E’ la frase che mi gira in testa da qualche giorno. La cosa bizzara è che la penso riferita a me. Ma ancora più bizzarro è che io sono l’uomo e l’umanità allo stesso tempo. Forse dovrei preoccuparmi, ma non mi va di preoccuparmi: è estate.
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Una volta, per i vicoli di Amsterdam, vidi una carica della polizia a cavallo che inseguiva degli animalisti. I poliziotti menavano fendenti con delle lunghe mazze. I passanti si rifugiavano nei negozi per non essere travolti.
Di cariche della polizia ne ho viste una discreta quantità: dal vivo una vita fa, da youtube e da blob negli ultimi anni, ma quella mi impressionò tantissimo e ogni tanto mi capita di ripensarci. Una scena da Far West, dove l’llecito era lecito. Chissà come è andata la caccia qui. Quella volta mi sentii un po’ come potrebbe sentirsi l’uomo del futuro che sta, che ne so, per comprarsi una micro serra per coltivare fragole giganti nel soggiorno, quando compaiono dei ragazzi che corrono come fulmini inseguiti da un blindato della polizia. Pochi secondi e tornano nel nulla da cui sono arrivati.
“Pareva una scena da Far Europe! Ma che stanno girando un film, per caso?” Domanderebbe sbalordito il tipo al negoziante che gli sta mostrando le micro serre.
“E che sarebbe Far Europe?”
Il tipo fisserebbe il negoziante con una punta di disprezzo e risponderebbe: “Quando gli europei dicevano che erano uniti, quando l’illecito era lecito… Scelgo questa qui, pare la migliore.”
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E così ho scoperto che la cittadella fortificata di Carcasonne ha ben cinquantatre torri e non è in perenne costruzione come immaginavo io. Ma quella che guardavo un mucchio di tempo fa era un modellino di carta, quella in cui sono stata durante le vacanze di febbraio è fatta di mattoni, che è un’altra cosa.
Non saprei dire, però, quale delle due sia quella vera. Comunque, quella di mattoni l’ho girata al tramonto, con i vicoli deserti e le porte delle torri sbarrate. Ho anche scoperto che nella Carcasonne di mattoni vendono i biscotti più buoni (e più cari) del mondo.
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Quando l’aria era diventata ormai insopportabilmente fredda e il ghiaccio era ovunque, ecco che la temperatura sale e comincia a nevicare. E i pini marittimi al centro di CameliaHof si fanno bianchi, e i ragazzini sono fuori a ridere e a tirarsi palle di neve. E le taccole che puliscono l’ingresso al nido tra le tegole del tetto, nervosissime. E le carpe koi rintanate nelle bolle d’aria sul fondo dello stagno. E io che gli rompo il ghiaccio con il martello, che mi piace tantissimo. E l’indimenticabile luce bianco-azzurra della prima notte di neve. E i pettirossi che mi guardano al di là del vetro: “non raccogli più le foglie? Non sfili le erbacce? E i vermi e le lumache restano lì sotto? E come facciamo noi?”
Al mio vicino della Val di Susa tutto ciò non fa effetto, ma a me che provengo da un altro territorio, ogni volta, pare una specie di miracolo. E poi camminare sulla neve morbida fa venire un mucchio di idee.
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La disciplina dietro le quinte porta spontaneità sul palcoscenico.
A esprimere questo concetto in un modo così elegante (concetto ben noto a quelli che scrivono narrativa o per lo meno dovrebbe esserlo) è stato Andrea Molesini nel corso di questa trasmissione qui.
Il suo romanzo, Non tutti i bastardi sono di Vienna, mi ha fatto pensare a questo bel romanzo qui.
E mi ha ricordato una vicenda della mia famiglia.
La mia bisnonna che pedalava su una bicicletta da uomo per le strade di Bassano, la piccola osteria che aveva deciso di condurre da sola, dopo la morte del mio bisnonno avvenuta quando era giovanissima. E poi il suo gatto che sdegnava la poltiglia di pane e acqua e pescava pesci nel Brenta. E la catastrofe che le sconvolse la vita: l’invasione degli austriaci che le distrussero l’osteria e la casa. Lei e i due figli piccoli che vennero messi su un treno, stretti come le bestie, e trasferiti a Mascalucia, in Sicilia. E da lì a Roma.
