E intanto una macchia di sugo le ha appena ucciso il colletto della sua camicia candida.
Nella Piazza dove c’è la statua di Pasquino a pochi metri da piazza Navona mentre aspetto di mangiare nella mia enoteca preferita, ascolto pezzi di conversazione della gente già seduta.
E’ una bella giornata di sole e i tavoli all’esterno sono tutti occupati.
Ragazze: siamo a Roma! Dice una tipa sui sessanta con lo sguardo che guarda Pasquino e i messaggi che sono incollati alla base.
Le sue amiche concordano e assaggiano Roma in una cucchiaiata abbondante di zuppa di lenticchie rosse.
Ogni tavolino è stracolmo di piatti.
Mi arriva un’ altra manciata di parole, e di effluvi.
Una bambina sui cinque anni chiede denaro a quelli che pranzano e tralascia quelli che aspettano. Si ferma a un tavolo occupato da una coppia e dalle loro due figlie. Si rivolge alla donna che sta sminuzzando delle lasagne con l’intento di farle raffreddare, però la taglia troppo e diventano una poltiglia confusa e si fa quasi a fatica a capirne l’origine.
La bambina chiede cinquanta centesimi.
Hai mangiato, domanda la donna.
No, risponde la bambina.
Tu hai mangiato meglio di me, dice la donna.
Poi si ficca in bocca un’ampia porzione ancora fumante.
Mentre mastica, guarda anche lei la statua di Pasquino, tira fuori dalla tasca del cappotto una moneta e l’appoggia sull’angolo del tavolo.
Poi ricomincia a schiacciare.

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Non facciamolo cadere…     27-12-2006  
Non facciamolo cadere
Che ci faccio alle undici di sera del ventisei dicembre in compagnia di quattro sconosciuti, tre donne e un uomo, che non si conoscono tra loro, in un punto affollato di Trastevere?
Non è un’evoluzione della trama di Non Buttiamoci Giù, e io fino a qualche minuto prima passeggiavo allegramente con i miei amici che adesso mi aspettano pazientemente vicino al semaforo.
Discuto con i quattro su quello che è opportuno fare.
C’è un altro sconosciuto ed è per lui che ci siamo fermati noi cinque. Per impedirgli di buttarsi giù. Un tipo sui vent’anni, ubriaco fradicio, che si alza e cade, si alza e cade, e ha battuto la testa violentemente sui gradini già un paio di volte.
Due degli sconosciuti (l’uomo e una delle donne) lo sostengono, io faccio le domande in inglese e veniamo a sapere che è polacco, che ha ventidue anni, che si chiama Pit, che non ha un posto per dormire. Non è che veniamo a sapere, intuiamo tutte queste cose perché lui s’esprime con un linguaggio da ubriaco e quando gli domando dove dormi non risponde e i due che lo sostengono dicono: dorme per strada.
Comunque l’autoambulanza non arriva e l’uomo organizza il soccorso di Pit.
Ci vogliono delle gomme! Le gomme svegliano. Rimediate le gomme. Mangia una gomma Pit! Ma Pit ci guarda e non reagisce. Allora io traduco. Pit prende la gomma, ma la lascia cadere e ci parla in polacco. Ci vorrebbe dell’acqua! Una bottiglietta d’acqua. Meglio ancora una fontanella. C’è una fontanella laggiù, dice una delle donne. Ma non ce la facciamo a portarlo fino a lì. Dovrebbe vomitare! Ce la fai a vomitare Pit?. Pit non capisce. Traduco. Non capisce lo stesso o forse non vuole vomitare. I vigili, dico io. Prima c’era un vigile su viale Trastevere. Magari se richiamano loro l’ambulanza… La donna bionda, elegante, va a cercare il vigile, ma il vigile è sparito. Epperò quanto ci mette ad arrivare, dice l’altra, che è bruna ed elegante come l’altra. Parliamo ancora con Pit, ma non otteniamo risposte. Riescono a farlo sedere sul gradino. Lui si copre il viso con le mani, appoggia la schiena al portone e non cade. Sta molto meglio, dice l’uomo. Passano altri minuti. Intanto chiacchieriamo ancora, poi la donna bionda dice: certo che non si ferma nessuno… Ti succede qualcosa e nessuno ci fa caso. Non è vero che non si ferma nessuno, dico io. Noi ci siamo fermati. E siamo cinque.
