Nell’Olanda del Sud dove vivo, in certi parchi e intorno a certe aiuole c’è un cestino dei rifiuti che ha due fessure sui lati. Da queste fessure spuntano dei sacchetti neri. Questi sacchetti neri servono per raccogliere la cacca dei cani. Io ne possiedo un’ampia scorta: li tengo nelle tasche del giaccone e dei pantaloni, nella borsa, in casa. Non ci vuole molto a raccoglierla, la cacca di cane, si tratta solo di cominciare, come per la raccolta differenziata, e dopo un po’ diventa come lavarsi i denti: se li lavi non te ne accorgi, ma se per qualche motivo non puoi lavarli, provi un disagio che sconfina nel malessere. E ti chiedi: ma che ho? Ah, non mi sono lavata i denti. E trovi un sistema per lavarteli comunque. 
Anche nel Marocco del Sud ci sono gli stessi sacchetti neri che però vengono utilizzati per metterci dentro il pesce, il pane, le uova. Comunque, di cani nel Marocco del Sud non ce ne sono molti e quei pochi che ci sono controllano le capre.
Un giorno stavamo per entrare in una casa di uno sceicco e la guida che ci accompagnava, sembrava un vecchio professore che aveva perduto la cattedra, ha salutato una ragazza che per un po’ ha fatto il nostro percorso. La ragazza non aveva il velo, indossava una casacca e un paio di pantaloni che assomigliavano a un pigiama, e portava una borsetta a tracolla come la portano certe bambine la prima volta che ne ricevono una. E aveva in mano questo sacchetto nero, con qualcosa dentro, qualcosa che aveva la consistenza di certi sacchetti neri di cui non vedo l’ora di liberarmi quando vado in giro con la cana. Il vecchio professore decaduto ci ha chiacchierato un po’. “Guardate com’è contenta”, ci ha detto. “Passa le sue giornate a chiedere un centesimo ai turisti, alle guide, agli autisti delle jeep. Stamattina ha raggiunto una certa somma e ha comprato un etto di carne. Adesso lo porta a sua madre. Dopo ricomincia il giro. Tutti gli danno qualcosa.”
foto presa da qui
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Sono tornata alle quattro di stanotte e alle sette ero seduta al tavolo della cucina con la mia tazza di caffé, come al solito. E alle nove le colline di foglie secche davanti alla porta d’ingresso non c’erano più tranne una. Tranne una perché ho deciso di smettere quando mi sono accorta che parlavo a un pettirosso. Lui pareva felice che qualcuno gli parlasse e mi ha seguito fino all’ingresso.
Caffé? Gli ho domandato, indicandogli con un gesto la cucina.
Ha mosso un po’ la testa ed è volato a posarsi sull’ultima collina.
Vabbè, vado a bermi un altro caffé e a decidere se mi sento più stupita o stupida del solito.
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A una festa ho incontrato una persona che non vedevo da qualche anno.
Mi sono accorta che qualcuno mi guardava e l’ho guardato anch’io. Mi ricordavo il suo viso, un viso italico, ma non le circostanze in cui c’eravamo conosciuti e frequentati.
“La prima volta ci siamo incrociati a X.” Ha detto questa persona.
“Già, è vero”, ho risposto io. E mi sono venuti in mente mille episodi, e la maggior parte di questi non c’entravano nulla con questa persona, cioè lei c’era ma era sullo sfondo. Per esempio…
“E, insomma, che hai fatto in questi anni?
Be’, ho scritto delle cose.
un pomeriggio di sette anni fa, quando il figlio maggiore aveva undici anni e dovevo andarlo a prendere a scuola per portarlo a nuoto, ma arrivai in ritardo perché nevicava e lo trovai al centro del parcheggio ormai vuoto…
Ah, certo! Scrivevi storie per bambini. In italiano?
No, storie per adulti. Per bambini non ho mai scritto nulla. Scrivo in italiano, certo.