“Stavamo bene e all’improvviso non avevamo più niente. Non eravamo padroni neanche di un paio di mutande!”
“Alla fine, però, è stata una fortuna perché altrimenti io non sarei nata e tante altre persone non sarebbero nate”, dicevo.
“Sì, sì”, rispondeva lei. E s’incantava su un punto dell’aria che non riuscivo a vedere.
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Ieri, primo giorno senza ora legale, mi sono ricordata di mettere il collare lampeggiante alla cana, ma non ho pensato che nel parco non ci sarebbe stata la luce. Così mi sono diretta verso il sentiero che si perdeva nell’oscurità e invece di fermarmi, e costeggiare il parco dove ci sono i lampioni, ho proseguito. Ho proseguito perché avevo notato, sul prato che c’è al centro, una nebbia compatta. A un certo punto ho sentito un odore di bruciato. “Che ci sia un incendio e la nebbia il suo fumo?”Mi sono risposta subito che era impossibile, che il prato, con tutta la pioggia che c’è stata, era certamente una palude. Ho proseguito ancora con l’idea di entrare nella nebbia e di vedere l’effetto che faceva. Ma la cana non me lo ha permesso: ha cominciato ad abbaiare a quella roba bianchiccia e così ho rinunciato perché mi toglieva il fascino di entrare in un altro mondo. Però ho continuato a camminare, nel buio completo, ma conosco a memoria quel sentiero, fino ad arrivare al laghetto dove vive una famiglia di cigni. Lì arrivava, molto attenuata, la luce dei lampioni e c’era la nebbia, anche se meno compatta rispetto a quella del prato. I figli, riconoscibili per il piumaggio bruno, dormivano. I genitori cercavano cibo, producendo con il becco uno sciabordio che quasi mi addormentavo. Non so quanto sia rimasta lì ad ascoltare. Poi mi è venuta di nuovo la voglia di camminare nel buio. Sono tornata indietro fino alla panchina, dove ci incontriamo con gli altri cani e i loro padroni, e mi sono seduta. Mi piaceva il fatto di avere un po’ paura, di non vedere nulla. Invece alla cana non piaceva affatto: si è sistemata in una posizione vigile, ringhiando all’oscurità, al vento, alle foglie che cadevano. Dovevano essere le sette quando sono arrivati i padroni e i loro cani, con gli stivali di gomma, le torce, i collari luminosi. Ma a quel punto sia la cana che io ci eravamo abituate all’oscurità, che non è poi così nera come pare.
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Da qualche giorno vivo in una casa abitata da studenti in una ridente cittadina inglese. Il mio compito è stato essenzialmente quello di togliere le muffe (una parte) e trovare un’altra sistemazione per i ragni (di quelli mi sono occupata soltanto io), in cambio mi preparavano la cena (e non mi pareva vero!). E, come sempre accade, ora che mi sono perfettamente adattata, mi tocca tornare.
C’era un tipo che conoscevo che quando gli chiedevano: “cosa vuoi fare da grande?” – era una domanda retorica dal momento che il tipo era già grande – rispondeva: “il turista”. Ecco, se adesso la facessero a me questa domanda, risponderei: “la studentessa in una ridente cittadina inglese”.
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L’autunno è cominciato stamattina alle otto e ventidue minuti quando mio figlio minore è entrato nella nebbia pedalando sulla ciclabile deserta.
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sono tornata a Roma dove sono felicemente istupidita dal caldo e dalle mille differenze dell’umanità.
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Stamattina mi chiedevo che cosa distinguesse un esaltato da un entusiasta.
Alla fine mi rispondevo che un esaltato è quello che ti trasmette antipatia per il suo oggetto di esaltazione. Un entusiasta è quello che ti suscita la reazione contraria.
Per dire, una volta ho conosciuto una persona che le piaceva così tanto stirare, mi aveva spiegato nei dettagli un paio di tecniche per inamidare le camicie, che mi aveva fatto venir voglia di essere lei mentre stirava.
Gli italiani esaltati dell’Olanda hanno spesso un blog o fanno un notevole uso della rete, quelli entusiasti invece non sono molto presenti nel virtuale.
Un esaltato è noioso e retorico. Un entusiasta è un bravo narratore orale. E però mi provocano lo stesso effetto: devo assolutamente ascoltarli o leggerli e disgustarmi o incantarmi.
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