In fondo alla strada, dove c’è la piazza, si vede, oltre la gente, una luce lampeggiante blu. L’ambulanza è arrivata, ma dalla parte sbagliata. La tipa che reggeva Pit, che è stata quella che si è fermata per prima e che ha chiamato il 118 scappa a chiamarli.
La tua ragazza è in gamba, dice la tipa bruna all’uomo.
Non è la mia ragazza, risponde lui. Ci siamo conosciuti poco fa, per reggere Pit.
Non è la tua ragazza?, dice la bionda. Scusa, eh, ma sembra proprio che state insieme.
No, no. Risponde lui. Ognuno per conto suo.
Avete detto che stavate andando al cinema, dico io.
Sì, dice lui, ma mica insieme, e poi ormai si è fatto tardi.
Arriva la tipa con i due infermieri del 118. Una donna e un uomo. La donna dice alla tipa che è un’ ottusa. Come un’ottusa? Diciamo tutti insieme. Un’ottusa, sì, proprio un’ottusa.
Sono 40 minuti che aspettiamo, dico io.
Colpa dell’ottusa, dice l’infermiera. Ha detto che eravate vicino a S.Maria in Trastevere e che indicazione è? Il vostro senso civico, se si trattava di un infarto, avrebbe ucciso una persona con questa indicazione.
Sussurriamo alla tipa di lasciar perdere, le facciamo capire che per noi non è ottusa.
L’infermiera prende la mano di Pit, si fa dire il suo nome, gli dice: ehi Pit adesso tu vieni con me dal dottore, capito? Pit resta qualche secondo in silenzio, poi fa un grugnito d’assenso, dice: sì, va bene.
Allora parla anche italiano, dico io. Pit sale sull’ambulanza, io dico ai quattro: be’ allora ciao.
E chissà com’ è finita tra i due che andavano  al cinema ognuno per proprio conto.

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Una promessa….     24-10-2006  
Una promessa.
E’ facile: non puoi sbagliare! Dicono in coro.
E’ il mio ex collega a prendere la parola: è lontano, però con una metro, due autobus e cinquecento metri di walking sei arrivata.
Walking?
Walking! Sentito che pronuncia? Da settembre ho iniziato un corso d’inglese!
Ma che stai dicendo? E’ la mia ex collega che interviene. Uochin, due autobus, una metro? Dove la vuoi mandare? L’inglese t’ha confuso l’orientamento oltre che il cervello. Quella strada è vicina. Tre fermate di metro e poi lo uochin che dice lui.
Ma no.
Ma sì. Verifichiamo sul computer, dice lei.
Un momento, dico io. Forse esistono due vie con lo stesso cognome. L’iniziale del nome è P.
E’ vero, ci sono due strade, dice la mia ex collega. Però avevo più ragione io. Perché io ho fornito le indicazioni per P.B., tu invece per E.B. e l’avresti spedita dall’altra parte della città.
La strada dell’altra parte della città è più grande. Avendo a disposizione solo il dato del cognome è più normale che si pensi a quella piuttosto che al vicolo che le hai indicato tu.
Però la mia è quella giusta.
La mia era quella più logica.
Però…
Come faccio a dimenticare queste micro discussioni?

E’ facile: non puoi sbagliare. Devi andare dritta, poi giri a destra e sei quasi arrivata.Mi dice un ragazzo con dei capelli lunghissimi legati con un elastico e un cane nero al guinzaglio che non pare molto contento della spiegazione o della sosta.
Scusate se m’intrometto. E’ un signore anziano d’altri tempi che interviene. Indossa un impermeabile grigio leggero e ha dei capelli bianchi e umidi ravviati all’indietro.
