Il lungo sonno     31-05-2011  

E’ la democrazia, bellezza!
E io che pensavo che fosse morta. Ma è  grazie alla rete se si è risvegliata, agli atteggiamenti di certi candidati, ai giovani. Ma avete visto quanti erano i giovani in piazza, ieri?
Bello, bello, bello!
Spero che il Partito Democratico cominci seriamente a riflettere.
E adesso non voglio pensare che Berlusconi sarà pure in decomposizione, ma che nel frattempo il berlusconismo è diventato più che maggiorenne.  Non ci voglio pensare adesso, ci comincerò a pensare tra un’ora.

 

 

Categorie: Contro il potere che, Fatti italiani

[ 0 commento(i) ]
Ciao Ciao Lennon     17-03-2011  

Dieci anni fa quando dovevo  scegliere tra la scuola americana e la british scelsi la seconda perché, mi dissi, se i miei figli non potevano frequentare una scuola italiana che almeno fosse europea. E poi perché  la maggior parte degli italiani che erano qui l’avevano scelta. Sbagliai clamorosamente e rimediai spostandoli all’americana e feci bene, anzi benissimo.
Quella british era rigida, diciamo, con tutti gli annessi che siamo abituati a vedere nei film. Alcuni degli italiani che vivevano qui erano molto diversi da me e dalla mia famiglia.
Mi dicevo un po’ scherzando e un po’ no: “l’Europa ci va stretta a noi  perché siamo cittadini del mondo!”
Nel frattempo qualcosa è cambiato.
Essere cittadini del mondo è diventata una roba ancora  più naif.

 

 

Categorie: Fatti italiani

[ 7 commento(i) ]
Basta ho deciso di smettere     25-01-2011  

Confrontando status e informazioni dei profili su FB, ho notato che sia quelli che rientrano nel  gruppo A (di politica non ne capisco nulla), quelli del gruppo B  (tanto i politici sono tutti uguali)* e del gruppo C (delusi e sconfortati)**  si sono tuffati con più foga nella vicenda di nani e ballerine rispetto a quelli  del gruppo D (indicano nelle info  dei profili l’appartenenza a un partito o la fanno intuire con una battuta).
Nel frattempo la telenovela va avanti e non appena ci si abitua a certi personaggi, e comincia a diventare ripetitiva, ecco che ne salta fuori un altro.

*sono convinta che i gruppi A e B  hanno votato e probabilmente continueranno a  votare il pdl. Siccome non ne capiscono nulla votano come gli altri, cioè come gli suggerisce la televisione e/o il Vaticano, se sono frequentatori assidui di parrocchie e parrocchiette.  Oppure minimizzano lo sforzo di decidere e scelgono la coalizione che viene data come favorita, tanto è inutile.
**
Il gruppo C è misto.  Ritengo sia composto da elettori dell’IDV,  del PD e da quelli che al seggio non ci hanno messo piede nemmeno per votare scheda bianca, eh quel giorno c’era il mare che era una tavola, oppure i bambini scalpitavano per andare al centro commerciale a giocare dentro la gabbia piena di palline, oppure…

