…
“C’è sicuramente un aspetto interessante”, dissi quando la discussione cominciò ad animarsi.
(Si stava parlando del progresso, di quale fosse la sua direzione, se si trattasse semplicemente di un gioco di tempi che tornano indietro, di ripetizioni di ciò che è già accaduto).
Non so spiegarmi meglio: non amo ripetermi. Forse posso provare così: la terra non è mai stata tanto piccola come adesso. Ovviamente, la mia affermazione è relativa. La rapidità con cui si diffondono le notizie e l’utilizzo di mezzi di trasporto sempre più veloci ha reso il mondo più piccolo rispetto al passato.
“E’ successo questo, quello, tutto, ma non era ancora successo mai che ciò che penso, faccio, voglio o desidero, che mi piaccia o no, possa venirlo a sapere, in pochi secondi, chiunque.E se voglio verificare qualcosa che è accaduto a mille chilometri da me, in pochi giorni posso trovarmi lì, di persona o con la mia parola, ed effettuare la mia verifica.
Il fatto che oggi si possa percorrere la Terra con gli stivali delle sette leghe, ha deluso qualcuno perché ciò che si pensava fosse il Paese delle Meraviglie è diventato un luogo incredibilmente piccolo rispetto a quanto si era creduto fino a quel momento.
Da qualche parte Chesterton scrive che non capisce perchè i metafisici vogliano a ogni costo rappresentare l’Universo come un qualcosa d’immenso, a lui piace di più l’idea di un’intimità, dell’infinitamente piccolo.
Trovo molto rappresentativa questa idea nel secolo dei mezzi di comunicazione e dei trasporti, al di là di quanto sia vera, proprio perche’ Chesterton, anti evoluzionista e reazionario negazionista della scienza e della tecnica, doveva necessariamente ammettere che il Paese delle meraviglie, che cita spesso nei suoi scritti, era venuto fuori, come per magia, grazie all’evoluzione della scienza.
Certo, tutto torna e si rinnova, ma non vi accorgete che la velocita’ di questa ripetizione e di questo rinnovamento tende ad accelerare in misura mai vista nello spazio e nel tempo? In pochi attimi il mio pensiero fa il giro del globo, in pochi anni bruciamo le tappe della storia come una lezione ascoltata mille volte.
Da ciò si dovrebbe dedurre qualcosa. Se riuscissi a capire quale!
In realtà ero quasi arrivato a una conclusione, ma poi me la sono dimenticata.
Sono assalito dai dubbi, forse proprio perchè ho sfiorato la verità.
Quando si è nei pressi del Polo l’ago magnetico oscilla e pare che la fede abbia lo stesso comportamento quando si trova nelle vicinanze di Dio.
Comunque, dalla discussione venne fuori un’idea interessante.
Uno di quelli che vi partecipava propose un gioco per dimostrare che gli abitanti del globo terrestre sono molto piu’ vicini l’uno all’altro, sotto molti punti di vista, di quanto lo siano stati nel passato.
Dato un individuo qualunque tra il miliardo e mezzo di abitanti della terra, che vive in un posto qualsiasi, lui sosteneva di riuscire a mettersi in contatto con quell’ individuo al massimo attraverso cinque altri individui che si conoscessero tra loro personalmente.
Faccio un esempio: tu conosci XY e gli dici di riferire a ZV, suo conoscente, che deve dare un messaggio a…ecc.ecc.
“Be’, sono curioso” replicò qualcuno. “ecco, diciamo… diciamo Lagerlöf Zelma.”
“Lagerlöf Zelma.” ripetè il nostro amico. “niente di piu’ facile.”
Gli ci vollero solo due secondi per rispondere.“Dunque, Lagerlöf Zelma, come vincitrice di premio Nobel, conoscerà sicuramente re Gustavo di Svezia, infatti fu proprio lui a consegnargli il premio, come da consuetudine. . A sua volta, re Gustavo di Svezia è un appassionato giocatore di tennis, partecipa a gare internazionali e nel passato ha giocato con Kehrling, che mi conosce molto bene.”
