Il 20 febbraio, mentre l’intero paese di W. caricava sci e scarponi (e non lasciava a casa la nonna perché l’expat non ha una nonna da lasciare a casa) e iniziava la discesa verso l’Austria, la Francia e la Svizzera, io partivo per Roma. Che io fossi a Roma se ne sono accorti in pochi: quelli che mi hanno visto, credo, e un po’ io, ma ora che ci penso nemmeno tanto perché ho fatto più o meno quello che faccio durante l’estate o a Natale e allo scadere del settimo giorno ero abbastanza confusa.
Non ho scritto nulla della mia partenza perché sempre più spesso immagino di sentire la domanda: “ma a noi che ce ne frega?”, e quindi preferisco occuparmi d’altro e del resto, come diceva lui, in fondo, tutto è autobiografia.
Sabato tornavo e mancavo alla manifestazione ad Amsterdam (dove a giudicare dal video stavolta c’era quattro gatti perché erano quasi tutti a sciare) e a quella di Roma dove invece quattro gatti non erano.
E mi è sembrato un po’ simbolico ‘sto fatto di non essere né lì né qui.
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In fondo quando vado al parco in giornate come questa qui, nevica da stamattina alle otto, è un po’ come fare una tappa a un rifugio dopo una sciata. Vabbè non ci sono le montagne, non c’è il rifugio e nemmeno un bar, bisogna arrivare all’Aja per trovarne uno aperto di domenica, ma l’aria è la stessa e gli odori pure. E poi anche le persone sono più allegramente attive, proprio come accade in montagna.
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Ieri si è realizzato un altro dei miei sogni infantili: ho visto finalmente la neve sulla spiaggia. E ho potuto verificare che non accade nulla di speciale, però fa un certo effetto e infatti c’erano parecchie persone a guardarla.
Mi ricordo che quando ero bambina capitava che domandassi: “può nevicare sulla sabbia?” E quello a cui facevo la domanda mi rispondeva che sul mare non nevica mai, che non si era mai visto e io replicavo: “che peccato, sarebbe bellissimo!” Così, a un certo punto, avevo deciso che se non era possibile, l’avrei reso possibile io. Solo che di questo progetto me ne ricordavo sempre nel luogo sbagliato e cioè in montagna.
E dato che, a quanto pare, periodicamente realizzo un sogno, purché sia un po’ assurdo e/o strampalato, ma la maggioranza dei miei sogni ha questa caratteristica, me ne preparo qualcuno:
Vorrei trasferire la casa dove abito adesso con il relativo giardino sul litorale laziale o toscano, ma pure Umbria o Marche andrebbero bene.
In alternativa (anche ai sogni si deve concedere un’alternativa, secondo me): mi piacerebbe tornare a vivere in Italia in una casa che abbia almeno una finestra sul mare o sul lago.
Oppure: il teletrasporto, ovvio!
Perché sarebbe la soluzione che acconteterebbe tutti.
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Passavo l’aspirapolvere per le scale poco fa e a un certo punto notavo che il filo si allungava. Di solito devo sempre risalire, togliere la spina dalla presa di corrente, infilarla nella presa del piano inferiore, ma questa volta no. Anzi, il filo era così lungo che potevo continuare il mio lavoro pure nel soggiorno. Proseguivo nel soggiorno e mi accorgevo che la porta-finestra diventava sempre più lontana e mi chiedevo: ma com’è che si allontana così? Allora mi fermavo, mentre l’aspirapolvere continuava ad andare, e notavo che sul tratto di parete non occupata dalla libreria c’era una porta, una porta che era proprio della mia altezza. Spingevo il pulsante dell’aspirapolvere, mi avvicinavo alla piccola porta dello stesso colore della parete – ecco perchè non l’avevo notata prima! – abbassavo la maniglia, ma la porta restava chiusa. Mi accorgevo, allora, di una piccola chiave bianca sullo scaffale della libreria, prendevo la piccola chiave, la inserivo nella serratura, e sentivo lo scatto del meccanismo. Posavo la piccola chiave sullo scaffale, aprivo la piccola porta con circospezione e mi appariva una piccola stanza comparsa di ragnatele con dei fili che pendevano dal soffitto spessi quasi come liane e sul pavimento c’erano delle scatole impolverate, dei fogli sparsi…un’altra stanza da pulire! Richiudevo la piccola porta velocemente, giravo di nuovo la piccola chiave nella serratura e la mia avventura in un ipotetico paese delle meraviglie si concludeva lì.
