Nell’ultima luce prima della notte passeggio davanti casa, frantumo foglie color ruggine, fumo una sigaretta e aspetto. Aspetto Emme che cerca il cellulare, che la fa a fare questa ricerca? Se lo dimentica sempre spento,e quando è acceso ha la vibrazione e non si accorge mai se qualcuno lo chiama, così nessuno gli telefona più, solo un suo amico dal carattere ostinato. Termino le foglie da calpestare e comincio a innervosirmi, io non sopporto le attese, e detesto arrivare in ritardo, ho queste due fissazioni da miss perfetta, non ho altre manie che tendono alla perfezione per fortuna, solo queste due, comunque sto lì in cerca di qualcosa da guardare e lo vedo: un cane un po’ grasso, di colore giallo, ma forse è un’esagerazione dell’ultima luce, che cammina veloce e trafelato, scartando un po’ a destra, i cani sono di destra? arriva fino alle saracinesche di un gruppo di garage, come se avesse una meta, ma poi frena di colpo, pare si sia ricordato qualcosa, fa una curva ampia e ripassa a velocità più sostenuta, al collo ha appesa una medaglia e una cinghia scura a forma di ics gli avvolge il corpo, e tu chi sei?gli chiedo. Si gira e mi guarda, rallenta un po’, non dar retta agli sconosciuti, gli sussurra una voce interna e allora riparte accelerando l’andatura, spaventato per quello che gli potrebbe capitare, deviando ancora un po’ a destra, destino dei cani abbandonati o di quelli che hanno paura, lui appartiene alla seconda categoria, perché da quello che ho potuto vedere, in questo paese li amano gli animali, e poi ha la medaglia, vieni qui, gli dico, gli faccio anche un verso strano che spero possa attirarlo, ma lui non si fida, e torna ad accelerare il ritmo della sua andatura e lo scarto verso destra diventa sempre più preoccupante, sempre un cane ubriaco, o sperduto, ma gli ubriachi, certi ubriachi quelli che bevono e ribevono non sono sperduti forse? Mi raccontava una ragazza ungherese, un po’ di giorni fa, dicono che l’ungherese sia la lingua europea più difficile da imparare, però ha un suono così affascinante, io quando la sento parlare quella tipa lì con una sua amica, la starei ad ascoltare senza annoiarmi mai, be’, mi raccontava questa ragazza, sull’autobus c’era uno, un ragazzo, ma proprio un ragazzo, e se una ragazza di ventidue anni definisce uno un ragazzo, tu pensi che sia un ragazzino, così le ho chiesto: un minorenne? No, non un minorenne, aveva la barba già bella dura, ma allora perché non ha detto: un mio coetaneo? forse per non confondersi con lui, ecco, sì, deve essere per questo motivo qua. Be’, continua la ragazza ungherese, questo ragazzo qui barcollava parecchio alla fine è caduto giù per terra ed è rimasto con la faccia giù, sul pavimento dell’autobus, e non erano nemmeno le cinque del pomeriggio ed era mercoledì. Come se fosse stato sabato sarebbe stato diverso, sì, lo sarebbe stato diverso ai suoi occhi, agli occhi della ragazza ungherese intendo, agli occhi degli altri passeggeri, se fosse stato sabato e quasi mezzanotte, ci avrebbero potuto ridere sopra a uno che stramazza giù per terra e rimane lì a dormire, comunque il cane è sempre più frastornato, bisogna interrompere il suo circuito, confortarlo con del cibo, attrarlo con questa scusa nel mio giardino e chiudere il cancello di legno, il cancello è basso e non raggiunge il metro, ma il cane, questo cane, non potrebbe mai saltarlo, è un botolo, un botolo di colore giallo spento, incredibilmente brutto e incredibilmente commovente nella sua ricerca disperata, quello che commuove diventa quasi bello, quello che irrita è come se perdesse lo smalto, ecco, si accendono i lampioni, il crepuscolo lancia l’ultimo bagliore, pare una candela che sta per consumarsi, anzi mille candele distanti tra loro che si spengono tutte insieme, la notte precipita giù, il colore del cane riacquista dignità, il suo corpo un po’ di snellezza, un fischio taglia l’aria e lui s’immobilizza fulminato, poi si dilegua al galoppo, dritto come una pallottola. Ma le pallottole arrivano dritte? Non hanno mai incertezze? E’ a quel punto che Emme esce con il suo cellulare spento.