(Io stesso conosco Kehrling).
“Ecco la catena, abbiamo avuto bisogno solo di due anelli rispetto al massimo dei cinque stabiliti dalla mia teoria.
E’ normale che siano stati così pochi perché è più facile tracciare dei legami con gli uomini famosi rispetto a quelli che non lo sono. Infatti i primi conoscono più persone. Per favore, stavolta trovatemi qualcosa più difficile di questa!”
Ed ecco una prova più complicata: entrare in contatto con un metalmeccanico della Ford.
Fui io a prendermi l’incarico e riuscii a dimostrare di essere separato dall’operaio in questione soltanto da quattro anelli. L’operaio conosce il direttore della fabbrica, il direttore conosce Ford stesso, Ford e’ in buoni rapporti con il direttore generale Hearst, l’anno scorso il direttore generale Hearst ha avuto modo di conoscere approfonditamente il signor Pasztor Arpad, che non solo e’ un mio conoscente, ma, per quanto ne so, un mio grande amico. Perciò basterebbe che gli dicessi di telegrafare al direttore generale Hearst, che dicesse a Ford di dire al direttore della fabbrica che quel certo operaio metalmeccanico mi deve montare urgentemente una macchina.
Il gioco proseguì e il nostro amico aveva ragione: non ci fu mai bisogno più di cinque anelli di catena per fare in modo che un qualsiasi individuo del gruppo potesse essere messo in contatto, esclusivamente attraverso conoscenze personali, con un uomo qualunque della Terra.
E ora vi pongo una domanda: c’è mai stato un periodo storico precedente al nostro in cui questa teoria sarebbe stata possibile? Giulio Cesare fu un uomo potente, ma se, per esempio, gli fosse venuto in mente di contattare, entro poche ore o pochi giorni, uno sciamano azteco o maya dell’America di allora, non sarebbe stato in grado di realizzare ciò nè attraverso cinque, nè attraverso trecento anelli di catena perché a quei tempi si sapeva dell’America e dei suoi possibili o non possibili abitanti assai meno di quanto oggi sappiamo noi di Marte e della sua popolazione.
Qualcosa c’è, qualcosa continua, al di là dei cambiamenti Qualcosa si restringe e diventa più piccola, qualcosa si gonfia e diventa sempre più grande.
E’ possibile che questo restringimento e rimpicciolimento e questo Gonfiamento e Ingrandimento cominciassero proprio da quella piccola scintilla che milioni di anni fa comparve nella fredda gelatina uomo-animale e che gonfiandosi e ingrandendosi e infiammando tutto quello che incontrava, causasse un’implosione, riducesse in cenere l’intero mondo fisico? E’ possibile che la forza vinca la materia, che l’anima sia più forte e reale del corpo, che la vita abbia un senso e che sopravviva alla vita stessa, che il bene prevalga sul male, che Dio sia più potente del diavolo?
Perchè, ecco, mi vergogno, ma voglio confessarvi una cosa che faccio e che invece non dovrei fare perché la gente mi considera un pazzo per questo. Spesso mi cimento in questa teoria degli anelli non solo collegando tra loro le persone, ma pure le cose. Purtroppo, è diventata un’attività che non è più sotto il mio controllo, come la tosse. E’ un esercizio inutile, che non mi porta da nessuna parte. Sono diventato come il giocatore d’azzardo che ha perso tutti i suoi averi nelle bische clandestine e continua a giocare scommettendo poco, o nulla, senza più nessuna speranza di vincere.
