’è un altro tipo che ho notato, invece che…
Racconta…
Prima dimmi perché mi cercavi.
Ti cercavo? Ah sì…. Non mi ricordo più.
Non era la radio, ma lo stereo ad essere acceso. E non era la Gazza ladra di Rossini, ma l’Alcyone di Marais. E il telefono squillava, solo che non avevo voglia di rispondere: anche io avevo la pasta sul fuoco, ma erano pennette, non spaghetti.
Il tipo risponde alla telefonata e s’irrita. Perché l’interlocutrice si stupisce che a quell’ora si possa mangiare. Io, invece, non aspettavo proposte di lavoro e non ho sollevato la cornetta, anzi siccome lo squillo del telefono mi disturbava, ho staccato la spina e poi mi sono dimenticata di riattaccarla.
Il fatto è che la sera prima non avevo cenato. Ora sono passati dei giorni e ripensarci non mi fa mi più impressione. Verso le 7 di sera del giorno precedente, un tipo era caduto dalla bici per un attacco di epilessia.
Io stavo alla finestra ad innaffiare le piante. Immediatamente s’era fermata della gente e dopo qualche minuto era arrivata l’autoambulanza. Solo che non l’avevano potuto mettere subito sulla barella, non sapevo perché, poi l’ho capito leggendo qui. Comunque ero rimasta paralizzata alla finestra. Se fossi stata giù tra quelli che l’aiutavano, non sarei stata così male dopo. Per la stessa ragione, non guardo quasi più nemmeno blob.
Qualcuno poi deve essersi accorto della spina e l’ha riattaccata, ma quando il telefono ha squillato durante la notte, nessuno l’ha sentito.
E ora la domanda.
Che ore erano?
Per rispondere, naturalmente, bisogna capire chi è l’autore dell’incipit e poi aver letto il romanzo o quanto meno averlo da qualche parte. Infatti qualche riga dopo il brano che ho riportato, è indicata l’ora.
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