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Da qualche anno ho sviluppato la sindrome di ammalarsi in Olanda , e così venerdì quando mi si è gonfiata una ghiandola sotto il mento ero terrorizzata.
Perchè ho paura che non mi curino con le medicine adeguate come spesso si è verificato.
E perchè non riesco a togliermi dalla orecchie una frase che disse una volta una tipa: scusate se non mi trattengo, ma ho promesso al mio vicino che sarei passata a trovarlo, tre giorni fa gli hanno detto che ha due settimane di vita e ha bisogno di parlare. Poi quel vicino è partito per la Svizzera, malgrado i medici glielo avessero sconsigliato, ha fatto delle cure, ed è riuscito a vivere per altri due mesi.
Perciò ho passato il pomeriggio di venerdì a guardarmi allo specchio da tutte le angolazioni possibili. E il giorno di sabato costantemente fuori per non pensarci. Quando mi sono arrivati raffreddore e febbre, il gonfiore è sparito, e ho tirato un sospiro di sollievo.
Ho pure avuto un’esperienza ai confini della realtà, ieri verso le sette di sera, quando Emme, Lo e Chris sono usciti per andare a cena da alcuni amici.
La casa è diventata improvvisamente silenziosa, ma di un silenzio diverso da quello che c’è adesso, la luce era quella ambigua del crepuscolo, il rubinetto del lavandino lasciava cadere qualche goccia, ma senza un ritmo che potessi prevedere, c’era un filo di foglie rossicce davanti alla portafinestra - di cui s’era appropriato uno di quei ragni grassi gialli e marroni con l’intento di farci la sua ragnatela - che ondeggiava in modo innaturale, c’è stato il verso della civetta, insolito a quell’ora, e il silenzio umano era veramente sorprendente, come se tutti gli abitanti di Camelia fossero altrove, io non dovrei essere qui, ho pensato, tutto procede come se io non ci fossi, ci sono stati altri dettagli bizzarri, devo aver dormito un po’, alla fine mi ha svegliato Fran che era tornato da una gita con la scuola: e tu che ci fai qui? Non dovevi essere fuori?
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I topi giocattolo che vendono da queste parti per i gatti sono identici a quelli veri. Sono grigi, grigio topo per l’appunto, di circa cinque centimetri di lunghezza esclusa la coda, nulla a che vedere con quelli italiani, dunque. Però sono voracissimi se s’intrufolano in casa.
La roba che avevo poco fa sotto la scrivania poteva essere un topo giocattolo, però ho intuito subito che quella immobilità non era da oggetto ma da essere che non si muove più. Poi quando mi sono avvicinata ho visto anche un paio di zampette e un mucchietto di piume color ruggine. Quel che restava di un uccellino.
Mi sono ricordata di un tipo che conoscevo che era, è, incisore, e che a un certo punto aveva fatto una mostra e aveva avuto un gran successo, soprattutto una sua incisione di un uccellino morto. Prima l’aveva riprodotto a matita su un foglio, e tutti la volevano comprare quell’incisione lì perché sembrava proprio vera, e lui era contento. Non aveva avuto una vita facile, questo tipo qui, era stato in prigione come dissidente politico in Turchia, poi si era rifugiato in Jugoslavia prima che si dividesse, infine era arrivato a Roma e aveva seguitato ad avere una vita dura, insegnava disegno e cresceva sua figlia. La piccola dormiva e lui spiegava il chiaroscuro a un paio di allievi, con l’ansia che si svegliasse, poi la portava al parco, correva a casa e preparava il brodo vegetale, citofonava un altro allievo per una lezione, tariffa ridotta perché c’era la bambina, è stata dura, diceva quando ormai andava a scuola, anche se è sempre stata un tipo tranquillo, lì, sul seggiolone a guardarmi mischiare i colori.
Dopo aver inciso l’uccellino, il tipo era felice non soltanto perché era piaciuto molto e finalmente aveva guadagnato un po’, ma perché sua figlia ne aveva disegnato uno anche lei. E sbucava dal foglio anche il suo. Un disegno sorprendente per una bambina di cinque anni.
Ma l’uccellino era vero o finto?
Era vero, verissimo. L’abbiamo trovato durante una passeggiata al parco, Viola e io, anzi è stata lei a indicarmelo.