Lo strano gioco del Pensiero procede sbuffando inesorabilmente dentro di me. Due anelli di catena, tre anelli di catena, al massimo cinque anelli di catena. Come posso mettere in contatto, in relazione le piccole cose della vita che mi si parano davanti, come posso incastrare un fenomeno all’altro, come posso unire il relativo e transiente con il non relativo e permanente – come posso collegare la singola parte al tutto? Sarebbe bello vivere, divertirsi, essere felici, prendere gli avvenimenti per quello che sono, che portino gioia o procurino dolore, e invece mi è impossibile! Mi eccita il gioco di trovare qualcos’altro in quegli occhi che mi sorridono o in quel pugno che mi minaccia. Mi lascia piuttosto indifferente il fatto che io debba avvicinarmi a quegli occhi o difendermi da quell pugno. Qualcuno mi ama, qualcuno si arrabbia con me e io mi chiedo: perchè mi ama, perchè è arrabbiato con me? Due non vanno d’accordo e io devo comprenderli entrambi. Ma come? Vendono uva sulla strada, mio figlio piange nell’altra stanza. La moglie di un nostro conoscente lo tradisce, nell’incontro di Dempsey 150 uomini gridavano. Il nuovo libro di Romain Rolland non lo voleva nessuno, il mio amico X ha cambiato la sua opinione su Y. Giro, giro, girotondo. Come si puo’ trovare una linea che unisca tutti gli elementi, gli avvenimenti, le azioni in questa confusione? E ciò, inoltre, deve essere fatto in un modo veloce e diretto, non con trenta volumi di filosofia! E soprattutto con consequenzialità, in modo che la catena che inizia da quel determinato oggetto riconduca a quello nel suo ultimo anello, ossia porti all’origine di tutte le cose.
Come se… Come se questo signore… questo signore, che è venuto al mio tavolo… mentre scrivo questo, è venuto e mi ha disturbato con una domanda insignificante e mi ha fatto scappar via quello che stavo per dire. Perchè è venuto a disturbarmi? Primo anello: non considera importante il mio scribacchiare Perchè? Secondo anello: di solito il mondo non tiene troppo in considerazione la scrittura, come invece accadeva un quarto di secolo fa. La causa del mutamento del mondo che ha influenzato la mia psiche, dal momento che ha partorito questa teoria. Non posso sperare di raggiungere le grandi menti del secolo passato, coloro che hanno osservato con metodo l’universo. Terzo anello: per questo domina sull’Europa l’isteria della Paura e dell’Oppressione, l’Ordine e’ stato distrutto. Quarto anello! Venga quindi il nuovo ordine, venga il nuovo redentore del mondo, si manifesti di nuovo il Dio del mondo nel rovo che brucia, sia pace, sia guerra, sia rivoluzione, “oh, quinto anello”, che non succeda piu’ che qualcuno provi a disturbarmi quando gioco, quando fantastico, quando penso!
…
Il testo in originale si trova qui, la traduzione dall’ungherese è di Makdaralo e si può leggere qui, io l’ho solo aggiustata un po’.
(Non so se in due abbiamo fatto una traduttrice, però ci siamo divertite).
Qui la teoria dei sei gradi di separazione.
Suggerimenti per migliorare il testo sono i benvenuti.
Categorie: Libri
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La teoria dei sei gradi di separazione è un’ipotesi secondo cui qualunque persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari. Tale teoria è stata proposta per la prima volta nel 1929 dallo scrittore ungherese Frigyes Karinthy in un racconto breve intitolato Catene. (da Wikipedia)
Se vogliamo collegare tra di loro persone che stanno al potere i gradi di separazione diminuiscono vertiginosamente.
Triste. Tristissimo.
Mi è venuta voglia di leggere il racconto di Karinthy, in rete ho trovato solo la versione originale in ungherese. C’è qualcuno che lo ha in inglese o in italiano? Oppure: c’è qualcuno che avrebbe voglia di tradurlo?
Categorie: Contro il potere che, Libri
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“Sai qual è la definizione di pazzia?”
“No. E tu?”
