Ricordo io ti evoco     15-02-2008  

Dipende dai sette anni o dai sette mesi? Forse da entrambi. Diciamo che i sette mesi hanno portato alla luce i sette anni di assenza. Non che la faccenda mi sconvolga più di tanto. E’ come quando ti nasce un neo su un polso e dici: toh mi è nato un neo sul polso, però lo sapevi che sarebbe nato anche se non ti ci eri messo a pensare per bene, lo sapevi perché quel punto della pelle si era cominciato a scurire e non era più perfettamente liscio. Così mi succede che una certa rampa di scale di un certo palazzo mi ricordi il dialogo tra una ragazzina e un trans a cui non ho mai assistito nella realtà, ma che ho inventato io in un racconto, salgo quelle scale e mentre le salgo penso: ah, ma queste scale mi ricordano qualcosa, ma cosa? E poi ci arrivo. Passo a Caracalla, siamo in mezzo al viale e dico a Emme: vai un attimo da quella parte?
Ma non si può! Risponde lui.
E allora fai il giro e torna indietro. Voglio verificare una cosa.
La verifico. Il punto era come me l’ero immaginato. La macchina abbandonata non c’è, il cespuglio di rovi nemmeno, c’è una siepe un po’ spelacchiata in compenso, ma nella mia storia servono i rovi e quelli restano. E via così. Le ambientazioni dei racconti sono diventate quasi reali. Mentre i ricordi dei fatti allacciati ai luoghi sono più sfumati. Ricordo io ti evoco! Insomma un’operazione del genere.
Non sono riuscita a fare la passeggiata lungo la sponda del Tevere, pazienza, la farò a luglio, però ho visto quasi tutte le mie amiche, ho la valigia piena di libri e dentifrici, un cappottino color petrolio da andare a ritirare e da finire il solito tour di dotti medici e sapienti, e il regalo per la mia vicina cheperfortunachec’èlei e poi sono pronta a tornare.
E già mi sono organizzata il lunedì. Vado a fare un giro con un mio amico per stemperare la sindrome del rientro.

Categorie: Fatti italiani, in un altro luogo

[ 8 commento(i) ]
Campeggio alla Garbatella     13-02-2008  

Dormo in un appartamento vuoto, su un materasso in una stanza con l’eco, senza riscaldamento, il parquet sconnesso, l’ombra dei mobili sui muri, però c’è il bollitore elettrico per farsi una tazza di caffè e la scrivania su cui appoggiare tutto. Qui una volta abitava un’amica e prima che mi trasferissi in olanda venivo a cena di tanto in tanto. Poi io sono partita e lei ha cambiato casa. Ora l’ha venduta e tra una settimana qualcun altro verrà qui.
Mi appoggio con le braccia sul davanzale e guardo la magnolia che supera il quarto piano e mi ricordo che sfiorava a malapena il secondo. In dieci anni una magnolia cresce così tanto? Hanno ridipinto le palazzine: celeste, albicocca, beige, giallino, io sto in quella celeste, ma non hanno riparato il cortile e i gradini sono ancora più smozzicati e l’asfalto più bucato e poi non giocano mai i bambini in questo cortile, possibile che su dieci o dodici fabbricati non ce ne siano? Ovviamente ci sono, ma predominano gli anziani e quelli senza figli, anzi gli anziani perché incontro solo loro quando attraverso il cortile la mattina, la notte non incontro nessuno invece, però hanno i cani, questi anziani che non vogliono i bambini in giro per il cortile, a ogni piano c’è almeno una porta con l’etichetta attenti al cane, però anche i cani non li incontro mai. La prima notte mi sembrava pazzesco stare qui, invece la notte dopo già mi ero abituata, sul materasso poi ci dormo comodissima, mi sveglio solo per le voci, mi fa uno strano effetto sentire le voci dei vicini, con le parole che le capisco subito.