Così le fai allungare la strada.
Ci sono i lavori in corso per questo la deve allungare, dice il ragazzo.
Se taglia per le scalette che le indico io, accorcia di almeno trecento metri.
E’ vero, dice il ragazzo.
Il cane scodinzola speranzoso.
E’ facile: non puoi sbagliare, continua il signore anziano. Vai sempre dritta e poi…
Arrivo alla fine della strada, c’è una specie di giardino circolare che non è proprio un giardino, ci sono delle panchine, un tipo che legge molto concentrato, un tipo da cui non ti aspetteresti una concentrazione simile nella lettura, tre ragazzini in ginocchio che smontano una bicicletta, un ragazzo appoggiato a una panchina che guarda un punto dove le case scompaiono e inizia la campagna o il prato, non so cosa sia quella distesa di verde un po’ selvaggia lì di fronte.
Mi avvicino a una signora anziana in compagnia di un’altra più giovane.
La giovane è di un paese dell’est e non sa nulla di strade, la signora anziana sì, ma non ce la fa a parlare. Biascica qualche parola con enorme fatica.
Ringrazio, mi allontano e chiedo ancora.
Sei vicina, mi dice un tipo sui quaranta e una barba nerissima. So che è da questa parti, ma non so dove esattamente.
E’ facile non puoi sbagliare.
Mi volto.
C’è una signora bionda con una giacca viola.
E’ lì. Punta un dito indice con l’unghia lunga e dipinta di una tonalità più scura di quella della giacca.
Dietro quel pino inizia la strada che cerchi.
All’ultimo piano c’è un odore incredibilmente struggente di peperoni ripieni.
L’odore per le scale dei peperoni ripieni: come posso dimenticarlo?
L’odore non proviene dall’appartamento in cui entro io.
C’è un corridoio lungo e ampio con le pareti ricoperte da libri.
Vieni, mettiamoci qui.
Sono in una stanza completamente tappezzata da libri. C’è una piccola scrivania in un angolo sommersa anche essa da libri stropicciati e nuovi e una finestra da cui entra il principio di un tramonto e un pezzo di quella cosa che è un po’ prato e un po’ campagna.
Quanta luce, dico. Quanti libri, invece, me la tengo per me.
C’è un oggetto a cui do un’occhiata per un attimo. Un oggetto di legno, antico, una specie di triciclo, ma non proprio. Per capire dovrei guardare ancora.
Il tipo sta vicino alla finestra.
Seguo le sue parole e il sole che scende.
La rete sta uccidendo i classici, dice a un certo punto.
E’ vero, rispondo io. Ci penso da tempo a questa cosa. Mi sono fatta una promessa: per ogni autore vivente che leggo, ne leggerò uno nato almeno agli inizi del novecento.
Il tramonto diventa crepuscolo e io continuerei a chiacchierare ancora, ma mi viene in mente che magari il tipo vorrebbe che andassi via, ma che per cortesia non dà segnali a riguardo. Mi faccio una di quelle menate pazzesche e mi alzo in piedi di scatto, come se mi fossi ricordata di un appuntamento improvviso.
Devo andare, adesso.
Hai avuto difficoltà a trovare la strada?
Ma no! Era facile, non potevo sbagliare.
Sulla strada che mi riporta a casa ripenso alla luce al mio ingresso nella stanza, all’oggetto che ho guardato di sfuggita. Poi passo davanti a una libreria e compro Quella sera dorata e La recita di Bolzano.

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Titolo…     04-10-2006  
Titolo
Il telefono squilla mentre mi sto preparando il panino.
Pronto, mi dice una voce che sembra la nota più acuta di un flauto.
A quella parola, anzi al timbro con cui viene pronunciata, è come se una mano, un’entità autonoma, voltasse all’indietro le pagine di un calendario (un calendario bianco e nero, molto minimalista, con la pubblicità discreta di un autoricambi su un lato).