Stava al centro del parcheggio con le braccia sollevate come se camminasse sull’asse di equilibrio…
E perché non per bambini? Hai dei bambini! Dei ragazzi, ormai!
Però non camminava, stava immobile. E aveva la faccia rivolta al cielo. Un cielo bianchissimo, che non si poteva guardare. Stava in quella posizione…
Dei racconti, due romanzi. L’ultimo, un romanzo, è la storia di tre emigranti, ma non emigranti come noi…
Stava in quella posizione da almeno dieci minuti. Era completamente ricoperto di neve. Senza giubbotto, il giubbotto era sopra lo zaino, lo zaino era sul marciapiede. E io gli ho detto: “Stupido!” E mi sono arrabbiata.
Puoi sempre portarle alla libreria che sta ad Amsterdam, no?
Però a ripensarci ora, doveva essere bello farsi ricoprire dai fiocchi. Per noi che venivamo da Roma era così insolita la neve in un giorno qualunque…
Eh?
E’ una libreria italiana, no? Puoi portarle lì, le tue storie, dopo che le hai scritte. . .
Se avessi avuto undici anni e un pomeriggio avesse nevicato…, e aspettavo qualcuno che non arrivava…, e non ero abituata alla neve…, forse mi sarei comportata così anch’io.
Sei fortunata ad avere questa possibilità.
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Ieri camminavo nel parco e a un certo punto ho raggiunto il campo di pallacanestro e mi sono fermata a guardare i canestri che a giugno erano ammaccati, e spesso la palla s’incastrava, e ho notato che erano stati riparati.
C’erano tre ragazzi che palleggiavano, in pantaloncini e maglietta, e mentre giocavano parlavano delle vacanze e del primo giorno di scuola, di quelli che se ne erano andati, di quelli che erano arrivati, chiacchiere da primo giorno di scuola insomma, interrotte da continui modi di dire che non saprei scrivere correttamente e ho pensato che malgrado il loro abbigliamento, il loro gioco, il loro parlare, non avevo la sensazione di trovarmi in un telefilm americano come mi succede sempre. Poi stamattina sulla ciclabile un ragazzo ha chiamato una ragazza che stava qualche metro più avanti e lei ha frenato e si è fermata ad aspettarlo e il ragazzo quando l’ha raggiunta ha ripetuto il suo nome, pareva molto contento di averla incontrata, e dopo non lo so che cosa si siano detti perché ormai nella mia testa era partita questa canzone qui.
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Che fai?
Cammino a occhi chiusi.
Così Lo su uno sterrato parallelo al mare in cui sono parcheggiate un paio di macchine.
E lo stesso pomeriggio ascolto questa conversazione da due tipi sui quattordici anni in bicicletta:
Mi sono fatto l’ultimo tratto della discesa a occhi chiusi.
L’ultimo tratto? Seee. Avrai fatto un paio di metri al massimo e poi hai frenato prima della curva. Io invece potrei fare metà discesa e la curva!
Non ci credo. Fammi vedere!
Ora non ne ho voglia, tra un po’ forse.
Mi ricordo che anch’io camminavo a occhi chiusi un mucchio di tempo fa ma percorrevo una linea sull’asfalto tracciata con il gesso.
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Sempre, quando scendo dal treno che mi porta al mare, mi fermo prima della salita, devio per il sentiero, e vado a farmi il bagno. Così ho fatto anche oggi. Ho mollato figli, cana e La Valigia che conteneva i vestiti di tutti e tre, il mio portatile, tre chili di crocchette e uno di cibo per noi, e sono entrate nelle tiepide acque. A un certo punto mi sono accorta che il sentiero sabbioso si restringeva fino a scomparire, allora mi sono tuffata, ho nuotato nell’acqua bassa, poi mi sono messa a fare il morto, ma me ne sono annoiata subito: non c’era nemmeno una nuvola da guardare. Mi sono capovolta e ho osservato la spiaggia: la casetta di pietra della vedova del pescatore ha resistito anche quest’anno: non l’hanno convinta a vendere per costruirci quel mini stabilimento nel rispetto della natura. Ho contato le persone sdraiate sugli asciugamani, a riva: nove adulti e quattro bambini. Anche quest’anno è andata.