Categorie: Fatti italiani

[ 0 commento(i) ]
Una storia che non è una storia     10-01-2011  

Il ventiquattro dicembre, alle due del pomeriggio, scoppiò il temporale che era nelle nuvole sin dalla mattina.
Seduto sul marciapiede di una strada commerciale c’era un uomo di circa quaranta anni, vestito come un motociclista che partecipa a un raduno. Capelli biondi fino alle spalle e la chierica lucida d’acqua. Gli occhi semichiusi, un bicchiere di plastica fumante in mano. Un rivolo di latte sulla barbetta gialla, di un colore diverso capelli.
La gente guardava la vetrina ed evitava l’uomo.
L’uomo rimase seduto fino al termine del temporale che durò circa quarantacinque minuti. Non vedeva nessuno, aveva solo un pensiero: procurarsi da bere. Provò a tirarsi su, appoggiandosi a una sporgenza del negozio, ma dopo parecchi tentativi riuscì solo a mettersi in ginocchio.
Qualcuno gli si avvicinò e gli chiese se avesse bisogno di un’ambulanza.
L’uomo spalancò gli occhi e rispose con una voce sorprendentemente chiara, in un italiano senza accento: “no, grazie, devo solo riuscirmi a mettermi in piedi, poi andrà tutto bene.”
Poco dopo l’uomo entrava, barcollando, nel bar che c’era accanto al negozio, s’avvicinava al bancone e chiedeva un bicchiere di vino. Il barista, che stava preparando dei tramezzini, non si accorse di lui, così rispose la cassiera: “Il vino è finito, mi spiace”.
“Allora prendo un bicchiere di cognac”.
Il barista smise di tagliare la crosta al pane. “Abbiamo finito anche quello, stiamo per chiudere, te ne devi andare”.
“Ma io posso pagare! Guarda ho i soldi!”
E nella mano dell’uomo comparvero dieci euro piegate.
“Te ne devi andare fuori di qui, via!” Il barista accompagnò l’uomo fuori dal locale tenendolo per un braccio.
“Ecco, stai qui e non entrare più, hai capito?
“E io adesso come faccio?” si disse l’uomo. E con la sua andatura sbilenca, s’allontanò di un paio di metri, per piombare dopo qualche secondo sul marciapiede, a un centimetro da un’enorme cacca di cane. Socchiuse gli occhi, sollevò la faccia verso il cielo che s’andava schiarendo.
Poco dopo  faceva un sogno, anzi ricordava qualcosa che gli era accaduto quella mattina, quando con passo scattante stava andando a prendere un treno che l’avrebbe portato in una cittadina vicino Roma. Lì, alle dodici, avrebbero girato una pubblicità, una pubblicità con dei motociclisti, e l’uomo, che era disoccupato da tempo perché aveva cominciato a bere o aveva cominciato a bere perché era disoccupato (non è chiaro come sia cominciata la sua storia d’alcolismo, ma non è chiaro nemmeno se questo sia  un sogno, un ricordo, o un’invenzione)   aveva accettato con entusiasmo e aveva tirato fuori da uno scatolone l’abbigliamento che portava quando ancora possedeva una moto e frequentava dei raduni.
L’uomo era quasi arrivato alla stazione quando aveva visto delle persone in fila.
Si era fermato, incuriosito.
“Che danno qui?”
“Il pacco di Natale”
“E che c’è dentro?”
“Un mucchio di roba. Panettone, torrone, una coperta.”
“Scorre la fila?.”
“Pochi minuti e hai il pacco”.
“Allora ho il tempo.”
Alle nove e un quarto, Achille Bessani, così si chiamava l’uomo, girò l’angolo, con il pacco sotto il braccio, soddisfatto e soprattutto in perfetto orario.
Dietro l’angolo un altro evento.
“E’ stata  densa di eventi questa mattina del ventiquattro dicembre”, disse rivolto al cielo, ad alta voce, l’uomo seduto sul marciapiede.
“Tutta quella gente che era con me a ritirare il pacco ferma davanti a quel camioncino!”
Cinque tavernelli per il pacco.
Achille Bessani si morse le labbra e rallentò. Cinque tavernelli pesavano come il pacco. Quella sera sarebbe rimasto nella cittadina dove giravano la pubblicità e avrebbe festeggiato il Natale in allegria.

Il sogno o il ricordo dell’uomo  l’ho inventato io. All’ora di pranzo del ventiquattro dicembre oltre ad Achille Bessani c’erano moltissimi ubriachi che dormivano sulle strade.  E non me lo toglie nessuno dalla testa che qualche furbetto sia arrivato nei pressi di un istituto di beneficenza con i cartoni del tavernello.

