Tre: la contessa con le nipotine.
La contessa rimane in albergo a prendersi cura del corpo, per le nipotine c’è un pulmino che le passa a prendere e le porta a fare sport. Rafting, tennis e passeggiate in montagna. Tornano la sera, e lei, durante la cena, domanda quello che hanno fatto, loro appena terminano il dolce scappano fuori, a guardare i pesci rossi. La contessa ordina un’altra porzione di torta e le controlla attraverso la vetrata, con i suoi occhi verdi, da lupo, occhi giovani, anzi occhi senza tempo, il viso e il corpo invece sono stati tirati, la pelle che li ricopre è tesa come quella di un tamburo a cui è stata fatta da poco la manutenzione. Calza scarpe con tacchi alti, troppo alti per una signora della sua età, su cui si muove con circospezione come se calpestasse delle piastrelle di vetro. Poi succede che le nipotine, stanche di star sole, vanno su per la salita, dove in cima c’è un prato con un tavolo di ping pong. Lì, tutte le sere, giocano Fran e Lo, e le nipotine hanno proprio la loro età, la contessa sta rilassata al tavolo a sorseggiare il suo caffè, e a un certo punto s’accorge che oltre la vetrata non c’è nulla, nemmeno la luna, e allora butta giù il caffè dimenticandosi dell’eleganza e scappa sulla salita a riprendersi le nipoti. Si scorda anche dell’altezza dei tacchi nell’agitazione per quello che potrebbe accadere lassù tra palline di cellulosa, le racchette, il prato verde, sotto un cielo su cui è apparsa una luna innopportuna e davanti a un Monte Bianco che sembra più vicino, si dimentica persino dell’età, dei femori fragili e in poche falcate raggiunge la meta.
Quattro: la guida alpina con Emme, Fran e un belga sui trentacinque, un po’ calvo e molto magro, scendono per il ghiacciaio per circa quattro ore. Un percorso per tutti, anche per le famiglie, dicono alla Casa delle Guide. Sono in cordata, con i ramponi. Il percorso in effetti non è difficile, eccetto il primo tratto che è ripido e il sentiero su cui si cammina è stretto. Al belga viene un attacco di panico. Scivola, si rialza, perde il cappello che rotola giù velocissimo, ammutolisce, s’inginocchia e fruga disperatamente nello zaino, non risponde agli altri che lo chiamano. Nello zaino, mi racconterà Fran, sembrava che non ci fosse nulla o che ci fosse tutto, pensavo che non avrebbe più smesso di rovistare, e gli ho detto: per favore facciamo questo pezzo e cerchi dopo, con comodo, ma lui si era circondato da un muro impossibile da penetrare, saranno passati tre minuti ma sembravano tre anni, alla fine ha tirato fuori un cappello, identico a quello che era caduto, se lo è ficcato in testa e siamo ripartiti.
Continua (forse)
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In modalità italiana già ci sono, ora mi devo riadattare alla città.
Alle sirene che correvano stanotte e mi hanno mangiato il sogno, alle cassiere del Super che non ti danno il resto in mano, ma che ti rimbambiscono di domande: come si prepara il cous cous? Posso annusare il tuo bagnoschiuma al cocco? La menta e il basilico le pianti nei vasi? Con la terra?
Poi sto per finire Il Maestro e Margherita e di questo sono assai dispiaciuta.
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Sull’aereo incontro sempre qualcuno che conosco, ma poi ci chiacchiero giusto prima dell’imbarco perché i posti non coincidono mai e chiedere a qualcuno di fare a cambio è sconsigliato.
Durante il viaggio che mi portava a Milano c’è stata una sosta più lunga a Magenta perché un’africana non voleva pagare il biglietto.
