Cosa ne pensa degli scrittori X, Y e Z? I loro romanzi possono essere considerati, come è stato detto da più parti, i capolavori degli ultimi dieci (o venti) anni?
In genere, se posso dire il mio parere in una questione tanto delicata, tutti questi nostri ingegni di mezza tacca, che mentre sono in vita passano per dei geni o quasi, non soltanto scompaiono d’un tratto dalla memoria della gente, e svaniscono senza quasi lasciar traccia, quando muoiono, ma capita anche che mentre ancora sono in vita, non appena la loro generazione viene sostituita da una nuova, vengano dimenticati e trascurati da tutti incredibilmente in fretta. Da noi succede all’improvviso, come il cambiamento delle scene al teatro….
Non di rado capita che uno scrittore, al quale per molto tempo si faceva credito di una straordinaria profondità di idee e dal quale ci si attendeva un’influenza decisiva e straordinaria sullo sviluppo della società, riveli alla fine l’inconsistenza e le meschinità di quella sua unica ideuzza, tanto che nessuno si duole troppo della sua decadenza. Ma i canuti vecchietti non se ne accorgono e si arrabbiano. La loro presunzione, specie alla fine della loro parabola, prende talvolta proporzioni davvero stupefacenti. Cominciano a prendersi per dei padreterni, come minimo: e Dio solo sa perché.
Brano tratto da I Demoni.
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ma l’ho scelto proprio per questo.
Si scrive (e si legge) meglio sul bianco. E quando si ha voglia di colore si fa così:
Un giorno di primavera un giovane pittore americano di nome Tom Corey pedalava “veloce come il vento” su una bicicletta giallo canarino sotto gli alti pini di Villa Borghese a Roma. Il cielo era (naturalmente) azzurro, però più celeste che azzurro con nubi e al centro delle nubi una sfumatura grigia e dentro la sfumatura grigia un piumino rosa come di cipria. Tom (naturalmente, anche lui) portava scarpe da tennis, blue-jeans e una ventosa camicia rossa amaranto di seta lucida, con larghi e grassi fiori blu dipinti a mano, comprata per un dollaro in un magazzino di stracci cinesi alla quarantaduesima strada di New York. Era biondo, aveva occhi celesti, era magro e non troppo alto e simile a un ballerino. Pedalava come un ragazzo, con foga ed era già tutto rosso in faccia, un po’ sudato, così emanava un odore di pane crudo lievitato e pronto per essere messo al forno.
Correndo attraversava zone d’ombra un po’ cupe, coperte di vegetazione nerastra e umida da cui occhieggiava il tufo e anche il muschio, e in quelle zone si rinfrescava del sole ventosino ma scottante che gli batteva in piena faccia in altre zone aperte. Rideva o sorrideva, mostrando i bei denti bianchi di cane con qualche guizzo di saliva e di luce e qualche volta socchiudeva gli occhi, frenava l’andatura a razzo o addirittura si fermava e, sempre con gli occhi socchiusi, guardava: una statua, una fontana, un prato sotto l’ombrello dei pini, la luce che filtrava e i differenti toni di verde, dal verde pisello al grigio del prato sottostante.
Tratto da Libertà – Sillabari – Goffredo Parise
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Mentre leggevo dov’ero?
Sto leggendo I Demoni. Sono arrivata al secondo capitolo quando il figlio di Varvàra Petròvna, Stavrògin, torna a Pietroburgo.
Mi colpì anche il suo viso: aveva capelli fin troppo neri, occhi chiari fin troppo tranquilli e sereni, colorito fin troppo delicato e bianco, con un rossore fin troppo vivido, denti come perle, labbra come coralli, sembrava il tipico bell’uomo, e nello stesso tempo aveva qualcosa di ripugnante. Dicevano che il suo viso ricordava una maschera.
La lettura procede lenta, non perché non mi piaccia, Dostoevskij mi inquieta e mi affascina sempre, ma perché mi distraggo con i ricordi.
Il libro lo comprai nel 1981 e le pagine sono ingiallite e la copertina stropicciata, con qualche macchia. Lo comprai perché una sera, davanti a un giardino pensile di un convento occupato, Moravia ci consigliò di leggerlo. Disse questa frase: leggete I Demoni e capirete la società. Così lo comprai, ma poi non so per quale ragione non lo lessi. Lo ripresi undici anni dopo. E sulla prima pagina sopra il marchio della Bur c’è scritto a matita: settembre 92, che dovrebbe essere la data in cui ho finito di leggerlo. Invece questo libro non l’ho letto. E perché ho segnato questa data fasulla?
Settembre 1992 è un periodo che ricordo bene. Fran aveva compiuto un anno da un mese, e io ero tornata a lavorare senza di lui. Per undici mesi l’avevo portato con me in ufficio, che magari uno dice: ma che cosa meravigliosa, ma non era esattamente una cosa meravigliosa, anche se lui era un neonato tranquillo, perché per lavorare circa quattro ore dovevo passarcene dodici in ufficio, poi, certo, chi usciva per una commissione se lo portava dietro, i clienti mentre aspettavano ci chiacchieravano, clienti serissimi o scorbutici o nervosi, come succede a molti quando devono pagare le tasse, e tiravano fuori vezzeggiativi incredibili.
