Kafka andava alle presentazioni     06-05-2008  

“Bernhard Kellermann ha letto in pubblico. “Alcune mie cose inedite”: così incominciò. Pare una cara persona, capelli ritti quasi grigi, tutto raso con fatica, naso appuntito, la carne delle guance si muove spesso su e giù come un’onda sopra gli zigomi. E’ uno scrittore mediocre con buone pagine (un uomo esce nel corridoio, tossisce e guarda in giro che non ci sia qualcuno), anche un uomo onesto che vuole leggere ciò che ha promesso, ma il pubblico spaventato dalla prima storia intorno a un istituto neuroterapico, non lo lasciò fare; annoiati dal modo di leggere, i presenti, nonostante la misera tensione del racconto, se ne andavano uno dopo l’altro, con uno zelo come se la lettura avesse luogo nella sala accanto. Quando, dopo il primo terzo della storia, prese un sorso d’acqua minerale, una quantità di gente andò via. Egli rimase perplesso. “Siamo subito alla fine” mentì addirittura”…“dopo di che lesse una fiaba che aveva dei passi i quali avrebbero autorizzato chiunque a partire dal punto estremo della sala e a scappar via attraversandola e passando sopra a tutto l’uditorio”

“La strada dell’abbandono di W. Fred. Come si scrivono libri di questo genere? Un uomo che in piccolo riesce a fare cose di valore, stiracchia qui il suo talento nelle proporzioni di un romanzo, in un modo così meschino che uno si sente venir male, anche se non dimentica di ammirare l’energia impiegata nel maltrattare il proprio ingegno.”

Ieri, quando ho letto questi brani, sono scoppiata a ridere. Per queste due frasi: “E’ uno scrittore mediocre con buone pagine” e “stiracchia qui il suo talento nelle proporzioni di un romanzo, in un modo così meschino che uno si sente venir male”. Però la prima, riconsiderata nel sole del mattino, è terribile.

Diari, 1910

Categorie: Libri

[ 0 commento(i) ]
E’ stato allora     03-04-2008  

Siamo precisi quando scegliamo le persone da amare, specialmente quando scegliamo quella sbagliata. C’è un istinto, una forza magnetica o un’antenna che punta verso ciò che non potrà mai andare bene. La persona sbagliata é, naturalmente, giusta da qualche punto di vista - brava a punirci, opprimerci, umiliarci, buttarci giù, lasciarci quasi morti o, cosa peggiore di tutte, a darci l’impressione che non sia quella sbagliata, ma anzi sia quasi quella giusta, e lasciarci quindi nel limbo dell’amore.

Mezzanotte tutto il giorno - Hanif Kureishi

Categorie: Libri

[ 8 commento(i) ]
Per sempre     19-12-2007  

david_foster_wallace.jpgInsolitamente ieri ho letto un racconto di David Foster Wallace, insolitamente perché di Wallace ho quasi tutti i libri, uno perché mi è stato regalato, uno perché non l’ho comprato io, un altro perché era in offerta a tre euro, e via di seguito, e non ne ho letto nemmeno uno, ho fatto qualche tentativo ma poi il linguaggio che usa mi distrae, mi annoia, mi respinge e non riesco a seguire la trama. Poi è successo che Oblio è caduto dal ripiano della libreria, l’ho raccolto, l’ho aperto a metà, ho letto questo incipit: Per tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero. Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me da offrire agli altri. Più che altro per piacere o per essere ammirato. Forse è un po’ più complicato di così.
E sono andata avanti. Il finale non l’ho ben capito, mi sono distratta ancora, e lo rileggerò, però la distrazione stavolta non è stata causata dalla forma, ma da una frase che mi ha sorpreso come quando sei incantato su qualcosa e qualcuno, per riportarti dentro, schiocca le dita.
Stanotte mi sono svegliata all’improvviso, colpa del termosifone che mi ero dimenticata di spegnere, delle polpette di ceci del negoziante turco, del piolo del letto che s’era inclinato di nuovo e mille altri motivi che potrei trovare, per esempio anche quello di un pettirosso che pesa sedici grammi e come ci si sente con un peso di sedici grammi?, ma alla fine, se si ha un po’ di pazienza, si può risalire alla causa che ne trascina altre mille, e la causa era una frase che ho letto a un certo punto del racconto che era: La realtà è che morire non è brutto, ma dura per sempre. E per sempre non rientra nel tempo.
Ho sempre ragionato sulla morte collegandola al vuoto, a uno spazio che prima era occupato e improvvisamente si libera, dando per scontato quel “per sempre”.
E ora devo rivedere tutto.

