Incipit indecisi     13-10-2003  

Ho scritto un racconto che non posterò sul blog. E ho un problema. Ho scritto 2 incipit e non so decidermi su quale scegliere. A voi quale piace di più? L’1, il 2 o il 3 (nel caso che non vi piaccia nessuno dei 2)

1) Procede lentamente lungo la linea gialla attento a non calpestarla. Procede lentamente perché ha giurato che non vi passerà sopra e perché ha paura di perdere l’equilibrio con quelle scarpe con cui non ha maicamminato per strada. In casa non ha incertezze: ha passeggiato per ore lungo il corridoio fino al bagno e poi di nuovo verso la stanza di sua madre fin davanti allo specchio dove si è guardato le caviglie sottili, le gambe appena depilate, il corpo magro fasciato nel vestito di maglia, il viso liscio con gli zigomi da femmina.
Questa mattina era solo: sua madre era dalla vicina a cucinare per il pranzo della comunione di Sara, lui al bar per il torneo di briscola. Dalle finestre della cucina entrava un vento caldo che gonfiava le tendine bianche. Gli piaceva guardare come si alzavano, rimanevano sospese e poi ricadevano giù, ma alla fine aveva dovuto chiudere le persiane per timore di essere visto dalla strada mentre si vestiva. A quel punto il vento, costretto tra i listelli di legno, non era più riuscito a sollevarle e questo cambiamento gli aveva portato una tristezza che non si era saputo spiegare.
Sergio aveva citofonato in quell’istante. Si era infilato la parrucca viola, era sceso per le scale con le scarpe in mano, le aveva infilate quando aveva visto Sara che saliva.
“Ti ho riconosciuto”, aveva detto lei, – “è inutile che fingi: gli occhi non li puoi cambiare, anche se li dipingi con il trucco”. “Ma oggi ho questi”, aveva risposto lui e, dalla tracolla, aveva tirato fuori un paio di occhiali da sole con le lenti nere. ”Con questi non si vedono gli occhi”. Sara si era fermata a guardarlo mentre lui continuava a scendere concentrandosi per non cadere; quando stava per scomparire si era sporta oltre la ringhiera e aveva urlato: “Tony ti voglio bene!”

2) Entra nel bagno delle donne a testa bassa e si chiude nella prima toilette che trova libera. Il water è sporco: preme il bottone dello sciacquone, ma l’odore rimane insistente. Attacca la borsa alla maniglia e si spoglia. Rimane nudo e incerto in quell’ambiente stretto e malsano, poi lentamente comincia a rivestirsi: prima le mutandine elasticizzate, il reggiseno imbottito, poi l’ovatta, una canottiera di velo, la tunica viola che ha comprato all’oviesse, infine i jeans con i ricami. Sostituisce le scarpe da ginnastica con delle ballerine nere. La trasformazione non è ancora completa. Cerca tra i vestiti, i trucchi e tutti gli altri oggetti che si è portato: a cosa potrebbe essergli utile un coniglietto di pelo, delle cassette musicali senza walkman e una merendina sbriciolata? Fruga, sempre più agitato, accartocciando gli abiti che aveva piegato con cura; infine trova quello strano cappellino di cotone da cui pendono fili intrecciati che ondeggiano ad ogni movimento del viso. Lo sistema con precisione sulla testa rasata. Apre la porta, posa la borsa sul lavandino, comincia a truccarsi con gesti sicuri: si spalma una crema schiarente sul viso, sfuma, come se facesse un chiaroscuro, un ombretto nocciola intorno agli occhi, completa con un tocco di rimmel e uno di rossetto senza ripassare. Non vuole strafare. Si aggancia gli orecchini con i pendenti d’ametista che ha sottratto dal comò di sua madre, infila gli occhiali con le lenti nere, fa un passo indietro, si fissa allo specchio: finalmente Viola.

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Anita uscì presto quella mattina.     21-03-2003  

Anita uscì presto quella mattina.

Si era svegliata all’alba per lavarsi. La sera prima si era depilata con attenzione, non tralasciando neanche l’ombra che aveva sotto il naso.

Alle sette era pronta. Portò il caffè a suo marito che era ancora a letto, lasciò sul tavolo due fette di pane tostato su cui aveva steso un velo di marmellata di albicocche, preparata da lei con il dolcificante. “Vado a fare un prelievo del sangue” gli disse guardandolo dallo specchio mentre si sistemava la borsa a tracolla.

Quando arrivo’ alla fermata si accorse di dover fare un’altra volta la pipì. Era il nervoso che aveva dentro che le faceva quell’ effetto, si strinse il cappotto ed entrò nel bar di Angelo.

“Un caffe’”, “disse – “ non credo che mi possa fare male se faccio le analisi alla 9. E poi se lo prendo senza zucchero…” aggiunse.

“ Ma certo che non ti fa male se non metti lo zucchero”, le rispose il barista .

“Mentre lo prepari vado in bagno, sai ho un po’ paura della puntura”. Lui assenti’ con la testa, mostrandole di capire la sua agitazione.

Si piego’ sul water e fece una pisciata liberatoria

Bevve il caffè in un solo sorso e s’incammino’ verso la fermata dell’autobus.

Il 346 arrivò dopo qualche minuto.

Non c’era traffico e dopo un quarto d’ora era in via Billis.

Si specchiò su una vetrina di un negozio di pasticceria. Sentì il desiderio di mangiare una pasta, ma non voleva rimandare ancora quello che doveva fare. Si fermo’ davanti ad un cancello in ferro battuto, scorse con l’indice i tasti del citofono.

Individuo’ quello su cui era scritto:Dott. Chiarenti.

Ma il nome che usava nelle trasmissioni televisive era Sios.

Era un sensitivo, un mago, uno a cui bastava uno sguardo o il suono di una voce per sapere tutto, Anita non credeva ai suoi poteri, per lo meno all’inizio; aveva cominciato a seguire quel programma perche’ a quell’ora si trovava in cucina , poi aveva scoperto quella cosa, tutto le era scoppiato dentro e se non parlava con qualcuno avrebbe anche potuto ammazzarsi se ne avesse trovato il coraggio.

Aveva cominciato ad ascoltarlo attentamente.

Rivedeva anche la replica del pomeriggio.

Spinse il bottone.

”Chi è?”

“Sono Anita, ho un appuntamento”.

Quella voce l’aveva agitata… era troppo professionale, le ricordava quella dell’infermiera del laboratorio di analisi.

Ma non poteva tornare indietro, aveva bisogno dell’aiuto di quell’uomo.

Così entrò.

C’era uno specchio appeso davanti alla porta dell’ingresso, ma evito’ di guardarsi.

Si diresse verso la signorina che era dietro al computer.

“Ho un appuntamento” disse a bassa voce. Quella senza alzare gli occhi dalla tastiera, le indico’ un’altra che sfogliava un’agenda.

“La signora?”

“Anita”.

”Il cognome?”

“Bettigrossi”.

“Si accomodi”,

Ma non si sedette, le scappava un’altra volta la pipì.

Guardo’ le foto che erano appese sulle pareti del salottino senza vederle.

Poi senti’ il cigolio di una porta che si apriva.

< ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />E…mi sono bloccata…che succede dopo? Si accettano suggerimenti…

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