Quello che era più terribile di quell’incisione lì, erano le zampette dritte e poi accartocciate alla base, che ti davano proprio il senso della morte. Come quelle che ho gettato nella pattumiera poco fa, solo che loro il corpo non lo avevano più.
Ora devo trovare un sistema per togliermi questa immagine dalla testa.
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Certe sere quando il cielo è limpido e le stelle meno distanti, insomma tutte quelle robe commoventi che se uno sa scriverle sembrano belle quasi come quando le sta a guardare, ma se uno non sa scriverle e le scrive lo stesso sono come una caramella ingoiata intera. Be’, quelle sere lì, come iera sera per esempio, vado nel giardino anteriore, fumo una sigaretta, guardo le finestre dei vicini, sospiro sulle castagne fasulle che l’albero continua a buttar giù, mi alleggerisco con un’occhiata al cielo,e mi faccio una domanda essenziale: perchè non vado più in quello del retro che è più selvatico e solitario? Torno a guardare le case col tetto triangolare, le stelle che scintillano, annuso l’aria già un po’ rigida ma che non sa ancora di legna bruciata, e dico: accidenti, lo so perchè!
Con questo cielo qui, con questo odore qui, con queste piante qui, con queste casette qui sembra proprio di stare in Valle D’Aosta!
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E’ successo che pedalavo sulla ciclabile, con un occhio al cielo cupo sopra di me, ho alzato la mano destra -non ne ho potuto fare a meno - e l’ho salutata. Era sul marciapiede e legava il materassino arrotolato sul portapacchi della bici. Io, invece, era riuscita a ficcare il mio nello zaino.
Ha risposto al mio saluto, un po’ sorpresa.
Con quel gesto ho ufficializzato la coincidenza. Lei e io, no, anzi, Io e lei facciamo le stesse cose, alla stessa ora con gli stessi mezzi.
Ho continuato a pedalare e a mettere in fila i luoghi in cui l’avevo incrociata l’ultimo mese. Alcuni dove incontri chiunque, solo che io per non incontrare chiunque ci vado a ore insolite. Non è olandese e nemmeno americana, così ho dedotto dalle poche parole che l’ho sentita pronunciare al corso di pilates.
C’è una che fa le stesse cose che faccio io, ho detto una sera a cena.
Questa è paranoia, mi ha risposto Fran.
Ma l’incontro ovunque, davvero!
Poi mi è venuto in mente Il Sosia dove un paio di psichiatri rintracciarono in Goljadkin tutti i sintomi della paranoia progressiva.
Ma lei non è la mia sosia, non mi assomiglia affatto, io sono diversa, io faccio le cose prima di lei, e in modo migliore!
Venerdì camminavo sul marciapiede con il carrello pieno, e pensavo: accidenti mi sono dimenticata il cibo per il gatto, ma non ci torno indietro adesso, non mi va, e lei era alla rastrelliera. Non l’avrei notata se non mi avesse detto: io sono venuta in bici.
Ho fatto un cenno con la testa, come per dire: bene, oppure: che mi importa come sei venuta, i cenni in assenza di parole sono sempre a doppia interpretazione, poi mi sono irrigidita perché nel canestro montato sul manubrio spiccavano tre scatolette con l’immagine di un gatto.
Sabato mattina ero in un bosco che c’è prima del mare, c’era una gara di cross country tra studenti che venivano da Parigi e da alcune scuole olandesi e la nostra scuola. Il bosco è sulle dune, c’era un’aria compatta e grigia, bellissima. E Lo che, come sempre, dissimulava l’emozione.
Comunque eravamo lì, Emme e io, a chiacchierare con altri genitori, si diceva: che fortuna che piove così il bosco è deserto, si diceva: ne è valsa la pena alzarsi presto, si diceva: guarda ci sono le lepri e anche gli scoiattoli, si diceva: è la prima volta che vedo scoiattoli con la coda rossa, dicevo, a un certo punto, a Emme: bisognerebbe avere una scusa per venire a fare una passeggiata qui, è a dieci minuti da casa, ma se non hai una scusa non ci vieni, e sono tornata su uno dei miei due argomenti preferiti, che sarebbe quello del cane, se hai un cane vieni in posti meravigliosi come questo, ho ripetuto un paio di volte, modificando leggermente la frase. Stavo per ricominciare da capo, quando ho visto una coppia, con una cane che li precedeva di qualche metro, e la donna pareva proprio lei, e se non era lei era la sua sosia.
