Pronto c’è Effe?
No, Effe non c’è, sta sul ponte.
Quale ponte?
No, scusa mi sono sbagliata. Fa il ponte.
Il ponte?
Il ponte della Madonna. Scusa, ancora non parlo bene l’italiano.
Eh?
Alla fine ho capito. Qui il 5 dicembre si è festeggiato Sinta Klaus, l’equivalente del nostro Babbo Natale, e ieri mattina il grande prato verde che c’è a cento metri da casa era bianco di brina e un gruppo di ragazzini giocava con le radiotrasmittenti nuove fiammanti, ma nella scuola americana i regali se li scambiano oggi. Insomma, ognuno fa come gli pare. Poi ho fatto l’albero e un altro ne farò quando atterrerò a Roma, ma niente decorazioni nel giardino anteriore, anche perché, a differenza dei miei vicini, non ho la corrente elettrica. Non ho la corrente elettrica ma ho l’acqua che loro invece non hanno. E una decina di micro abeti e un super abete e le primule di tutti i colori e da ieri anche i tulipani e i narcisi.
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Dalla finestra ho visto passare un tacchino, nudo ed enorme, disteso su una piastra di metallo nera. Lo portavano in due, due abitanti di CameliaHof, l’hanno sistemato nel portabagagli di un Suv grigio, l’hanno guardato perplesse, poi una ha scosso la testa, l’ha indicato, ha detto qualcosa, è tornata correndo verso casa, è ricomparsa poco dopo con un rotolo di carta argentata, l’hanno impacchettato ridendo e sono partite con un rombo che ha fatto volare via i merli nella pineta al centro di Camelia.
La scuola è chiusa, oggi e domani, l’Olanda lavora, ma W. è quasi vuota.
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Domani Paolo Nori sarà alla Bonardi, e io volevo far leggere a Emme il suo ultimo libro, l’ho cercato per quasi un’ora, da quando i libri sono in ordine non li trovo più, e comunque alla fine mi sono ricordata: l’ho lasciato a Roma.
La scuola é finita ieri e c’è una smobilitazione generale, trasferimenti per l’estate o definitivi, ragazze che piangono come fontane, le feste dell’ultima notte e adolescenti con il sacco a pelo sotto il braccio che rientrano a casa.
E di Fran ancora nessuna traccia.
Dalla prossima settimana W. sarà vuota, io parto domenica e ho ancora decine di cose da fare, e quelle sessanta magliette da stirare, ma forse posso farcela in un’ora. Nel frattempo ho trovato un cane, un barboncino bianco minuscolo e spaventato, ho suonato a un po’ di campanelli, ma nessuno lo conosce, e allora aspetto che il vet apra e mi dica a chi appartiene.
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Sabato sera dopo mezzanotte, il mio vicino e io eravamo in un locale a caccia dei figli per dargli le chiavi di casa.
Il locale era su due piani, con stanzette e angoli opportuni, molto affollato, e la ricerca si annunciava lunga.
Mentre perlustravamo, passavamo davanti a una ragazza che si disperava davanti all’ingresso del bagno. Seduta sul pavimento, la testa appoggiata al muro, con le lacrime che colavano in due righe nere.
Un po’ sorpresi, rallentavamo il passo e ne vedevamo un’altra anche lei sola e anche lei in lacrime e, a pochi metri di distanza, una terza nelle stesse condizioni.
Ma che è la festa delle piagnone? dicevo al mio vicino. Ma che hanno da piangere?
Forse sono state mollate dal fidanzato, rispondeva lui e accorciava ancora il passo. Intanto, man mano che proseguivamo, le luci si abbassavano e aumentavano le scene d’affetto. E all’ingresso della stanza dove si ballava ci siamo trovati di fronte a una scena un po’ più spinta, ma neanche tanto, e a quel punto il mio vicino ha detto: ah, mi sono scocciato, torno ad aspettarlo fuori, prima o poi arriverà. Io, invece, ho continuato e sono entrata. Tutti erano lì a ballare, nel rettangolo predisposto, seri e concentrati, tant’è che pensavo: pare più un’esercitazione che altro, pochi chiacchieravano sui divani, fumando e bevendo, e di fran ancora nessuna traccia, comunque neanche mi andava di trovarlo, per lo meno non subito, avevo voglia di impicciarmi ancora per confrontare come eravamo e come sono. Ma dopo un paio di minuti smettevo di immagazzinare immagini e di richiamare quelle del passato. Perché mi rendevo conto che oltre alla variabile tempo, c’erano quelle del luogo e delle nazionalità multiple, e finalmente avvistavo Fran, anzi era lui che mi trovava.