Era da un po’ che urlava come se la scannassero, il bigliettaio era lì davanti a lei, senza dire nulla, poi quando lei si interrompeva per riprendere fiato, le diceva: se non paga il biglietto la faccio scendere. Lei allora ricominciava, diceva che il biglietto lo aveva perduto o glielo avevano rubato, una cosa così. Le amiche, loro il biglietto lo avevano, chiacchieravano tra loro, indifferenti. Poi ha pagato e siamo ripartiti. E’ tornata al suo posto e a un intervallo più o meno regolare riprendeva a inveire contro l’ingiustizia subita, credo, perché lo faceva nella sua lingua, mentre le amiche continuavano a fare quello che stavano facendo.
Una ragazza che era seduta nell’altra fila mi ha detto: anche l’altra settimana è capitata una storia analoga. Era una ben vestita, con una borsa di coccodrillo nuova nuova, che non c’entrava nulla con il vestito africano che portava addosso, se non che nel suo Paese ci sono i coccodrilli, comunque diceva che lo aveva perduto, come questa qui, e il bigliettaio lì a insistere che doveva pagare, senza mai alzare la voce, alla fine ha tirato fuori un pezzo da cinquanta, ma dopo almeno trenta minuti di urla di lei e di pazienza di lui. Peccato che nessuno le scriva queste cose.
Di fronte a me c’era un vecchio alpino. La barba lunga di tre giorni, le guance rosse, gli occhi, celesti, macchiati di capillari, ha dormito per tutto il tempo, solo quando le urla dell’africana raggiungevano il picco, li apriva, ma sembrava che non vedesse nulla. Ho ripensato ai racconti di mio nonno, alpino anche lui, di quando sciavano per la montagna, e di quando arrivavano a valle che buttavano giù un paio di grappini per cacciare via la stanchezza. Anche il tipo sembrava che avesse bevuto una bella dose di quella roba, invece, quando mancavano circa quindici minuti all’arrivo, ha tirato fuori il cellulare, ha chiamato qualcuno e gli ha dato indicazioni precise su dove si sarebbero incontrati con una voce che c’entrava poco con la grappa.
Avevo finito di leggere il giornale e gli ho chiesto se lo voleva.
No, grazie. Mi ha risposto. Il giornale mi fa dormire.
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Avrei respinto una storia con una trama del genere.
L’avrei respinta perché, avrei detto, non è realistica, è del tutto inattendibile.
Come avrebbe raccontato un autore il momento in cui tutti coloro che partecipano a una nefandezza simile si parlano per la prima volta?
Non riesco a immaginarlo.
E poi ci sono delle donne di mezzo, troppe.
Io non ci credo.
Non posso crederci.
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Dalla mia posizione osservavo la stanza.
Era una stanza ampia, di venti metri quadrati circa, illuminata da due grandi finestre e da una plafoniera incollata al soffitto che pareva un coccodrillo in attesa di un cerbiatto, ma avevo sonno e questo spiega l’immaginazione.
C’era una scrivania piccola accostata al muro, zeppa di cartelle, una fotocopiatrice e un monitor di un computer ricoperto da un telo di plastica su un tavolino di metallo, una cassettiera dove erano ammucchiati fascicoli e cartelle, e una macchinetta per l’espresso con dei bicchierini di plastica e le bustine di zucchero in un vassoio. Una armadio-libreria di vetro, con dei libri all’interno, che mi ha smosso la curiosità d’ avvicinarmi, ma si trovava dalla parte opposta rispetto a dove ero io e non mi sembrava il caso di andare a curiosare.
Sulle pareti erano appesi tre calendari, un crocefisso lungo circa un metro su cui era stato incastrato un ramoscello d’ulivo, secco e impolverato, un foglio di papiro rinchiuso dentro un quadro con il disegno di un faraone e un poster strappato su un angolo con il ritratto di Pirandello.
La signora era seduta dietro a una scrivania enorme che avrebbe potuto contenere un sacco di oggetti, e invece ce ne erano solo cinque.
Un calendario-agenda da tavolo con mille appunti, mille post it e mille scarabocchi di qualcuno che ha provato delle penne che inizialmente non scrivevano.
Un portamatite con delle matite spuntate, un righello e due paia di forbici, un paio più piccolo con la punta arrotondata e uno più lungo dall’aspetto affilato.