Categorie: Fatti italiani

[ 0 commento(i) ]
A piccole dosi     25-10-2010  

“Ma quel giro lo fa solo la domenica”, mi dice.
“Ah, ho capito.”
“Ti conviene scendere qui”
L’autista accosta e si ferma. Sull’autobus non c’è nessuno, è l’ultima corsa. Anche nella strada, lunghissima, che dovrò percorrere non c’è nessuno.
“Che sfortuna! E’ appena passato l’ultimo autobus che potevi prendere…”
“E vabbè, non importa. Grazie, comunque”
Scendo. Mi sistemo la borsa e comincio a camminare.
“Ehi, aspetta un momento…”
Mi volto, torno indietro di un paio di metri.
“Sali su. Arriviamo al capolinea, sono solo due fermate, e poi ti accompagno io. Per andare al deposito devo passare da quelle parti, non mi costa nulla fare una piccola deviazione. Dobbiamo viaggiare a luci spente, però.”
Questo è uno dei piccoli episodi che mi è capitato nei giorni che ho passato a Roma. Poi leggo i giornali, guardo la tivù e mi dicono che invece è l’orrore.

Categorie: Fatti italiani

[ 3 commento(i) ]
Assedi e paure     16-06-2010  

Alla Libreria Flexi di Via Clementina 9 a Roma, il 20 giugno alle 19.30, sarà presentata Assedi e paure nella casa Occidente. Dove c’è anche un mio racconto dove parlo di un call center, di un XMax rosso, di un tipo figo, di uno sfigato e di un certo modo di usare facebook.
E a proposito di Facebook, e di un certo modo di usarlo, riassumo quello che è accaduto recentemente e che è stato segnalato dal gruppo Italiani in Olanda.
C’è un tale, un anonimo, che si firma Gullit, e con altri nomi, che ce l’ha con gli italiani all’estero.
Da parecchio tempo lascia commenti più o meno pesanti sui nostri blog. A me li ha lasciati  più di una volta.
Quando qualcuno ti aggredisce (verbalmente o in forma scritta) si possono fare due cose:
1) smontare la sua aggressione.
2) ignorarlo.
Spesso la seconda funziona meglio della prima.
Ma soprattutto questo Gullit c’è l’ha con un tale, sempre anonimo, che scrive, ha scritto, in rete con il nick di Valigia di Cartone e con i Cavesi di Dublino. Nel passato questo Gullit lasciò dei commenti al mio blog firmandosi con la loro mail o utilizzando pezzi di post altrui, non diretti a me, per insultarmi.

Qualche giorno fa, commento la frase infelice di Wilders e Berlusconi. (Ricordo che Wilders è l’autore, tra l’altro, di  Fitna condannato dal segretario dell’Onu e dal governo olandese per incitazione all’odio razziale. Qui una bella recensione di qualcuno che lo ha visto).Ragiono sulla frase, spiego perché non mi piace, esprimo quindi la mia opinione, ma non ne cito l’autore (autore che, sottolineo, è anonimo su FB).
Dopo qualche ora arriva Gullit, identifica l’autore della frase, e lascia il suo commento.
Su questo blog c’è un counter che rileva oltre all’ip dei visitatori anche il sito da cui arrivano.
Gullit arriva da facebook.
Il mio profilo, come quello di Valigia di cartone, non è pubblico, anzi, meglio, non è aperto a tutti.
Gullit, quindi, può essere:
1) un contatto mio e di Valigia di Cartone.
2) solo un contatto di Valigia di Cartone.
Gullit scrive dal Veneto, e conosce probabilmente Valigia di Cartone al di fuori della rete. I miei contatti su FB non sono numerosi e so, più o meno, dove risiedono. Al contrario quelli di Valigia di Cartone superano i seicento.
Gullit è un violento, uno che tenta di mettere le persone le une contro le altre. E’ uno che non ha rispetto nemmeno per i morti. Io non credo che i morti vanno rispettati perché tali. Credo che vanno rispettati per quello che sono stati da vivi. E Antonio Ferrigno era una persona mite e gentile e non si merita certo che qualcuno scriva così di lui.
C’è poi una frase nel blog del cosiddetto Gullit : “La gente che ti scrive “parlo un po’ di inglese, secondo te ce la faccio? faccio le pizze da 40 cm facendole volteggiare” e tu rispondi “si si, qui un ristorante lo trovi, basta che vieni da maggio quando inizia la bella stagione”. Io penso che chi ha un lavoro, un buono stipendio, come ripeteva continuamente Valigia di Cartone, non dovrebbe illudere chi questo lavoro non ce l’ha.  In Olanda non si lavora se non si conosce l’inglese, in Olanda c’è la crisi come nel resto dell’Europa. In Olanda, come altrove, c’è chi lucra su quelli che cercano lavoro.