Stamattina è andata così, ma altre volte si svolgono storie incredibili, talmente incredibili che non possono essere scritte. E ho notato che quelle migliori mi capitano quando stiro o o pulisco il bagno.
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Il mio sogno del momento.
Ci separano cinquanta centimetri e ho tre mesi di tempo.
Ogni giorno un centimetro in meno, matematicamente ce la dovrei fare.
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Perché è un autore che racconta l’Italia come a volte capita di vederla a me quando torno.
Ieri, il traffico e la pioggia di Amsterdam e una decina di altri minimi inconvenienti mi avevano alquanto innervosita, poi ho cominciato a leggere Che la festa cominci e me ne sono dimenticata.
Scrivono che Ammaniti scriva sempre la stessa storia, che è superficiale, e che dopo le prime pagine questo romanzo diventi un caos.
Può essere.
Intanto, ieri, per una ventina di minuti sono stata trasportata da un umido, ventoso e silenzioso paese di W. in una pizzeria di Oriolo Romano, e mi è stato utile per cambiar aria e umore. Poi, magari, se inventano il teletrasporto o se torno a Roma e posso andare a mangiare la pizza a Oriolo Romano quando voglio, cambio opinione, chi lo sa.
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Scrive Giuseppe Caliceti su fb: Diceva ieri Graziella Favaro di uno studente straniero che diceva: “prof, nella mia lingua sono più intelligente”
E ho ripensato ad altre frasi connesse con la lingua che ho ascoltato dai miei figli e dai loro amici in questi anni. Frasi simili, che ho dimenticato. Forse avrei fatto bene a trascriverle, ma anche no. Mi capita sempre, quando vado a rileggere quello che mi sono appuntata dopo che è passato un po’ di tempo, di scoprire che non mi interessa più. Invece, mi continua a interessare/affascinare solo ciò che ricordo. Comunque la frase che si è salvata, la disse Lo quando aveva sette anni al tassista che ci stava portando all’aeroporto.
Il tassista gli aveva detto: “e così parli inglese! Che fortuna che hai, puoi parlare con il mondo, te ne rendi conto? E lui: “non voglio parlare con il mondo, io voglio parlare solo con i miei amici.”
Ormai queste frasi non le dicono più perché sono grandi e perché italiano e inglese si equivalgono, anche se Lo quando vede un film o deve leggere un libro, se è possibile, lo sceglie in italiano. Questo fino a qualche giorno fa, quando mi sono accorta che stava seguendo un telefilm americano in originale.
“Com’è che hai cambiato lingua?” Ho domandato.
“Perché voglio sapere quello che dicono veramente.” Mi ha risposto.
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A Marrakech mi sono tagliata i capelli.
Passeggiavamo guardandoci intorno, Emme, Lo ed io, eravamo arrivati da qualche ora, e a un certo punto ho visto un cartello con una spazzola, un pettine e un paio di forbici e la scritta in francese e arabo: parrucchiere per uomo e donna.
Ho detto subito: “io mi taglio i capelli”.
“Quanto sei snob”, mi ha detto Emme. “Non li tagli in Olanda e lo fai qui. Non mi viene in mente una cosa più snob di questa.”
“In Olanda li ho tagliati una volta e quasi piangevo”, ho risposto io.
Abbiamo chiesto quanto costava un taglio e uno shampoo. All’inizio abbiamo capito cinquanta euro.
“Cinquanta euro? Allora ci ripenso”. Invece erano cinque euro. Così siamo entrati. C’era un muro posticcio che separava il settore maschile da quello femminile e fiori di plastica rampicanti che lo ricoprivano.