Un contenitore di legno porta documenti pieno di documenti.
Un telefono degli anni ottanta con le lucette che non lampeggiavano più e una scatola trasparente con degli elastici gialli e delle puntine.
La signora aveva i capelli tinti di biondo, di un biondo biscotto che in natura non esiste, in accordo con la carnagione scura, di gran moda tra le signore tra i cinquanta e i sessanta con la carnagione scura, le dita sfavillanti di anelli, uno smalto rosa sulle unghie, la pelle del dorso delle mani con delle macchie scure.
La signora quando siamo entrate era al telefono e ci ha fatto cenno di sedere, la mia amica si è seduta, io sono rimasta in piedi perché la pelle della poltroncina era sollevata e avrei dovuto lisciarla prima di sedermi.
Quando la telefonata è terminata, la mia amica ha cominciato a parlare, ma dopo qualche secondo qualcuno è apparso sulla porta e ha fatto una domanda a cui la signora ha risposto prontamente.
Per la rapidità della domanda e della risposta la mia amica non ha interrotto il discorso, l’ha solo rallentato un po’.
Poi la signora ha preso un cartellina dal porta documenti l’ha aperta e ha dato un’occhiata ai documenti. Continui, ha detto, l’ascolto.
La mia amica ha continuato.
Il telefono ha squillato, ma doveva essere una comunicazione all’interno dell’edificio perché la signora non ha risposto pronto, ha detto: sì certo. Ha chiuso la cartellina e l’ha riposta nel porta documenti, ha preso una penna da un cassetto della scrivania e ha segnato un appunto sul calendario-agenda da tavolo tra gli scarabocchi.
Intanto la mia amica, dopo aver esposto il centro del suo discorso, tentava di rifinirlo con degli esempi e sulla faccia della signora calava la noia e immagino che due esseri minuscoli abbiano chiuso con delle porte i padiglioni delle sue orecchie perché ha cominciato a fissare la mia amica come se fosse il panorama al di là di una finestra da cui si guarda sempre.
Poi ha squillato il cellulare, una suoneria discreta di un modello discreto, la signora si è destata dall’incanto, ha messo su uno sguardo attento, con la mano meno sfavillante ha arrestato il flusso di parole della mia amica.
Ci vediamo alle 13.00 a Via Appia e ha detto il nome di un negozio. Vedrai che lo trovi. Se non lo trovi, chiedi: lo conoscono tutti. E’ vero che lo conoscono tutti: lo conoscevo anch’io.
La mia amica ha concluso il suo discorso, la signora le ha dato una risposta talmente generica che poteva essere la risposta per qualsiasi altro discorso, e a una domanda della mia amica che era poi la ragione per cui era andata lì, a sprecar parole, la signora ha detto che ci avrebbe pensato.
La mia amica le ha teso la mano, ringraziandola, ma il telefono ha squillato ancora mentre una voce chiedeva dalla porta: Preside prende qualcosa al bar?
Lei ha risposto: già fatto, grazie! Ha sollevato la cornetta, si è dimenticata di quella mano a mezz’aria e ha piegato le labbra in una specie di sorriso ed è stato il segnale del suo congedo.
Ti pare normale? Ho chiesto alla mia amica mentre scendevamo le scale.
Lei m’ha risposto che le pareva normale, anzi normalissimo. Che era stata gentile ad ascoltarla, che le aveva risposto che ci avrebbe pensato. Che c’era di peggio.
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Sono fuori tempo perché ero fuori
Dunque vado a vedere il film da sola e non al solito cinema.
Il cinema si trova in un quartiere ad alta densità di uffici, di negozi e di anziani benestanti.
Se vai in un cinema di un quartiere popolare, come Testaccio, gli anziani alle quattro stanno a chiacchierare in piazza o al bar, ma se vai in un quartiere ricco e per giunta piove, vanno al cinema, ovvio.
Se poi il cinema pratica la numerazione dei posti: sei fregato, se non ci rifletti in tempo.
