Immaginazioni e statistiche     18-02-2008  

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Pensavo, nel treno che da Haarlem mi portava verso casa, che la pianura è un fuori che ti svuota la mente e ti permette mille immaginazioni. Essere la tenda arrotolata di un finestrino per esempio, - ogni tanto ci provo a farmi oggetto perché un oggetto è per sempre e inoltre posso ricavarci un mucchio di passaggi - o un Labrador nero, vecchio e in soprappeso, che segue il padrone che discute al cellulare e che a un certo punto si ricorda di lui, del cane che non ce la fa, e si ferma ad aspettare e intanto abbassa la voce, chissà perché in movimento parla più forte, oppure entrare nella testa di una donna bionda, dimessa e malvestita che all’improvviso sorride ai prati verdi.
All’uscita della stazione di Haarlem c’era un ubriaco rannicchiato in un angolo che russava forte. Mentre aspettavo lui e lui ho fatto le prove di ascolto: a dieci passi si sentiva, a venti anche, ma non dovevi essere distratto, a venticinque era appena percettibile. Poi mi sono messa a osservare le persone che passavano di lì. Lo guardavano solo le donne, l’uomo che dormiva, fingendo di non guardarlo e girando appena la testa e rallentando come se fosse casuale, quel rallentamento di passi. Se erano ragazze facevano una smorfia di raccapriccio, se erano di mezza età mettevano su gli occhi della pena. Ne ho contate undici di donne, sette ragazze e quattro di mezza età, e tutte hanno avuto la stessa reazione.

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Ricordo io ti evoco     15-02-2008  

Dipende dai sette anni o dai sette mesi? Forse da entrambi. Diciamo che i sette mesi hanno portato alla luce i sette anni di assenza. Non che la faccenda mi sconvolga più di tanto. E’ come quando ti nasce un neo su un polso e dici: toh mi è nato un neo sul polso, però lo sapevi che sarebbe nato anche se non ti ci eri messo a pensare per bene, lo sapevi perché quel punto della pelle si era cominciato a scurire e non era più perfettamente liscio. Così mi succede che una certa rampa di scale di un certo palazzo mi ricordi il dialogo tra una ragazzina e un trans a cui non ho mai assistito nella realtà, ma che ho inventato io in un racconto, salgo quelle scale e mentre le salgo penso: ah, ma queste scale mi ricordano qualcosa, ma cosa? E poi ci arrivo. Passo a Caracalla, siamo in mezzo al viale e dico a Emme: vai un attimo da quella parte?
Ma non si può! Risponde lui.
E allora fai il giro e torna indietro. Voglio verificare una cosa.
La verifico. Il punto era come me l’ero immaginato. La macchina abbandonata non c’è, il cespuglio di rovi nemmeno, c’è una siepe un po’ spelacchiata in compenso, ma nella mia storia servono i rovi e quelli restano. E via così. Le ambientazioni dei racconti sono diventate quasi reali. Mentre i ricordi dei fatti allacciati ai luoghi sono più sfumati. Ricordo io ti evoco! Insomma un’operazione del genere.
Non sono riuscita a fare la passeggiata lungo la sponda del Tevere, pazienza, la farò a luglio, però ho visto quasi tutte le mie amiche, ho la valigia piena di libri e dentifrici, un cappottino color petrolio da andare a ritirare e da finire il solito tour di dotti medici e sapienti, e il regalo per la mia vicina cheperfortunachec’èlei e poi sono pronta a tornare.
E già mi sono organizzata il lunedì. Vado a fare un giro con un mio amico per stemperare la sindrome del rientro.

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Qualcosa che è successo     01-02-2008  

la-porta-dei-ricordi-2.jpgAvevo quindici anni, ascoltavo radio città futura e traducevo, di malavoglia, frasi dal latino. Saranno state le sei o le sette di un pomeriggio d’inverno, avevo voglia di un bicchiere di latte ma non mi decidevo ad andarlo a prendere.
Suonò il citofono. Era un tipo che veniva una volta al mese per pagare un affitto di una casa al centro. La casa apparteneva a una vecchia contessa che era terrorizzata dai ladri e dagli assassini, apriva la porta solo al portiere, alla moglie del portiere che le faceva le pulizie e la spesa e a mio padre che gli curava la contabilità. Era una donna robusta, con un pettone enorme, i capelli color platino sempre in piega. In una ciotola di cristallo aveva delle pastiglie viola che adoravo e che quando le succhiavi rilasciavano un gusto di profumo più che di caramella.
Questo tipo aveva un nome francese, ma parlava in dialetto romano, i capelli lunghi e neri ed era secco secco. Ricordava vagamente Dario Argento ma in meglio. Di solito era mia madre a prendere la busta o mia nonna, ma quel pomeriggio ero sola, chissà perché ricordi la faccenda del latte, dei compiti e della radio e non perché fossi sola, circostanza alquanto insolita.
Questo tipo, avrà avuto trenta anni, m’interessava perché si prestava bene per il gioco dell’imitazione.
C’aveva sempre un gran da fare con i capelli che gli arrivavano alle spalle e con mia sorella ci divertivamo a ripetere il suo gesto un po’ schizzato di ravviarseli.

