Ieri me ne stavo sola in un angolo di una panchina trafitta da un raggio di sole e leggiucchiavo qualche pagina di un libro preso a caso da un mucchio prima di uscire.
Una sera d’estate Mrs Oedipa Maas, tornando a casa da un ricevimento Tupperware dove la padrona di casa aveva forse largheggiato un po’ col kirsck nella fonduta, scoprì di essere stata nominata esecutore o forse, più esattamente, esecutrice testamentaria dei beni di un certo…
Cosa leggi così attentamente? Il tuo libro?
Che potevo rispondere a una domanda del genere? E’ la seconda volta che me la fanno.
Una scrive dei racconti, poi parte alla ricerca di raggi e panchine e s’immerge nella lettura di qualcosa che conosce a memoria. Praticamente una deficiente. Un’innamorata di se stessa, delle proprie parole, delle proprie produzioni stampate su carta.
Oppure chi faceva la domanda aveva l’intento di sfottere un po’. Ma io non vado in giro a spiattellare questa mia attività, lo dico solo se costretta, provando anche un certo imbarazzo.
Comunque non me ne importa un accidente delle battute di questi qua, pronunciate tanto per riempire lo spazio. Ieri ho scritto l’ultimo capitolo del romanzo, e quasi mi scappava una lacrima, non perché lo avessi finito ma perché mi commuoveva per come fosse finito, ma poi ero troppo, troppo contenta, Emme dice che più che contenta sembravo in un’altra dimensione, in un altro mondo semmai, ho corretto io, e stasera si festeggia con barbecue e spumante.
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Ho ricevuto un invito per la presentazione di un libro, di un’opera prima per l’esattezza.
Come faccio sempre sono andata a cercare sulla rete notizie dell’autore e ho scoperto che Wiki già lo sa.
E’ uno scrittore italiano. E’ nato in un certo posto, un certo giorno e ha scritto un certo libro. Che era poi il libro che presentava.
Ho individuato tre possibili compilatori:
l’editore
lui stesso
parenti, amici e fidanzata.
L’editore non è stato. Non ha nemmeno inserito il suo libro nel catalogo. E’ un editore che fa “proposte editoriali” con cui s’intende, penso, che se reputa il manoscritto pubblicabile, lo stampa ma vuole un compenso.
Quindi deve essere stato lui stesso o i parenti, gli amici e la fidanzata a creare quella voce.
Sono andata a controllare se ci fossero commenti su ibs, ma non ho trovato nulla. Però è una questione di tempo e compariranno recensori entusiasti che assegneranno all’opera tutti cinque e qualche quattro.
Può sembrare un fatto comico questa presenza su Wiki, però se ci si riflette sopra è drammatica invece
Proviamo a immaginare come può essere andata.
Davanti al suo laptop, lo scrittore d’insuccesso inghiotte una saliva che non c’è più, scrive mail, telefona, sollecita letture del suo manoscritto, poi quando non ne può più dei dinieghi, dell’attesa, apre un nuovo file e scrive per un’ora come un forsennato. Dopo chiama la fidanzata o l’amico o la mamma e gli legge le pagine del nuovo romanzo. E’ bello, rispondono costoro alla fine della lettura. Questo piacerà, me lo sento, insistono ancora. Lo scrittore d’insuccesso sospira, più leggero. Si sente talmente leggero che per un po’ vola nel piccolo spazio della sua stanza. Poi si ributta a capofitto nella scrittura.
Quando il romanzo è terminato riparte con le spedizioni. Più sono gli editori a cui lo spedisco, pensa, maggiori sono le possibilità di essere pubblicato. E così lo invia anche a quello che stampa solo testi di numismatica. Ma ancora una volta il suo manoscritto viene respinto o non ha risposta.
Allora esamina altre possibilità.
Apre un blog e pubblica il romanzo a puntate.
E qui, supponendo che la sua opera sia una schifezza perché sono convinta che una buona storia viene sempre pubblicata prima o poi, tutto dipende dalla sua socialità.
Se riesce a creare dei rapporti con la gente della rete, costoro si sostituiranno ai suoi parenti, amici e fidanzata e gli lasceranno messaggi d’incoraggiamento e di complimenti. E lui s’illuderà ancora di più. La mia scrittura non è capita, ma presto lo sarà.