Categorie: Fatti italiani

[ 4 commento(i) ]

tazza-di-caffe.jpg
Sono seduta a un tavolino di un bar, Emme è andato a prendere i cappuccini, al di là del vetro c’è un tipo che sorseggia un caffè e legge il giornale, molto concentrato, ed è di profilo. Mi pare un mio compagno di scuola ma dovrei vedergli gli occhi per esserne sicura. Abbasso i miei, sta leggendo Liberazione, le probabilità che sia lui aumentano, mi sfilo gli occhiali da sole e busso sul vetro.
E’ lui! E viene a sedersi fuori, e dopo i cappuccini e le paste, facciamo un giro di caffè e intanto parliamo di politica, il mio compagno di scuola sta in politica, io sono nato incendiario e sono finito pompiere, dice a un certo punto.
C’è un tipo dove lavoro io,dice Emme, un ragazzo che è stato assunto da poco, che ha spedito una mail a noi italiani, suggerendoci per un serie di ragioni di votare scheda bianca.
Ma sapete, dice il mio compagno di scuola, se accadesse questa cosa qui, non mi sembrerebbe così terribile, anzi. C’è un romanzo di Saramago, bellissimo, in cui si racconta di un certo paese dove oltre il 70% degli abitanti un giorno va alle urne e vota scheda bianca.
Se la mattina delle elezioni la gente si alzasse, si lavasse, si vestisse e invece di andare a fare una gita, a guardare la partita, o uscire con la fidanzata, s’infilasse dentro un seggio e dicesse: adesso basta! Siete dei corrotti e io non vi scelgo!, io ne sarei quasi felice. Certo, se non ci va nemmeno a votare allora sarebbe un’altra cosa. Il problema è la testa, il modo come funziona. La mia, la tua, la testa di tutti. Se buchi una gomma di un’auto, tu sei abituato a sollevare il telefono e chiedere a un amico: da chi posso andare? E l’amico ti risponde: ho un amico che ripara le gomme, vai a mio nome che ti fa lo sconto. E domani l’amico ti telefona e ti chiede: mio suocera deve fare una tac urgente, c’è qualcuno che mi puoi consigliare? E tu gli rispondi: mio cugino fa il medico in un certo ospedale, lo chiamo e te la faccio prenotare da lui.
Però io sono finito pompiere ma lavoro ancora per combattere questa abitudine alla raccomandazione. Perché ci sono mille cose che non funzionano e tu non ne puoi risolvere mille insieme e devi partire da una, da quella che se ne trascina di più, e secondo me è questa qui.
E poi il mio compagno di scuola ripete ancora che se la maggioranza votasse scheda bianca, lui quasi ne sarebbe contento, che questo libro di Saramago è proprio bello e tutti dovrebbero leggerlo, soprattutto quelli che si occupano di politica, soprattutto adesso, che è illuminante e seguita a parlarci di questo romanzo, e a me piace un sacco quando mi raccontano i libri in un certo modo, e poi mi viene voglia di leggerli, anche se ne rimango sempre un po’ delusa perché non corrispondono mai alla bellezza di un racconto orale, pure se sono capolavori, intanto il cielo si fa proprio limpido e dobbiamo infilarci gli occhiali e le parole m’arrivano dai tavolini vicini e mi stordiscono come il sole.
Io non lo so come andrà a finire la faccenda delle elezioni, non voglio fare previsioni questa volta, prima voglio parlare con mia madre, la considero il mio punto di riferimento, se riesco a convincere lei, forse qualche speranza l’abbiamo che non vinca la destra, e se per caso ci fossero parecchie schede bianche, ve lo ripeto ancora, non mi sembrerebbe così tremendo, ma io lo so che non è proprio sincero quando dice queste cose, che sta cercando di assimilare una preoccupazione che ha dentro, perché nel parlarmi del libro di Saramago ha esordito così: c’è un romanzo di Saramago,bellissimo, che s’intitola l’Elogio della follia in cui si racconta…

Categorie: Fatti italiani

[ 5 commento(i) ]
L’ultima     27-07-2007  

L’ultima notte a roma, d’estate, mi fa sempre un effetto che non mi piace. L’altra notte però, che era l’ultima, ora sono al mare, a questo mare qui, l’ho passata con i miei compagni del liceo e l’effetto che non mi piace me lo sono dimenticato, ché ero troppo impegnata a ridere.
Ci si rilegge più in là.
Ma c’è ancora qualcuno? Mi sa di no.
Lassù scuola uffici e attività ripartono il 15, di Agosto.
Buone vacanze, e rispettate le file;-)

Categorie: Fatti italiani

[ 9 commento(i) ]