Perché ci sono delle ragazze che piangono? gli domandavo.
Quelle che hai visto tu non lo so perché piangessero, quelle che ho visto io per un motivo idiota: per il vestito. Perché li avevano uguali o perché una lo aveva migliore di un’altra, scemenze simili. Oppure perché questa è l’ultima festa e dopo partiranno per sempre.
Sì, decisamente imparagonabili.
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Pensavo, nel treno che da Haarlem mi portava verso casa, che la pianura è un fuori che ti svuota la mente e ti permette mille immaginazioni. Essere la tenda arrotolata di un finestrino per esempio, – ogni tanto ci provo a farmi oggetto perché un oggetto è per sempre e inoltre posso ricavarci un mucchio di passaggi – o un Labrador nero, vecchio e in soprappeso, che segue il padrone che discute al cellulare e che a un certo punto si ricorda di lui, del cane che non ce la fa, e si ferma ad aspettare e intanto abbassa la voce, chissà perché in movimento parla più forte, oppure entrare nella testa di una donna bionda, dimessa e malvestita che all’improvviso sorride ai prati verdi.
All’uscita della stazione di Haarlem c’era un ubriaco rannicchiato in un angolo che russava forte. Mentre aspettavo lui e lui ho fatto le prove di ascolto: a dieci passi si sentiva, a venti anche, ma non dovevi essere distratto, a venticinque era appena percettibile. Poi mi sono messa a osservare le persone che passavano di lì. Lo guardavano solo le donne, l’uomo che dormiva, fingendo di non guardarlo e girando appena la testa e rallentando come se fosse casuale, quel rallentamento di passi. Se erano ragazze facevano una smorfia di raccapriccio, se erano di mezza età mettevano su gli occhi della pena. Ne ho contate undici di donne, sette ragazze e quattro di mezza età, e tutte hanno avuto la stessa reazione.
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Dipende dai sette anni o dai sette mesi? Forse da entrambi. Diciamo che i sette mesi hanno portato alla luce i sette anni di assenza. Non che la faccenda mi sconvolga più di tanto. E’ come quando ti nasce un neo su un polso e dici: toh mi è nato un neo sul polso, però lo sapevi che sarebbe nato anche se non ti ci eri messo a pensare per bene, lo sapevi perché quel punto della pelle si era cominciato a scurire e non era più perfettamente liscio. Così mi succede che una certa rampa di scale di un certo palazzo mi ricordi il dialogo tra una ragazzina e un trans a cui non ho mai assistito nella realtà, ma che ho inventato io in un racconto, salgo quelle scale e mentre le salgo penso: ah, ma queste scale mi ricordano qualcosa, ma cosa? E poi ci arrivo. Passo a Caracalla, siamo in mezzo al viale e dico a Emme: vai un attimo da quella parte?
Ma non si può! Risponde lui.
E allora fai il giro e torna indietro. Voglio verificare una cosa.
La verifico. Il punto era come me l’ero immaginato. La macchina abbandonata non c’è, il cespuglio di rovi nemmeno, c’è una siepe un po’ spelacchiata in compenso, ma nella mia storia servono i rovi e quelli restano. E via così. Le ambientazioni dei racconti sono diventate quasi reali. Mentre i ricordi dei fatti allacciati ai luoghi sono più sfumati. Ricordo io ti evoco! Insomma un’operazione del genere.
Non sono riuscita a fare la passeggiata lungo la sponda del Tevere, pazienza, la farò a luglio, però ho visto quasi tutte le mie amiche, ho la valigia piena di libri e dentifrici, un cappottino color petrolio da andare a ritirare e da finire il solito tour di dotti medici e sapienti, e il regalo per la mia vicina cheperfortunachec’èlei e poi sono pronta a tornare.
E già mi sono organizzata il lunedì. Vado a fare un giro con un mio amico per stemperare la sindrome del rientro.
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Avevo quindici anni, ascoltavo radio città futura e traducevo, di malavoglia, frasi dal latino. Saranno state le sei o le sette di un pomeriggio d’inverno, avevo voglia di un bicchiere di latte ma non mi decidevo ad andarlo a prendere.
Suonò il citofono. Era un tipo che veniva una volta al mese per pagare un affitto di una casa al centro. La casa apparteneva a una vecchia contessa che era terrorizzata dai ladri e dagli assassini, apriva la porta solo al portiere, alla moglie del portiere che le faceva le pulizie e la spesa e a mio padre che gli curava la contabilità. Era una donna robusta, con un pettone enorme, i capelli color platino sempre in piega. In una ciotola di cristallo aveva delle pastiglie viola che adoravo e che quando le succhiavi rilasciavano un gusto di profumo più che di caramella.