Comunque suona il campanello, io apro appena uno spiraglio, tiro fuori una mano e lui fa per porgermi la busta, ma ci ripensa e se la ficca in tasca. Attacca un discorsetto sulla mia diffidenza, dice che in linea generale la trova sensata ma che nel suo caso è fuori luogo dato che tutti i mesi viene a portarci l’affitto, che ormai lo dovrei conoscere un po’.
Io faccio segno di sì con la testa ma sono impaziente di concludere.
Lui invece continua a parlare e parlare, io lo ascolto sempre attraverso lo spiraglio, a un certo punto mi fa una domanda e nel rispondergli, nel modo più stringato possibile, gli do del lei.
Lui riparte per un altro giro di pista, dice che il lei non si usa più, che lui non è un tipo da “lei”, che non ha proprio la faccia da “lei”, e io non so come liberarmene, ma per fortuna squilla il telefono: è mia madre.
C’è il signor J., le dico, devi domandargli qualcosa.
Non deve domandargli nulla, intanto il signor J. decide che deve andar via, ha posato la busta su un gradino, sta già dentro l’ascensore.
Buonasera, gli dico.
Ciao, mi dice lui.
E comunque te lo ripeto ancora. Non darmi del lei. Perché io sono ancora un ragazzino come te, capito?
Va bene, rispondo io.
Chiudo la porta e rido, rido. E mi precipito a telefonare a una mia amica per raccontarle tutto.
Era patetico. E un po’ mi ha fatto anche pena. Pareva più vecchio di quello che è.
La mia amica ascolta senza commentare e senza ridere e alla fine dice: a me non capitano certe avventure.
Ma G. le dico io: che avventura è?
E’ qualcosa. Qualcosa che è successo.
Dopo quando torno a tradurre avverto una certa leggerezza ma anche no.

Foto di Daniele Nicolucci con c.c.

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Ciao, lucky man     06-01-2008  

abu-simbel.jpgSono tornata.
Da un viaggio molto faticoso nel deserto e lungo il Nilo. Sono arrivata fino al tempio di Abu Simbel, quasi al confine con il Sudan. Le rive del fiume sono come le avevo immaginate: strisce di verde con palme e banani e poi: strade di paesi color sabbia non asfaltate, bambini scalzi o con sandali consumatissimi, mucche magre, cani bianchi e neri, e asini, decine e decine di asini, motociclette di piccola cilindrata di produzione giapponese o egiziana e dromedari naturalmente. E posti di blocco con i poliziotti con i mitra e le torrette di guardia ogni trenta chilometri. Ho riempito pagine e pagine di appunti che sono più o meno l’equivalente delle mille foto scattate dagli altri, alcune parti sono interpretazioni molto fantasiose dei racconti che ci faceva la guida in francese - ce ne avevano promessa una inglese, ma poi parlava solo l’olandese e allora ci hanno mollato ai belgi. Però quando giravamo ci individuavano subito, a noi quattro, che eravamo italiani, anche se stavamo zitti.
Italiani! Bel Paese. Canale Cinque, Italia Uno, Berlusconi!
Berlusconi, no!
No?
Uomo cattivo.
Cattivo?
Così ho capito. Ho capito che l’abbinamento con gli spaghetti e il mandolino è terminato e ora abbiamo questo.
Dei mercati ricordo una polvere meravigliosamente azzurra che si usa per inamidare le camicie. E le galline, bianche con delle ampie porzioni di pelle nuda, strizzate in delle gabbiette di bambù, e terrorizzate, le galline più terrorizzate che abbia visto.
Comunque a mezzanotte del 2008 brindavamo su un battello sul Nilo sotto una spicchio di luna orizzontale e, al di là della recinzione, sorvegliata dai poliziotti con i mitra, gli egiziani che ci guardavano e noi che guardavamo loro.
E questo guardarsi reciproco insieme alla frase: ciao luchy man mi hanno rincorso a lungo, e sul senso, per me, di fare un viaggio in un Paese affascinante ma con livelli di povertà sufficientemente bassi da essere fotografati. E di non nascondere la macchina fotografica. A un certo punto, ho pensato, che una soluzione sarebbe potuta essere quella di pagarsi una guida personale e di togliersi i panni del turista e di indossarne altri. Ma quali?
Mi ricordo che una volta Moravia disse che l’Africa era il nostro passato e certe strade e certe case della periferia di Luxor avrebbero potuto essere, con qualche piccola variante, le periferie dell’Italia degli anni quaranta.
La notte prima della partenza mi sono beccata una super influenza con tutti i possibili sintomi. Della serie: se una cosa la devo fare, la faccio per bene.
Ed ora eccomi qui anche se mi pare di essere altrove, ma forse è colpa della febbre.

