Quando uscirà Prima che la storia finisca non dite che ho copiato da qui.
Tra l’altro, Teresa Cordero (per la Chiesa Suor Angelina) originariamente era filippina, poi, per esigenze di trama, l’ho fatta nascere in Ecuador.
Manca poco all’uscita del romanzo. Tra maggio e giugno dovrebbe essere in libreria.
E se sarà un insuccesso smetterò di scrivere e inizierò a fare l’indovina. E’ vero che certe situazioni, se si osservano un po’ di cose e si ascoltano alcune frasi, non sono difficili da prevedere, ma in questo caso le coincidenze sono sorprendenti, davvero.
Buon fine settimana, e soprattutto: buon voto!
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Pare che qualcuno si sia messo a fare propaganda nella mailing list degli Italiani in Olanda.
Ho tentato di ripescare i messaggi, ma non ci sono riuscita. Nel passato devo aver messo qualche opzione di blocco.
In effetti, ora che ci penso, che senso ha fare parte di una mailing se poi blocco la posta che proviene da quell’indirizzo come indesiderata?
Chissà qual era il partito che si sponsorizzava. Chissà se chi sponsorizzava si era iscritto da poco, giusto per sponsorizzare. E che tono aveva la propaganda: era un comunicato? O usava un tono confidenziale?
Aggiornamento anche altrove però
Sulla falsariga di quanto sta succedendo in italia anche all’estero ci sono gli emuli del sistema antidemocratico bipartitico, un sistema cioè che riduce a due lo scontro politico alle prossime elezioni politiche, che non rispetta la par condicio informativa continua qui
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Nel volo di ritorno, un terzo dell’aereo era occupato da tipi tra i trenta e i trentacinque in stato di eccitazione da gita di prima media e che intonavano cori a qualsiasi essere di sesso femminile che passava per andare al bagno, hanno organizzato un coretto persino all’ingresso del gatto, forse scambiato erroneamente per una gatta, e alla fine, ringalluzziti dal fatto che nessuno gli dicesse nulla, hanno cominciato a tormentare anche le assistenti di volo. Usavano la parola comunista come insulto, si chiamavano con i fischi, urlavano e ridevano e hanno consumato un paio di bottigliette di vino a testa.
L’aereo era il loro, insomma.
Volavano ad Amsterdam con un obiettivo duplice e strampalato: farsi tutto il quartiere a luci rosse e il museo Van Gogh.
Fran, Lo e io, seduti nei posti di coda, osservavamo lo spettacolo e traevamo conclusioni a seconda della nostre inclinazioni, e quindi: Lo commentava l’abbigliamento e il taglio di capelli, capelli che in un paio di casi erano drammaticamente assenti. Fran isolava e analizzava le frasi particolarmente esilaranti. Io, che non ho capacità recensorie e sono poco tollerante con chi non sa stare al suo posto, pescavo dal mio repertorio di parolacce, le componevo insieme e le bisbigliavo alle orecchie dei figli.
A un certo punto, quando non ne potevo proprio più delle urla, dei fischi, degli schiamazzi, delle donne che passavano per il corridoio e non reagivano, ho attaccato a parlare con un tipo che stava in piedi, tra i due bagni, da quando era terminato il decollo: ma come fanno a non accorgersi di quanto siano ridicoli e penosi e insopportabili? E lui assentiva con la testa e poi mi chiedeva del gatto, se era maschio o femmina, come si chiamava, eccetera, io gli rispondevo velocemente e subito riprendevo a esporgli la mia indignazione.
Ci tenevo ad avere un suo parere: in fondo aveva la stessa età dei disturbatori, era vestito pure uguale. Ma niente da fare: non sono riuscita a cavargli un’opinione, solo alla fine un paio di deboli sì.
All’atterraggio ho capito perché: era del gruppo.
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I figli si divertono sia a Roma che in Olanda.
Ieri ho chiesto a Fran che stava al pc: con chi chatti? Con quegli sfigati che sono rimasti su, mi ha risposto. Poi, però, ci è toccato fare il ritorno per domani e non per domenica perché la fata turchina compie diciotto anni e lui non poteva non esserci per il suo compleanno.
Io mi diverto più qui. Il gatto, invece, muore di noia e si è pure ingrassato.
Stamattina Emme è partito per una missione lunghissima, e io non ci posso pensare, però in compenso domenica mi porteranno il cane. E’ una femmina, il 1 aprile avrà due mesi, e si chiamerà Camilla.
Chissà dove andremo quando sarà cresciuta. Di sicuro nel bosco che c’è vicino al mare.
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Sono a Roma.
Dove ho preso una quantità d’acqua che nemmeno tutto l’inverno in Olanda mi sono bagnata tanto. Ma perché se stai senza ombrello la gente ti guarda così?
E ho assistito a una scena che mi ha fatto arrabbiare. Ora non ho tempo di raccontarla, la racconterò poi, quando si sarà raffreddata.
