Un uomo guardava una petroliera ancorata all’orizzonte. Era da un mese che frequentava quella spiaggia e la nave era lì dal giorno successivo al suo arrivo. L’uomo si era sistemato su quella che sarebbe diventata la sua duna, l’aveva scelta perché era la più alta di tutte, e aveva cominciato a togliersi la sabbia dalle scarpe. Per un po’ si era incantato sull’alluce che spuntava da un grosso buco nel calzino, poi era tornato in sé. Il suo sguardo aveva girato sopra quel grigio ventoso e si era posato su una massa scura in movimento. Aveva strizzato gli occhi per mettere a fuoco meglio e aveva riconosciuto la sagoma di una petroliera. Questa, che proveniva dal porto di Scheveningen, aveva terminato la sua corsa proprio davanti a lui. “Chissà se l’equipaggio è al completo”, si era chiesto subito. Ma poi si era detto che a un comandante di una petroliera non importava se un mozzo sapesse parlare l’inglese. Contavano, piuttosto, la prestanza fisica e l’esperienza, e lui era magro e con la pancia e, soprattutto, era vecchio. Inoltre non era mai salito su una nave, a eccezione di quella con cui aveva fatto il viaggio di nozze molti anni prima. E i comandanti non assumevano più chiunque si presentasse. Così aveva continuato a guardarla senza specularci più sopra, affezionandosi persino un po’. Aveva sempre preferito gli oggetti agli esseri viventi, l’immobilità al movimento, l’equilibrio statico a quello termodinamico.
*********
L’uomo raggiungeva la duna verso le quattro del pomeriggio, poco prima del tramonto. Per ripararsi dal vento si avvolgeva più volte una sciarpa intorno al collo, alzava il bavero, e s’infilava un passamontagna. Sembrava un ladro in attesa di commettere un furto. E si muoveva con circospezione, proprio come uno che teme di essere scoperto. Lì, sulla duna, mangiava un paio di panini e seppelliva le briciole che cadevano, in modo che i gabbiani e i corvi, unici abitanti di quel luogo, non venissero a beccarle e a insudiciare la sabbia.
Per passare il tempo, mentre masticava fette di pane a cassetta e aringa, immaginava di costruire trappole che avrebbero imprigionato quegli orrendi uccelli che non avevano paura di lui.
Dopo circa un’ora, si scrollava la sabbia dai vestiti e si dirigeva verso un ristorante che c’era all’inizio della spiaggia.
Forse qualcosa sarebbe andato diversamente per questo tipo qui, se a un certo punto avesse assistito a questo incidente. Lo avrebbero sentito come testimone, sarebbe stato intervistato da un giornale locale, e magari sarebbe finito sulla pagina di Repubblica.it per qualche ora. Titolo: è un ingegnere italiano disoccupato il testimone dell’incidente nel Mare del Nord. Il tipo avrebbe voluto parlare dell’impatto sull’ambiente causato dal cherosene al giornalista che lo avrebbe contattato. Invece no, non sarebbe andata diversamente. Non come avrebbe voluto il tipo. Il giornalista gli avrebbe fatto mille domande, ma non gli avrebbe lasciato dire quello che voleva dire.
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Faccio innervosire un po’ gli italiani con il mito dei Paesi Bassi e dei suoi abitanti che prima o poi passeranno da queste parti. Invece, se capitassero gli olandesi è probabile che ci ridano sopra perché hanno il senso dell’umorismo, loro.
Allora, in un romanzo che sto scrivendo a un certo punto c’è questo pezzo qui:
Il 14 terminava il suo lavoro al ristorante perché arrivava da Napoli il nipote del titolare che aveva sostituito. Tra i camerieri era corsa la voce che non si sarebbe presentato, era un po’ duro di cervello e non era riuscito a imparare l’olandese, ma poi la sua famiglia l’aveva convinto a provare ancora.
“Domani torna Pasquale.” Aveva detto il padrone quando il locale era vuoto.
“Domani me ne vado.” Aveva risposto lui tirando su con il naso.
Il padrone aveva buttato fuori un grugnito di potere.