Qui alcune foto.

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Tornando a casa     21-12-2007  

dalla-mia-finestra-1.jpgSiccome mancava ancora parecchio alla partenza, e mi sembrava che stesse smettendo di piovere, mi sono fermato in un bar sul mare, c’erano i resti di un ponte romano davanti a me e il mare grigio e nebbioso all’orizzonte, un po’ come il Mare del Nord e, alle mie spalle, cioè alle spalle del bar, la città, una piccola città con la moschea e le case appiccate l’una all’altra, ma la pioggia continuava, e allora ho rinunciato alla passeggiata, ho bevuto un cappuccino eccellente, e a un certo punto è entrata una famiglia: un padre, una madre, un ragazzo sui sedici, una ragazza più giovane ma già con il velo, una bambina con una treccia lunghissima e nerissima e un bambino di circa un anno. Il padre aveva la giacca sgualcita di un paio di misure più grandi, da disoccupato, ma non era disoccupato, c’erano altri dettagli che facevano di lui uno che stava bene economicamente, e c’era questo ragazzo col fratello piccolo in braccio, e gli faceva gli scherzi, i complimenti, ogni tanto gli dava un bacio, era un giorno di festa ed erano andati a guardare il mare, poi l’acquazzone li ha sorpresi e sono entrati di corsa in questo bar, con i vestiti già un po’ bagnati - ma l’ho saputo dopo che era festa, quando sono atterrato ad Amsterdam e per la prima volta ho trovato la fila per i taxi e il tassista mi ha detto: c’è la fila perché oggi è un giorno festivo per i musulmani- prima di arrivare a questo bar, ho attraversato un paese, pioveva a dirotto anche in quel momento, e c’era un raduno di ragazzi con i cavallini, non pony ma cavalli molto giovani, i cavalieri erano per lo più adolescenti, ma alcuni avranno avuto dieci anni e si riparavano sotto le tettoie di plastica dei venditori di falafel, ogni tanto ne arrivava qualcuno al passo e s’aggiungeva al gruppo, e ridevano, chiacchieravano e si vedeva che si divertivano un sacco.
Però anche W. con gli alberi e i prati bianchi non è male, speriamo che ne cada ancora, in fondo è Natale.

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Per sempre     19-12-2007  

david_foster_wallace.jpgInsolitamente ieri ho letto un racconto di David Foster Wallace, insolitamente perché di Wallace ho quasi tutti i libri, uno perché mi è stato regalato, uno perché non l’ho comprato io, un altro perché era in offerta a tre euro, e via di seguito, e non ne ho letto nemmeno uno, ho fatto qualche tentativo ma poi il linguaggio che usa mi distrae, mi annoia, mi respinge e non riesco a seguire la trama. Poi è successo che Oblio è caduto dal ripiano della libreria, l’ho raccolto, l’ho aperto a metà, ho letto questo incipit: Per tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero. Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me da offrire agli altri. Più che altro per piacere o per essere ammirato. Forse è un po’ più complicato di così.
E sono andata avanti. Il finale non l’ho ben capito, mi sono distratta ancora, e lo rileggerò, però la distrazione stavolta non è stata causata dalla forma, ma da una frase che mi ha sorpreso come quando sei incantato su qualcosa e qualcuno, per riportarti dentro, schiocca le dita.
Stanotte mi sono svegliata all’improvviso, colpa del termosifone che mi ero dimenticata di spegnere, delle polpette di ceci del negoziante turco, del piolo del letto che s’era inclinato di nuovo e mille altri motivi che potrei trovare, per esempio anche quello di un pettirosso che pesa sedici grammi e come ci si sente con un peso di sedici grammi?, ma alla fine, se si ha un po’ di pazienza, si può risalire alla causa che ne trascina altre mille, e la causa era una frase che ho letto a un certo punto del racconto che era: La realtà è che morire non è brutto, ma dura per sempre. E per sempre non rientra nel tempo.
Ho sempre ragionato sulla morte collegandola al vuoto, a uno spazio che prima era occupato e improvvisamente si libera, dando per scontato quel “per sempre”.
E ora devo rivedere tutto.