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Dipende dai sette anni o dai sette mesi? Forse da entrambi. Diciamo che i sette mesi hanno portato alla luce i sette anni di assenza. Non che la faccenda mi sconvolga più di tanto. E’ come quando ti nasce un neo su un polso e dici: toh mi è nato un neo sul polso, però lo sapevi che sarebbe nato anche se non ti ci eri messo a pensare per bene, lo sapevi perché quel punto della pelle si era cominciato a scurire e non era più perfettamente liscio. Così mi succede che una certa rampa di scale di un certo palazzo mi ricordi il dialogo tra una ragazzina e un trans a cui non ho mai assistito nella realtà, ma che ho inventato io in un racconto, salgo quelle scale e mentre le salgo penso: ah, ma queste scale mi ricordano qualcosa, ma cosa? E poi ci arrivo. Passo a Caracalla, siamo in mezzo al viale e dico a Emme: vai un attimo da quella parte?
Ma non si può! Risponde lui.
E allora fai il giro e torna indietro. Voglio verificare una cosa.
La verifico. Il punto era come me l’ero immaginato. La macchina abbandonata non c’è, il cespuglio di rovi nemmeno, c’è una siepe un po’ spelacchiata in compenso, ma nella mia storia servono i rovi e quelli restano. E via così. Le ambientazioni dei racconti sono diventate quasi reali. Mentre i ricordi dei fatti allacciati ai luoghi sono più sfumati. Ricordo io ti evoco! Insomma un’operazione del genere.
Non sono riuscita a fare la passeggiata lungo la sponda del Tevere, pazienza, la farò a luglio, però ho visto quasi tutte le mie amiche, ho la valigia piena di libri e dentifrici, un cappottino color petrolio da andare a ritirare e da finire il solito tour di dotti medici e sapienti, e il regalo per la mia vicina cheperfortunachec’èlei e poi sono pronta a tornare.
E già mi sono organizzata il lunedì. Vado a fare un giro con un mio amico per stemperare la sindrome del rientro.
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Dormo in un appartamento vuoto, su un materasso in una stanza con l’eco, senza riscaldamento, il parquet sconnesso, l’ombra dei mobili sui muri, però c’è il bollitore elettrico per farsi una tazza di caffè e la scrivania su cui appoggiare tutto. Qui una volta abitava un’amica e prima che mi trasferissi in olanda venivo a cena di tanto in tanto. Poi io sono partita e lei ha cambiato casa. Ora l’ha venduta e tra una settimana qualcun altro verrà qui.
Mi appoggio con le braccia sul davanzale e guardo la magnolia che supera il quarto piano e mi ricordo che sfiorava a malapena il secondo. In dieci anni una magnolia cresce così tanto? Hanno ridipinto le palazzine: celeste, albicocca, beige, giallino, io sto in quella celeste, ma non hanno riparato il cortile e i gradini sono ancora più smozzicati e l’asfalto più bucato e poi non giocano mai i bambini in questo cortile, possibile che su dieci o dodici fabbricati non ce ne siano? Ovviamente ci sono, ma predominano gli anziani e quelli senza figli, anzi gli anziani perché incontro solo loro quando attraverso il cortile la mattina, la notte non incontro nessuno invece, però hanno i cani, questi anziani che non vogliono i bambini in giro per il cortile, a ogni piano c’è almeno una porta con l’etichetta attenti al cane, però anche i cani non li incontro mai. La prima notte mi sembrava pazzesco stare qui, invece la notte dopo già mi ero abituata, sul materasso poi ci dormo comodissima, mi sveglio solo per le voci, mi fa uno strano effetto sentire le voci dei vicini, con le parole che le capisco subito.
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Sono seduta a un tavolino di un bar, Emme è andato a prendere i cappuccini, al di là del vetro c’è un tipo che sorseggia un caffè e legge il giornale, molto concentrato, ed è di profilo. Mi pare un mio compagno di scuola ma dovrei vedergli gli occhi per esserne sicura. Abbasso i miei, sta leggendo Liberazione, le probabilità che sia lui aumentano, mi sfilo gli occhiali da sole e busso sul vetro.
E’ lui! E viene a sedersi fuori, e dopo i cappuccini e le paste, facciamo un giro di caffè e intanto parliamo di politica, il mio compagno di scuola sta in politica, io sono nato incendiario e sono finito pompiere, dice a un certo punto.
C’è un tipo dove lavoro io,dice Emme, un ragazzo che è stato assunto da poco, che ha spedito una mail a noi italiani, suggerendoci per un serie di ragioni di votare scheda bianca.
Ma sapete, dice il mio compagno di scuola, se accadesse questa cosa qui, non mi sembrerebbe così terribile, anzi. C’è un romanzo di Saramago, bellissimo, in cui si racconta di un certo paese dove oltre il 70% degli abitanti un giorno va alle urne e vota scheda bianca.
