Sono sul balcone, con la schiena stretta al muro, è da dieci minuti che sono qui, i muscoli cominciano a farmi male, e per distrarmi ho calcolato di quante mattonelle è composta la mia schiena: approssimatamente dodici, quasi due in larghezza e sei di altezza. Un altro, nella mia posizione, forse ne avrebbe misurate almeno due in larghezza, perché ho il torace un po’ stretto.
Mia madre aveva ragione a insistere con il nuoto. Io fino a quattordici anni l’ho assecondata, lei era convincente e inoltre ero bravo: scivolavo nell’acqua senza sforzo, saltavo dalla pedana al tempo giusto, ero veloce e preciso. Eppure a un certo punto mi è venuto a noia e ho lasciato perdere, malgrado mia madre tentasse di dissuadermi profilandomi un futuro senza femmine per la faccenda del torace stretto. Però non le diedi retta anche perché le ragazze avevano cominciato a guardarmi, be’, le ragazze, qualcuna, ne basta anche una per stare in pace. Poi sono diventato lungo lungo e mi è scoppiata la passione per la pallacanestro, ma che delusione quando non mi selezionarono per la squadra! Per un minuto esatto, ho sempre avuto l’orologio con il cronometro io, ebbi la visione di un me che raggiungeva il ponte Mammolo, s’arrampicava sulla balaustra bianca e saltava planando come un tappeto. Negli ultimi istanti ci ripensavo e mi contorcevo, ma ormai il fiume s’apriva vorace e m’inghiottiva nelle sua acque giallo-marroni. Siccome ero testardo, forse più testardo a quattordici anni che adesso che ne ho trenta, passai un’intera estate ad allenarmi nel campo vicino alla spiaggia e a settembre mi presero.
Un minuto. E’ quanto mi ci è voluto per svolgere questo ricordo dalle mattonelle di oggi all’ingresso nella squadra di ieri.
Miriam è in cucina che sta versando il caffè nelle tazzine. Dalle fessure della serranda percepisco il tintinnio diella ceramica e un odore di sigaretta che mi sta provocando un’intensa voglia di accenderne una.
Quando sono uscito fuori poco fa, stavo per avere un attacco di riso perché Orazio, il marito di Miriam, avrebbe potuto sorprendermi e ciò sarebbe stato sgradevole, forse pericoloso, eppure a me pareva esilarante. In fondo non sono innamorato di sua moglie, mi piace parecchio, certo, ma non ne morirei se dovessi rinunciarvi. Per questo credo mi venisse da ridere. Perché stavo correndo il rischio di avere guai per qualcuno di cui non me ne frega un cazzo.
Orazio è un ufficiale di marina, sembra un lavoro d’altri tempi, una mestiere da film. Sono stati a Taranto, Genova, infine quando lo hanno assegnato nel Sinai, Miriam ha smesso di seguirlo, ed è tornata a Roma. Lui da quel momento non ha pace, la chiama tutte le sere e la tempesta di domande sui suoi tempi e sui suoi spazi. Ma è la prima volta che gli fa un’improvvisata. Sospetta qualcosa, mi ha detto Miriam mentre mi spingeva per le spalle sul balcone. Se ti scopre qui mi ammazza!
Mi si è un po’ accartocciato lo stomaco quando usciva questa frase ed è stato lì che ho dovuto trattenere la risata. Mi chiedo perché Miriam non lo pianti: la tormenta, non lo ama più, ce l’ha pure piccolo, e non fa nulla. Ma non glielo ho mai chiesto perché non lo lascia, Miriam m’interessa perché ha un bel culo e soprattutto perché lo dà.
C’è un’aria appiccicosa, con folate di vento che sollevano la polvere della strada e muovono le foglie del filo di edera che si arrampica vicino a me. Ogni tanto compare la testa di un geco che mi fissa. E’ quasi sera, e tra poco uscirà dal suo nascondiglio.
Orazio parla e attraverso la serranda mi arriva una voce sonora, da uomo.
Categorie: Incipit
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Il 23 maggio, alle otto e un minuto di mattina, un uomo chiuse a chiave una porta picchiettata di buchi come se fosse stata colpita da una mitraglietta e si chinò su un water ancora puzzolente di disinfettante.
L’uomo ebbe un paio di conati e poi rimase immobile , a occhi chiusi, emettendo respiri lunghi e regolari, infine tirò lo sciacquone e uscì, schiarendosi la voce e armeggiando con la cerniera dei pantaloni.