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L’uovo e la gallina     14-12-2007  

Evidentemente ho la testa da un’altra parte.
Ho incontrato una gallina, per esempio, che andava per la sua strada senza guardarsi intorno con quell’aria un po’ svagata e senza fermarsi di continuo, come di solito fanno le galline , e quando l’ho raggiunta ha tirato fuori una borsetta rotonda e bianca, lucida e minuscola, che teneva nascosta sotto un’ala, e guardando quella borsetta ed essendo la gallina nera, di un nero profondo a me sconosciuto, ho pensato che se quella gallina doveva avere una borsetta non poteva essere che di quel colore, di quella forma e di quella lucidità da permettermi di vedere la sagoma del mio viso riflessa.
http://www.photographers.it/Immagini/F-001683/Food_uovo_rotto.jpg
Da questa borsetta ha estratto un pezzo di carta e una penna e si è messa a scrivere, molto concentrata, poi mi ha porto il foglio e credo che sia volata via, perché dopo qualche secondo, il tempo che ho impiegato a leggere quello che aveva scritto, ero troppo curiosa e non ho avuto la pazienza di aspettare, era sparita. Ho rivolto lo sguardo verso l’alto e mi è parso di individuarla in un punto nero, lontanissimo. Allora mi sono seduta su una grossa pietra scura, di quelle che si trovano vicino ai vulcani, e mi sono ricordata che mentre correvo per raggiungere la gallina avevo schiacciato un uovo. E in effetti le suole delle mie scarpe preferite erano impiastricciate di un liquido vischioso di colore verdastro e puzzolente, e mi è sembrata una gran sfiga, questa, che avessi frantumato un uovo e che fosse per giunta guasto e che una gallina sorprendente fosse volata via, però poi mi sono detta: ma che m’importa, meglio così, pensa se incontravi un coniglio, l’avresti di certo seguito e chissà dove saresti andata a finire.

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E questo fa la differenza     06-11-2007  