Io ho il numero 8f che è occupato da una signora molto ma molto anziana.
Glielo dico che ha occupato il mio posto? Perché dovrei? La sala è vuota.
Mi siedo al 9f.
Arriva un signore molto anziano, mi guarda, scandisce la numerazione dei suoi biglietti e quella della poltrone.
9F! Qui c’è un errore, dice allo schermo.
Mi scusi, dico. Mi sono seduta al suo posto perché il mio era occupato.
La signora molto ma molto anziana alla mia destra, rivolgendosi anche lei allo schermo, dice: eh, quante storie per un posto! Oltretutto la sala è vuota!
Che facciamo? dice il signore molto anziano, sempre allo schermo.
A quel punto commetto un errore perché chiedo alla signora molto ma molto anziana: le dispiace se mi siedo all’otto?
Lei scuote la testa e sussurra ad alta voce (come è possibile sussurrare ad alta voce? Non lo so: in teoria è impossibile) all’amica molto anziana: da non crederci Margherì! Ci dobbiamo spostare!
Ci sediamo con il nuovo assetto.
Il signore molto anziano si guarda intorno con aria compiaciuta, si toglie l’impermeabile, il cappello, la sciarpa, i guanti e poi aiuta la moglie a svestirsi.
Mi vengono in mente le istruzioni prima del decollo: dovete indossare prima voi la mascherina che eroga ossigeno, dopo aiutate chi non è in grado di farlo.
Parte la pubblicità, io tento di telefonare, ma il campo va e viene.
Entrano altre persone sempre più anziane.
Si riempie la mia fila, quella dietro e quella davanti.
Entra anche un ragazzo, un ragazzo vero, non uno di trenta o quaranta anni, un ragazzo sui diciotto, e si siede molto avanti. I suoi capelli scapellati (parola inventata da Lo un po’ d’anni fa) risplendono solitari davanti a me.
E allora capisco che il ragazzo sapeva, io no, purtroppo, io sono fuori tempo e fuori posto, ma ormai è troppo tardi per cambiare perché sono circondata.
Ti rendi conto? Bisbiglia ad alta voce il signore molto anziano alla moglie. Che se non la facevo alzare ci toccava muoverci magari dopo, con le luci spente?
Che ci vuoi fare, risponde lei. Questo paese è così: ognuno fa come gli pare!
Seguitano a bisbigliare ad alta voce, di me.
Costituisco anche il soggetto della conversazione che si svolge tra le due signore alla mia destra anche se si mantengono su un filo più generico.
Il tono è identico, però. Bisbiglio ad alta voce.
Invidio terribilmente il ragazzo davanti che sfoglia pigramente il giornale, e ragiono sulla possibilità di uscire dalla fila, ma non so da quale parte sia preferibile passare. Penso che se resterò lì non potrò fare a meno di sentire i commenti, le previsioni, il rammarico, la condivisione di quel che accade e che mi irriterò assai.
Poi scende il buio, e decido che se esagereranno gli dirò di tacere.
E invece nessuno parla. Credo per le scene del film che sono comprensibili, d’impatto, corrono veloci e non lasciano spazio alle considerazioni.
A un certo punto una signora fa una battuta molto audace sul sesso e di cui resto sbalordita.
C’è un intervallo minimo che non concede l’imbastitura di un discorso.
Nell’ultimo quarto d’ora, quando il ritmo rallenta e i fili si sciolgono, ecco che si affaccia timidamente un brusio di anticipazioni, che si riveleranno errate, ma quando il chiacchiericcio sale di tono, e io mi dico che non vale la pena di dire nulla, che in fondo sono stati bravi, s’alza un imperioso: shhhhh che surgela le voci, senza possibilità di replica.
Le luci si riaccendono, e mi volto e li guardo mentre s’infilano cappelli, cappotti, guanti e sciarpe.
Chi sarà l’autrice della battuta scabrosa sul sesso e quella che ha urlato quel shhhh?
Ma le loro facce non scuciono indizi.