Dopo aver controllato che il locale fosse vuoto, l’uomo sollevò il viso verso l’alto: la luce della telecamera era accesa e si domandò se la sua ’immagine fosse andata in onda o fosse stata archiviata insieme alle centinaia di altre che erano state riprese in quei minuti. In ogni caso, si disse, anche se qualcuno dei vigilanti l’avesse guardato non avrebbe avuto sospetti: era uno qualsiasi che aveva appena pisciato e soprattutto era in orario.
Categorie: Incipit, La scelta
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L’ultima fuga di Bach
Lipsia, 28 luglio 1750
Personaggi in questa scena:
Maria 16 anni, domestica della famiglia Bach
Ingrid 15 anni, domestica di una famiglia amica dei Bach.
Prima Parte: Maria è alla finestra, Ingrid sulla strada, canticchia una canzone di chiesa
Ingrid (ad alta voce) – ciao Maria, vieni a fare la spesa?
Maria (sottovoce) – Il mio padrone è morto poco fa. Vengo, sì, per comprare i fiori.
Maria scende in strada
Maria (mentre si annoda un fazzoletto in testa) – La mia padrona mi ha ordinato di comunicare alla tua che Bach è morto. E di chiederle se puoi venirci ad aiutare per il rinfresco.
Ingrid (felice) – E’ sicuro che mi darà il permesso! Finalmente potrò respirare l’aria che ha respirato un genio! La mia padrona quando ne parla dice sempre: quell’uomo è un genio. Sarà compreso quando saremo morti.
Maria (sospirando) – è l’unica a pensarlo. Forse un giorno si scoprirà che è stato un genio, ma come padrone è, era (calcando la voce) insopportabile.
Ingrid (con un’espressione sognante) – Eppure ho ascoltato suonare una sua composizione in chiesa e quel giorno non ho commesso peccati. Raccontami di lui, della sua morte!
Maria ( si ferma e sgrana gli occhi) – La sua morte è stata preceduta da un miracolo!
Ingrid: (mettendosi le mani sulle guance) – E’ Dio che ci ha mandato un segno!
Maria: (sussurrando) – Poco prima dell’alba si è svegliato, mi hanno chiamato per accendere le lanterne, la padrona si è sistemata al tavolo e lui le dettava le note fino a che ha gridato: vedo la luce! La padrona ha rovesciato l’inchiostro che ha cancellato l’ultimo pezzo che aveva scritto. Ci siamo avvicinate al letto, la padrona con le mani tremanti, io gelata dalla paura, ma anche per il freddo. Improvvisamente quel vento bollente che ha soffiato tutta la notte si è sciolto e dalla finestra si è insinuata una brezza gelida che ha quasi ghiacciato la stanza.
Ingrid (si porta le mani sul cuore) continua, ti prego!
Maria (con voce sempre bassa e misteriosa di chi ha visto) – La padrona mi ha detto: prendi la lanterna, svelta! Le ho passato la lanterna, l’ha avvicinata agli occhi del padrone che erano pieni di lacrime e che hanno seguito la luce della fiamma. A quel punto Bach ha sussurrato: ci vedo di nuovo, Anna!
Una carrozza vuota passa nella strada, il cocchiere rallenta.
Cocchiere (togliendosi il cappello) – Oh che belle signore! Posso avere il piacere di dar loro un passaggio?
Maria (con un sospiro)- Purtroppo no, signore, siamo serve che vanno al mercato.
Ingrid (indignata) – Vattene immediatamente! Altrimenti chiamo la guardia!
Il cocchiere si rimette a posto il cappello. Frusta il cavallo e riparte veloce.
Maria (arrabbiata, fissando la carrozza che scompare nella via) – Che bisogno c’era di trattarlo in quel modo? Quando troveremo un marito se ogni volta che si avvicina qualcuno lo fai fuggire via così?
Ingrid (alza le spalle) – Non è tempo di mariti ora, ma è tempo di storie.
Ingrid (abbassa la voce) – E poi io non voglio sposarmi, io voglio fare la cantante come la tua padrona Anna Wulcken!
Maria (scuote la testa) – Per ora fai la serva.
Ingrid (con voce un po’ lamentosa) – Ti prego continua la storia.
Maria (compiaciuta) – Non è una storia è la verità
Ingrid (sorridendo) – Ma tu la trasformi in storia.
…
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Misteri degli incipit
Tano, abbreviazione di Gaetano, era un ragazzo di circa vent’anni che preparava caffè in un bar della stazione Termini.