Categorie: Libri, in un altro luogo

[ 14 commento(i) ]
Appartamento ad Atene     28-11-2007  

I tedeschi invadono la Grecia e Atene.
Nel 1943 la carestia è tremenda e la Croce Rossa decide di aiutare un bambino a famiglia: viene selezionato quello più forte, quello che ha più probabilità di farcela e le razioni di latte, le vitamine, sono date solo a lui, di nascosto dai fratelli.
L’anno precedente, una famiglia, la famiglia Helianos, viene scelta per ospitare un ufficiale tedesco e da quel momento i loro parenti li schiveranno, ma la signora Helianos, che ha perduto il figlio più grande sull’Olimpo e ha un fratello disperso, tira un sospiro di sollievo. S’illude che ospitare un ufficiale le permetterà di avere razioni di cibo per i suoi bambini, un ragazzo piccolo e magro e una bambina quasi autistica, ma la convivenza con il maggiore Kalter si rivela terribile, annulla il pensiero, le emozioni, li trasforma in macchine al suo servizio.
Il signor Helianos, che prima della guerra faceva l’editore, ha un forte spirito di osservazione, è riflessivo e tranquillo e riesce ad assorbire il colpo della trasformazione, la signora Helianos è fragile, di costituzione debole, distrutta dall’occupazione e dai suoi effetti, non va più a fare la spesa perché è terrorizzata dalla possibilità di vedere cadaveri nel tragitto, si rifugia in immaginazioni che sono a un passo dalla follia. Tra e lei e suo marito nasce un nuovo rapporto, che non è più quello che c’è tra un uomo e una donna, nel passato il marito la dominava con la sua superiorità intellettuale e lei glielo consentiva, ma è la complicità di due prigionieri che tentano di sopravvivere. La notte, in cucina, su una brandina dove dormono abbracciati, si sussurrano gli avvenimenti della giornata, prevedono quelli del domani. Sembra che non cambi nulla, che resterà così per sempre, il mondo occupato dai nazisti, quella casa, e invece le relazioni si modificano, tra la signora e il signor Helianos, con Kalter, il ragazzo sembra calmarsi un po’, riesce a far meno rumore, la bambina dice qualche parola, e un cane, a cui il maggiore fa portare gli avanzi dei suoi pasti, muore, e il signor Helianos pensa che: da lungo tempo non sentiva parlare di qualcuno che fosse semplicemente morto; solo di persone uccise. Non era la stessa cosa. Un morto ammazzato suscita rabbia, a volte disperazione; in altri casi dà speranza.
Anche nel miglioramento della vita in casa che si verifica a un certo punto, la signora Helianos continua a essere sopraffatta dal buonsenso del marito, dall’imprevedibilità del nemico che è costretta a servire: Naturalmente non erano i tedeschi in generale o Kalter in particolare a metterle la nausea: nulla di ciò era realtà e lo sapeva bene. A nausearla era il suo stesso odio, e la spossatezza che le dava il fatto di essere dominata e sviata e disgustata e resa ridicola dall’odio, senza mai poter dimenticare;
Per una serie di accadimenti, un giorno la signora Helianos si ritrova sola, nella piccola cucina, dopo un tempo immemorabile che non lo era più, la sua mente è ormai prosciugata dal dolore, dalla paura, dalla fame, il suo cuore perde i battiti, pare che non possa sostenere più nulla, soprattutto questa solitudine non prevista e invece:
In ogni caso, al diavolo le faccende, adesso! Si disse. Non aveva più padroni: né il potente perfido pigionante, né il suo caro sciocco marito. Ora, per qualche minuto, prima che i figli venissero a casa per mangiare la loro crosta di pane, se la sarebbe presa comoda e avrebbe guardato a suo piacimento i tetti di Atene.
Quando ho letto questa frase, ho pensato: ecco, questo Wescott è un genio. Un indovino di quello che c’è dentro la testa.
E ciò che è incredibile è che questo romanzo fu pubblicato nel 1945.

Categorie: Libri

[ 9 commento(i) ]
Eh, Fedor, se non ci fossi tu     29-10-2007  

Io non solo non ho saputo diventare cattivo, ma non ho saputo diventare niente: né cattivo né buono, né furfante né onesto, né eroe né insetto. E ora vivo nella mia tana facendomi beffe di me stesso, con la maligna e vana consolazione che d’altronde un uomo intelligente non può diventare sul serio “qualcosa”, solo uno stupido diventa qualcosa.

E del resto: di che cosa può parlare una persona per bene con il massimo piacere ?
Risposta: di se stessa.
E allora parlerò di me.