Via la polvere, via il sudore, via il peso della città, via le chiacchiere di un uomo incontrato sul treno, che avevo erroneamente collocato nel girone degli schivi e dei taciturni e che invece a causa della cana, mi ha parlato per un’ora abbondante di battaglie e di armi e di scavi e di un mucchio di altre cose, passando da un argomento all’altro così rapidamente che perdevo continuamente il filo, come se non fosse la mia lingua quella che stava parlando.
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Stamattina, non erano ancora le otto, ho guardato fuori dalla finestra come faccio ogni mattina e ho visto le cime delle colline dei castelli romani, come le vedo quando il cielo è limpido a Roma, ma senza i palazzi intorno. Allora ho chiamato Davide che è arrivato con passo strascicato, occhi semichiusi, e gli ho domandato: che cosa vedi? Lui ha guardato appena un attimo e ha risposto: alberi vicini, tetti e alberi lontani.
E in fondo?
In fondo…le serre!
Dopo si è avvicinato pure Lo per guardare.
Non devi farti condizionare da questa finestra, da dove sta, pensa che potrebbe essere ovunque. Volevo aggiungere qualche altra spiegazione, ma lui mi ha interrotto: ho capito, ho capito.
Ha guardato nel punto che gli indicavo per qualche secondo e ha risposto: due piramidi!
Così non vale! Ha detto Davide. Lo potevi precisare anche a me come si doveva guardare.
Ha aperto la finestra, ha riguardato ancora e ha detto: mah, io ci vedo sempre i tetti delle serre.
Poi la nebbia si è sciolta.
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Entravo in una locale con il pavimento a quadrati bianchi e neri, con i sedili a forma di pedone, le cassettiere che erano delle torri, i lampadari che pendevano dal soffitto erano dei cavalli invece, e poi c’era un bancone, e dietro al bancone la regina, la regina era bianca, con la faccia bianca, con gli occhi che erano dei pezzi di vetro, la pelle pallida, una treccia biondissima, e parlava olandese. A questa regina qui chiedevo delle pasticche per sogno che fa volare, giusto in un sogno poteva accadere ‘sta cosa: io non prendo neanche le pasticche di valeriana. Poi volevo un’altra pasticca e veniva la regina nera a servirmi, aveva degli occhi da topo, questa regina qui, la carnagione olivastra e parlava in italiano.
Voglio una pasticca per mare in tempesta di notte con me dentro una barca. E la regina nera scuoteva i capelli, che aveva lunghi neri e selvatici, mi guardava severa con i suoi occhietti molto mobili, e mi diceva: questa non è la pasticca per un sogno ma per un incubo e non te la vendo. E io ci rimanevo male, malissimo, e mi arrabbiavo. E le spiegavo che quando non riuscivo ad addormentarmi invece di prendere la valeriana o la camomilla o ripassare le tabelline, facevo questa immaginazione qui, e funzionava benissimo, ed è vero che la faccio, era l’unica cosa reale del sogno. E lei mi rispondeva che se insistevo ancora chiamava i re e gli alfieri.
Italiaans Schaak (traslation of Sjoerd Scatilli)
Ik kwam een gelegenheid binnen met een vloer van witte en zwarte vier-kantjes, met stoelen in de vorm van pionnen en (la)tafeltjes als to-rens, terwijl de kroonluchters die aan het plafond hingen paarden wa-ren; er was een tapkast en achter de tapkast de dame, de dame was wit met een blank gezicht, met ogen als glazen stukken, een bleke huid, een helblonde vlecht, en zij sprak Nederlands.