Poi la mano svanisce e il calendario è aperto sulla pagina del mese di maggio dell’anno 2000. E’ la stessa ora, ma sono nella mia Roma, seduta a una scrivania e sto mangiando sempre un panino. Anche lì, il telefono, con più bottoni e luci di quello di adesso, squilla e lampeggia.
Pronto, dice una voce che sembra sempre uno strumento a fiato, ma è meno acuta.
Diciamo che quella del 2000 era quella di un clarinetto.
Pronto, sono l’Ingegnere RompiPonti potrei parlare con il Dottor Commercialista Scuciisold? Ho avuto il vostro numero dall’Avvocato Tifregoio!
Nel 2000, o giù di lì, queste telefonate di citazioni di titoli, come questa riportata, erano frequenti e non ci facevo caso.
Nel 2006 suona strana.  (I titoli sono leggermente diversi, ma sono sempre tre).
Mi fa sorridere, mi irrita, mi fa pena? Al tipo che sta dall’altra parte dico chi sono, in effetti conosco chi gli ha dato il mio numero, oppure mi spaccio per la donna delle pulizie, o gli dico che ho anch’io un titolo, ma che ho scritto un libro untitled, insomma lo confondo un po’e gli abbasso la voce fino a farla diventare come quella di un oboe?
Costui è un flauto, a differenza del suo antenato che era un clarinetto. Se ha una voce più acuta significa che oltre all’entusiasmo per la citazione dei titoli, ne ha anche un altro di entusiasmo che è quello di essersi appena trasferito qui.
Gli emigrati freschi sono di tre tipi: quelli che credono di essere approdati nel paese delle meraviglie, quelli che tentano di non pronunciare la pericolosa frase: stavo meglio prima e dicono invece: vediamo che si può fare, quelli che si sparerebbero un colpo per essere stati costretti ad andarsene.
La prima è la categoria più a rischio. Di depressione e di rifiuto della nuova vita. E si manifesta dopo un po’.
All’Estero si vive meglio che da noi è una frase-chimera alimentata sia dai mass media che dalla gente. E vorrei tanto sapere chi è stato il primo a tirarla fuori. Forse è uscita a causa della storia del nostro paese che, un tempo, ha avuto un’emigrazione di massa.
Comunque ora è in circolo e non la ferma più nessuno.
E divora persone. Cioè le illusioni di queste persone che parlano come strumenti musicali.
Come questo tipo che telefona all’ora di pranzo, a cui in tre mesi  si smonteranno due miti: quello del titolo e quello dell’estero. E si trasformerà in un trombone bucato.
Gli vorrei dire: quando hai bisogno, chiama pure. Ma sarebbe inutile: al momento vola troppo alto.

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Leggendo qui mi sono ricordata di come era prima.
Tra i sei e gli undici anni ho passato le mie estati in un paese in Abruzzo ospite di una famiglia del posto.
Il ricordo più vivo di quel periodo è quello della libertà. Ero libera di andarmene ovunque per tutto il giorno. La libertà aveva anche un risvolto solitario che a volte mi pesava.