Questo tipo aveva un nome francese, ma parlava in dialetto romano, i capelli lunghi e neri ed era secco secco. Ricordava vagamente Dario Argento ma in meglio. Di solito era mia madre a prendere la busta o mia nonna, ma quel pomeriggio ero sola, chissà perché ricordi la faccenda del latte, dei compiti e della radio e non perché fossi sola, circostanza alquanto insolita.
Questo tipo, avrà avuto trenta anni, m’interessava perché si prestava bene per il gioco dell’imitazione.
C’aveva sempre un gran da fare con i capelli che gli arrivavano alle spalle e con mia sorella ci divertivamo a ripetere il suo gesto un po’ schizzato di ravviarseli.
Comunque suona il campanello, io apro appena uno spiraglio, tiro fuori una mano e lui fa per porgermi la busta, ma ci ripensa e se la ficca in tasca. Attacca un discorsetto sulla mia diffidenza, dice che in linea generale la trova sensata ma che nel suo caso è fuori luogo dato che tutti i mesi viene a portarci l’affitto, che ormai lo dovrei conoscere un po’.
Io faccio segno di sì con la testa ma sono impaziente di concludere.
Lui invece continua a parlare e parlare, io lo ascolto sempre attraverso lo spiraglio, a un certo punto mi fa una domanda e nel rispondergli, nel modo più stringato possibile, gli do del lei.
Lui riparte per un altro giro di pista, dice che il lei non si usa più, che lui non è un tipo da “lei”, che non ha proprio la faccia da “lei”, e io non so come liberarmene, ma per fortuna squilla il telefono: è mia madre.
C’è il signor J., le dico, devi domandargli qualcosa.
Non deve domandargli nulla, intanto il signor J. decide che deve andar via, ha posato la busta su un gradino, sta già dentro l’ascensore.
Buonasera, gli dico.
Ciao, mi dice lui.
E comunque te lo ripeto ancora. Non darmi del lei. Perché io sono ancora un ragazzino come te, capito?
Va bene, rispondo io.
Chiudo la porta e rido, rido. E mi precipito a telefonare a una mia amica per raccontarle tutto.
Era patetico. E un po’ mi ha fatto anche pena. Pareva più vecchio di quello che è.
La mia amica ascolta senza commentare e senza ridere e alla fine dice: a me non capitano certe avventure.
Ma G. le dico io: che avventura è?
E’ qualcosa. Qualcosa che è successo.
Dopo quando torno a tradurre avverto una certa leggerezza ma anche no.
Foto di Daniele Nicolucci con c.c.
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Sono tornata.
Da un viaggio molto faticoso nel deserto e lungo il Nilo. Sono arrivata fino al tempio di Abu Simbel, quasi al confine con il Sudan. Le rive del fiume sono come le avevo immaginate: strisce di verde con palme e banani e poi: strade di paesi color sabbia non asfaltate, bambini scalzi o con sandali consumatissimi, mucche magre, cani bianchi e neri, e asini, decine e decine di asini, motociclette di piccola cilindrata di produzione giapponese o egiziana e dromedari naturalmente. E posti di blocco con i poliziotti con i mitra e le torrette di guardia ogni trenta chilometri. Ho riempito pagine e pagine di appunti che sono più o meno l’equivalente delle mille foto scattate dagli altri, alcune parti sono interpretazioni molto fantasiose dei racconti che ci faceva la guida in francese – ce ne avevano promessa una inglese, ma poi parlava solo l’olandese e allora ci hanno mollato ai belgi. Però quando giravamo ci individuavano subito, a noi quattro, che eravamo italiani, anche se stavamo zitti.
Italiani! Bel Paese. Canale Cinque, Italia Uno, Berlusconi!
Berlusconi, no!
No?
Uomo cattivo.
Cattivo?
Così ho capito. Ho capito che l’abbinamento con gli spaghetti e il mandolino è terminato e ora abbiamo questo.
Dei mercati ricordo una polvere meravigliosamente azzurra che si usa per inamidare le camicie. E le galline, bianche con delle ampie porzioni di pelle nuda, strizzate in delle gabbiette di bambù, e terrorizzate, le galline più terrorizzate che abbia visto.
Comunque a mezzanotte del 2008 brindavamo su un battello sul Nilo sotto una spicchio di luna orizzontale e, al di là della recinzione, sorvegliata dai poliziotti con i mitra, gli egiziani che ci guardavano e noi che guardavamo loro.