Categorie: Fatti italiani, Roba d'Olanda

[ 2 commento(i) ]

Ieri leggevo questo bell’articolo che si conclude così: Potrei andare avanti molto a lungo, ma direi che il senso è chiaro: il Capo dei Capi è una cosa, Gomorra è un’altra. E dunque sabato il produttore del Capo dei Capi si è lamentato per la pubblicità che Gomorra ha fatto alla mafia.
Il produttore del Capo dei Capi è anche il produttore di Gomorra (il libro) da cui è stato tratto il film.
Non è surreale tutto questo?
L’immagine che mi viene mente è quella di un enorme biscione che ha esaurito il cibo con cui nutrirsi, allora comincia a  divorare se stesso e invece di morire, per un qualche sortilegio, continua a espandersi.
In natura non credo  che esista un essere di questo tipo, in Italia sì.

Categorie: Contro il potere che, Fatti italiani

[ 3 commento(i) ]

Su un autobus ho ascoltato due pezzi di una conversazione tra una ragazza sui trentacinque anni (ci sono anche le donne sui trentacinque, ma questa qui apparteneva al genere che rimane ragazza per sempre) e una donna Rom della stessa età (lei probabilmente era donna da quando ha cominciato a camminare).
Era la donna a parlare, la ragazza commentava brevemente quando l’altra faceva una pausa.
“Quella volta non sono riuscita a trovare il biglietto e così il controllore mi ha fatto la multa. Però siccome non avevo i soldi per pagarla, mi hanno portato al commissariato, dove sono rimasta fino alla sera, quando è arrivato mio cognato. Se non ero io, ma un’altra, le avrebbe creduto che l’aveva perduto. Ma se io fossi stata  un’altra potevo anche non avercelo il biglietto, io invece lo devo avere per forza perché se mi trovano senza mi portano alla polizia.”
E poi: “Tanti anni fa mi hanno portato in un albergo proprio qui vicino al Colosseo, era proprio un bell’albergo, aveva persino le bandiere all’ingresso e noi eravamo più di cento.”
La donna ha raccontato altri particolari sull’albergo e del suo soggiorno lì, ma li ho dimenticati e quando sono scesa ancora ne stava parlando. A ripetere tutte le parole, sembrava che stesse raccontando un sogno, ma a guardarla in faccia, mentre raccontava, ho pensato che era successo veramente.
Ma chi ce l’aveva portata? E perché erano in cento? E perché  quelle due stavano insieme? La ragazza non pareva un’assistente sociale, né una regista o una fotografa, ma forse era un aiuto regista, o un aiuto fotografa, perché ora che ci penso la donna aveva i vestiti  e le collane come se andasse a  una festa.

Agli amici che incontravo chiedevo: ma voi l’avete visto il video girato un anno fa da Medici Senza Frontiere su Rosarno? E loro mi rispondevano che no, non l’avevano visto. E mi sembrava impossibile che non l’avessero visto perché alcuni di questi amici per il lavoro che fanno leggono i giornali e consultano la rete tutte le mattine. E invece non l’avevano visto un anno fa quando apparve in rete, né adesso. E se non lo  hanno visto loro, significa che l’hanno guardato proprio in pochi.