Un bosco di faggi e querce.
Anni fa avrei riconosciuto le querce per le ghiande sul terreno, e non avrei saputo dire quale fosse un faggio, un faggio è un albero, sì, ma sapresti dire qual è tra questi? No, ma che importanza ha? Che mi cambia distinguere un faggio da una betulla? Non mi cambia niente in effetti, ma cambia se sono a dieci minuti di distanza da dove abito.
In una parte del bosco c’è un parco di divertimenti e delle casette di legno dove puoi dormire un paio di giorni. E’ l’opposto di Eurodisney a Parigi, per descriverlo con una frase.
Comunque nella parte selvaggia si svolge la gara campestre: si corre un miglio, cinque e dieci chilometri. E’ un percorso faticoso perché ci sono delle piccole colline, le radici che sporgono dalla terra, i rami che tagliano la strada. Lo, per la sua età, avrebbe potuto fare quella di un miglio, ma con i suoi due compagni di squadra della scuola si iscrive alla gara dei cinque chilometri, l’importante è partecipare gli è entrato in testa ma poi corre per vincere, i suoi compagni sono due fratelli, velocissimi, hanno vissuto in alcuni Paesi d’Africa prima di trasferirsi qui e il padre li portava a correre sin da piccoli. Quando la gara finisce hanno tutti e tre il viso striato di rosso, sono arrivati 31, 32 e 39, però i trenta che hanno seminato avevano le gambe lunghe il doppio, e fanno parte tutti di squadre sportive, c’è anche il secondo corridore d’olanda. Il secondo corridore d’olanda arriva primo, in anticipo di quasi un minuto rispetto a quello successivo, il secondo corridore d’olanda non è olandese, sono incerta se sia turco o marocchino, dal nome non mi è possibile dedurlo, penso che a lui darebbe fastidio questa approssimazione, c’è una grande rivalità tra turchi e marocchini qui, un mese fa in una scuola di Amsterdam, durante la ricreazione, un ragazzo turco ha ucciso con un coltellata un ragazzo marocchino, si temevano delle reazioni violente, poi per fortuna non ci sono state rappresaglie, i ragazzi marocchini e turchi raramente sono ammessi al liceo, per essere ammessi al liceo olandese ci vogliono ottimi voti e nelle black school la qualità dell’insegnamento non è buona. Comunque m’informo e accerto che il secondo corridore d’olanda è marocchino, ma questo non spiega nulla di lui in questo post, allora intanto scrivo che dopo la sua vittoria, l’allenatore di Lo ha sussurrato a noi genitori: è il secondo corridore d’olanda!
Incrocio il secondo corridore d’olanda quando mancano circa duecento metri al traguardo, lo vedo arrivare giù da una discesa, una discesa breve, percorre una decina di metri, il sentiero si restringe, davanti a lui c’è un masso di circa settanta centimetri d’altezza e un ciuffo di rami che sbuca dalla terra, il secondo corridore d’olanda salta il masso, sarà l’unico dei corridori a saltarlo, tutti gli altri gli passeranno a destra o a sinistra, è questo che fa la differenza, cioè se dovessi scrivere una storia punterei su questo, se dovessi scrivere un pezzo per un giornale preciserei che è nato a Fez o ad Ankara.
Quando avvisto Lo, dodici minuti dopo, sono talmente sorpresa di vederlo arrivare che mi dimentico di guardare il cronometro, ma poi vado a cercare la classifica su internet, eh, comunque lui è contento, dice: quando fai le discese ti sembra di volare.
Prima dell’inizio della gara sono seduta su una panchina davanti a un laghetto, l’acqua è solida, ma non di ghiaccio, è solida d’immobilità, ci sono mazzi di bambù tutt’intorno e un salice gigantesco, mai visto un salice così, e le querce che buttano ghiande, un pallina gialla quasi al centro del laghetto, sembra un quadro di quelli che non ti dicono niente, però non è un quadro, puoi toccare i rami del salice se ne hai voglia, la pallina invece è irraggiungibile.

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Mentre aspetto     22-10-2007  