“Io sì. La pazzia è l’incapacità di instaurare un rapporto con gli altri esseri umani. E’ l’incapacità di amare”.
da qui
Categorie: Libri
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Perché è un autore che racconta l’Italia come a volte capita di vederla a me quando torno.
Ieri, il traffico e la pioggia di Amsterdam e una decina di altri minimi inconvenienti mi avevano alquanto innervosita, poi ho cominciato a leggere Che la festa cominci e me ne sono dimenticata.
Scrivono che Ammaniti scriva sempre la stessa storia, che è superficiale, e che dopo le prime pagine questo romanzo diventi un caos.
Può essere.
Intanto, ieri, per una ventina di minuti sono stata trasportata da un umido, ventoso e silenzioso paese di W. in una pizzeria di Oriolo Romano, e mi è stato utile per cambiar aria e umore. Poi, magari, se inventano il teletrasporto o se torno a Roma e posso andare a mangiare la pizza a Oriolo Romano quando voglio, cambio opinione, chi lo sa.
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Da I Miserabili
Forse i lettori hanno conservato, fin dal suo primo apparire, qualche ricordo di questa Thénardier alta, bionda, rossa, grassa, corpulenta, massiccia, enorme, agile; essa apparteneva, l’abbiamo detto, a quella razza di selvagge colossi che fanno flessioni nelle fiere con ciottoli sospesi ai capelli. In casa ella faceva tutto, i letti, le camere, il bucato, la cucina, la pioggia, il bel tempo, il diavolo a quattro: come unica domestica aveva Cosette; un sorcetto al servizio di un elefante. Al suono della sua voce tutto tremava, vetri, mobili, persone. La sua faccia larga cosparsa di lentiggini sembrava una schiumarola: era anche barbuta, vero prototipo di un facchino del mercato vestito da bagascia. Bestemmiava magnificamente e si vantava di spezzare una noce con un pugno. A parte i romanzi che aveva letto, e che a tratti facevano stranamente riapparire la smorfiosa sotto l’orca, a nessuno sarebbe passato mai per la testa di dire di lei “è una donna”.
Da Delitto e castigo
Era una vecchietta minuta e rinsecchita, sui sessant’anni, con due occhietti penetranti e cattivi e un piccolo naso appuntito. Non aveva niente in capo. I capelli color stoppa, appena brizzolati, erano abbondantemente spalmati di grasso. Sul collo lungo e sottile, simile a una zampa di gallina, era attorcigliato un informe straccetto di flanella, e sulle spalle, nonostante il caldo, le ballava un giubbetto di pelo, tutto logoro e ingiallito. La vecchietta tossiva e gemeva a ogni istante.
Da Harold e Maude
“Ancora champagne!” strillò l’anziana signora Crawford e fece un rutto.
“Mamma, ti prego!” fece il signor Crawford.
“Mi spiace,” disse l’anziana signora Crawford. “Mi è parso di vedere un pipistrello”
…
Perché portino quella vecchia ai party, pensò la signora Chasen sedendosi davanti alla toilette e togliendosi la parrucca, nessuno riesce a capirlo. E’ praticamente rimbecillita. E’ sempre così imbarazzante, soprattutto per la famiglia, e naturalmente procura tanto da fare alla padrona di casa.
Perché non la mettono in un ospizio?
Da Revolutionary Road
“…Ti dirò che sono proprio soddisfatta della casetta di Revolutionary Road, Howard.Ti ricordi che aria spaventosa aveva quest’inverno? Fredda e buia e…be’, spettrale. “
…
“E poi sono così simpatici quei giovani Brace. Lei è tanto gentile e divertente, a parlarci; lui invece è abbastanza riservato. Secondo me, deve avere un ottimo posto in città. Mi ha detto” Signora Givings, non saprò mai come ringranziarla. E’ proprio il tipo di casa che abbiamo sempre desiderato..” Non poteva proprio dire una cosa più carina. E poi, sai, stavo proprio pensando: sono anni che adoro quella casetta, e queste sono le prime persone davvero adatte che sia riuscita a trovare. Persone come si deve, gradevoli, insomma”.