“Terrei te, quel deficiente non ha voglia di lavorare ed è più lento di un olandese svogliato, ma è il figlio di mia sorella…E poi tu sei sprecato qui, con la tua laurea…”
“Tanto mi assumono alla Compagnia.”
“Allora verrai a mangiare le fettuccine da cliente.”
“Certo.” Aveva risposto Ugo Impallomeni senza guardarlo negli occhi, ma entrambi sapevano che non sarebbe tornato.
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“La parodia è un buon sistema per digerire la realtà”.
Scostò la sedia, consumando tempo.
Si chiese se gli convenisse fingere di lavorare al computer mentre aspettava di essere chiamato all’ultimo piano.
Oppure doveva guardarsi intorno con l’espressione sorpresa? Perché non aveva riflettuto sul fatto che ci potesse essere un raduno degli impiegati? Perché non aveva chiesto delucidazioni in merito a Saccapani?
Perché era rimasto sconcertato dal suo discorso, ecco perché. Per la posizione diversa in cui si sarebbe trovato.
La diversità procura grane e Tonino Pinna desiderava essere uguale a tutti. Uguale in superficie, ovvio. E invece quel finesettimana era stato risucchiato dai vecchi e nuovi problemi familiari.
“Perché, perché, perché. Me lo dite voi che cosa devo fare?” Domandò alla costellazione dell’Orsa Maggiore del salvaschermo. Con tutti questi quesiti insulsi iniziava già a dolergli la testa. Ogni giorno un male, non la scampava mai.
Soffiò via le particelle di gomma da cancellare dal ripiano della scrivania.
“Cancellare…”
E partì come una Mini Cooper per l’ennesima riflessione.
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Da I Miserabili
Forse i lettori hanno conservato, fin dal suo primo apparire, qualche ricordo di questa Thénardier alta, bionda, rossa, grassa, corpulenta, massiccia, enorme, agile; essa apparteneva, l’abbiamo detto, a quella razza di selvagge colossi che fanno flessioni nelle fiere con ciottoli sospesi ai capelli. In casa ella faceva tutto, i letti, le camere, il bucato, la cucina, la pioggia, il bel tempo, il diavolo a quattro: come unica domestica aveva Cosette; un sorcetto al servizio di un elefante. Al suono della sua voce tutto tremava, vetri, mobili, persone. La sua faccia larga cosparsa di lentiggini sembrava una schiumarola: era anche barbuta, vero prototipo di un facchino del mercato vestito da bagascia. Bestemmiava magnificamente e si vantava di spezzare una noce con un pugno. A parte i romanzi che aveva letto, e che a tratti facevano stranamente riapparire la smorfiosa sotto l’orca, a nessuno sarebbe passato mai per la testa di dire di lei “è una donna”.
Da Delitto e castigo
Era una vecchietta minuta e rinsecchita, sui sessant’anni, con due occhietti penetranti e cattivi e un piccolo naso appuntito. Non aveva niente in capo. I capelli color stoppa, appena brizzolati, erano abbondantemente spalmati di grasso. Sul collo lungo e sottile, simile a una zampa di gallina, era attorcigliato un informe straccetto di flanella, e sulle spalle, nonostante il caldo, le ballava un giubbetto di pelo, tutto logoro e ingiallito. La vecchietta tossiva e gemeva a ogni istante.
Da Harold e Maude
“Ancora champagne!” strillò l’anziana signora Crawford e fece un rutto.
“Mamma, ti prego!” fece il signor Crawford.
“Mi spiace,” disse l’anziana signora Crawford. “Mi è parso di vedere un pipistrello”
…
Perché portino quella vecchia ai party, pensò la signora Chasen sedendosi davanti alla toilette e togliendosi la parrucca, nessuno riesce a capirlo. E’ praticamente rimbecillita. E’ sempre così imbarazzante, soprattutto per la famiglia, e naturalmente procura tanto da fare alla padrona di casa.
Perché non la mettono in un ospizio?