Aan deze dame hier vroeg ik om pilletjes voor een droom die je laat vliegen, juist in een droom kon zoiets gebeuren: ik neem ook geen va-leriaan pilletjes. Daarna wilde ik een andere pil en de zwarte damen kwam mij bedienen; ze had muizenogen, deze dame hier, een olijfbruine gelaatskleur en zij praatte in het Italiaans.
Ik wil een pilletje voor een nachtelijke storm op zee met mij in een scheepje. En de dame schudde haar haren, die zij lang, zwart en wild droeg; zij keek streng naar me met haar heel beweeglijke oogjes, en zei tegen me: dit is geen pilletje voor een droom maar voor een nacht-merrie en ik verkoop het je niet.
En ik voelde me er slecht bij, heel slecht, en ik werd kwaad. En ik legde haar uit, dat wanneer het mij niet lukte om in te slapen door valeriaan in te nemen of camille of de tafels van vermenigvuldiging door te nemen, ik deze verbeelding hier kreeg en prima functioneerde. En dat het waar was dat ik haar kreeg; het was het enige wat er wer-kelijk aan de droom was.
En zij antwoordde me, dat zij, als ik nog meer aandrong, de koning en de lopers riep.
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Una settimana lontana dai merli e dai prati che stanno tornando di colore verde brillante, dalla tivù e dai giornali italiani in una città che non ti lascia il tempo di pensare, a meno che tu non lo decida di proposito. Lo ci ha portato a Brixton, a guardare i ragazzi di periferia volare sugli skates e sulle biciclette. Davide al teatro, a un musical. Poi altre mille cose, poi leggevo i racconti di Yates e volevo scrivere racconti, guardavo il flusso di gambe occhi nasi e bocche e ragionavo sul modo di ricomporli insieme, ma erano immagini che correvano troppo veloci per essere fermate dalle parole.
A un certo punto una storia si è svolta, davanti a me e ad altre decine di persone. Una storia drammatica e allora mi sono messa a ripassare i giorni per verificare se non ce ne fossero state altre di storie, allegre o buffe, e me le fossi lasciate sfuggire via.
Di risate me ne sono fatte parecchie a Londra per battute dei figli o del marito, ma sono le storie di fuori che si riescono a raccontare più facilmente in forma scritta, quelle che ci riguardano anche quando sono leggere hanno bisogno di più lavoro e spesso non ne vale la pena.
Comunque eccola qua.
Saliamo sull’autobus che ci avrebbe riportato in albergo, siamo alla fine di Hyde Park. Alla fermata c’è anche una ragazza sui vent’anni, carina, cinese, con un passeggino. Sul passeggino c’è uno scatolone enorme. Lei con una mano spinge il passeggino, con l’altra tiene lo scatolone. Sale dalla porte centrali dove si scende che sono più ampie rispetto alla porte d’ingresso. L’autista si arrabbia, i passeggeri devono passare il biglietto o la tessera su un’obliteratrice che è solo davanti, e le urla di scendere e di risalire al posto giusto. Lei scende, con qualche difficoltà, e va all’ingresso. Mentre solleva il passeggino, l’autista richiude la porta. E scoppia in una risata grottesca che rimbomba nell’autobus. Alla ragazza spuntano le lacrime. Tutti la guardiamo, l’autista ci lascia il tempo di guardarla perché anche lui la fissa dal grosso specchio retrovisore dopo che ha finito di ridere. Poi riparte. Sull’autobus c’è un mormorio, ma nessuna protesta. Quello che guidava era un indiano, sui trent’anni, con una bella faccia.
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E alle sette e trenta di questa mattina la mia cucina era piena di studenti della high school che si dipingevano di blu.
La prossima settimana la scuola è chiusa e il paese di W. si trasferisce in Svizzera e in Francia. Noi andremo a Londra invece.
Voi state bene e soprattutto non vi arrabbiate, non vi deprimete perché se ci pensiamo: in fondo non siamo un Paese laico e di sinistra.
E dunque se si vuole cambiare tocca darsi da fare, ognuno più che può.
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