Il marito spostò e cambiò posizione ai piedi calzati dalle scarpe ortopediche. “Be’”, fece, “tranne i Wheeler, no?”
“Be’ intendevo persone veramente gradevoli, non so se mi spiego”, chiarì lei. “Il tipo di persone che va bene per noi. Insomma, i Wheeler mi piacevano moltissimo, ma erano sempre un tantino, …un tantino eccentrici per i miei gusti. Un po’ nevrotici, ecco…”
…
“Erano, ecco, due ragazzi un po’ strani. Irresponsabili. …”
In effetti la Thénardier di questa descrizione ha circa quarant’anni, ma quando l’incontrai la prima volta in una riduzione de I Miserabili per l’infanzia io ne avevo una decina e continuo a leggerla con gli occhi di allora.
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Nella scuola si amministrano senza gioia materie di gioia; ma ciò che rende felice il matematico non è ciò che affascina il letterato. Questa gioia offerta indiscriminatamente, secondo rigide scadenze di orario, è una gioia sciupata e amara; e, se non tutti a scuola impariamo ad amare qualcosa, tutti impariamo a detestarne qualcuna.
…
Dunque la scuola è un inutile luogo di perdizione intellettuale, e ha ragione Pinocchio che vuole nella sua vita, farfalle ed uccellini di nido? Che Pinocchio abbia ragione, lo sentiamo nelle nostre viscere; ma vivere non significa avere ragione; significa aver torto. Se la scuola delude, se la scuola copre di noia discorsi densi di inesauribile letizia dell’anima, forse questo è appunto il suo compito: avviare il giovinetto incauto e ruvidamente allegro alla delusione dell’esistere. Tutti gli errori che si accumulano nella scuola formano, quasi per caso, una grande e difficile esperienza, un percorso obbligato, un labirinto nel quale si entra drammaticamente intensi come solo un fanciullo può essere, per uscire oscuramente offesi, pronti alle ulteriori offese degli anni a venire.
da Improvvisi per macchina da scrivere, Giorgio Manganelli
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Ieri pensavo a delle frasi sul tempo per il romanzo che sto rivedendo.
Le frasi in cui c’è il tempo di mezzo sono complicatissime, si rischia facilmente di scivolare sopra lo zucchero o nel bollettino meteorologico, oppure nel banale, nel già scritto.
Hanno le stesse difficoltà delle frasi d’amore. Anzi no. Per le frasi dell’amore si può trovare la scappatoia del cinismo o dell’ironia. Certo, se il tono della narrazione fino a quel momento è stato diverso, è un metodo un po’ furbetto e comunque conduce a un altro problema: quella di avere l’abilità di introdurre gradualmente il cinismo o l’ironia, così da non far avvertire al lettore il gradino. Costruire una pedana, insomma, ma non è facile.
Quindi smettevo di scrivere.
Poi leggevo questo:
Attraversando la Germania e il Belgio su un’antiquata carrozza sovietica di un treno internazionale, ogni volta percepisci la tensione corrucciata del silenzio, l’instabilità del tempo, ma basta varcare il confine francese che in cielo echeggia un’esplosione silenziosa, le nuvole si disperdono da ogni parte, gli orizzonti si dilatano, il cielo spicca il volo, i pioppi a piramide si fanno più vigorosi, e attraverso il finestrino irrompe il sole.
Che è un pezzo bellissimo in cui si parla proprio del tempo.
L’ha scritto Viktor Erofeev in questo libro qui
Categorie: Libri, dello scrivere
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- Arrivammo a Lucerna, e mi condussero in una barca sul lago. Io sentivo com’era bello, ma intanto ero pieno di tristezza, – disse il principe.
Perché? – domandò Aleksandra
Non lo so. Provo sempre tristezza e inquietudine nel guardare per la prima volta una natura come quella; mi sento bene, eppure sono inquieto; del resto, ero ancora malato.