Su un autobus c’era un barbone giovane con i capelli lunghi e incollati. Il posto accanto a lui era vuoto. A ogni fermata salivano tre o quattro persone e una di queste andava a sedersi vicino a lui.  E io pensavo: la voglia di sedersi vince lo schifo di stare vicino a un barbone. Poi però quello che si sedeva ci restava dieci o venti secondi, giusto il tempo di abbassare gli occhi, notare che il giovane barbone aveva i pantaloni slacciati,  che era senza mutande e aveva una mano infilata dentro. La mano non faceva niente, aveva solo la funzione della foglia di fico, ed è stato divertente osservare le facce delle persone quando si alzavano. In particolare quella di uno che pareva un agente immobiliare, ma che mi sa che non era un agente immobiliare perché non ne ho mai visto uno che per  spostarsi  usa l’autobus.

Quando andavo a prendere il caffè al bar o a comprare le sigarette incontravo Alessandro Gilioli. Se non l’avessi visto a Piazza Navona a luglio e a Piazza del Popolo a dicembre, probabilmente avrei pensato: ma io questo qui l’ho già incontrato, ma dove? Così non mi facevo questa domanda, ché me lo ricordavo chi era, ma già dalla seconda volta che l’incrociavo, dovevo trattenermi dal dirgli: “ehi, ciao! Lo sai che ti leggo spesso quando sono in Olanda?” E dopo mi chiedevo: “chissà se ha già scritto il suo pezzo.” Poi però non andavo mai  a leggere il  suo blog, perché quando sono a Roma non ho la fissazione di sapere sempre tutto come quando sono qui.

Categorie: Fatti italiani

[ 0 commento(i) ]
La vita al Nord che ci fa più forti     05-01-2010  

Così mio cugino: in tutto lo stadio erano solo in due a stare con la maglietta a maniche corte. Uno era Riise, giocatore norvegese della Roma, l’altro era…indovina un po’?
Mio figlio Lo?
Risposta esatta.

Categorie: Fatti italiani

[ 0 commento(i) ]

Due ragazze sui vent’anni sono sedute sui gradini del portone della casa dove abito.  Una bionda, con i capelli corti, magra ma non magrissima, l’altra castana, con i capelli lunghi, anzi molto lunghi, un po’ robusta. Entrambe hanno la minigonna, gli stivali e le calze nere e due borse posate sui gradini.
Salendo avrei osservato questo, ma poi devo riscendere perché mi accorgo che la cana ha una pigna in bocca.
Così rimango dieci minuti sul marciapiede davanti alle scale, aspettando con una certa impazienza che la cana faccia in mille pezzi la pigna e vedo che tra le borse delle ragazze c’è una bottiglia di vino, e sento la ragazza bionda  raccontare una storia alla ragazza bruna, una storia che lei ha con un tipo e che pare stia per finire,  e ogni tanto fa una pausa e beve un sorso. Poi riprende a parlare. Elenca gli indizi contro. Gli indizi a favore. La ragazza bruna l’ascolta, dice qualche frase di consolazione, poi beve anche lei un sorso. Dall’alto cade un mozzicone di sigaretta a un metro da me. Guardo su e c’è  qualcuno affacciato al terzo piano. “Quello si fuma una sigaretta in finestra tutte le sere e poi butta il mozzicone per strada.” Mi dice chi sta con me. “Usa la strada come portacenere.”
Quando risalgo vedo che la bottiglia  di vino è a metà e che  ci sono due confezioni  di cioccolata, una con la carta rossa, una con la carta blu, che non sono state ancora scartate.

Categorie: Fatti italiani

[ 2 commento(i) ]