Lei mi deve cambiare la ruota, dice una tipa abbronzata con un rossetto che non si nota.
Qui non cambiamo ruote, signora, mi dispiace, dice un benzinaio in maglietta blu e cappello zuppo d’acqua.
Sono le due del pomeriggio, e ogni dieci, quindici minuti, il benzinaio intinge il cappello in un secchio d’acqua.
Io invece dico che lei mi deve cambiare la ruota perché ho forato proprio qui, nell’area del distributore, insiste la signora.
Il benzinaio si toglie il cappello, lo scrolla, se lo rimette i testa.
Prima di tutto è da dimostrare che lei la ruota l’ha bucata proprio qui da me e non da qualche altra parte. Lei ha le prove? E poi mica sono tanto sicuro che anche se fosse così, io sarei tenuto a cambiarla. Non ci sono vetri per terra, né altro. Tengo pulito qui.
Guardi che se non la cambia immediatamente io, io…Io chiamo i vigili! Dice la signora sfilandosi gli occhiali da sole.
Signora chiami chi vuole: anche la polizia, o i carabinieri. Io metto il gas nelle macchine, è questo il mio lavoro.
Dieci minuti più tardi arriva una pattuglia di carabinieri.
La signora spiega, urlando, il suo disappunto e il problema.
Be’, dice il carabiniere al benzinaio, perché non gli ha cambiato la ruota?
Perché non è compito mio! Risponde il benzinaio.
Poteva farlo per gentilezza.
L’avrei fatto, risponde il benzinaio, incrociando le braccia sotto al petto. L’avrei fatto se la signora mi avesse parlato con un altro tono, se non lo avesse preteso.
Qualche minuto dopo…
La signora è sotto un albero, fuori dal distributore, e sta parlando al telefono. Il carabiniere è accovacciato e svita i bulloni della ruota della sua macchina.
Il benzinaio si avvicina. Porge una bottiglietta d’acqua al carabiniere. Lui la prende, svita il tappo e beve.
Mentre beve il benzinaio gli dice: poi gliela ha cambiata lei la ruota…
Il carabiniere, staccandosi dalla bottiglietta praticamente vuota, risponde: mi ha detto che è una giornalista…

Categorie: Contro il potere che, Fatti italiani

[ 1 commento(i) ]
4. Lassù sulle montagne     16-07-2007  

Sette i giornalisti di un noto settimanale che si occupa di politica, cronaca e pare anche di cultura che soggiornano per due notti. Sono lì per fare rafting.
Pare che alcuni sport di cooperazione rafforzino la coesione di un gruppo. Alcune aziende, copiando quelle americane, li fanno fare ai propri dipendenti prima di iniziare il lavoro su un progetto. Questi sette giornalisti qui sembravano già affiatati però, e con molti punti in comune: ridevano in modo da essere uditi ovunque, urlavano di lavoro e di fatti privati che diventavano pubblici, e quando i cellulari squillavano, con le suonerie settate al massimo, s’allontanavano dal tavolo e s’appartavano a strillare in un angolo della sala.
Due i macellai con cui abbiamo condiviso un tavolo in un bar, che parlano sottovoce, si scusano per aver dimenticato di spegnere il cellulare, e altre sciocchezze simili che riguardano l’educazione .
“Fa il macellaio” spiegava, un po’ di anni fa, un certo modo di comportarsi.
“Fa il giornalista” si sussurrava con rispetto. Certo, anche una volta esistevano macellai educati e giornalisti maleducati. Eppure se immagino un giornalista in un ristorante (ma anche un politico) riesco a figurarmelo solo che urla. Sul macellaio invece non ho immaginazioni.
Uno potrei essere io che non mi piace la montagna, anche se m’incanto a guardarla, ma mi annoierei a essere io, uno. Uno deve essere un altro, che poi magari ci sono anch’io dentro quell’altro, però non me ne accorgo, per lo meno non subito.
Ci sarebbero almeno quattro individui candidati all’uno, ma accennerò solo a quello che è rimasto misterioso perché non sono riuscita a parlarci. Il capo cameriere lo chiamava l’Americano e ci ha raccontato che viene ogni anno per un paio di settimane e che segue una dieta particolare:mangia sei etti di pasta corta a cena, serviti su un vassoio, senza condimento e due meloni a colazione, e beve tè verde, ininterrottamente. I sei etti non li finiva mai però, e quando ne aveva mangiate circa la metà, avvolgeva quello che restava nella carta argentata e metteva il pacchetto in un sacchetto. Li consumava a pranzo il giorno dopo, presumo. Dopo il pasto rimaneva al tavolo e leggeva un libro. Quale libro? Ken Follet mi hanno detto i suoi vicini. Mi ha deluso questa lettura:mi aspettavo qualcosa di più stravagante.
La mattina, quando scendeva per la colazione, era vestito come un esploratore degli anni trenta e in testa aveva una specie di elmetto con un’ampia visiera. Era incredibilmente magro, quasi anoressico. L’Americano parlava per l’appunto americano e aveva una gran voglia di parlare, lo si capiva quando il capo cameriere gli diceva qualche frase in inglese e lui rispondeva lentamente, con il desiderio di farsi capire. Così dicevo ai figli: perché non ci parlate un po’? E loro mi rispondevano: perché non ci parli tu? Siamo andati avanti a tirarci questa frase fino a che loro, colpiti dalla sua solitudine, hanno detto che ci avrebbero parlato. Questo accadeva il giorno prima che partissimo, ma l’Americano proprio quel giorno non si è visto né a colazione, né a cena. Meglio così, ho pensato, perché magari dietro le sue strane abitudini c’è la normalità.
La mattina successiva, mentre caricavamo le valigie nell’auto di una coppia di Milano che ci ha gentilmente offerto un passaggio per la stazione centrale, abbiamo visto arrivare un tipo con la valigetta da medico. Andava dall’Americano che aveva male al cuore.
Questo resoconto dovrebbe terminare con il numero uno, ma io sono caotica e quindi ne metto un altro: Venticinque. I preti in riunione per un paio di giorni. Che non erano lì per il rafting, per le scalate e nemmeno per nuotare. Chiusi nella sala delle conferenze prendevano decisioni per tutta la giornata. Alle sei uno scampanellio annunciava la messa, alle sette e trenta sciamavano nel ristorante a recuperare le energie perdute. Sorridevano e sorridevano e avevano le suonerie dei cellulari più discrete di quelle dei giornalisti.
Ogni volta che vedo i preti, questi sorridono sempre, e ogni volta penso: che sfortuna che il Vaticano sia toccato proprio a noi.

