Su un autobus ho ascoltato due pezzi di una conversazione tra una ragazza sui trentacinque anni (ci sono anche le donne sui trentacinque, ma questa qui apparteneva al genere che rimane ragazza per sempre) e una donna Rom della stessa età (lei probabilmente era donna da quando ha cominciato a camminare).
Era la donna a parlare, la ragazza commentava brevemente quando l’altra faceva una pausa.
“Quella volta non sono riuscita a trovare il biglietto e così il controllore mi ha fatto la multa. Però siccome non avevo i soldi per pagarla, mi hanno portato al commissariato, dove sono rimasta fino alla sera, quando è arrivato mio cognato. Se non ero io, ma un’altra, le avrebbe creduto che l’aveva perduto. Ma se io fossi stata un’altra potevo anche non avercelo il biglietto, io invece lo devo avere per forza perché se mi trovano senza mi portano alla polizia.”
E poi: “Tanti anni fa mi hanno portato in un albergo proprio qui vicino al Colosseo, era proprio un bell’albergo, aveva persino le bandiere all’ingresso e noi eravamo più di cento.”
La donna ha raccontato altri particolari sull’albergo e del suo soggiorno lì, ma li ho dimenticati e quando sono scesa ancora ne stava parlando. A ripetere tutte le parole, sembrava che stesse raccontando un sogno, ma a guardarla in faccia, mentre raccontava, ho pensato che era successo veramente.
Ma chi ce l’aveva portata? E perché erano in cento? E perché quelle due stavano insieme? La ragazza non pareva un’assistente sociale, né una regista o una fotografa, ma forse era un aiuto regista, o un aiuto fotografa, perché ora che ci penso la donna aveva i vestiti e le collane come se andasse a una festa.
Agli amici che incontravo chiedevo: ma voi l’avete visto il video girato un anno fa da Medici Senza Frontiere su Rosarno? E loro mi rispondevano che no, non l’avevano visto. E mi sembrava impossibile che non l’avessero visto perché alcuni di questi amici per il lavoro che fanno leggono i giornali e consultano la rete tutte le mattine. E invece non l’avevano visto un anno fa quando apparve in rete, né adesso. E se non lo hanno visto loro, significa che l’hanno guardato proprio in pochi.
Su un autobus c’era un barbone giovane con i capelli lunghi e incollati. Il posto accanto a lui era vuoto. A ogni fermata salivano tre o quattro persone e una di queste andava a sedersi vicino a lui. E io pensavo: la voglia di sedersi vince lo schifo di stare vicino a un barbone. Poi però quello che si sedeva ci restava dieci o venti secondi, giusto il tempo di abbassare gli occhi, notare che il giovane barbone aveva i pantaloni slacciati, che era senza mutande e aveva una mano infilata dentro. La mano non faceva niente, aveva solo la funzione della foglia di fico, ed è stato divertente osservare le facce delle persone quando si alzavano. In particolare quella di uno che pareva un agente immobiliare, ma che mi sa che non era un agente immobiliare perché non ne ho mai visto uno che per spostarsi usa l’autobus.
Quando andavo a prendere il caffè al bar o a comprare le sigarette incontravo Alessandro Gilioli. Se non l’avessi visto a Piazza Navona a luglio e a Piazza del Popolo a dicembre, probabilmente avrei pensato: ma io questo qui l’ho già incontrato, ma dove? Così non mi facevo questa domanda, ché me lo ricordavo chi era, ma già dalla seconda volta che l’incrociavo, dovevo trattenermi dal dirgli: “ehi, ciao! Lo sai che ti leggo spesso quando sono in Olanda?” E dopo mi chiedevo: “chissà se ha già scritto il suo pezzo.” Poi però non andavo mai a leggere il suo blog, perché quando sono a Roma non ho la fissazione di sapere sempre tutto come quando sono qui.