Sono di Messina, anzi di Messina porto, rispondeva con un lampo d’orgoglio negli occhi, se qualcuno gli chiedeva quale fosse il suo paese senza spiegare la ragione di quella precisazione.
Tutte le mattine sedevo per sessanta minuti vicino al frigo delle bibite e invece di sfogliare il giornale, osservavo Tano che sciacquava tazze e tazzine, premeva bottoni, aggiungeva latte, e dava un’occhiata all’orologio.
Alle nove l’afflusso dei clienti diminuiva e lui scambiava qualche parola con la cassiera, con il collega o con chiunque fosse presente.
Era proprio dopo le nove che gli domandavano da dove venisse.
Il piccolo scrittore era sotto il gettito della doccia e alternava acqua bollente e gelata. Continuò con questo gioco fino a quando la pelle s’arrossò e cambiò consistenza. Allora indossò l’accappatoio, un paio di misure più grandi della sua taglia, si versò il caffè in una tazzina bianca in cui fece sciogliere una zolletta di zucchero scuro, mescolò a lungo fintanto che l’ultimo granello non si fu liquefatto, ne aspirò l’aroma per un istante, poi inghiottì un abbondante sorso scottandosi le labbra e la gola.
Quindi afferrò la cornetta del telefono.
Tonino chiuse la porta a chiave e si chinò sul water.
Ebbe due conati brevi, ma nulla uscì dalla bocca. Attese qualche minuto per essere certo che non ne seguissero altri.
Il consiglio di Antonella, sua moglie, si era rivelato sensato: lo stomaco era vuoto e i conati erano troppo deboli per vomitare succhi gastrici.
Si diresse verso il lavandino comune per sciacquarsi la bocca e notò un capello lungo e nero che sembrava proprio quello di una donna. Pensò che era insolito che si trovasse lì, nel bagno degli uomini.
Il capello disegnava un punto interrogativo.
Allora è vero, pensò, che si commettono atti impuri durante l’orario di lavoro.
Ieri ho scritto tre incipit che probabilmente non proseguirò. Anzi proprio il fatto di averne scritti tre e di non aver portato a termine nemmeno la prima pagina mi fa pensare che rimarranno tali.
Nell’incipit 2 l’espressione “piccolo scrittore” sarebbe stato modificata con un nome e un cognome, mi serviva solo per fissare l’idea del personaggio che volevo tracciare.
Negli incipit 1 e 2 c’è il caffè di mezzo. Forse perché ho comprato recentemente una macchinetta che fa un caffè strepitoso?
Il 3 non so cosa me lo abbia ispirato. Digerirei anche le spare ribs affogate nella salsa di noccioline se le mangiassi. Non ho modo di osservare capelli lunghi e nemmeno bagni di posti di lavoro. E per giunta il nome Antonella è un nome che m’innervosisce. Mah.
Categorie: Incipit
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Chiara
C’era stato un tempo in cui Chiara Bersani s’alzava al primo chiarore dell’alba perché aveva bisogno di riflettere prima di uscire.
Riflettere, in realtà, non era la parola giusta.
Chiara aveva bisogno di prendere coscienza di sé.
Distendeva una stuoia sul pavimento e, in calzettoni e pigiama, si tirava, si fletteva, respirava e aspirava. In basso le braccia, in alto le gambe. Poi si concentrava sui muscoli fino a quando non li identificava singolarmente. Seguiva il sangue che scorreva nelle arterie e nelle vene e si disperdeva nei capillari. Quel flusso doveva pur produrre un suono e, per quanto impercettibile, tentava d’identificarlo.
Infine entrava in cucina, si sedeva, allungava le gambe sullo sgabello di fronte, fissava il caffellatte bollente che appannava il bicchiere, i polpastrelli che sfioravano la superficie del vetro mentre mutava da nitida ad opaca, un filo di musica muoveva l’aria, e lasciava che i pensieri le calassero addosso.
Ma non era esatto chiamarli pensieri.
Va? Non Va? E Perchè Non Va?
Curioso che quando sto per postare un pezzo (ma anche dopo) o per inviarlo per posta a qualcuno che non sia un amico (anche in questo faccio sempre almeno un’altra spedizione), mi accorgo di errori, ripetizioni, dissonanze.