Però ieri, alla festa d’inaugurazione della mostra della mia amica, non c’era. Forse non l’hanno fatta entrare come capitò a Goljadkin?
Ma allora io sono l’altro?
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Verso sud, sperando di sfuggire al maltempo, c’è Bruges.
Bruges è medievale e cattolica. Pare assurdo che a poco più di due ore da dove abito, esista un posto simile. Si gira a piedi, ma è percorsa da carrozze, pulmini e imbarcazioni piene di turisti.
Alla fine del 400, Maria di Borgogna, che ha 25 anni, partecipa ad una battuta di caccia. Ad un certo punto il suo cavallo si spaventa e parte al galoppo. Maria non riesce a fermarlo e, dove il bosco finisce e comincia il sentiero che conduce alla città, cade e muore. Sono i contadini a trovarla e rimangono molto scossi per quella morte. Nel quadro che la raffigura, Maria è distesa per terra, i contadini l’hanno appena raggiunta.
La faccia di Maria è irriconoscibile, il vestito, invece, è pulito, privo di lacerazioni, intatto come quando era cominciata la battuta di caccia. C’è solo del sangue che è colato sul merletto che le copre il collo.
E’ scomparsa da due ore, quando viene ritrovata.
Maria non si è perduta: aveva un appuntamento segreto con un mercante di cui era innamorata.
Si toglie il vestito, indossa una cuffia bianca, una gonna scura, un mantello e un paio di zoccoli. Da una carrozza scende una contadina, che vive in una capanna nella campagna che circonda Bruges, venduta dal marito in cambio di un sacchetto d’oro. Alla ragazza viene fatto indossare il vestito di Maria, poi due uomini la legano ad una quercia ed un terzo le colpisce il viso con una pietra. Le viene tolta la benda dagli occhi ed è adagiata all’inizio della radura.
Maria assiste alla scena e piange. Non sappiamo se sta piangendo perché abbandona il suo mondo o per l’assassinio della ragazza. Si inginocchia vicino a lei, sistema il vestito, tocca ancora una volta i merletti e il velluto dell’abito. La contadina non è morta e Maria si ritrae con orrore. Il servo, con la pietra insanguinata, sta per colpirla ancora. La ragazza la supplica di occuparsi di suo figlio. Maria sale sulla carrozza. Si fermerà poco dopo davanti ad una capanna dove verrà preso un bambino ancora stretto nelle fasciature. La carrozza, protetta da soldati mercenari, partirà verso la Spagna. Più tardi, i contadini che troveranno il cadavere sfigurato, avranno già scoperto l’omicidio del contadino e la scomparsa della donna con il bambino.
Non credono che sia Maria, protestano. Margherita, madre di Maria, mette a tacere le chiacchiere. Preferisce piangere sulla tomba della figlia, piuttosto che affrontare la verità e lo scandalo.
Mamma?
Eh?
C’è qualcuno in casa?
M’immaginavo una storia. Ti ricordi quel quadro che abbiamo visto oggi?
Quello con la morta?
Sì.
Fran sbuffa. Poi continua: Ti sei accorta che è un posto di vecchi, questo? Sono sulle carrozze, nelle barche che girano nei canali, nei pulmini gialli che fanno il giro della città. Hanno tutti 60, 70 anni. E gli abitanti? Almeno 80 – 90.
Hai ragione. Non ci avevo fatto caso.
Percorriamo una strada non asfaltata, contornata da due muri di mattoni color ruggine. Oltre quei muri ci sono dei giardini. Facciamo arrampicare Lo in modo che possa scattare con il cellulare una foto.
La strada è quella che s’immagina quando si sta facendo un gioco di ruolo dove potresti scoprire un bottone che apre un passaggio segreto.
La proprietaria del B&B., invece, non ha età. Vive a Bruges per 7 mesi l’anno. Ricopre scatole di scarpe con tovaglioli di carta, naviga con il computer e ascolta musica lirica da un piccolo stereo. Prima di Natale chiude tutto, nasconde il portatile da qualche parte e raggiunge la figlia a Pechino. Lì compra gabbie senza uccellini che appenderà nel giardino e in cui cresceranno piante rampicanti e statuette di terracotta di soldati cinesi.