I miei coetanei erano ragazzini bizzarri, per lo meno io li vedevo così. D’altra parte anche loro mi consideravano un po’ strana. Giocavamo a nascondino, ma solo nel tardo pomeriggio quando avevano terminato i lavori. Tutti avevano frequentato la scuola fino alla seconda elementare, non avevano giocattoli e avevano le mani da vecchi. A dieci anni si fidanzavano. E gli ultimi tre anni non furono affatto piacevoli per me da questo punto di vista, ché io di storie d’amore non ne volevo assolutamente sapere. Fu per quel motivo che presi l’abitudine di fare lunghe passeggiate in montagna o di vagare per ore da un orto all’altro. Poi divenni amica di una di sedici, fidanzata con uno di città. La città era Sulmona. Io ascoltavo i suoi sfoghi, lei mi proteggeva dalle trappole dei tipi che volevano fidanzarsi con me. L’accompagnavo nei suoi servizi, mi coprivo gli occhi quando uccideva i conigli, e lei mi parlava di questo ragazzo che guidava il camion, che aveva un buon lavoro. Poi ce n’era un altro che le regalava in segreto campioni di profumi e di creme. E lei era combattuta. Però questo tipo non aveva futuro, ché pascolava un gregge di pecore che non era nemmeno suo. E un giorno se ne sarebbe andato da qualche parte al Nord. Il fidanzato, inoltre, aveva fatto assumere suo fratello nella stessa ditta di camion e lei aveva un debito con lui. Sono legata, mi diceva certe sere con le lacrime agli occhi. E’ come se avessi già la fede. Tirava fuori una scatola che teneva nascosta sotto l’armadio. Quello che faceva il pastore le scriveva dei biglietti a caratteri giganti, quello che guidava il camion le scriveva lunghe lettere sui dei fogli di carta velina con le linee tracciate a matita. Lui, il fidanzato di Sulmona, aveva la licenza elementare. Alla fine è meglio in tutto, concludeva riponendo la scatola. Io le davo dei consigli che ogni volta erano un po’ diversi. Mi ricordo che la guardavo in faccia e, a seconda della sua espressione, le dicevo: lascialo. Oppure: continua a stare con lui.
Il 10 agosto c’era la festa di San Lorenzo in una chiesa su in montagna. Ci si alzava prima dell’alba, ci si dava appuntamento a un angolo della strada con altre ragazze, e suo fratello ci portava con il camion, venti o trenta persone, fino a dove terminava la strada asfaltata, dopo si proseguiva a piedi per tre o quattro ore. Il viaggio in camion era bellissimo.
Le vacanze erano scandite da feste religiose, da processioni e da matrimoni che duravano due giorni. Un’estate, una che se ne era andata molti anni prima in America comprò una casa nel paese. Nessuno parlava con lei e con la sua bambina, nemmeno la sua famiglia, e anche a me era proibito avvicinarle. Lei era La Divorziata. La Divorziata aveva la Cameriera. E andava ogni mattina dal parrucchiere a farsi la pettinatura. Verso le undici uscivano in fila indiana lei, la bambina e la cameriera. La Divorziata aveva anche la macchina, una mini minor arancione, e con quella andavano al lago o alla pineta. Quando salivano le scale che portavano alla strada tutti s’affacciavano a guardarle.
L’estate che ho compiuto undici anni è stata la mia ultima estate su quelle montagne.
Ho saputo che la ragazza che usavo come paravento per non fidanzarmi si è sposata l’estate successiva e si è trasferita a Sulmona. Poi è arrivato il progresso e sono stati costruiti gli impianti  sciistici.
Da allora molte cose non sono più come prima, mi ha raccontato qualcuno che ancora va lì. Non lo riconosceresti più. Alla gente è cambiata la testa. I vecchi dicono che questo è un male, ma per i giovani significa la vita.

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Vacanze romane: quasi terminate…     25-07-2006  
Vacanze romane: quasi terminate
Privilegio: Fran la guarda ammirato mentre valutazioni scontatamente immaginabili s’addensano nel suo cervello in formazione. Lei, la sorella più piccola del terrazzo di destra, gelataia part time, ricambia lo sguardo con coni giganti e una raccomandazione alle colleghe: a loro sempre la dose extra!
Stupore: al passaggio della Madonna del Carmine sabato pomeriggio a Trastevere, davanti alla gigantesca statua merlettata di bianco preceduta da una croce con teschio, dalla banda dei vigili, dai poliziotti a cavallo, s’alzava un coro esaltato di viva maria.
Sono drogati? Mi chiedeva Lo.
Sono fatti? Correggeva Fran.
Io, che non perdo occasione per parlar male dei cattolici, stavolta li ho difesi.
E’ il loro modo di manifestare la fede. E poi mica sono tutti così. Alcuni hanno bisogno delle statue, altri no. Vostra nonna credeva in Dio, ma non avrebbe urlato in quel modo.