Categorie: Libri

[ 11 commento(i) ]
La mia Olanda     19-10-2007  

De ochtend dat het konijn verliefd werd op de klokkentoren.
E’ il titolo di un racconto che ho scritto io.
Be’, non proprio. Io non ci riuscirei mai a scriverlo e soprattutto a pronunciarlo correttamente, nemmeno se mi esercitassi per cent’anni. Ho la dislessia per le lingue. Incapacità che si presenta con una caratteristica bizzarra: è legata al mio interlocutore. Se chi ho davanti m’incuriosisce molto o se mi ha fatto arrabbiare allora mi dimentico di lei e le frasi corrono veloci. Ma ciò si verifica solo con l’inglese. Con l’olandese non c’è proprio nulla da fare. Ci hanno provato in tanti in questi anni, dalla commessa del supermercato al medico della mutua, ma sono proprio senza speranza: le parole non mi escono come dovrebbero.
Comunque domani sera ,ad Amsterdam, c’è questa festa.
Un’intervista a Marina Warners si può leggere qui.
Nei commenti un certo Dege scrive: ci sono centinaia di corsi di scrittura creativa, ma non c’è un solo corso per librai intelligenti. ah, quanti “smerciatori di libri” dovrebbero andare a lezione da Marina d’Olanda, la Sylvia Beach dei nostri tempi.

Categorie: Libri, Roba d'Olanda

[ 15 commento(i) ]
La vergogna delle scarpe nuove     24-07-2007  

E dopo mi arriva una lettera che me ne arrivano tre o quattro all’anno, di lettere così, di qualcuno che mi scrive stupito del fatto che io scrivo come loro. A leggere queste lettere a me non sembra, di scrivere come loro, solo loro sono sconvolti da questa scoperta che hanno trovato uno che scrive come loro vorrebbero iniziare una corrispondenza solo che io cerco sempre di non rispondergli, a questi che io scrivo come loro, ho risposto solo a un paio di loro che mi sono pentito adesso registro soltanto questo fatto che tre volte l’anno mi scrive qualcuno che all’improvviso, di solito glielo dicono, che all’improvviso scoprono che io scrivo come loro e poi si sveglia l’Irma e poi le do da mangiare e poi tener dietro all’Irma fino al ritorno di Francesca è estenuante ci addormentiamo insieme abbracciati nel letto come vede Francesca l’Irma si volta verso di me mi fa totò ci resto malissimo.

A me succede invece che dopo aver letto qualche pagina di un libro di Nori, ho l’effetto Nori,che dura circa un’ora, cioè penso nella forma in cui lui scrive. Anche Saramago, quell’unico libro che ho letto, mi influenzava la forma del pensiero, mi veniva da pensare senza respiro, ché tutte quelle frasi spezzate da virgole mi facevano dimenticare le pause, ma a differenza dell’effetto Nori, l’effetto Saramago m’infastidiva alquanto.

Categorie: Libri

[ 2 commento(i) ]
Una domanda a Fedor     12-04-2007  

Cosa ne pensa degli scrittori X, Y e Z? I loro romanzi possono essere considerati, come è stato detto da più parti, i capolavori degli ultimi dieci (o venti) anni?

In genere, se posso dire il mio parere in una questione tanto delicata, tutti questi nostri ingegni di mezza tacca, che mentre sono in vita passano per dei geni o quasi, non soltanto scompaiono d’un tratto dalla memoria della gente, e svaniscono senza quasi lasciar traccia, quando muoiono, ma capita anche che mentre ancora sono in vita, non appena la loro generazione viene sostituita da una nuova, vengano dimenticati e trascurati da tutti incredibilmente in fretta. Da noi succede all’improvviso, come il cambiamento delle scene al teatro….
Non di rado capita che uno scrittore, al quale per molto tempo si faceva credito di una straordinaria profondità di idee e dal quale ci si attendeva un’influenza decisiva e straordinaria sullo sviluppo della società, riveli alla fine l’inconsistenza e le meschinità di quella sua unica ideuzza, tanto che nessuno si duole troppo della sua decadenza. Ma i canuti vecchietti non se ne accorgono e si arrabbiano. La loro presunzione, specie alla fine della loro parabola, prende talvolta proporzioni davvero stupefacenti. Cominciano a prendersi per dei padreterni, come minimo: e Dio solo sa perché.

Brano tratto da I Demoni.