Oggi però rientro nei tempi e me ne vado a vedere un film in compagnia, in un cinema sicuro.
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L’olandese, per esempio, quello è impossibile.
In due giorni di Roma ho bruciato una scheda telefonica e bevuto un numero vergognoso di caffè ché ognuno che incontro mi dice: te lo prendi un caffè?
Inseguito Silvio Muccino (con Zazie e Lo, ma era Zazie che voleva l’autografo) ma lo abbiamo perduto a un bivio. Grande magazzino o direzione Villa Borghese? Secondo me verso Villa Borghese dato che era con una ragazza. Dopo lo smarrimento del Muccino è seguita una conversazione animata in cui Zazie sosteneva che la ragazza era orrenda e Lo diceva che Muccino poteva dirsi simpatico, ma non certo bello, anzi che è decisamente flaccido e se lo è adesso chissà come diventerà dopo. Io ci ho provato a dire che forse esageravano, ma non mi stavano a sentire. Ho pure fatto un po’ la bastarda e detto a Zazie: ci pensi? Se fossi stata più decisa avresti fatto vedere alle tue amiche il suo autografo e ti saresti potuta inventare pure una bella storia su come l’avevi incontrato.
Conosciuto una tipa che vive con tre gatti, due furetti e tre cani, tutti maschi, e che mai vivrà con un uomo.
Ascoltato il racconto di un tassista su Piazza Vittorio dove di notte scintillano le lame dei coltelli. A questo scintillio contribuiscono tutti tranne i Cinesi che se ne stanno per conto loro. Però quando siamo passati scintillavano solo i binari e i sanpietrini. Perché piove, piove sempre, ma non me ne importa nulla in effetti.
Combinato pasticci con gli appuntamenti.
Comprato al reparto libri usati di MelBookstore Terrorista di John Updike, uscito un mese fa, ma il colpo grosso l’avevo fatto a Natale quando trovai Nell’esercito del Faraone di Wolff.
Imparato a collegar cavi.
Se ho imparato a collegar cavi posso imparare tutto, o quasi.
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Trovo sempre portafogli rossi.
Forse perché a perderli o a farseli rubare sono sempre donne, e il rosso è un colore che molte prediligono per un portafoglio. A me non piace. Ora ne ho uno viola, prima ne avevo uno color caccadicaneconmaldipancia, i precedenti erano neri da uomo o da signorina e uno a fiori che mi piaceva moltissimo ma che mi hanno rubato in un grande magazzino un po’ di tempo fa.
Camminavamo Fran e io costeggiando Villa Borghese, avevo ancora tutto il biancore di Paolina, di Dafne, di Proserpina nella testa e gli sguardi che ti raddrizzano dei ritratti del Caravaggio, e perdevamo tempo. Fran aveva un appuntamento con una sua amica che gli era stato rinviato di un’ora, io dovevo andare a Trastevere.
C’era una bella luce azzurra e il sole discreto del primo pomeriggio.
Così imbocchiamo l’ingresso che conduce al tapirulan attraverso cui si arriva a Piazza di Spagna.
Questo ingresso non mi pare sicuro. Qui ci potrebbero uccidere una persona e nessuno lo noterebbe. Un giallo lo farei proprio partire da un posto come questo, dice Fran.
Iniziamo la discesa della scala mobile. Le pareti sono sporche, scrostate, con grosse macchie di umidità e scritte con le bombolette spray.
A metà della discesa, sulla rampa di scale a fianco, c’è un vecchio, con abiti stracciati, impegnato in un discorso con una parete.
Cos’è quella roba, dice Fran, indicando una macchia rossa da cui proviene un "flap flap".
Parrebbe un portafoglio, dico io.
Lo apriamo. Dentro non ci sono documenti, non ci sono soldi, ma c’è un numero incredibile di carte dei punti del supermercato, tessere di adesioni, foto di un ragazzo e di una ragazza e quelle di una donna strappate da dei documenti scattate a diverse età, biglietti del treno non ancora usati.