Perciò nel settembre del 92 la vita mi sembrava meno faticosa. Se ero in ufficio dovevo occuparmi di lavoro, se ero con Fran dovevo pensare a lui.
Le ore della giornata erano di nuovo ordinate, non più tutto mischiato tra telefonate, pannolini, fai la spesa, registra le fatture al computer e forse sbuca un dentino.
Ufficio la mattina e parco il pomeriggio a meno che non piovesse a dirotto, e quando dormiva il pomeriggio, almeno un paio d’ore, leggevo.
Leggevo tantissimo in quel periodo.
Siccome, come capita quando si ha un bambino piccolo, era diminuita drasticamente la mia vita sociale, soprattutto quella notturna, la compensavo con le letture. Eppure con questi Demoni deve esser successo qualcosa, devo aver deciso di fingere. Ma perché? Nessuno mi controllava i libri che leggevo, il gruppo di amici che scrivevano non lo conoscevo ancora. Se ho barato, quindi, devo averlo fatto con me stessa.
Oppure l’ho letto e non ricordo assolutamente nulla? Neanche l’atmosfera della storia? Mi sembra impossibile.
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Sono su un cerchio.
Poi ho deciso che esco dal gruppo.
Non ci riesco proprio ad accettare le scelte dei libri degli altri.
Finora ho rifiutato Questa storia di Baricco, ho acconsentito a leggere Stupori e Tremori della Nothomb, con enorme noia e saltando qualche pagina, mi hanno convinto con La Concessione Del Telefono di Camilleri, di cui non avevo mai letto nulla e che non mi è dispiaciuto, ma che non mi ha incuriosito a continuare, c’è stato Quattro Giorni Per Non Morire di Marino Magliani, che avevo letto appena uscito, ma si sono visti ad agosto e io non c’ero, avrei partecipato volentieri all’incontro su Canone Inverso di Maurensig, letto alcuni anni fa, ma quella sera avevo un impegno.
Ora è di turno Con Le Peggiori Intenzioni di Piperno che non m’interessa affatto.
Mi piacciono, di solito, le scritture semplici, senza fronzoli e quella di Piperno non ha certo questa caratteristica.
A rifletterci quella della Nothomb ce l’ha, invece, e, come ho detto, mi annoia.
Allora mi correggo.
Dirò che mi piacciono le scritture semplici ed evocative, quelle che con una frase definiscono un’emozione, un fatto, uno stato, e che magari ti trascinano a immaginare anche qualcos’altro, come la Kristof.
E però non è detto che io non continui ad andare ad Amsterdam.
Le persone che formano il gruppo sono, in qualche modo, particolari. Quello che l’ha inventato, il gruppo intendo, ha una memoria prodigiosa che mi sorprende ogni volta. Si parla del libro e di altro per circa tre ore, di solito ci vediamo in un ristorante-caffè, lui dice le sue impressioni, fa le domande, è, diciamo, l’animatore, quello che tiene i fili, ma in modo molto quieto. Dopo qualche giorno dall’incontro arriva una sua mail, gli iscritti sono numerosi e non tutti risiedono ad Amsterdam, e accanto al nome di chi ha partecipato sono riportate le sue riflessioni. Io gliela invidio tantissimo questa capacità e anche quel modo di tenere le briglie senza mai dare l’impressione che esistano.
C’è anche da dire che gli italiani che vivono ad Amsterdam sono diversi da quelli che vivono nel mio paese o in quelli adiacenti. Sono meno uniformi. Eppure è stato il caso che li ha portati in città e non qui. Non sono uniformi nemmeno quelli che lavorano qui e decidono di abitare ad Amsterdam e che affrontano, ogni giorno, ottanta- novanta chilometri di trasferta, che magari è accettabile in Italia non in Olanda. Perché dal momento che sei emigrato vuoi una qualità della vita migliore e non puoi farteli in treno questi chilometri, sei costretto a spararteli in macchina.
Insomma esco dal gruppo e per un po’, forse, continuerò a frequentarlo. In fondo non m’interessa ascoltare osservazioni su autori che ho deciso di non leggere. E poi penso che mi dispiacerebbe non vederli più.
Sono su un cerchio, purtroppo.
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Succede che mi prende una specie d’agitazione e desidererei dargli una mano, un consiglio, una scodella con una minestra, qualcosa.
E invece non posso fare nulla per lui.
Allora mi fermo.
Mancano circa novanta pagine e uscirò per sempre dalla sua vita. Mi fermo per spostare il momento in cui lo perderò, poi certo ci continuerò a pensare, a immaginare dei particolari che non sono stati scritti.
Lui è Michael K, e la sua storia comincia così:
La prima cosa che la levatrice notò di Michael K. quando lo aiutò a uscire dal ventre materno fu che aveva il labbro leporino. Il labbro si arricciava come una lumaca, e la narice sinistra era dilatata. Nascondendo per un attimo il neonato alla vista della madre, la donna aveva inserito il dito nel piccolo bocciolo della bocca e si era rallegrata di trovare il palato intero.