Se la mattina delle elezioni la gente si alzasse, si lavasse, si vestisse e invece di andare a fare una gita, a guardare la partita, o uscire con la fidanzata, s’infilasse dentro un seggio e dicesse: adesso basta! Siete dei corrotti e io non vi scelgo!, io ne sarei quasi felice. Certo, se non ci va nemmeno a votare allora sarebbe un’altra cosa. Il problema è la testa, il modo come funziona. La mia, la tua, la testa di tutti. Se buchi una gomma di un’auto, tu sei abituato a sollevare il telefono e chiedere a un amico: da chi posso andare? E l’amico ti risponde: ho un amico che ripara le gomme, vai a mio nome che ti fa lo sconto. E domani l’amico ti telefona e ti chiede: mio suocera deve fare una tac urgente, c’è qualcuno che mi puoi consigliare? E tu gli rispondi: mio cugino fa il medico in un certo ospedale, lo chiamo e te la faccio prenotare da lui.
Però io sono finito pompiere ma lavoro ancora per combattere questa abitudine alla raccomandazione. Perché ci sono mille cose che non funzionano e tu non ne puoi risolvere mille insieme e devi partire da una, da quella che se ne trascina di più, e secondo me è questa qui.
E poi il mio compagno di scuola ripete ancora che se la maggioranza votasse scheda bianca, lui quasi ne sarebbe contento, che questo libro di Saramago è proprio bello e tutti dovrebbero leggerlo, soprattutto quelli che si occupano di politica, soprattutto adesso, che è illuminante e seguita a parlarci di questo romanzo, e a me piace un sacco quando mi raccontano i libri in un certo modo, e poi mi viene voglia di leggerli, anche se ne rimango sempre un po’ delusa perché non corrispondono mai alla bellezza di un racconto orale, pure se sono capolavori, intanto il cielo si fa proprio limpido e dobbiamo infilarci gli occhiali e le parole m’arrivano dai tavolini vicini e mi stordiscono come il sole.
Io non lo so come andrà a finire la faccenda delle elezioni, non voglio fare previsioni questa volta, prima voglio parlare con mia madre, la considero il mio punto di riferimento, se riesco a convincere lei, forse qualche speranza l’abbiamo che non vinca la destra, e se per caso ci fossero parecchie schede bianche, ve lo ripeto ancora, non mi sembrerebbe così tremendo, ma io lo so che non è proprio sincero quando dice queste cose, che sta cercando di assimilare una preoccupazione che ha dentro, perché nel parlarmi del libro di Saramago ha esordito così: c’è un romanzo di Saramago,bellissimo, che s’intitola l’Elogio della follia in cui si racconta…
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L’ultima notte a roma, d’estate, mi fa sempre un effetto che non mi piace. L’altra notte però, che era l’ultima, ora sono al mare, a questo mare qui, l’ho passata con i miei compagni del liceo e l’effetto che non mi piace me lo sono dimenticato, ché ero troppo impegnata a ridere.
Ci si rilegge più in là.
Ma c’è ancora qualcuno? Mi sa di no.
Lassù scuola uffici e attività ripartono il 15, di Agosto.
Buone vacanze, e rispettate le file;-)
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Lei mi deve cambiare la ruota, dice una tipa abbronzata con un rossetto che non si nota.
Qui non cambiamo ruote, signora, mi dispiace, dice un benzinaio in maglietta blu e cappello zuppo d’acqua.
Sono le due del pomeriggio, e ogni dieci, quindici minuti, il benzinaio intinge il cappello in un secchio d’acqua.
Io invece dico che lei mi deve cambiare la ruota perché ho forato proprio qui, nell’area del distributore, insiste la signora.
Il benzinaio si toglie il cappello, lo scrolla, se lo rimette i testa.
Prima di tutto è da dimostrare che lei la ruota l’ha bucata proprio qui da me e non da qualche altra parte. Lei ha le prove? E poi mica sono tanto sicuro che anche se fosse così, io sarei tenuto a cambiarla. Non ci sono vetri per terra, né altro. Tengo pulito qui.
Guardi che se non la cambia immediatamente io, io…Io chiamo i vigili! Dice la signora sfilandosi gli occhiali da sole.
Signora chiami chi vuole: anche la polizia, o i carabinieri. Io metto il gas nelle macchine, è questo il mio lavoro.
Dieci minuti più tardi arriva una pattuglia di carabinieri.
La signora spiega, urlando, il suo disappunto e il problema.
Be’, dice il carabiniere al benzinaio, perché non gli ha cambiato la ruota?
Perché non è compito mio! Risponde il benzinaio.
Poteva farlo per gentilezza.
L’avrei fatto, risponde il benzinaio, incrociando le braccia sotto al petto. L’avrei fatto se la signora mi avesse parlato con un altro tono, se non lo avesse preteso.
Qualche minuto dopo…
La signora è sotto un albero, fuori dal distributore, e sta parlando al telefono. Il carabiniere è accovacciato e svita i bulloni della ruota della sua macchina.
Il benzinaio si avvicina. Porge una bottiglietta d’acqua al carabiniere. Lui la prende, svita il tappo e beve.
Mentre beve il benzinaio gli dice: poi gliela ha cambiata lei la ruota…
Il carabiniere, staccandosi dalla bottiglietta praticamente vuota, risponde: mi ha detto che è una giornalista…
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