- Ah no, io ho una gran voglia di vederle queste cose, – disse Adelaida. – E ancora non so quando potremo andare all’estero! Io, vedete, sono già due anni che non posso trovare il soggetto di un quadro:
L’oriente e il Mezzodì da un pezzo sono descritti…
Trovatemi il soggetto di un quadro, principe!
- In questo io non ci capisco niente. Mi pare che basti guardare e dipingere.
- Io non so guardare.
Ma perché parlate a indovinelli? Non capisco nulla! – interruppe la generalessa: – che cosa vuol dire: “non so guardare”? Hai gli occhi: guarda. Se non sai guardare qui, anche all’estero non imparerai. Raccontaci piuttosto come guardavate voi, principe.
Sì, sarà meglio, soggiunse Adelaida. – Il principe, lui, all’estero ha imparato a guardare.
- Non so; là mi sono rimesso in salute; non so se ho imparato a guardare. Ero quasi sempre felice però.
- Felice? Voi sapete essere felice? – esclamò Aglaja: – come mai allora dite di non aver imparato a guardare? Insegnerete anche a noi.
Questo scambio tra il principe Myskin, la generalessa Epancina e le sue figlie, che trovo bellissimo, mi ha generato un conflitto: non riuscivo a prendere una posizione, anche se l’espressione “prendere una posizione” è sbagliata perché la generalessa, il principe e le figlie si parlano ma da gradini diversi, come se ognuno di loro ascolti e capisca solo in parte quello che dicono gli altri e dia risposte coerenti in base a questo suo sentire a metà.
Comunque, ha ragione la generalessa quando afferma che se non sai guardare nel tuo Paese (o aggiungo io: dentro te stesso) non sarai in grado di guardare neanche altrove.
Ma mi riconosco anche nel pensiero di Adelaida: se vivi in un luogo che ti è sconosciuto (ma anche ostile) non perdi nemmeno un dettaglio. E in Aglaja: si può essere felici senza saper guardare?
Ma alla fine è al principe Myskin a cui mi sento più vicina, quando dice: non so se ho imparato a guardare.
Brano tratto da L’idiota
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David Foster Wallace è morto. E io volevo scrivere qualcosa sul perché la sua morte mi abbia colpito molto. Poi mi sono messa a leggere i commenti che la gente sta lasciando qui e me ne è passata la voglia. Non perché sia rimasta scandalizzata dalle (poche) frasi malevole o inopportune, ma perché trovo semplicemente più interessante impiegare del tempo a capire perché certe reazioni altrui piuttosto che indagare sulle mie.

Preferisco ricordarlo, quindi, con la frase per cui un giorno, in modo del tutto casuale, mi sono imbattuta in un suo racconto e ho cominciato a leggerlo:
Per tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero. Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me da offrire agli altri. Più che altro per piacere o per essere ammirato. Forse è un po’ più complicato di così.
Categorie: Libri, Pensierini
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“ Tutti gli italiani infatti si possono dare dei “fascisti” a vicenda, perché in tutti gli italiani c’è qualche tratto fascista (che, come vedremo, si spiega storicamente con la mancata rivoluzione liberale o borghese); tutti gli italiani, per ragioni ovvie, si possono dare a vicenda dei “cattolici” o dei “clericali”. Tutti gli italiani, infine si possono dare a vicenda dei “qualunquisti”. E’ ciò che appunto ci riguarda in questo momento. Non perché io e te abbiamo rotto quello che dovrebbe essere ormai il tacito patto tra persone civili, consistente nel non darsi mai dei “fascisti” o dei “clericali” o dei “qualunquisti” a vicenda, ma perché sono io stesso che mi accuso, qui, di un certo qualunquismo. Che cos’è che io vedo (qualunquisticamente) accomunare “una signora fascista e un extraparlamentare, un intellettuale di sinistra e un marchettaro”? E’ una terribile, invincibile ansia di conformismo.