Qui un ricordo e qui un’intervista di due persone che hanno incontrato Coetzee al festival di letteratura di Mantova nel 2004.
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Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio Dopo la passeggiata di domenica pomeriggio potevo non comprare questo libro?
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Untitled, la nuova terna. Sta per uscire. Le informazioni se siete in zona nord est, e vi va d’incontrarci (io non ci sarò ma è come se), si trovano qui. A lui, a lei e anche a lei un grande in bocca al lupo da parte mia ( che resto sempre la n.1;-)
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Prima avevo una biblioteca ora ho una libreria. Sono allergica ai cartomanti, agli oroscopi, agli indovini, agli psicologi, alla psicanalisi, allo yoga e alla religione. Insomma non credo a nulla, anche se mi commuove chi dice: ti do la mia parola. Nel paese delle regole in cui vivo l’impegno della parola data è sacro. Tant’è che se decidi di comprare una casa o una macchina, l’accordo si suggella con una stretta di mano e poi dopo, senza fretta e senza ansia, si conferma con la scrittura. Comunque non voglio divagare e quindi arrivo alla domanda: perché ieri sera mi sono messa a riordinare i libri per casa editrice, malgrado una voce di sottofondo mi dicesse che era una sciocchezza? Non per una ragione estetica e allora perché? 1)Stress per il cambiamento imminente di nazione? 2)Aspirazione segreta di lavorare in una libreria? 3)Ho in mente (e non lo so) di scrivere qualcosa sulle case editrici? 4)Oppure volevo crearmi (in anticipo) qualcosa da fare per quando tornerò qui? 5)O prepararmi per un quiz televisivo?
E’ la 2. Me l’ha detto il dado. Se usciva 6 invece sarebbe stato: smettila di fare (e scrivere) sciocchezze, fai la seria e va a ordinare l’armadio piuttosto. Ma tanto il 6 non esce mai.
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E oggi In mezza Europa è festa. Intanto qui ci si prepara per un’altra festa. E ho scoperto che se decidessi di andare a Trieste spenderei più o meno la stessa somma che se comprassi un biglietto per San Francisco. Be’, insomma, qualcosa non ha funzionato.
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Lasciate stare Elsa Ieri sera all’istituto italiano di Cultura c’era Melania Mazzucco e alle 7 sono salita sul treno per Amsterdam in compagnia di altre quattro amiche. Su cinque, eravamo in tre ad avere letto Vita. E non era piaciuto a nessuna. Perché sono andata, allora? Perché non avevo nulla di meglio da fare? In parte, lo ammetto, è stato per questo motivo, ma anche perché sono curiosa, perché comunque mi piace ascoltare qualcuno che racconta di sé, del suo libro e di quello che c’è dietro. La trama di Vita si può leggere qui. Il romanzo non m’è piaciuto perché: trovo inutili e noiosi i capitoli in cui l’autrice ci informa del suo lavoro di documentazione e di ricerca. E poi non mi piace il suo stile che trovo abbastanza piatto e incolore con picchi infiammati, nostalgici e retorici. Però ci ha raccontato un sacco di cose. Per esempio, non sapevo che agli inizi del 900 i nostri connazionali che sbarcavano in america venissero classificati in italiani e meridionali. Gli italiani erano biondi con la pelle chiara, i meridionali appartenevano al ceppo latino ed erano considerati banditi, piantagrane, ecc. Insomma: l’incontro è stato interessante (non stimolante) – certe informazioni preferisco sentirle da una voce piuttosto che leggerle su un libro – tuttavia mi si è accartocciato lo stomaco quando il tipo che la presentava, un olandese, ha esordito con: si è paragonato Vita a La Storia, si dice che la Morante e la Mazzucco…. Avrei voluto alzare la mano, chiedergli: mi spieghi che cosa hanno in comune i due romanzi, come si possa metterli sullo stesso piano, come… Naturalmente sono stata zitta e la mia piccola indignazione me la sono tenuta dentro. Le due, Elsa e Melania intendo, hanno in comune un premio e null’altro. La Storia comincia così: Un giorno di gennaio dell’anno 1941, un soldato tedesco di passaggio, godendo di un pomeriggio di libertà, si trovava, solo, a girovagare nel quartiere di San Lorenzo, a Roma. Erano circa le due del dopopranzo, e a quell’ora, come d’uso, poca gente circolava per le strade. Nessuno dei passanti, poi, guardava il soldato, perché i Tedeschi, pure se camerati degli Italiani nella corrente guerra mondiale, non erano popolari in certe periferie proletarie.
Vita invece in questo modo: Questo luogo non è più un luogo, questo paesaggio non è più un paesaggio. Non c’è più un filo d’erba, non una spiga, un arbusto, una siepe di fichi d’India. Il capitano cerca con lo sguardo i limoni e gli aranci di cui gli parlava Vita – ma non vede neanche un albero. Tutto è bruciato. Incespica di continuo nelle buche delle granate, lo avviluppano cespugli di filo spinato.
Voi quale preferite tra i due? Agli olandesi la Mazzucco piace assai e ieri sera la sala era affollatissima. Fatto molto inusuale.
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