La strada è deserta, quasi buia, i soggiorni delle case sono illuminati da lampade e candele e sui davanzali mazzi di fiori, statuette e vasi lucidi, ma se guardi con attenzione, se ti soffermi un attimo davanti al cancello di un’abitazione, in ognuna di queste stanze che affacciano sulla strada, scorgi il bagliore della tv accesa. Parcheggi la macchina vicino al porticciolo e vai all’appuntamento. Mentre aspetti ti chiedi come potresti definire questo insieme di case: un dormitorio, un paese, il quartiere della comunità americana e italiana? Mentre ti fai questa domanda fondamentale, arrivano le amiche, entri nel ristorante che è illuminato da candele e da un fuoco che brucia in un caminetto. Pelli di mucca sulle panche, una sala enorme in cui potrebbero mangiare oltre cento persone, che invece è vuota, a parte una coppia che sta finendo di cenare e, dal momento che ci sono solo loro e tu con le amiche, interrompono la conversazione e salutano.
Il cameriere è marocchino, sente parlare in italiano, chiede se conosciamo il francese, una di noi lo sa bene, lui è contento. Dalla finestra si vede il porto, per leggere il menù bisogna avvicinare la candela, comunque è scritto in olandese e spagnolo, il cameriere arabo lo traduce in francese, la nostra amica in italiano, passano due ore, l’amica che conosce il francese, ma anche il greco, il turco, l’inglese e l’olandese, racconta la storia della sua infanzia, in giro per l’Europa da un Paese all’altro, tu ascolti il racconto, continui a guardare l’acqua del porticciolo, spegni e accendi le candele, giochi con la cera, poi arriva la fine della serata, ma non del post.
Perché una serata con le amiche ad un ristorante non ha bisogno di una conclusione, quello che scrivi invece lo ha, per lo meno a me piace che lo abbia.
E allora modifichi il sottotitolo del blog, perché sia chiaro per tutti quelli che capitano una volta o molte che quello che leggeranno non sarà mai esattamente quello che è stato.
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E’ da qualche giorno che penso ad un finale per un racconto. Ho in mente la scena, le espressioni dei visi, le frasi che si diranno; devo solo mettere insieme il tutto in modo che si spenga la tensione senza stupire troppo e che suggerisca la domanda: ma tra questi due chi è il più cretino? Mi ci vorrebbe un bel programma litigioso in tv, uno di quei programmi che ti fanno togliere l’audio per stare a guardare per un po’ l’espressioni finte e arrabbiate dei visi e invece mi vedrò il seguito de La meglio Gioventù e poi ci penserò alla noia e forse arriverà anche il finale.
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Se rileggo quello che ho scritto mi accorgo che ho lasciato più traccia di me in quello che ho inventato rispetto a ciò che ho riportato fedelmente. Nel descrivere i fatti così come si sono svolti, uso espressioni e parole e linguaggi che innalzano una barriera dal come sono veramente. Quando scrivo di un bambino o di un pazzo, di qualcuno che è molto lontano da me, non ho necessità di nascondere nulla. La mia identità è al riparo e quindi mi sento più libera, scrivendo di quell’individuo, di arricchirla con particolari in cui mi riconosco. Questo riconoscimento non avviene al momento, ma dopo un certo periodo di tempo. Trovo che tutto ciò sia affascinante. E anche che contraddica (per quanto riguarda me) ciò che molti sostengono: si scrive per gli altri, per essere letti, ecc. Che ci sia un piacere ad essere letti è innegabile, ma il piacere maggiore lo avverto nello scoprire quella parte di me stessa di cui, altrimenti, sarei stata consapevole solo in termini confusi.
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Ho ancora degli scatoloni da prendere nella cantina del palazzo dove abitavo quando vivevo a Roma. In uno trovo i quaderni e le agende che ho scritto da quando avevo undici anni. I diari di dodici e tredici anni erano a fumetti sullo stile di Valentina Mela Verde che leggevo in quel periodo. Poi poesie tristissime e orribili di quando avevo quattordici anni. Ragionamenti drammatici sul senso della vita di quando ne avevo quindici e poi ancora pagine di felicità e disperazione correlate ai vari fidanzati e diari scritti in classe con una mia amica. Ma scopro che a diciasette anni ho avuto una svolta: ho smesso di aggiornare il mio diario quando ero al settimo cielo o meditavo il suicidio. La frase con cui si è conclusa la mia adolescenza è al 16 gennaio di un’agenda blu e comincia così: oggi è stata una giornata qualunque in cui non sono stata né allegra, né triste e per questo motivo ho deciso di ricordarla.
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E’ un lusso che mi posso permettere da quando vivo qui. Inizio un racconto, un romanzo, finisco una storia che avevo cominciato molto tempo fa. Non mi piace scrivere di notte. Un mio amico ha commentato quando gli ho spedito un racconto di cui avevo fatto la prima stesura quando ero ancora a roma: “era meglio prima, ora e’ meno spontaneo”. Probabilmente e’ vero. Pero’ nella prima stesura, durata un paio di ore, il divertimento era stato breve. Nella revisione, durata molto di più, ho creato un personaggio che mi sembra quasi reale. Sono andata a cercare sulla carta geografica il paese in cui viveva, ho fatto delle ricerche su internet per capire quello che comprava quando andava al mercato, quale era il paesaggio che vedeva quando si affacciava alla finestra. Chi l’ha detto che si scrive per gli altri? Per me non e’ cosi’, certo non dico che non mi faccia piacere essere letta, ma non penso al gradimento possibile quando scrivo, seguo solo una regola: non devo annoiarmi.
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