Le statuette. Lo si fisserà sul fatto di averne una. Dal momento che quelle della signora non sono in vendita, ripiegherà prima su una africana, scolpita in una pietra grigia, poggiata su un ripiano di cristallo sotto un faretto in un negozio d’antiquariato e finirà poi per accontentarsi di un pirata di coccio che beve birra.
Vicino ad una statua di Jan Van Ejck, un uomo con un paio di mutande e il corpo nudo verniciato di bronzo sta immobile e aspetta che la gente gli getti un euro.
L’aquilone resterà nella busta, del resto non sarebbe riuscito ad innalzarsi in volo. A Bruges il vento non c’è perché, sembra, che ai turisti non piaccia. Eppure nel passato c’erano i mulini. Oggi ne sono rimasti solo 3. Li hanno abbattuti, quando hanno cacciato via il vento. Il discendente di Maria, invece, è tornato a Bruges e lavora all’ufficio turistico del Municipio. Sa che quel quadro, a pochi metri da lui, raffigura una menzogna, ma mantiene il segreto. Il neonato, invece, morì durante il viaggio, ma sarebbe morto lo stesso, dice. L’anno successivo alla fuga di Maria verso la Spagna, la peste nera decimò la popolazione. Se Maria non fosse fuggita, lui non sarebbe mai nato.
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C: Ho l’aereo per Parigi il 18. B., invece, parte per Milano il 17. E tu?
Io: Forse andiamo ad Ameland per 3- 4 giorni.
C: Hai prenotato?
Io: No, veramente non ancora.
C:Guarda che ci sono anche le vacanze per gli olandesi…
Io: L’isola è battuta dal vento, non sarà affollata in quel periodo.
C: E perché ci andate allora?
Io: Be’…Fran già c’è stato e vuole tornarci. Vorrebbe raggiungere l’isola a piedi quando c’è la bassa marea. Non credo che sarà possibile ad ottobre, però. Lo ha un nuovo aquilone e Ameland è piena di dune. E poi io vorrei vedere la grande diga. Tutta quella massa d’acqua trattenuta, m’inquieta un po’. Se vedo la barriera, magari sto più tranquilla.
C: Secondo me non riuscite a partire.
Io: Allora andremo nelle Ardenne. Dalla parte della Francia. Dormiamo nei bed and breakfast e giriamo per i boschi. C’è un posto in cui vorrei tornare. La tizia che lo gestiva faceva una marmellata di pomodori verdi. Ultimamente mi è tornata in mente la marmellata e lei. Parlava con le capre. Un po’ come Heidi.
C: Ah, io non potrei mai fare una roba simile: mi annoierei ancora prima di partire. Ho comprato un pacchetto: Parigi in cinque giorni. Un affare! E poi abbiamo una tessera e ogni viaggio ci registrano 2 punti e quando arriviamo a 10, c’è un soggiorno di 2 giorni ad Ameland, tutto compreso!
Io: Lo vedi: ci andrai anche tu…
C: Sì, ma senza spendere un euro. Sto in Olanda se mi pagano, altrimenti me ne volo via, lontana dal vento e da quegli orribili mulini…
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Visto dal cielo, il mare d’Olanda sembra azzurro proprio come il Mediterraneo. E’ il sole che fa la differenza, e oggi il sole riscaldava pure troppo.
Ieri sera, in un giardino ventilato della Maremma, si festeggiava il compleanno dei gemelli e il gemello maschio aveva fatto un eccellente tiramisù e anche delle crepes. La gemella femmina, invece li aveva comprati i dolci. Poi qualcuno ha detto: eh mi ricordo quando ci fu la festa dei 18 anni… E io c’ero? Ho chiesto. Non mi ricordo, ma mi pare proprio di no. Non c’ero in effetti, ero in Grecia. Ma ero all’inizio o alla fine della vacanza? Ero ad Atene o a Creta? Consumavo ancora 2 pasti o ero passata già ad uno? Ed erano le chiacchiere di sottofondo, il prosecco, la musica o l’aria della Maremma a farmi perdere tra queste domande? Poi qualcuno ha interrotto il flusso e mi ha detto: se penso che i tuoi bambini l’11 agosto saranno a scuola, mi viene una tristezza…Loro, i bambini, hanno captato a volo questa frase che esprimeva la loro condizione di paria e hanno abbassato sul prato perfetto uno sguardo mesto. E io sono rimasta senza parole, per quello sguardo simultaneo e identico, anche se un po’ innaturale come il prato perfetto. M. invece, dopo qualche secondo, ha parato il colpo che poteva mettere in pericolo il ritorno a casa e ha replicato: guarda che tu li vedi qui, adesso, pensi che non sia cambiato nulla, mentre in Olanda hanno un’altra vita e agosto non è come lo immagini: l’aria che bolle, le serrande abbassate, le cicale alle tre del pomeriggio; ha aggiunto anche altre cose che non ricordo, però lo sguardo mesto rivolto al prato perfetto è scomparso e sono spariti anche loro da qualche parte.