Da Revolutionary Road
“…Ti dirò che sono proprio soddisfatta della casetta di Revolutionary Road, Howard.Ti ricordi che aria spaventosa aveva quest’inverno? Fredda e buia e…be’, spettrale. “
…
“E poi sono così simpatici quei giovani Brace. Lei è tanto gentile e divertente, a parlarci; lui invece è abbastanza riservato. Secondo me, deve avere un ottimo posto in città. Mi ha detto” Signora Givings, non saprò mai come ringranziarla. E’ proprio il tipo di casa che abbiamo sempre desiderato..” Non poteva proprio dire una cosa più carina. E poi, sai, stavo proprio pensando: sono anni che adoro quella casetta, e queste sono le prime persone davvero adatte che sia riuscita a trovare. Persone come si deve, gradevoli, insomma”.
Il marito spostò e cambiò posizione ai piedi calzati dalle scarpe ortopediche. “Be’”, fece, “tranne i Wheeler, no?”
“Be’ intendevo persone veramente gradevoli, non so se mi spiego”, chiarì lei. “Il tipo di persone che va bene per noi. Insomma, i Wheeler mi piacevano moltissimo, ma erano sempre un tantino, …un tantino eccentrici per i miei gusti. Un po’ nevrotici, ecco…”
…
“Erano, ecco, due ragazzi un po’ strani. Irresponsabili. …”
In effetti la Thénardier di questa descrizione ha circa quarant’anni, ma quando l’incontrai la prima volta in una riduzione de I Miserabili per l’infanzia io ne avevo una decina e continuo a leggerla con gli occhi di allora.
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Mentre continuo a non avere notizie di Prima che la storia finisca, se non che è stato segnalato qui, ma per fortuna stavolta c’entro per via indiretta, ho terminato un altro romanzo.
Qui il primo mezzo capitolo.
E adesso mi rileggo O’Connor, Bachmann, Vallejo, Wolff, Yates, alcune pagine di Bolaño e torno ai racconti.
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Stamattina è successo un fatto insolito: il latte era andato a male. Strano, ho pensato, il latte olandese non si guasta mai. Ho rovesciato il contenuto del cartone nel lavandino, ma avrei fatto meglio a gettarlo nel secchio: era proprio solido. Ho aperto il rubinetto e fatto scorrere l’acqua, ho cercato di rompere la solidità con lo scovolino. Poi avevo altre cose da fare e ho abbandonato al suo destino quella roba compatta e tremante.
Quando sono tornata a pulire l’ho vista, la cosa che aveva fatto guastare il latte.
Un po’ lumaca ma senza antenne, un po’ fungo porcino ma senza cappello.
Indiscutibilmente viscida. Allora mi è venuto in mente di un certo personaggio di cui mi sto occupando e di cui a un certo punto ho scritto: “non credeva in dio, non aveva fede o fiducia in nulla e nessuno, a eccezione di una forza misteriosa che si sprigionava dalla natura e dagli oggetti e che, a volte, si manifestava attraverso dei segni…”
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Ma perché il pulmino? Non possiamo andarci in macchina? Chiese Tonino appallottolando il gilet fluorescente.
Affittiamo un pulmino perché nessuno vuole fare Bob! E allora paghiamo uno, l’autista, che lo fa per noi. Tre euro a testa: un affare!
Bob? Chi è Bob?
Vivi in Olanda da quattro anni e ancora non sai chi è Bob? Ma questo è assurdo! Non puoi passare in apnea da un ufficio a casa tua: devi osservare, assorbire, e poi mischiarti e integrarti, altrimenti condurrai una vita di merda. Bob è lo stupido, quello che non si ubriaca.
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Oggi 12 gennaio ho terminato la prima stesura del romanzo e comincio a buttare giù una scaletta e degli appunti.
Insomma sto facendo ora quello che dovrebbe essere fatto all’inizio come suggeriscono i manuali di scrittura (che a volte sfoglio in libreria) e alcuni scrittori.
E’ impossibile per me seguire questo procedimento dal momento che i miei romanzi e i miei racconti iniziano da un personaggio, anzi dal viso di un personaggio, che si porta dietro man mano che la storia viene scritta fatti e altri personaggi. Non posso saperlo prima. E occorre tempo perché io possa immaginarli e incastrarli insieme.