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Così mio cugino: in tutto lo stadio erano solo in due a stare con la maglietta a maniche corte. Uno era Riise, giocatore norvegese della Roma, l’altro era…indovina un po’?
Mio figlio Lo?
Risposta esatta.
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Due ragazze sui vent’anni sono sedute sui gradini del portone della casa dove abito. Una bionda, con i capelli corti, magra ma non magrissima, l’altra castana, con i capelli lunghi, anzi molto lunghi, un po’ robusta. Entrambe hanno la minigonna, gli stivali e le calze nere e due borse posate sui gradini.
Salendo avrei osservato questo, ma poi devo riscendere perché mi accorgo che la cana ha una pigna in bocca.
Così rimango dieci minuti sul marciapiede davanti alle scale, aspettando con una certa impazienza che la cana faccia in mille pezzi la pigna e vedo che tra le borse delle ragazze c’è una bottiglia di vino, e sento la ragazza bionda raccontare una storia alla ragazza bruna, una storia che lei ha con un tipo e che pare stia per finire, e ogni tanto fa una pausa e beve un sorso. Poi riprende a parlare. Elenca gli indizi contro. Gli indizi a favore. La ragazza bruna l’ascolta, dice qualche frase di consolazione, poi beve anche lei un sorso. Dall’alto cade un mozzicone di sigaretta a un metro da me. Guardo su e c’è qualcuno affacciato al terzo piano. “Quello si fuma una sigaretta in finestra tutte le sere e poi butta il mozzicone per strada.” Mi dice chi sta con me. “Usa la strada come portacenere.”
Quando risalgo vedo che la bottiglia di vino è a metà e che ci sono due confezioni di cioccolata, una con la carta rossa, una con la carta blu, che non sono state ancora scartate.
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A quanto pare la neve non voleva lasciarmi andare e il mio viaggio per Roma è durato quasi ventiquattro ore.
Però la Transavia si è comportata meglio di una Ryanair (che dopo aver soppresso i voli si è limitata a rimborsare il costo del biglietto senza alternative) perché quando dopo sei ore di ritardo ha deciso che non si volava più, ha organizzato dei pullman e ci ha portato in un albergone con dei letti bianchissimi e bellissimi nella periferia di Rotterdam e ci ha fatto partire il giorno dopo. Oddio, il tutto è stato molto faticoso perché gli olandesi quando sbattono contro un imprevisto si comportano un po’ come le formiche che trovano un corpo estraneo nel formicaio. (Fan dell’Olanda: non vi arrabbiate per questa similitudine. Prima di tutto è vera e poi è Natale).
Se ci ho messo un po’ per arrivare, per recuperare ho impiegato molto, molto di più e oggi ero quasi normale quando sono andata a Piazza del Popolo per il sit-in di Libera Rete in Libero Stato. A quanto pare Maroni ha ammorbidito le sue posizioni, ma intanto ha avuto un colloquio con il responsabile europeo di Facebook.
E che si saranno detti?
Maroni: sono preoccupato, preoccupatissimo. Questa rete non mi piace, non mi piace affatto.
Responsabile europeo FB: ma guarda che Facebook è un ottimo strumento di controllo!
Maroni: Ma come? E i gruppi contro Berlusconi?
Responsabile europeo FB: Ora ti spiego come funziona. Si parte da questo principio: fa delle domande alle persone presentandole come un gioco, stuzzica un po’ il loro ego e ti diranno tutto e anche di più…
Maroni: uhm…
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Su un autobus c’erano due ragazze di Roma e un ragazzo di Milano. Che lui fosse di Milano e non di Varese o di Bergamo l’ho saputo perché quando parlava all’inizio del tragitto, diceva: quando sono a Milano, quando torno a Milano, eccetera.
L’autobus – che si trovava nelle Midlands ed era diretto a un campus – era pieno di studenti di tutto il mondo, alcuni anche italiani, ma questi tre non c’entravano nulla con loro, erano lì, credo, per uno scambio tra università.