L’ infilo in borsa e mi dimentico di lui.
Le macchinette dei biglietti dell’autobus all’ingresso di Piazza di Spagna sono rotte.
Fran mi illustra una sua teoria che ha l’intento di dimostrare che sono state sabotate.
Mi pare che i punti su cui si basa traballino un po’. E quindi anche la teoria vacilla, però non mi va di discutere.
Mi andrebbe un gelato, dico.
Ora ti porto in un posto che ne fa di speciali, mi dice lui con l’aria da esperto di Roma.
Dopo il gelato ci separiamo: lui raggiunge la sua amica, io Trastevere.
E’ notte da un pezzo quando, fumando sotto la luna, mi ricordo del portafoglio.
Miss Marple, cioè mia sorella, e il suo aiutante, cioè Fran, estraggono dal portafoglio le decine di biglietti, tessere, scontrini e ricevute. E scoprono che:
la proprietaria è un’insegnante che vive a Tivoli.
che non ha un numero telefonico intestato a lei.
Deducono, ricostituendo il puzzle del contenuto, il suo numero.
Le telefono.
Emilia, si chiama così, dice che le è stato rubato alla stazione Termini. Mi dice che c’erano delle foto di sua madre che è morta da poco, che aveva intenzione di duplicare. Si stupisce che l’abbia rintracciata. Mi chiede se lavoro alla metropolitana.
Dentro non ci sono documenti, né soldi, dico io, però ci sono rimasti dei biglietti del treno. Emilia mi dice che i biglietti le fanno comodo. E perché quelli li hanno lasciati? E’ strano.
Ah non lo so, rispondo.
Tra stupore e stranezze Emilia non dice neanche un grazie.
E finora non mi ha ancora richiamato per venirselo a riprendere. Non posso credere che abbia pensato che stia architettando qualche tranello.
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E intanto una macchia di sugo le ha appena ucciso il colletto della sua camicia candida.
Nella Piazza dove c’è la statua di Pasquino a pochi metri da piazza Navona mentre aspetto di mangiare nella mia enoteca preferita, ascolto pezzi di conversazione della gente già seduta.
E’ una bella giornata di sole e i tavoli all’esterno sono tutti occupati.
Ragazze: siamo a Roma! Dice una tipa sui sessanta con lo sguardo che guarda Pasquino e i messaggi che sono incollati alla base.
Le sue amiche concordano e assaggiano Roma in una cucchiaiata abbondante di zuppa di lenticchie rosse.
Ogni tavolino è stracolmo di piatti.
Mi arriva un’ altra manciata di parole, e di effluvi.
Una bambina sui cinque anni chiede denaro a quelli che pranzano e tralascia quelli che aspettano. Si ferma a un tavolo occupato da una coppia e dalle loro due figlie. Si rivolge alla donna che sta sminuzzando delle lasagne con l’intento di farle raffreddare, però la taglia troppo e diventano una poltiglia confusa e si fa quasi a fatica a capirne l’origine.
La bambina chiede cinquanta centesimi.
Hai mangiato, domanda la donna.
No, risponde la bambina.
Tu hai mangiato meglio di me, dice la donna.
Poi si ficca in bocca un’ampia porzione ancora fumante.
Mentre mastica, guarda anche lei la statua di Pasquino, tira fuori dalla tasca del cappotto una moneta e l’appoggia sull’angolo del tavolo.
Poi ricomincia a schiacciare.
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Non facciamolo cadere
Che ci faccio alle undici di sera del ventisei dicembre in compagnia di quattro sconosciuti, tre donne e un uomo, che non si conoscono tra loro, in un punto affollato di Trastevere?
Non è un’evoluzione della trama di Non Buttiamoci Giù, e io fino a qualche minuto prima passeggiavo allegramente con i miei amici che adesso mi aspettano pazientemente vicino al semaforo.
Discuto con i quattro su quello che è opportuno fare.