E’ un po’ come mi succedeva alle elementari e alle medie con i problemi di matematica: trovavo prima il risultato e solo dopo ragionavo sui passaggi. Al liceo invece era più dura e adottavo un’altra strategia. Pensavo ai teoremi che avevo studiato fino a isolare quello che mi sembrava più adatto. Non si può certo chiamarlo ragionamento il mio modo di risolvere, ma come diceva mia nonna: non si cava sangue dalle rape.
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Il 23 maggio, alle otto e un minuto di mattina, un uomo chiuse a chiave una porta picchiettata di buchi come se fosse stata colpita da una mitraglietta e si chinò su un water ancora puzzolente di disinfettante.
L’uomo ebbe un paio di conati e poi rimase immobile , a occhi chiusi, emettendo respiri lunghi e regolari, infine tirò lo sciacquone e uscì, schiarendosi la voce e armeggiando con la cerniera dei pantaloni.
Dopo aver controllato che il locale fosse vuoto, l’uomo sollevò il viso verso l’alto: la luce della telecamera era accesa e si domandò se la sua ’immagine fosse andata in onda o fosse stata archiviata insieme alle centinaia di altre che erano state riprese in quei minuti. In ogni caso, si disse, anche se qualcuno dei vigilanti l’avesse guardato non avrebbe avuto sospetti: era uno qualsiasi che aveva appena pisciato e soprattutto era in orario.
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Ieri ero lì che riscrivevo delle pagine e mi sono bloccata, a un certo punto, su una frase che non funzionava. La frase riguardava due capelli spessi e chiari che un tale Tonino Pinna nota su un lavandino del bagno del luogo dove lavora. S’incanta su di loro, sui due capelli intendo, e pensa che sono identici alle setole di un maiale e poi fa ( più o meno) una riflessione del genere: “il maiale perde le setole in autunno non in estate, deve essere un maiale anomalo, questo”.
Ora, uno può scrivere quello che vuole, però per quanto possibile dovrebbe sapere se quello che sta scrivendo corrisponde o meno alla realtà.
Così ho cominciato a cercare informazioni sul maiale e sulla eventuale perdita di setole, ma non ho trovato nulla, intanto mi veniva in mente la faccia di una donna che era rossa come se si fosse scottata al sole ma che invece era naturale perché l’aveva anche in inverno di questo colore. Questa donna si chiamava Lucia, ed era sempre vestita di nero per la morte di qualche parente, addirittura portava il lutto anche per quelli emigrati e morti in Australia, che non li vedeva da almeno quindici anni e da cui riceveva delle lettere solo per i funerali e i matrimoni, e mi sono ricordata dei suoi occhi disperati, un giorno in cui era festa, quando scoprì che due dei suoi cinque maiali erano morti.
Entrarono tutti nella stalla, in fila, a guardarli, e dopo andarono stringerle la mano. I maiali sembravano addormentati, con gli occhi chiusi e le zampe composte, senza segni di sofferenza, tranne per la pancia che avevano gonfia come se avessero ingoiato una barra di metallo. Quelli superstiti erano agitatatissimi e strillavano con versi acuti che strappavano il cuore, e pure loro avevano quello barra nella pancia. Dal recinto mancavano alcune stecche, in effetti. E io non riuscii a trattenermi dal farlo notare, anche se lo sapevo che non bisognava, però la feci sottovoce, la mia osservazione. A un certo punto arrivò il marito di questa Lucia, e uscimmo tutti dalla stalla, e lui sparò ai maiali rimasti.
Oggi accompagno Lo a lezione d’italiano. Prima leggevo, ora, mentre l’aspetto, passeggio con il cane, ogni volta un po’ di più. Ci sono due possibili strade: una porta su un percorso di recinti di maiali (all’aperto) e di fattorie, l’altra conduce a un castello che finora ho guardato da lontano. Però questi maiali qui non mi servono a niente, ché sono diversi dai nostri: sono neri, giganteschi e senza setole, per lo meno così mi è parso dal punto in cui sono riuscita ad avvicinarmi, ché al cane fanno paura. E invece sono tranquilli, talmente tranquilli che le capre ci dormono sopra.
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