Categorie: Fatti italiani

[ 14 commento(i) ]
3. Lassù sulle montagne     11-07-2007  

Uno e mezzo (mezzo perché del primo accennerò solo qualcosa e il secondo non può stare da solo, cioè ci starebbe ma nel mio ricordo compare insieme all’altro ): Il bagnino e il pianista di piano bar.
Il pianista quando finiva di cantare, continuava a suonare e ti approcciava con: di dove sei?, quando prendeva confidenza, s’alzava per bere e chiacchierava mentre sorseggiava l’acqua, quando la conoscenza raggiungeva il punto consentito cominciava a spararti le avventure di quando era militare ed era scappato a suonare a Sharm, oppure dello tsunami, o dei gemiti delle donne russe quando fanno l’amore, di quelli delle tedesche, più su sempre più su, ne sparava di veramente grosse, non attendibili, impossibili, e tutti a dirgli dopo un po’: ma no, Richi, questa te la sei inventata, ma lui ormai non si poteva fermare e continuava, continuava, e loro a insistere, a consultarsi uno con l’altro, questa è di sicuro una bugia, e anche questa, questa potrebbe anche essergli capitata, ma dato che ne racconta di così eclatanti nemmeno questa sarà vera. Ma in fondo che importanza aveva stabilire quale era un’invenzione e quale un fatto accaduto?
I versi che fanno le russe, per esempio. Ce li ha imitati per farci capire come fossero e parevano proprio veri ed è stato anche un po’ imbarazzante sentirli riprodurre.
Io non ne avrei scritto del pianista. In fondo non aveva nulla di particolare, se non che inventava un po’ di balle. Però tutti a dirmi: scrivi di lui, mettilo in un racconto, in un post, da qualche parte.
Io se proprio devo immaginarlo di scriverla una storia con questo pianista qui, ci devo mettere anche suo fratello che faceva il bagnino per lo stesso datore di lavoro e che era il suo opposto come spesso capita quando si confrontano due fratelli. A suo fratello che lo cercava quando era dato per disperso dalla Farnesina dopo lo tsunami e che non apriva mai la bocca per parlare. Faceva il bagnino e dava lezioni di nuoto o correggeva lo stile se qualcuno gli chiedeva: dimmi, che difetti ho? Lo avete mai visto un bagnino che si occupa di faccende di nuoto? Spostano le sdraio, aprono e chiudono gli ombrelloni, salvano qualcuno, se capita, ma poi basta.
Insomma uno era taciturno ed eseguiva efficientemente il suo lavoro, mentre il secondo era evanescente e imprevedibile. A un certo punto ha chiesto un permesso di due giorni e non è più tornato e al povero fratello è toccato spremersi per giustificarlo. Questo pianista qui era uno con la mente sempre in movimento, uno che mentre ti raccontava una storia già pensava a quella che t’avrebbe raccontato dopo, uno che un minuto c’è e il minuto dopo sparisce. Eppure una sera mentre cantava, suonava, si riscaldava con le battute dal suo sgabello, beveva un sorso d’acqua dalla sua bottiglietta appannata, chiedeva: quale volete che vi canto dopo, oppure: vi piace il jazz? Io lo adoro il jazz…, e io ero su una poltrona in un angolo coperta parzialmente da un caminetto, ed ero al principio de Il Maestro e Margherita, e dicevo ancora una pagina e poi basta, vado dove sono gli altri altrimenti mi dicono che sono asociale, e insomma mentre dicevo ancora una, ancora un’altra, si avvicina un tipo, credeva che fossi sola, ogni tanto comparivano donne sole in questo posto, stavano un po’ e poi ripartivano, io se dovessi fare una vacanza da sola non andrei mai in montagna, farei un viaggio piuttosto, comunque questo tipo si siede su una sedia proprio vicino a me, dice qualcosa, tipo è occupata da qualcuno questa sedia, posso sedermi qui, insomma una frase simile, una frase ridicola o divertente, dipende dalla stato d’animo, oppure annoiante, a me ha annoiato, ho chiuso il libro, ho preso le sigarette e sono uscita. Dopo qualche minuto è comparso il pianista per fumare anche lui, ha esordito con una risatina, sarà perché stavo leggendo Il Maestro e Margherita che ho pensato che il tipo lungo con il vestito a quadretti poteva essere interpretato da lui, comunque dicevo ha fatto questa risatina e ha detto: quello aveva una certa idea, eh? Ho sollevato le spalle, ho risposto: non credo, gli ho porto l’accendino, devo aver messo su una faccia un po’ perplessa, ché mi ha risposto: tra me e mio fratello, tutti pensano che l’osservatore sia lui, ed è vero che è un osservatore, non lo nego, ma lo sono anch’io, mica bisogna per forza essere silenziosi per notare le cose e non mi scappa nulla, te lo assicuro, anche se pare che guardo solo me.
Continua