Il ragazzo sembrava un po’ d’altri tempi per il taglio di capelli che aveva, per il giubbotto e i pantaloni che indossava. In realtà, doveva essere proprio dell’ultimissimo tempo, cioè pareva appena uscito da un negozio di vestiti del centro della sua città. Le ragazze, invece, non avevano un abbigliamento che si notava, non erano né belle, né brutte, diciamo che erano carine, ma la ragazza che era bionda si sentiva bella, la ragazza che era mora si sentiva brutta. A tutte e due piaceva il ragazzo un po’ alieno o molto trend.
La ragazza bionda ha trovato un posto a sedere per prima, la ragazza mora si è seduta dopo qualche minuto. Il ragazzo è rimasto in piedi, vicino alla ragazza mora. La ragazza bionda era sempre in movimento: con i capelli, con il cellulare, con lo zainetto che avrà aperto e chiuso centomila volte. Quando si fermava, urlava al ragazzo: “ah, ricordami che ti devo dire una cosa, ah, poi stasera andiamo a vedere se c’è quella festa, ah, poi ti faccio vedere un video.”
La ragazza mora era contenta di averlo vicino. Però era un caso che lui fosse lì dov’era perché anche se avesse voluto non avrebbe potuto spostarsi. La ragazza mora non era agitata come la ragazza bionda, ma come l’altra si rivolgeva continuamente al ragazzo:”dammi la tua borsa, la tengo io. Sei stanco? Hai fame? Allora se non hai molta fame, potremmo cucinare qualcosa di leggero.”
Il ragazzo rispondeva sì, no, e va bene a entrambe, con lo stesso tono e la stessa espressione, guardandole per un paio di secondi a ogni risposta, ma senza vederle veramente.
Per un po’ le ragazze hanno continuato a gonfiare le penne, mentre il ragazzo si accarezzava le sue.
A un certo punto, la ragazza bionda ha tirato fuori un profumo e ci si è spruzzata il collo e un polso.
“Non mi convince più”, ha detto al ragazzo.
“Potrei cucinare il risotto alla milanese, se avessimo gli ingredienti”, ha detto la ragazza mora.
Il ragazzo ha sollevato un poco le spalle, rispondendo con quel gesto a tutte e due e tutte e due si sono rifugiate nei loro telefonini e non hanno più parlato fino a quando è arrivato il momento di scendere.
“Dobbiamo scendere alla prossima!” hanno strillato nello stesso momento le ragazze.
Il ragazzo ha sbuffato, poi prima di buttarsi tra la folla, ha detto: ” non prendo mai l’autobus quando sono a Milano.”
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La Pagella va Male??? leggete qui !!!!♥ Categoria: Svago – Assolutamente casuale
Descrizione: Un padre entra nella camera della figlia e la trova vuota con una lettera sul letto.Presagendo il peggio, apre la lettera e legge quanto segue:”Caro papà, mi dispiace molto doverti dire che me ne sono andata cn il mio nuovo ragazzo. Ho trovato il vero amore e lui,dovresti vederlo, è cosi carino con tutti i suoi tatuaggi, il piercing e quella sua grossa moto veloce.Ma non è tutto, papà: finalmente sono incinta e Abdul dice che staremo benissimo nella sua roulotte in mezzo ai boschi. Lui vuole avere tanti bambini e questo è anche il mio sogno. E dato che ho scoperto che la marijuana non fa male, noi la coltiveremo anche per i nostri amici, quando non avranno più la cocaina e l’ecstasy di cui hanno bisogno.Nel frattempo, spero che la scienza trovi una cura per l’AIDS cosi Abdul potrà stare un pò meglio:se lo merita!
Papà, non preoccuparti, ho già 15 anni, so badare a me stessa.Inoltre Abdul, forte dei suoi 44 anni di età, mi segue e mi consiglia al meglio nelle scelte,come quella di convertirmi all’islam. Spero di venire a trovarti presto così potrai conoscere i tuoi nipotini.