Categorie: Libri

[ 6 commento(i) ]
E’ un po’ bianco qui     30-03-2007  

ma l’ho scelto proprio per questo.
Si scrive (e si legge) meglio sul bianco. E quando si ha voglia di colore si fa così:

Un giorno di primavera un giovane pittore americano di nome Tom Corey pedalava “veloce come il vento” su una bicicletta giallo canarino sotto gli alti pini di Villa Borghese a Roma. Il cielo era (naturalmente) azzurro, però più celeste che azzurro con nubi e al centro delle nubi una sfumatura grigia e dentro la sfumatura grigia un piumino rosa come di cipria. Tom (naturalmente, anche lui) portava scarpe da tennis, blue-jeans e una ventosa camicia rossa amaranto di seta lucida, con larghi e grassi fiori blu dipinti a mano, comprata per un dollaro in un magazzino di stracci cinesi alla quarantaduesima strada di New York. Era biondo, aveva occhi celesti, era magro e non troppo alto e simile a un ballerino. Pedalava come un ragazzo, con foga ed era già tutto rosso in faccia, un po’ sudato, così emanava un odore di pane crudo lievitato e pronto per essere messo al forno.
Correndo attraversava zone d’ombra un po’ cupe, coperte di vegetazione nerastra e umida da cui occhieggiava il tufo e anche il muschio, e in quelle zone si rinfrescava del sole ventosino ma scottante che gli batteva in piena faccia in altre zone aperte. Rideva o sorrideva, mostrando i bei denti bianchi di cane con qualche guizzo di saliva e di luce e qualche volta socchiudeva gli occhi, frenava l’andatura a razzo o addirittura si fermava e, sempre con gli occhi socchiusi, guardava: una statua, una fontana, un prato sotto l’ombrello dei pini, la luce che filtrava e i differenti toni di verde, dal verde pisello al grigio del prato sottostante.

Tratto da Libertà – Sillabari – Goffredo Parise

Categorie: Libri

[ 14 commento(i) ]
Mentre leggevo dov’ero?…     28-03-2007  
Mentre leggevo dov’ero?
Sto leggendo I Demoni. Sono arrivata al secondo capitolo quando il figlio di Varvàra Petròvna, Stavrògin, torna a Pietroburgo.
Mi colpì anche il suo viso: aveva capelli fin troppo neri, occhi chiari fin troppo tranquilli e sereni, colorito fin troppo delicato e bianco, con un rossore fin troppo vivido, denti come perle, labbra come coralli, sembrava il tipico bell’uomo, e nello stesso tempo aveva qualcosa di ripugnante. Dicevano che il suo viso ricordava una maschera.
La lettura procede lenta, non perché non mi piaccia, Dostoevskij mi inquieta e mi affascina sempre, ma perché mi distraggo con i ricordi.
Il libro lo comprai nel 1981 e le pagine sono ingiallite e la copertina stropicciata, con qualche macchia. Lo comprai perché una sera, davanti a un giardino pensile di un convento occupato, Moravia ci consigliò di leggerlo. Disse questa frase: leggete I Demoni e capirete la società. Così lo comprai, ma poi non so per quale ragione non lo lessi. Lo ripresi undici anni dopo. E sulla prima pagina sopra il marchio della Bur c’è scritto a matita: settembre 92, che dovrebbe essere la data in cui ho finito di leggerlo. Invece questo libro non l’ho letto. E perché ho segnato questa data fasulla?
Settembre 1992 è un periodo che ricordo bene. Fran aveva compiuto un anno da un mese, e io ero tornata a lavorare senza di lui. Per undici mesi l’avevo portato con me in ufficio, che magari uno dice: ma che cosa meravigliosa, ma non era esattamente una cosa meravigliosa, anche se lui era un neonato tranquillo, perché per lavorare circa quattro ore dovevo passarcene dodici in ufficio, poi, certo, chi usciva per una commissione se lo portava dietro, i clienti mentre aspettavano ci chiacchieravano, clienti serissimi o scorbutici o nervosi, come succede a molti quando devono pagare le tasse, e tiravano fuori vezzeggiativi incredibili.
Perciò nel settembre del 92 la vita mi sembrava meno faticosa. Se ero in ufficio dovevo occuparmi di lavoro, se ero con Fran dovevo pensare a lui.
Le ore della giornata erano di nuovo ordinate, non più tutto mischiato tra telefonate, pannolini, fai la spesa, registra le fatture al computer e forse sbuca un dentino.
Ufficio la mattina e parco il pomeriggio a meno che non piovesse a dirotto, e quando dormiva il pomeriggio, almeno un paio d’ore, leggevo.
Leggevo tantissimo in quel periodo.
Siccome, come capita quando si ha un bambino piccolo, era diminuita drasticamente la mia vita sociale, soprattutto quella notturna, la compensavo con le letture. Eppure con questi Demoni deve esser successo qualcosa, devo aver deciso di fingere. Ma perché? Nessuno mi controllava i libri che leggevo, il gruppo di amici che scrivevano non lo conoscevo ancora. Se ho barato, quindi, devo averlo fatto con me stessa.
Oppure l’ho letto e non ricordo assolutamente nulla? Neanche l’atmosfera della storia? Mi sembra impossibile.

Categorie: Libri

[ 8 commento(i) ]