E li avevo convinti: sì è vero, dicevano con le teste e gli occhi, quando una signora, una di quelle che aveva iniziato il grido diceva ad alta voce: ci dovremmo tagliare tutti davanti alla Vergine e poi buttarci per terra al suo passaggio!
Stordimento: quando il termometro raggiunge i trentasette gradi e il traffico delle sei è un nodo irrisolto si va in un cinema e si sta per 90 minuti al buio, al fresco, in una sala da cento posti vuota senza brusii e intervalli e all’uscita ti gira tutto.
Sorpresa: scopro che il Selarum a via dei Fienaroli ha riaperto e che la libreria del cinema ci trasmette film la sera gratuitamente e ci guardo un episodio dei Ai confini della realtà, ai confini della realtà come mi sentivo io appena arrivata, ma adesso…
Pettegolezzo: il vicino di sinistra ha una fidanzata dell’est con cui parla in… inglese.
Apprendimento di Lo: ha ampliato la sua conoscenza dei termini che indicano gli organi sessuali femminili nonché ha memorizzato un’infinita serie di ritornelli dal contenuto boccaccesco.
E di Fran: come si fa a convincere un quasi quindicenne a girare per il Foro Romano, a cercare il centro della piazza davanti alla Basilica di San Pietro, a guardare la luce che entra dal buco del Pantheon? Non si convince: s’aspetta che arrivino i suoi amici dall’Olanda.
Miracolo: la casa della mia amica tutta dentro la mia macchina!
Conclusione: e poi resterei qui  perchè
E invece
Domani comincio l’operazione valigia e me ne vado al mare più o meno, il meno è un matrimonio che occupa 2  giorni (due) e mi sposterà a Palermo.
E dal 16 agosto sarò di nuovo in Holland ché la scuola riapre.
Quindi
State bene e non litigate;-)

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Per l’intimità…     20-07-2006  
Per l’intimità
Mi sveglio perché uno sguardo mi pesa addosso.
Lo sguardo è di un uomo e proviene dall’appartamento del palazzo adiacente al mio.
Sto un attimo immobile mentre valuto quello che farò tra poco.
Lui sta pulendo il davanzale con uno straccio. L’angolo destro del davanzale per la precisione, ché solo da lì può sbirciare nella mia stanza. Dovrei alzarmi e tirare la serranda verso di me, con forza magari, per fargli capire che ho visto che guardava. Ma non ce la faccio. Afferro il lenzuolo, mi ci avvolgo completamente e cerco di riaddormentarmi. Ma i rumori per la costruzione della metro, le auto che passano e le considerazioni idiote: e così l’appartamento è occupato da un deficiente impiccione mi impediscono di riprendere sonno.
Mi alzo.
Yogurt, caffè, clic dell’ombrellone, se l’ombrellone fa clic sono passate le nove e il tavolo è spaccato dal sole, arretrato di D Donna, occhio che conta le foglie del basilico rigoglioso (pianta incompatibile con l’olanda).
Sospiro, e il malumore fugge via.
Clic clac. Una porta di metallo si apre e una figura si compone nel terrazzo a fianco.
Non alzo gli occhi dalla rivista, bevo un sorso di caffè e volto pagina.
La sagoma si schiarisce la voce, una due volte, poi dice: buongiorno! Con un tono squillante, quel tono che si usa quando non vedi qualcuno da un sacco di tempo.
Buongiorno, rispondo. Siccome non riesco a leggere nemmeno una parola m’irrito un po’.
Mi scusi se la disturbo. Continua lui con la voce ancora più entusiasta.
Lo fisso.
Ha una faccia di quelle che dopo un po’ non ti ricordi più, un’età che potrebbe essere di trentacinque o di cinquanta, ma dall’entusiasmo penso che sia di cinquanta.
Volevo farle una domanda.
A quel punto credo che m’esca un sorriso- smorfia che lo autorizza a chiedere.
Lui prosegue con l’entusiasmo in crescita: le sente le vibrazioni?