La tua adorata bambina.
Questo è un gruppo su Facebook con 1734 iscritti. Molti degli iscritti hanno lasciato commenti – sono tutti ragazzi delle medie, dei professionali e dei licei, parecchi dei licei – che possono essere riassunti con uno a caso: “hahahahahaha tropo forte aahhahahaha”.
A un certo punto un tale C.P., l’unico che non ha la foto, l’unico a cui non è possibile chiedere l’amicizia scrive:

C.P.
divertente…
ma permettetemi una osservazione:
non credo che la conversione all’Islam si possa annoverare tra le cose peggiori che nella vita possano capitare.
cari ragazzi, a parte che è una delle religioni del mondo,
sapete cos’è l’Islam?…
sapete cosa professa?
sapete quali sono i suoi principi religiosi?
Non siate superficiali nella conoscenza, non formatevi solo su quello che sentite dai telegiornali e dalla TV!
una cosa è il fondamentalismo islamico e tutti gli stereotipi e l’ignoranza (e quindi la paura) che esso ha generato nella storia; un’altra è il credo Islamico, professato da miliardi di persone, vicino alla nostra fede + di quanto non immaginiate.
DOTATEVI DI SPIRITO CRITICO e non prendete per vero tutto quello che vi su vuole far credere!
APRITE UN LIBRO di storia
APRITE UN LIBRO che vi parli dell’Islam per quello che è davvero.
FATEVI DELLE DOMANDE E CERCATE DI CAPIRE NEL PROFONDO LE COSE
sarete studenti migliori, ma soprattutto persone migliori!
E una delle reazioni prima di passare alla pagina successiva dei commenti:
C. P. è una lettera per far due risate!che rompi coglioni con l’islam ! madonna ragazzi !
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Alle sette e venticinque minuti Tamara suona il citofono e lascia le figlie a sua madre, sarà lei ad accompagnarle a scuola, poi corre a prendere la metropolitana, afferra il giornale gratuito con cui si sventola se nel vagone non funziona l’aria condizionata.
Alle otto meno cinque spalanca le persiane dello studio dentistico, svuota i cestini, prepara il caffè, ascolta i messaggi alla segretaria telefonica, lavora come sempre. All’una fa le consegne alla ragazza del pomeriggio e vola a prendere l’autobus e il tram, mangia un panino durante il percorso, guardando fuori dal finestrino.
Alle due raggiunge lo studio dell’ avvocato, stampa le fatture, prepara il caffé, lavora come sempre, alle quattro e mezza parla con le figlie: “com’è andata oggi a scuola?”
Una cliente vuole dell’acqua. Tamara gliela porta.
“Prego” le dice con tono professionale, porgendole il bicchiere di plastica.
La cliente non ha voglia di leggere le riviste di diritto e di moda che sono sul tavolino, ha voglia di parlare.
“Hai letto di quella ragazza ammazzata dal padre?”
“No”, risponde Tamara.
“E’ una storia di marocchini, lei, la figlia, conviveva con un italiano e il padre l’ha accoltellata. Il fidanzato ha tentato di difenderla e per poco non ci restava secco anche lui. Terribile, eh? Mai mischiarsi con la teppa. Io, per non correre rischi, ho sempre voluto domestiche filippine”.
Sull’autobus, poco dopo le sei, Tamara tira fuori il giornale dalla borsa e legge la notizia.
“Che cosa pazzesca”, pensa. Poi lo rimette dentro, domenica ha intenzione di lavare i vetri di casa.
Alle sette stringe la manine delle figlie e una busta con il latte e due etti di stracchino.
Alle otto le bambine sono sedute a tavola a infilare le penne al sugo con la forchetta.
“Che sollievo da quando mangiano da sole!” pensa.
Alle nove tutte e tre guardano i cartoni nella cameretta. Poi Tamara le sbaciucchia, risponde a un paio di domande, fa qualche promessa e finalmente spegne la luce.