Categorie: Fatti italiani

[ 4 commento(i) ]
2.Lassù sulle montagne     09-07-2007  

Cinque. La famiglia con cinque figlie con gli occhi a mandorla che parlano fiorentino con il padre e in asiatico con la madre, c’è anche un fidanzato della più grande che bisbiglia (penso in asiatico) solo con lei.
Il padre è tarchiato, i capelli neri ravviati indietro perennemente umidi, la carnagione scura di chi sta sempre sotto al sole, ma per lavoro non per vacanza, porta una camicia con le maniche lunghe anche quando fa caldo, una camicia sgualcita e un po’ fuori dai pantaloni. Le figlie si muovono sempre tutte insieme come se fossero un corpo unico. La più piccola ha sui cinque anni, la più grande sui venti, a volte la grande abbandona il corpo e sta con il fidanzato. A tavola, è l’unica occasione che ho di sbirciarli insieme, si rivolgono tutti al padre, tranne il fidanzato, forse perché è in soggezione o perché preferisce mangiare o forse mangia così tanto perché è in soggezione.
Il padre sembra un tipo tranquillo, in effetti con tutti quei continui richiami avrebbe ragione di essere stressato. A me stresserebbe. Durante la cena è tutto un: guarda me, senti quello che ho da dire, lo sai che, e lui ascolta tutte, con molta pazienza.
Un giorno le cinque figlie decidono di andare in piscina, ma non leggono le istruzioni e si presentano a piedi nudi o con le scarpe, senza cuffie e asciugamani, senza aver fatto la doccia, un gruppo di cinque ragazze e bambine con gli occhi a mandorla che parlano asiatico, e il fiorentino?, il bagnino sta quasi per perdere la pazienza perché ne ferma tre e gli scappano le altre due, cinque contro uno: ce la farà? poi le riesce a bloccare, a spiegare le condizioni per l’uso, arriva anche la contessa a dargli un aiuto e accompagna le cinque nello spogliatoio. Il fidanzato non partecipa all’invasione. Se ne sta disteso su un lettino, in pantaloni lunghi, felpa e mocassini senza calzini, malgrado la temperatura sfiori i trenta gradi, osserva la scena mentre succhia coca cola con una cannuccia, continua a succhiare anche quando c’è rimasto solo il ghiaccio, e ancora quando il bicchiere è vuoto.
Tra queste cinque figlie ce ne era una, la terza, che in mezzo alle sorelle era indiscutibilmente asiatica, ma vicino al padre sembrava italiana. Quando è successo il fatto della piscina lei, la terza, la figlia jolly, quando ha intuito che il bagnino non le avrebbe fatte entrare se non avessero seguito le istruzioni, se ne è andata via, offesissima, ma era una finta perché è ricomparsa dopo un paio di minuti. Poi un giorno sono partiti. Con una macchina blu, con i vetri scuri e un’unica valigia, minuscola.
Continua