Categorie: Incipit, Tre in una stanza
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Il gabbiano e il ciclista Disse il gabbiano: ora sputo al ciclista. Ma i gabbiani non hanno saliva e allora andò a cercare qualcosa che la sostituisse. Si lanciò verso l’alto, si buttò con le ali tirate, un battito, una planata e finalmente avvistò il Mare del Nord. Era un gabbiano con le penne marroni che ancora non poteva volare a lungo. Il Mare del Nord, quel giorno, aveva l’aspetto di un mare del Sud: era tratteggiato da onde leggere e rade e siccome splendeva un sole, dal punto di vista del gabbiano ma anche di un aereo, era azzurro. Visto dalla riva invece era di un grigio meno drammatico del solito. Con un grido di battaglia, ma in realtà era uno strepito di gioia, ancora non riusciva a esprimersi con precisione, il gabbiano si tuffò, fece un breve tratto sott’acqua, se ci fosse stato un sub avrebbe descritto una traiettoria a virgola, ma non ci sono sub nel mare del Nord, poi riemerse, aveva catturato un’aringa che aveva smarrito il branco, si mise in posizione di riposo sul pelo dell’acqua e infine si riempì il becco con un po’ di mare. E via di nuovo verso l’alto a cercare il ciclista. Intanto s’era alzato il vento, ancora le onde restavano tranquille, ma se si socchiudevano gli occhi e si fissava l’orizzonte oltre la piattaforma petrolifera, si notava un’ increspatura che s’andava espandendo.
Categorie: Incipit
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Quella volta che la miccia si spense Enzo Nobile era nervoso. Nervosissimo. Si aggiustava e riaggiustava la lunga ciocca che copriva il diradamento sulla cima del cranio. Sua figlia era scoppiata a piangere appena era comparso all’asilo. Con papà, no! Con papà, no! Ripeteva come una segreteria inceppata. La maestra, - una con il corpo a pera, e lui Enzo Nobile aveva il disgusto per le pere, figuriamoci per una donna con quella forma, – aveva chiamato Silvana, la sua ex moglie. Lei, che nei primi tempi della separazione s’era accanita con il ricatto: ti faccio vedere mia figlia solo se mi paghi la bolletta o mi fai un regalino, da qualche tempo s’era tranquillizzata. Aveva l’uomo l’infingarda. Ecco perché. S’era anche appostato sotto casa della Silva per verificare se quell’essere lungo, tutto uno scrocchio doveva essere a letto, mamma mia con chi s’era andata a mettere, si trattenesse a dormire nell’appartamento. Primo perché non andava bene per l’educazione della bambina, secondo perché poteva chiamare l’avvocato e tentare una riduzione degli alimenti. Ma nulla da fare: lo scrocchio a mezzanotte meno dieci usciva dal portone, accecava Enzo con il bagliore del telecomando e partiva su una mini metallizzata, che era un mistero come c’entrasse dentro. Un mistero dei pieghevoli dell’ikea. Comunque da quando Silvana s’era trovata l’uomo, che doveva ammettere gli bruciava un po’, sua figlia la vedeva senza salassi e ricatti. Anzi la bilancia era piombata dall’altra parte. Era tutto un chiedere con la bocca a cuore: la tieni tu stasera? Per questo s’era arrabbiato quando la pera l’ aveva chiamata. Imbestialito quando lei aveva risposto che un improrogabile impegno non le permetteva di venire a scuola: Stava con lo spilungone, altro che impegno! E come parlava elegante! Merito dello scrocchio? Almeno la pupa avesse fatto i capricci perché voleva la madre. L’avrebbe capita. Una madre è sempre una madre per quanto puttana. Invece no. Sua figlia pretendeva che andasse lì sua nonna, la madre di Silvana, di professione sarta, con tre denti mancanti a causa di una sberla ricevuta dal suo compagno che l’aveva sorpresa mentre sistemava in modo poco profescional la patta dei pantaloni a un cliente. Ma si può? A sessant’anni? Aveva interrogato l’avvocato, così tanto per vedere se ci fosse qualche appiglio.
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Non esistono ponti che da Quito conducono a Berlino
Se non torni, vengo a prenderti io, con il pullman! Manuela rispose che se restava ancora potevano comprare anche una casa vicino all’acqua, lontana dai ladri e dai mendicanti. Che mentre lui guidava non avrebbe più sconvolto le budella dei passeggeri per arrivare primo, e per i deboli di stomaco ci sarebbe stato un sacchetto pulito, ad ogni viaggio. Pedro si convinse e le raccontò dei figli, come ogni mese.
La conversazione fu interrotta dalla mano sinistra di Casper, mentre con la destra accarezzava il sedere della donna.
Lei sospirò sulla cornetta muta.