Nell’ultima luce prima della notte passeggio davanti casa, frantumo foglie color ruggine, fumo una sigaretta e aspetto. Aspetto Emme che cerca il cellulare, che la fa a fare questa ricerca? Se lo dimentica sempre spento,e quando è acceso ha la vibrazione e non si accorge mai se qualcuno lo chiama, così nessuno gli telefona più, solo un suo amico dal carattere ostinato. Termino le foglie da calpestare e comincio a innervosirmi, io non sopporto le attese, e detesto arrivare in ritardo, ho queste due fissazioni da miss perfetta, non ho altre manie che tendono alla perfezione per fortuna, solo queste due, comunque sto lì in cerca di qualcosa da guardare e lo vedo: un cane un po’ grasso, di colore giallo, ma forse è un’esagerazione dell’ultima luce, che cammina veloce e trafelato, scartando un po’ a destra, i cani sono di destra? arriva fino alle saracinesche di un gruppo di garage, come se avesse una meta, ma poi frena di colpo, pare si sia ricordato qualcosa, fa una curva ampia e ripassa a velocità più sostenuta, al collo ha appesa una medaglia e una cinghia scura a forma di ics gli avvolge il corpo, e tu chi sei?gli chiedo. Si gira e mi guarda, rallenta un po’, non dar retta agli sconosciuti, gli sussurra una voce interna e allora riparte accelerando l’andatura, spaventato per quello che gli potrebbe capitare, deviando ancora un po’ a destra, destino dei cani abbandonati o di quelli che hanno paura, lui appartiene alla seconda categoria, perché da quello che ho potuto vedere, in questo paese li amano gli animali, e poi ha la medaglia, vieni qui, gli dico, gli faccio anche un verso strano che spero possa attirarlo, ma lui non si fida, e torna ad accelerare il ritmo della sua andatura e lo scarto verso destra diventa sempre più preoccupante, sempre un cane ubriaco, o sperduto, ma gli ubriachi, certi ubriachi quelli che bevono e ribevono non sono sperduti forse? Mi raccontava una ragazza ungherese, un po’ di giorni fa, dicono che l’ungherese sia la lingua europea più difficile da imparare, però ha un suono così affascinante, io quando la sento parlare quella tipa lì con una sua amica, la starei ad ascoltare senza annoiarmi mai, be’, mi raccontava questa ragazza, sull’autobus c’era uno, un ragazzo, ma proprio un ragazzo, e se una ragazza di ventidue anni definisce uno un ragazzo, tu pensi che sia un ragazzino, così le ho chiesto: un minorenne? No, non un minorenne, aveva la barba già bella dura, ma allora perché non ha detto: un mio coetaneo? forse per non confondersi con lui, ecco, sì, deve essere per questo motivo qua. Be’, continua la ragazza ungherese, questo ragazzo qui barcollava parecchio alla fine è caduto giù per terra ed è rimasto con la faccia giù, sul pavimento dell’autobus, e non erano nemmeno le cinque del pomeriggio ed era mercoledì. Come se fosse stato sabato sarebbe stato diverso, sì, lo sarebbe stato diverso ai suoi occhi, agli occhi della ragazza ungherese intendo, agli occhi degli altri passeggeri, se fosse stato sabato e quasi mezzanotte, ci avrebbero potuto ridere sopra a uno che stramazza giù per terra e rimane lì a dormire, comunque il cane è sempre più frastornato, bisogna interrompere il suo circuito, confortarlo con del cibo, attrarlo con questa scusa nel mio giardino e chiudere il cancello di legno, il cancello è basso e non raggiunge il metro, ma il cane, questo cane, non potrebbe mai saltarlo, è un botolo, un botolo di colore giallo spento, incredibilmente brutto e incredibilmente commovente nella sua ricerca disperata, quello che commuove diventa quasi bello, quello che irrita è come se perdesse lo smalto, ecco, si accendono i lampioni, il crepuscolo lancia l’ultimo bagliore, pare una candela che sta per consumarsi, anzi mille candele distanti tra loro che si spengono tutte insieme, la notte precipita giù, il colore del cane riacquista dignità, il suo corpo un po’ di snellezza, un fischio taglia l’aria e lui s’immobilizza fulminato, poi si dilegua al galoppo, dritto come una pallottola. Ma le pallottole arrivano dritte? Non hanno mai incertezze? E’ a quel punto che Emme esce con il suo cellulare spento.

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E invece ci sono     15-10-2007  

Da qualche anno ho sviluppato la sindrome di ammalarsi in Olanda , e così venerdì quando mi si è gonfiata una ghiandola sotto il mento ero terrorizzata.
Perchè ho paura che non mi curino con le medicine adeguate come spesso si è verificato.
E perchè non riesco a togliermi dalla orecchie una frase che disse una volta una tipa: scusate se non mi trattengo, ma ho promesso al mio vicino che sarei passata a trovarlo, tre giorni fa gli hanno detto che ha due settimane di vita e ha bisogno di parlare. Poi quel vicino è partito per la Svizzera, malgrado i medici glielo avessero sconsigliato, ha fatto delle cure, ed è riuscito a vivere per altri due mesi.
Perciò ho passato il pomeriggio di venerdì a guardarmi allo specchio da tutte le angolazioni possibili. E il giorno di sabato costantemente fuori per non pensarci. Quando mi sono arrivati raffreddore e febbre, il gonfiore è sparito, e ho tirato un sospiro di sollievo.
Ho pure avuto un’esperienza ai confini della realtà, ieri verso le sette di sera, quando Emme, Lo e Chris sono usciti per andare a cena da alcuni amici.
La casa è diventata improvvisamente silenziosa, ma di un silenzio diverso da quello che c’è adesso, la luce era quella ambigua del crepuscolo, il rubinetto del lavandino lasciava cadere qualche goccia, ma senza un ritmo che potessi prevedere, c’era un filo di foglie rossicce davanti alla portafinestra - di cui s’era appropriato uno di quei ragni grassi gialli e marroni con l’intento di farci la sua ragnatela - che ondeggiava in modo innaturale, c’è stato il verso della civetta, insolito a quell’ora, e il silenzio umano era veramente sorprendente, come se tutti gli abitanti di Camelia fossero altrove, io non dovrei essere qui, ho pensato, tutto procede come se io non ci fossi, ci sono stati altri dettagli bizzarri, devo aver dormito un po’, alla fine mi ha svegliato Fran che era tornato da una gita con la scuola: e tu che ci fai qui? Non dovevi essere fuori?

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