Stringe le mani intorno alla grata di separazione, appoggia il viso sui quadrati di metallo.
Le vibrazioni? Che vibrazioni? dico io.
Si scioglie in una risatona grassa, divertito dalla natura equivoca della sua domanda.
Le vibrazioni prodotte dai lavori per la metro.
No. Rispondo.
Sarà un problema del mio palazzo perché la signora del piano di sotto le sente, invece.
Dondolo la testa dall’alto verso il basso, stile cagnolino d’auto di una volta, altra smorfia sorriso, conversazione terminata intende il gesto, ingoio l’ultimo sorso di caffè e torno sulla pagina.
Mi tolga una curiosità, continua lui. Quei ragazzini che cenavano ieri sera erano tutti suoi?
No.
Ah. Infatti mi sembravano troppi. A volte la natura è strana: a chi tanti, a chi nessuno. La mia vicina, per esempio, ha provato per dieci anni ad avere un bambino. Ma la lascio tranquilla. Immagino che si sia appena svegliata.
Smorfia- sollievo da parte mia e ritento con la lettura.
Un’ultima cosa.
Ecco a chi assomiglia! Ad Alberto Sordi. Mi ricorda una scena di un film, ma quale?
Le dispiace se monto un’incannucciata di separazione? E’ per l’intimità.
Chiude la frase con una strizzata d’occhio, io rispondo: per me va bene.
Poi mi rifugio nell’unico luogo che è libero da persone e da sguardi: il cesso.

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L’isola – 3 – La banda…     18-07-2006  
L’isola – 3 – La banda della Vis Botta
Naturalmente c’era un numero 3 che avrebbe chiuso il ciclo dell’isola. E avevo anche cominciato a scrivere qualcosa ieri mattina prima che gli adolescenti o i quasi adolescenti che affollano la casa in cui vivo tornassero in attività. Ma ormai il momento è passato e se mai ci scriverò qualcosa sopra sarà in una storia.
La banda m’aveva colpito assai perché non ne avevo mai vista una, perché i suoi componenti avevano dodici e tredici anni, perché erano femmine, perché erano pericolose e sgradevoli in modo talmente eclatante da risultare commoventi.
Tant’è che alla loro prima apparizione pensavo che fosse la scena di un film, una specie di scherzo organizzato dagli animatori dell’isola. Ma poi mi sono detta che no, che era impossibile, che Almodovar non si sarebbe scomodato per girare un film tra i pini Caprera e che non avevamo pagato un extra-sorpresa.

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L’isola – 2-…     14-07-2006  
L’isola – 2-
Io credo che molti mali dell’Italia potrebbero essere ridimensionati o spazzati via. E non penso che il cambiamento dovrebbe partire dalla classe politica, dalla tv o dalla stampa.
Loro, i centri di potere e/o d’informazione,  non sono che altro che un’esasperazione di quello che siamo noi.
E dunque la ricetta è semplice e neanche complicata (apparentemente) da realizzare.
Bisognerebbe imparare a fare le file.
Io credo che parta tutto da qui. E non c’è neanche bisogno di dilungarsi a spiegare perché. Chi non rispetta il suo turno, chi finge di non notare l’esistenza di una coda o s’arrabbia se qualcuno gliela indica è uno che giustifica il privilegio se questo va a lui e quindi un corrotto .
Sull’isola davanti all’unica fontanella d’acqua potabile un bambina con una treccia bionda ben tirata, alta poco più di un metro, si precipita a bere.
La mamma: Martina! Sei passata davanti a tutti! Mettiti dietro agli altri.
La bambina s’arresta indecisa, ma interviene il papà: Amore ma la bambina è piccola e ha tanta sete!
La mamma per un attimo tace, con gli occhi sembra dar ragione alla frase di lui, fissa la figlia che inghiotte rumorosamente, e all’improvviso dice: mica moriva di sete se aspettava cinque minuti! Certe cose bisogna impararle da piccoli, altrimenti…
Lui alza le spalle e risponde: e quanto la fai lunga per un sorso d’acqua!