Succede spesso, in questa nostra società, che un uomo (borghese, cattolico, magari tendenzialmente fascista) accorgendosi consapevolmente e inconsapevolmente di tale ansia di conformismo, faccia una scelta decisiva e divenga un progressista, un rivoluzionario, un comunista: ma (molto spesso) a quale scopo? Allo scopo di poter finalmente vivere in pace la sua ansia di conformismo. Egli non lo sa, ma l’essere passato con coraggio dalla parte della ragione (uso qui la parola ragione contemporaneamente in senso corrente e in senso filosofico) gli permette di sistemarvisi con le antiche abitudini che egli crede rigenerate, reificate. Mentre non sono altro, appunto, che l’antica ansia di conformismo. Ciò durante questi trent’anni postfascisti ma non antifascisti è sempre accaduto. Ma le cose si sono aggravate dal 68 in poi. Perché da una parte il conformismo, diciamo così ufficiale, nazionale, quello del “sistema”, è divenuto infinitamente più conformistico dal momento che il potere è divenuto un potere consumistico, quindi infinitamente più efficace – nell’imporre la propria volontà – che qualsiasi altro potere al mondo.”
….
“Ora, uno dei luoghi comuni più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare e (inventiamo la parola) de-sentimentalizzare la vita. Ciò si spiega, nei vecchi intellettuali progressisti, col fatto che sono stati educati in una società clerico-fascista che predicava false sacralità e falsi sentimenti. E la reazione era quindi giusta. Ma oggi il nuovo potere non impone più quella falsa sacralità e quei falsi sentimenti. Anzi è lui stesso il primo, ripeto, a voler liberarsene, con tutte le loro istituzioni (mettiamo l’Esercito e la Chiesa). Dunque la polemica contro la sacralità e contro i sentimenti, da parte degli intellettuali progressisti, che continuano a macinare il vecchio illuminismo quasi che fosse meccanicamente passato alle scienze umane, è inutile. Oppure è utile al potere.
Per queste ragioni sappi che negli insegnamenti che ti impartirò, non c’è il minimo dubbio, io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istituito. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi autonomi adoratori di feticci.”
Pier Paolo Pasolini – Lettere Luterane
Pasolini non poteva sapere che nel 2008 la Chiesa avrebbe imparato a vestire Prada e l’arte del presenzialismo, dello spettacolo. A usare i i nuovi mezzi di comunicazione per rubare il cuore.
La società clerico- fascista è tornata.
E quelli che non sono caduti nelle reti dei preti – ma che ne subiscono comunque le decisioni – come stanno reagendo? C’è un atteggiamento comune? A me, dal mio punto di osservazione (che mi salva? no, nessuno è senza colpa per usare una parola con cui siamo cresciuti) pare che si possa rintracciare nello sbeffeggiamento o nel piagnisteo, ma che di concreto accada ben poco. E con questo atteggiamento si (mi) mettono “l’anima in pace”. Che fare? Denunciare, scriverne, manifestare, opporsi? In parte è stato fatto e si fa, ma è evidente che non è sufficiente. Non può considerarsi una vittoria se una rana resta dove sta. E’ una sconfitta, invece, questa.
E allora? Allora bisogna combattere. Vincerli in quello che rappresenta uno dei cavalli di battaglia della Chiesa: l’assistenza ai deboli, ma anche, vedendo quello che accade qui in Olanda, regalare un pezzo del proprio tempo insegnando cose che sappiamo fare in altri settori. Far passare il pensiero che si agisce per proprio conto, per conto dell’uomo, e non nel nome del divino.
Smettere di fare i de-sentimentalizzati o le vittime. Riprendersi il Paese.
Mi rendo conto che queste parole scritte dal posto dove mi trovo suonino un po’ grillesche. Lo so lo so so. E vorrei tornare prima o poi.
Categorie: Fatti italiani, Libri
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