E questo guardarsi reciproco insieme alla frase: ciao luchy man mi hanno rincorso a lungo, e sul senso, per me, di fare un viaggio in un Paese affascinante ma con livelli di povertà sufficientemente bassi da essere fotografati. E di non nascondere la macchina fotografica. A un certo punto, ho pensato, che una soluzione sarebbe potuta essere quella di pagarsi una guida personale e di togliersi i panni del turista e di indossarne altri. Ma quali?
Mi ricordo che una volta Moravia disse che l’Africa era il nostro passato e certe strade e certe case della periferia di Luxor avrebbero potuto essere, con qualche piccola variante, le periferie dell’Italia degli anni quaranta.
La notte prima della partenza mi sono beccata una super influenza con tutti i possibili sintomi. Della serie: se una cosa la devo fare, la faccio per bene.
Ed ora eccomi qui anche se mi pare di essere altrove, ma forse è colpa della febbre.
Qui alcune foto.
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Siccome mancava ancora parecchio alla partenza, e mi sembrava che stesse smettendo di piovere, mi sono fermato in un bar sul mare, c’erano i resti di un ponte romano davanti a me e il mare grigio e nebbioso all’orizzonte, un po’ come il Mare del Nord e, alle mie spalle, cioè alle spalle del bar, la città, una piccola città con la moschea e le case appiccate l’una all’altra, ma la pioggia continuava, e allora ho rinunciato alla passeggiata, ho bevuto un cappuccino eccellente, e a un certo punto è entrata una famiglia: un padre, una madre, un ragazzo sui sedici, una ragazza più giovane ma già con il velo, una bambina con una treccia lunghissima e nerissima e un bambino di circa un anno. Il padre aveva la giacca sgualcita di un paio di misure più grandi, da disoccupato, ma non era disoccupato, c’erano altri dettagli che facevano di lui uno che stava bene economicamente, e c’era questo ragazzo col fratello piccolo in braccio, e gli faceva gli scherzi, i complimenti, ogni tanto gli dava un bacio, era un giorno di festa ed erano andati a guardare il mare, poi l’acquazzone li ha sorpresi e sono entrati di corsa in questo bar, con i vestiti già un po’ bagnati – ma l’ho saputo dopo che era festa, quando sono atterrato ad Amsterdam e per la prima volta ho trovato la fila per i taxi e il tassista mi ha detto: c’è la fila perché oggi è un giorno festivo per i musulmani- prima di arrivare a questo bar, ho attraversato un paese, pioveva a dirotto anche in quel momento, e c’era un raduno di ragazzi con i cavallini, non pony ma cavalli molto giovani, i cavalieri erano per lo più adolescenti, ma alcuni avranno avuto dieci anni e si riparavano sotto le tettoie di plastica dei venditori di falafel, ogni tanto ne arrivava qualcuno al passo e s’aggiungeva al gruppo, e ridevano, chiacchieravano e si vedeva che si divertivano un sacco.
Però anche W. con gli alberi e i prati bianchi non è male, speriamo che ne cada ancora, in fondo è Natale.
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Insolitamente ieri ho letto un racconto di David Foster Wallace, insolitamente perché di Wallace ho quasi tutti i libri, uno perché mi è stato regalato, uno perché non l’ho comprato io, un altro perché era in offerta a tre euro, e via di seguito, e non ne ho letto nemmeno uno, ho fatto qualche tentativo ma poi il linguaggio che usa mi distrae, mi annoia, mi respinge e non riesco a seguire la trama. Poi è successo che Oblio è caduto dal ripiano della libreria, l’ho raccolto, l’ho aperto a metà, ho letto questo incipit: Per tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero. Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me da offrire agli altri. Più che altro per piacere o per essere ammirato. Forse è un po’ più complicato di così.
E sono andata avanti. Il finale non l’ho ben capito, mi sono distratta ancora, e lo rileggerò, però la distrazione stavolta non è stata causata dalla forma, ma da una frase che mi ha sorpreso come quando sei incantato su qualcosa e qualcuno, per riportarti dentro, schiocca le dita.
Stanotte mi sono svegliata all’improvviso, colpa del termosifone che mi ero dimenticata di spegnere, delle polpette di ceci del negoziante turco, del piolo del letto che s’era inclinato di nuovo e mille altri motivi che potrei trovare, per esempio anche quello di un pettirosso che pesa sedici grammi e come ci si sente con un peso di sedici grammi?, ma alla fine, se si ha un po’ di pazienza, si può risalire alla causa che ne trascina altre mille, e la causa era una frase che ho letto a un certo punto del racconto che era: La realtà è che morire non è brutto, ma dura per sempre. E per sempre non rientra nel tempo.
Ho sempre ragionato sulla morte collegandola al vuoto, a uno spazio che prima era occupato e improvvisamente si libera, dando per scontato quel “per sempre”.
E ora devo rivedere tutto.
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