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L’isola - 1 - Peccato non esserci stata per la finale
Il contrario dell’Olanda non è la Svizzera o la Val D’Aosta, il contrario dell’Olanda è una piccola isola di cui con lo sguardo puoi tracciare i contorni.
Qui finisce la terra, lì inizia il mare.
Il colore che si oppone al grigio bianco olandese (a primavera inoltrata, per la verità, si copre di colori, ma alla fine se devo sceglierne uno mi viene in mente questo) è l’azzurro. E il Mediterraneo è pieno d’isole con il mare di questo colore. Così quest’anno siamo sbarcati a Caprera. A Caprera ci sono tre cose: la casa di Garibaldi, la scuola di Vela e le capanne del Club Med che l’anno prossimo saranno abbattute con le ruspe. Se otterranno il permesso verranno sostituite con finte capanne dotate di bagno, aria condizionata, eccetera.
L’ottanta per cento del personale del Club è francese, il restante 20 è italiano. Nelle due settimane che sono stata lì ci sono state due partite dell’Italia e due della Francia. Siccome la cosa noiosa dei Club è l’animazione serale, nelle 4 sere delle partite ho tirato un sospiro di sollievo. Leggere, per esempio, non si può. Si potrebbe in capanna con una torcia (c’è una piccola lampadina centrale ma la luce è troppo fioca) ma alla fine ci si stufa di posare la torcia ad ogni cambio di pagina oppure si potrebbe vicino al bancone del bar, ma come è intuibile c’è un chiasso pazzesco, oppure nei bagni - c’era un tedesco che leggeva tutte le sere seduto tra due lavandini – ma a me questa soluzione faceva schifo. Così mi sono vista tutte e quattro le partite. Viste è un modo di dire. Stavo lì davanti allo schermo e guardavo le persone guardare. Gli italiani erano mettiamo 500 e i francesi 50. E quando c’erano le partite della Francia al bar, per un loro accordo, lavoravano solo le ragazze. Per tentare un’analisi del comportamento del tifoso di calcio di due diverse nazionalità davanti a una partita bisognerebbe avere un pubblico di ugual numero e omogeneo come composizione e quello italiano oltre a essere più numeroso era anche pagante. Comunque questi c’erano e questi ho guardato. Quello che non dice niente, quello che si morde la pelle della dita, quello che stringe le mani sulla sedia davanti, e ci giurerei che manco lo sa dove sono le sue mani, quello che si copre gli occhi, quello che bisbiglia da solo. Poi si alzano in piedi e urlano di gioia o di sdegno.
Sia gli italiani che i francesi.
Ma dopo l’urlo di gioia che segue al goal il comportamento si differenzia. C’è l’italiano ultra cinquantenne che bacia appassionatamente la moglie (caspita e chi l’avrebbe mai sospettato?) quello che prende la sedia davanti a lui e la solleva in alto come fosse la coppa (e mi costringe a allontanarmi), quello dall’aria precisa che tira fuori dei fischi che se non l’avessi sentito mai avrei immaginato, quello che ripete la stessa frase almeno trenta volte. I tifosi francesi, invece, dopo l’urlo di giubilo posano le braccia uno sulle spalle dell’altro e intonano una canzone.
La sera di Francia-Brasile m’incrocio con uno del villaggio addetto alle pulizie, con cui avevo scambiato qualche parola, era di P.(italia) e quindi non guardava la partita. Chi vince, gli chiedo. Non lo so, risponde lui. Gira intorno ai tavoli da ping pong con la scopa e la paletta, raccoglie una bottiglia di plastica, qualche cicca e getta tutto in un secchio. Si ferma davanti allo stand dove le lavoranti francesi vendono i buoni per i bar e ricaricano i cellulari, parla con una, l’unica carina secondo me. Poi mi si avvicina di nuovo, raccoglie una carta invisibile. Vince il Brasile! Vince il Brasile! Mi sussurra all’orecchio senza fermarsi.

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