Dopo essersi lavata i denti, Tamara s’infila una maglietta lunga e si tuffa sul lettone.
“Dovrei venderlo e comprarne uno singolo, avrei più spazio”, pensa.
Accende la tivù a schermo piatto che suo padre le ha regalato quando ha ricevuto la liquidazione e spinge il pulsante uno. Appare una casetta con i gerani alle finestre, un bagno con lo shampoo e il bagnoschiuma, e poi una cucina bianca, lucida, senza macchie.
“Che sogno quello di avere una cucina così! Io sarei riconoscente per sempre a uno che me ne regalasse una simile.”
Altrove qualcuno non guarda quella trasmissione, qualcuno dice che non la guarderà poi invece la guarda, qualcuno accende le candeline e fa la rivoluzione su Facebook.
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Un giorno di fine luglio Lo e io eravamo su un treno regionale in condizioni piuttosto malmesse: i capelli inselvatichiti dal sale, le infradito da mare, i vestiti stropicciati. Eravamo arrivati alla stazione poco prima, percorrendo a passo veloce una strada bianca e assolata che tagliava un campo di fieno, con degli ulivi che formavano delle ombre striminzite.
Dieci minuti dopo, il treno faceva la prima fermata e salivano tre poliziotti. Nello scompartimento, eravamo una quindicina, i tre chiedevano i documenti solo alla metà dei passeggeri. Quando passavano davanti a noi, ci lanciavano, tutti e tre, un’occhiata che scendeva fino alle infradito per poi proseguire al vagone successivo.
Perché non ci hanno chiesto il documento? Domandava Lo.
Perché noi siamo abbronzati, rispondevo io.
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Per fortuna che Amsterdam è una bella città da visitare e tutti ci vogliono andare e dopo che ci sono stati, spesso ci vogliono tornare. A volte c’è bisogno di una scusa per tornare: per esempio, se sei uno scrittore puoi fare una presentazione.
All’estero le presentazioni si fanno negli istituti di cultura o nelle librerie italiane e per fortuna ad Amsterdam c’è una buona libreria e una libraia che ha letto parecchi dei libri che vende, e allora immagino che se sei uno scrittore ci torni (o ci passi) volentieri ad Amsterdam e in una libreria così. Ci torni (o ci passi) anche senza rimborso spese perché le piccole librerie non possono certo rimborsare le spese, gli istituti potrebbero invece, in fondo si tratta di un rimborso di un viaggio aereo a basso costo, l’appartamento per ospitarli di solito ce l’hanno, ma i soldi, si sa, sono pochi e negli ultimi anni ancora meno, e le spese per la cultura, così come per la ricerca, sono le prime a essere tagliate.
Per dire, io l’anno scorso avevo telefonato all’istituto e gli avevo chiesto di invitare De Cataldo, Scarpa, Lakhous Amara e Carofiglio, quattro autori tradotti in olandese, i i primi tre li avevo incontrati o sentiti per mail e sapevo che sarebbero venuti volentieri ad Amsterdam, il quarto, Carofiglio, una volta che l’ho incrociato a Torino, era circondato da un mucchio di gente, e io sono poco paziente quando si tratta di aspettare, sulla rete non è rintracciabile per via diretta, e così ho lasciato perdere, ma ci scommetto che pure lui come tutti, scrittori e non, sarebbe venuto volentieri ad Amsterdam. Comunque l’anno scorso la prima domanda che mi ha fatto l’istituto di cultura quando ho telefonato è stata: lei che cosa ci guadagna? E la seconda: che lavoro fa?
Forse perchè, immagino, sono tormentati da gente che prova a succhiare soldi per iniziative, corsi e spettacoli vari. Alla fine mi è stato detto di mandare una mail con la richiesta.