E immaginavo di trovare un po’ di pioggia, e di mettermi una felpa verso sera. E invece ci sono 30 – 35 gradi, poco vento ed è più agosto qui che in Maremma o a Roma. E allora punto il mouse sulla x e me ne vado al mare prima che il sole sparisca, e l’estate continua.
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La mappa del mondo. E’ la prima cosa che ho comprato quando sono arrivata qui. Poi l’ho attaccata alla parete della stanza dove scrivo. Mi sarebbe piaciuto appenderci anche il quadro della ragazza che tira l’asino – che poi hanno anche le stesse dimensioni – invece ci ho messo la carta geografica. Mi serviva per misurare la distanza che mi separava da Roma, quasi 2000 chilometri mica uno scherzo. Poi man mano che il tempo passava a questo fatto della distanza non ci ho pensato più e ho cominciato a guardare altri paesi. C’era chi veniva dal Sud Africa, dal Congo, dal KazaKhstan. Una che è stata qui per un anno e poi è tornata in Corea. Ed era felice. Non c’è confronto con l’Olanda, diceva. A me sarebbe preso un colpo. Che poi quando le persone ti raccontano un paese, a me sembra di vedermelo davanti, molto di più che se guardassi un documentario in tv. Il lettino in cui ti visita il ginecologo in una città del Congo, per esempio. Ti devi portare un asciugamano da appoggiarci sopra perché non hanno i lenzuoli di carta. Oppure devi evitare di stendere gli indumenti all’aperto, e anche se li fai asciugare all’interno della casa, devi stirarli tutti, meticolosamente, anche le mutande e i calzini. Sì perché esiste un tipo di mosca che depone le uova nei panni umidi e poi le larve ti entrano nella pelle. Ti raccontano il mondo e quello comincia ad esistere veramente.
Sono passati tre anni e il 70%-80% della gente è ripartita o sta per ripartire. E avrei voglia di andarmene via anche io. Ho in mente anche dove. La California o la Francia andrebbero benissimo.Comunque per ora resto qui. Sabato l’ho passato ad Amsterdam a calcolare i tempi e le distanze rispetto alla scuola. Avevo in mente di trasferirmi lì dato che le due persone con cui ho legato di più partono alla fine di luglio.Andare nell’altra Olanda dove puoi incrociare per strada gente dallo sguardo che brilla. Magari anche altro, altre cose. E sì, mi piacerebbe. Però poi succede che dovrei guidare per 3 ore al giorno. Tre ore di macchina mi sembrano una follia. Nel passato lo facevo.
Sabato camminavo per le stradine del centro dopo le otto e sì, si stava bene. Ma poi ho pensato che tre ore è un sacco di tempo. E le feste non mi piacciono. Se avessi vissuto ad Amsterdam sabato sera, avrei accompagnato i figli a casa e sarei andata alla festa che era stata organizzata dopo la mostra. Non avrei avuto scuse.
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Nello zainetto: caffè bollente (nero nel thermos), Repubblica (di ieri) e il libro che sto leggendo. E la mappa di Amsterdam ovviamente. Tra quindici minuti arrivo alla stazione, dopo 30 sono alla Central Station, proseguo fino al Dam e svolto a sinistra. Vado nell’altra Olanda, buon fine settimana a tutti, no anzi, non proprio a tutti, non a quelli che mi conoscono, che mi leggono e non scrivono nemmeno un ciao. A loro auguro un paio di giorni tranquilli, tutti casalinghi, saluto anche le bolle, quelle della varicella, of course;-)
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