Questo racconto non supera le 100 parole, l’idea è spiegata qui
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Racconti Im-perfetti (Il gioco degli Incipit) Da un’idea di Herzog Stasera l’odore dell’olio che ha sciolto nella vasca le provoca la nausea e il ritmo della nona sinfonia accentua il malessere. Forse dovrebbe abbassare il volume dello stereo o, ancor meglio, cambiare autore; ma non ha voglia di uscire dall’acqua e si immerge in apnea per qualche istante. Quando ritorna in superficie, le note del brano le sembrano meno ostili e il profumo dell’essenza è svanito. Ripete ad alta voce le dieci parole chiave su cui ha preparato la lezione del giorno dopo. A ciascuna corrisponde un discorso di cinque minuti. Farà due pause per bere e ad ogni passaggio si schiarirà la voce.
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Ho scritto un racconto che non posterò sul blog. E ho un problema. Ho scritto 2 incipit e non so decidermi su quale scegliere. A voi quale piace di più? L’1, il 2 o il 3 (nel caso che non vi piaccia nessuno dei 2)
1) Procede lentamente lungo la linea gialla attento a non calpestarla. Procede lentamente perché ha giurato che non vi passerà sopra e perché ha paura di perdere l’equilibrio con quelle scarpe con cui non ha maicamminato per strada. In casa non ha incertezze: ha passeggiato per ore lungo il corridoio fino al bagno e poi di nuovo verso la stanza di sua madre fin davanti allo specchio dove si è guardato le caviglie sottili, le gambe appena depilate, il corpo magro fasciato nel vestito di maglia, il viso liscio con gli zigomi da femmina.
Questa mattina era solo: sua madre era dalla vicina a cucinare per il pranzo della comunione di Sara, lui al bar per il torneo di briscola. Dalle finestre della cucina entrava un vento caldo che gonfiava le tendine bianche. Gli piaceva guardare come si alzavano, rimanevano sospese e poi ricadevano giù, ma alla fine aveva dovuto chiudere le persiane per timore di essere visto dalla strada mentre si vestiva. A quel punto il vento, costretto tra i listelli di legno, non era più riuscito a sollevarle e questo cambiamento gli aveva portato una tristezza che non si era saputo spiegare.
Sergio aveva citofonato in quell’istante. Si era infilato la parrucca viola, era sceso per le scale con le scarpe in mano, le aveva infilate quando aveva visto Sara che saliva.
“Ti ho riconosciuto”, aveva detto lei, – “è inutile che fingi: gli occhi non li puoi cambiare, anche se li dipingi con il trucco”. “Ma oggi ho questi”, aveva risposto lui e, dalla tracolla, aveva tirato fuori un paio di occhiali da sole con le lenti nere. ”Con questi non si vedono gli occhi”. Sara si era fermata a guardarlo mentre lui continuava a scendere concentrandosi per non cadere; quando stava per scomparire si era sporta oltre la ringhiera e aveva urlato: “Tony ti voglio bene!”
2) Entra nel bagno delle donne a testa bassa e si chiude nella prima toilette che trova libera. Il water è sporco: preme il bottone dello sciacquone, ma l’odore rimane insistente. Attacca la borsa alla maniglia e si spoglia. Rimane nudo e incerto in quell’ambiente stretto e malsano, poi lentamente comincia a rivestirsi: prima le mutandine elasticizzate, il reggiseno imbottito, poi l’ovatta, una canottiera di velo, la tunica viola che ha comprato all’oviesse, infine i jeans con i ricami. Sostituisce le scarpe da ginnastica con delle ballerine nere. La trasformazione non è ancora completa. Cerca tra i vestiti, i trucchi e tutti gli altri oggetti che si è portato: a cosa potrebbe essergli utile un coniglietto di pelo, delle cassette musicali senza walkman e una merendina sbriciolata? Fruga, sempre più agitato, accartocciando gli abiti che aveva piegato con cura; infine trova quello strano cappellino di cotone da cui pendono fili intrecciati che ondeggiano ad ogni movimento del viso. Lo sistema con precisione sulla testa rasata. Apre la porta, posa la borsa sul lavandino, comincia a truccarsi con gesti sicuri: si spalma una crema schiarente sul viso, sfuma, come se facesse un chiaroscuro, un ombretto nocciola intorno agli occhi, completa con un tocco di rimmel e uno di rossetto senza ripassare. Non vuole strafare. Si aggancia gli orecchini con i pendenti d’ametista che ha sottratto dal comò di sua madre, infila gli occhiali con le lenti nere, fa un passo indietro, si fissa allo specchio: finalmente Viola.
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