Qualche mese dopo ho proposto, questa volta di persona, Come un uomo sulla terra. Il costo per l’affitto del documentario era basso, il razzismo c’è ovunque, pure qui in Olanda, abbiamo Berlusconi e i suoi numerosi accoliti ma anche qualcun altro, mi sembrava che ci fosse più di un motivo per proiettarlo.
Ma anche stavolta:mi faccia una richiesta per mail.
E pure stavolta: silenzio, malgrado ne abbia fatte due.
E insomma, io lo capisco che sono tempi bui, che di soldi non ne girano e allora si organizza una lotteria per finanziare il prosecco o i corsi d’italiano e olandese, però credo che una risposta, magari già predisposta, non costi nulla, no?
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Gli ultimi due giorni d’Italia li ho passati sugli altipiani di Arcinazzo a trovare dei parenti.
Agli altipiani ero già stata in un campeggio d’iniziazione l’estate dell’esame di terza media dove ogni sera stabilivamo delle prove di coraggio da superare e tra tutte me ne sono rimaste impresse tre: quando ho rubato un santino a un vecchio davanti all’ingresso del monastero di Santa Scolastica, quando ho saltato da un’altezza di circa tre metri dopo averci pensato per una settimana, quando ho camminato senza torcia nel bosco di notte.
Il vecchio era curvo, magrissimo e con certi occhietti d’un celeste trasparente che m’inquietano ancora oggi se mi metto a ricostruirli, del salto non ricordo il volo ma la sgradevole sensazione dell’atterraggio, e del bosco mi sono rimasti gli scricchiolii e i fruscii non l’oscurità.
La prima cosa che ho fatto quando sono arrivata è stata quella di sfogliare il giornale locale dove ho letto un articolo sul turismo che sta andando a picco perché non vengono fatti investimenti per far divertire la gente e che l’afflusso dei vacanzieri è diminuito ancora da quando un albergo è stato destinato a ospitare degli extracomunitari.
Gli extracomunitari li ho visti: erano seduti su un paio di panchine a chiacchierare in inglese dei loro Paesi. Parevano innocui. Non mi parevano altrettanto innocue le montagne di sacchi di spazzatura sotto cui erano sepolti i cassonetti, anche se i topi le apprezzavano parecchio.
Le conifere verdissime con le radici nascoste dalla spazzatura, ecco che mi ricordo di Arcinazzo. E soprattutto i cani randagi, solitari o a branchi, di razza con un predominio di maremmani.
L’ho incontrato il capobranco, una notte. Facevamo un giro con la cana e prima ho visto un osso di bue spolpato, e mentre il marito e il figlio si sono fermati a guardarlo e a chiedersi che ci facesse un osso di quelle dimensioni sul ciglio della strada, io ho proseguito per un paio di metri e ho trattenuto un urlo: una decina di cani accucciati mi fissavano e il capobranco, bianco, enorme e maestoso, in piedi al centro.
E il giorno dopo il marito ha dovuto chiedere ospitalità in un giardino privato perché un Malamute, ancora lui, aveva puntato la cana. E una macchina ci stava venendo addosso per schivare un lassie e un pastore tedesco. E un ragazzino di nove anni, che andava a buttare la spazzatura, si è accorto in ritardo dei cani, ha cominciato a gridare e loro ad abbaiare.
Salgono da Roma al principio dell’estate e abbandonano i regali di natale.
E allora è vero che ad Arcinazzo non c’è niente, e per questo ci vanno solo gli anziani e i bambini piccoli per passeggiare e respirare l’aria fresca degli altipiani ma il giornale locale farebbe meglio se invece di tuonare sul denaro che non viene investito su strutture acchiappa-turisti e sugli extracomunitari sulle panchine, riflettesse su quelli che vengono ancora, e trovasse delle soluzioni per farli continuare a venire. Promuovete un’iniziativa: togliete quelle persone dalle panchine e pagatele per pulire le strade. Il vantaggio sarebbe doppio e il vostro giornale ci farebbe una gran bella figura.
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