La parrucchiera non portava il velo, le sue aiutanti sì. Ne aveva una che preparava il tè, un’altra che spazzava il pavimento, una terza che faceva le tinture, una quarta che lavava i capelli. L’arredamento era fine anni sessanta, c’erano persino i caschi! E un vecchio lavandino di pietra dove la ragazza addetta al tè stava dividendo dei mazzetti di menta. Il posto era piccolissimo e si scontravano persone e cose. E alle pareti c’erano dei manifesti con delle pettinature e dei tagli da fuggire via all’istante. Invece sono rimasta e le ho spiegato, in italiano, come li volevo. Ho rischiato moltissimo perché li ho tagliati corti, ma lei li ha fatti esattamente come le avevo detto e più passano i giorni e più mi piacciono.
Alla faccia della parrucchiera dell’Aja che mi ha costretto a portare un cappello per un mese e che per farmi quel bel servizietto si è fatta pagare pure parecchio e alla faccia di quelli italiani da cui devo prendere l’appuntamento e andarci di martedì o di mercoledì se voglio spendere meno di cinquanta euro.
C’era anche un’italiana che si stava facendo la tintura. A un certo punto, ha domandato alla parrucchiera capa, in francese: “quando la devo tenere ancora?”
Era piuttosto nervosa. Credo perché parrucchiera capa e le lavoranti parlavano tra loro in continuazione e non si affrettavano a fare i lavori.
“Sei italiana?” Le ho domandato in italiano.
“Sì, tu vivi qui?” ha detto lei.
“No. E tu?”
“Nemmeno io”.
E si è sigillata nel suo nervoso.
A me scappava da ridere.
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Nell’Olanda del Sud dove vivo, in certi parchi e intorno a certe aiuole c’è un cestino dei rifiuti che ha due fessure sui lati. Da queste fessure spuntano dei sacchetti neri. Questi sacchetti neri servono per raccogliere la cacca dei cani. Io ne possiedo un’ampia scorta: li tengo nelle tasche del giaccone e dei pantaloni, nella borsa, in casa. Non ci vuole molto a raccoglierla, la cacca di cane, si tratta solo di cominciare, come per la raccolta differenziata, e dopo un po’ diventa come lavarsi i denti: se li lavi non te ne accorgi, ma se per qualche motivo non puoi lavarli, provi un disagio che sconfina nel malessere. E ti chiedi: ma che ho? Ah, non mi sono lavata i denti. E trovi un sistema per lavarteli comunque. 
Anche nel Marocco del Sud ci sono gli stessi sacchetti neri che però vengono utilizzati per metterci dentro il pesce, il pane, le uova. Comunque, di cani nel Marocco del Sud non ce ne sono molti e quei pochi che ci sono controllano le capre.
Un giorno stavamo per entrare in una casa di uno sceicco e la guida che ci accompagnava, sembrava un vecchio professore che aveva perduto la cattedra, ha salutato una ragazza che per un po’ ha fatto il nostro percorso. La ragazza non aveva il velo, indossava una casacca e un paio di pantaloni che assomigliavano a un pigiama, e portava una borsetta a tracolla come la portano certe bambine la prima volta che ne ricevono una. E aveva in mano questo sacchetto nero, con qualcosa dentro, qualcosa che aveva la consistenza di certi sacchetti neri di cui non vedo l’ora di liberarmi quando vado in giro con la cana. Il vecchio professore decaduto ci ha chiacchierato un po’. “Guardate com’è contenta”, ci ha detto. “Passa le sue giornate a chiedere un centesimo ai turisti, alle guide, agli autisti delle jeep. Stamattina ha raggiunto una certa somma e ha comprato un etto di carne. Adesso lo porta a sua madre. Dopo ricomincia il giro. Tutti gli danno qualcosa.”
foto presa da qui
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Sono tornata alle quattro di stanotte e alle sette ero seduta al tavolo della cucina con la mia tazza di caffé, come al solito. E alle nove le colline di foglie secche davanti alla porta d’ingresso non c’erano più tranne una. Tranne una perché ho deciso di smettere quando mi sono accorta che parlavo a un pettirosso. Lui pareva felice che qualcuno gli parlasse e mi ha seguito fino all’ingresso.
Caffé? Gli ho domandato, indicandogli con un gesto la cucina.
Ha mosso un po’ la testa ed è volato a posarsi sull’ultima collina.
Vabbè, vado a bermi un altro caffé e a decidere se mi sento più stupita o stupida del solito.
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