Categorie: Fatti italiani

[ 2 commento(i) ]
Lassù sulle montagne     05-07-2007  

Tre: la contessa con le nipotine.
La contessa rimane in albergo a prendersi cura del corpo, per le nipotine c’è un pulmino che le passa a prendere e le porta a fare sport. Rafting, tennis e passeggiate in montagna. Tornano la sera, e lei, durante la cena, domanda quello che hanno fatto, loro appena terminano il dolce scappano fuori, a guardare i pesci rossi. La contessa ordina un’altra porzione di torta e le controlla attraverso la vetrata, con i suoi occhi verdi, da lupo, occhi giovani, anzi occhi senza tempo, il viso e il corpo invece sono stati tirati, la pelle che li ricopre è tesa come quella di un tamburo a cui è stata fatta da poco la manutenzione. Calza scarpe con tacchi alti, troppo alti per una signora della sua età, su cui si muove con circospezione come se calpestasse delle piastrelle di vetro. Poi succede che le nipotine, stanche di star sole, vanno su per la salita, dove in cima c’è un prato con un tavolo di ping pong. Lì, tutte le sere, giocano Fran e Lo, e le nipotine hanno proprio la loro età, la contessa sta rilassata al tavolo a sorseggiare il suo caffè, e a un certo punto s’accorge che oltre la vetrata non c’è nulla, nemmeno la luna, e allora butta giù il caffè dimenticandosi dell’eleganza e scappa sulla salita a riprendersi le nipoti. Si scorda anche dell’altezza dei tacchi nell’agitazione per quello che potrebbe accadere lassù tra palline di cellulosa, le racchette, il prato verde, sotto un cielo su cui è apparsa una luna innopportuna e davanti a un Monte Bianco che sembra più vicino, si dimentica persino dell’età, dei femori fragili e in poche falcate raggiunge la meta.
Quattro: la guida alpina con Emme, Fran e un belga sui trentacinque, un po’ calvo e molto magro, scendono per il ghiacciaio per circa quattro ore. Un percorso per tutti, anche per le famiglie, dicono alla Casa delle Guide. Sono in cordata, con i ramponi. Il percorso in effetti non è difficile, eccetto il primo tratto che è ripido e il sentiero su cui si cammina è stretto. Al belga viene un attacco di panico. Scivola, si rialza, perde il cappello che rotola giù velocissimo, ammutolisce, s’inginocchia e fruga disperatamente nello zaino, non risponde agli altri che lo chiamano. Nello zaino, mi racconterà Fran, sembrava che non ci fosse nulla o che ci fosse tutto, pensavo che non avrebbe più smesso di rovistare, e gli ho detto: per favore facciamo questo pezzo e cerchi dopo, con comodo, ma lui si era circondato da un muro impossibile da penetrare, saranno passati tre minuti ma sembravano tre anni, alla fine ha tirato fuori un cappello, identico a quello che era caduto, se lo è ficcato in testa e siamo ripartiti.
Continua (forse)

Categorie: Fatti italiani

[ 3 commento(i) ]
Rieccomi     04-07-2007  

In modalità italiana già ci sono, ora mi devo riadattare alla città.
Alle sirene che correvano stanotte e mi hanno mangiato il sogno, alle cassiere del Super che non ti danno il resto in mano, ma che ti rimbambiscono di domande: come si prepara il cous cous? Posso annusare il tuo bagnoschiuma al cocco? La menta e il basilico le pianti nei vasi? Con la terra?
Poi sto per finire Il Maestro e Margherita e di questo sono assai dispiaciuta.

Categorie: Fatti italiani

[ 12 commento(i) ]