C’è un altro sconosciuto ed è per lui che ci siamo fermati noi cinque. Per impedirgli di buttarsi giù. Un tipo sui vent’anni, ubriaco fradicio, che si alza e cade, si alza e cade, e ha battuto la testa violentemente sui gradini già un paio di volte.
Due degli sconosciuti (l’uomo e una delle donne) lo sostengono, io faccio le domande in inglese e veniamo a sapere che è polacco, che ha ventidue anni, che si chiama Pit, che non ha un posto per dormire. Non è che veniamo a sapere, intuiamo tutte queste cose perché lui s’esprime con un linguaggio da ubriaco e quando gli domando dove dormi non risponde e i due che lo sostengono dicono: dorme per strada.
Comunque l’autoambulanza non arriva e l’uomo organizza il soccorso di Pit.
Ci vogliono delle gomme! Le gomme svegliano. Rimediate le gomme. Mangia una gomma Pit! Ma Pit ci guarda e non reagisce. Allora io traduco. Pit prende la gomma, ma la lascia cadere e ci parla in polacco. Ci vorrebbe dell’acqua! Una bottiglietta d’acqua. Meglio ancora una fontanella. C’è una fontanella laggiù, dice una delle donne. Ma non ce la facciamo a portarlo fino a lì. Dovrebbe vomitare! Ce la fai a vomitare Pit?. Pit non capisce. Traduco. Non capisce lo stesso o forse non vuole vomitare. I vigili, dico io. Prima c’era un vigile su viale Trastevere. Magari se richiamano loro l’ambulanza… La donna bionda, elegante, va a cercare il vigile, ma il vigile è sparito. Epperò quanto ci mette ad arrivare, dice l’altra, che è bruna ed elegante come l’altra. Parliamo ancora con Pit, ma non otteniamo risposte. Riescono a farlo sedere sul gradino. Lui si copre il viso con le mani, appoggia la schiena al portone e non cade. Sta molto meglio, dice l’uomo. Passano altri minuti. Intanto chiacchieriamo ancora, poi la donna bionda dice: certo che non si ferma nessuno… Ti succede qualcosa e nessuno ci fa caso. Non è vero che non si ferma nessuno, dico io. Noi ci siamo fermati. E siamo cinque.
In fondo alla strada, dove c’è la piazza, si vede, oltre la gente, una luce lampeggiante blu. L’ambulanza è arrivata, ma dalla parte sbagliata. La tipa che reggeva Pit, che è stata quella che si è fermata per prima e che ha chiamato il 118 scappa a chiamarli.
La tua ragazza è in gamba, dice la tipa bruna all’uomo.
Non è la mia ragazza, risponde lui. Ci siamo conosciuti poco fa, per reggere Pit.
Non è la tua ragazza?, dice la bionda. Scusa, eh, ma sembra proprio che state insieme.
No, no. Risponde lui. Ognuno per conto suo.
Avete detto che stavate andando al cinema, dico io.
Sì, dice lui, ma mica insieme, e poi ormai si è fatto tardi.
Arriva la tipa con i due infermieri del 118. Una donna e un uomo. La donna dice alla tipa che è un’ ottusa. Come un’ottusa? Diciamo tutti insieme. Un’ottusa, sì, proprio un’ottusa.
Sono 40 minuti che aspettiamo, dico io.
Colpa dell’ottusa, dice l’infermiera. Ha detto che eravate vicino a S.Maria in Trastevere e che indicazione è? Il vostro senso civico, se si trattava di un infarto, avrebbe ucciso una persona con questa indicazione.
Sussurriamo alla tipa di lasciar perdere, le facciamo capire che per noi non è ottusa.
L’infermiera prende la mano di Pit, si fa dire il suo nome, gli dice: ehi Pit adesso tu vieni con me dal dottore, capito? Pit resta qualche secondo in silenzio, poi fa un grugnito d’assenso, dice: sì, va bene.
Allora parla anche italiano, dico io. Pit sale sull’ambulanza, io dico ai quattro: be’ allora ciao.
E chissà com’ è finita tra i due che andavano al cinema ognuno per proprio conto.
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