Se invece lo scrittore non è sociale, non lascia mille commenti in giro, ma se ne sta chiuso in sé e si limita a pubblicare giorno dopo giorno le puntate della sua opera, lo spazio commenti probabilmente resterà deserto. Anche questo caso non gli sarà d’aiuto. E giustificherà questo silenzio così: non mi notano perché non sanno che esisto, il mio testo si perde nell’immensità della rete.
Ma non ci credo molto a un comportamento del genere: il desiderio d’ essere letti abbatte anche la barriera della poca socialità.
C’è poi l’opzione di pagare per pubblicare.
Lo scrittore ci riflette su. Si dice: che mi importa di venti giorni a Creta, con Marina sono felice anche se il mese di agosto lo passo ad Anzio. E così stacca un assegno di mille euro e riceve in cambio centocinquanta copie del suo libro. (Ne compra cento e ne riceve cinquanta in omaggio)
Il giorno che apre il pacco annusa per dieci minuti l’odore della carta stampata. Barcolla. Poi si siede davanti al suo laptop e crea la nuova voce su Wiki. Subito dopo chiama la fidanzata e le dice: organizzerò presentazioni ovunque, venderò tutti i volumi, e invece di andarcene a Creta ci facciamo un bel viaggione negli Stati Uniti.
Se lo scrittore è un tipo che conosce un mucchio di persone probabilmente le riuscirà a vendere le sue copie, e a comprarle saranno soprattutto quelli che non comprano mai libri, altrimenti le lascerà nel chiosco sul lungomare di Anzio e spenderà una somma enorme in gelati e caffè per controllare come procedono le vendite.
Intanto finisce di lavorare a un altro romanzo. Nelle lettere d’accompagnamento dell’opera scrive che ha già pubblicato, ne allega una copia, informa anche della sua presenza su Wiki.
Un giorno telefona a un editore e gli chiede: l’ha letto il mio romanzo? Glielo ho spedito sette mesi fa! L’editore risponde: fa caldo, non ho voglia di cercare in archivio, dimmi il titolo.
E lui glielo dice il titolo. E l’editore gli obietta che è un brutto titolo. E lui risponde che per lui non c’è problema, che lo modificherà. E comunque, dice l’editore, a me non pare di aver letto una roba del genere. Qual era il contenuto della lettera d’accompagnamento, se lo ricorda? Lo scrittore fa una pausa come se riflettesse. E risponde: io sono quello che sta su Wiki.
Eh? Dice l’editore. Wiki? Che roba è?
Questa risposta dell’editore genererà il prolungamento dell’illusione dello scrittore. Non è colpa mia, si dirà, ma delle persone ignoranti che gestiscono il mercato del libro e da quel momento, riassumendo un discorso di un personaggio di Bolaño, dirà, a chiunque lo vorrà ascoltare, che non s’aspetta nulla, che è, in realtà, un modo di nascondere che s’aspetta tutto invece.
Insomma la vita dello scrittore d’insuccesso è triste e l’unica possibilità di uscirne fuori è che lui smetta di sperare. Che impari ad accontentarsi. E se non può fare a meno d’annusare le sue storie sulla carta, che vada in copisteria e che le stampi. Con cento, centocinquanta euro se la cava.
Però anche gli amici, i parenti e le fidanzate gli devono dare una mano, secondo me. E anche i blogger.
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Patricia Highsmith in risposta alla domanda qui sopra fatta dalla rivista Libération: sono ansiosa per natura. Se ho comprato il biglietto del treno, mi immagino sempre di avere cinque minuti di ritardo, malgrado i miei sforzi per arrivare una mezz’ora prima. Nella vita non perdo mai il treno, ma l’idea di farlo m’inquieta. Allora invento intrighi in cui arriva il peggio, o in cui l’eroe ha paura che arrivi il peggio. Non so se questo mi dà sollievo o no. Intrighi come questi non possono che aggravare la mia angoscia innata.
Gianni ha un viso affilato, due occhi verdi che si modificano a seconda della luce, un corpo lungo e muscoloso, da centometrista che taglia il traguardo: scrivo per capire. Scrivo degli altri, ma in realtà è me quello che cerco attraverso le loro storie. Sono sempre stato uno tranquillo, uno che si piaceva, che fuggiva dalle storie complicate, dalle responsabilità. Mi andava bene così. Poi mi sono visto sul finestrino dell’auto, il vetro era appannato, c’era un’umidità che ti succhiava le ossa quel giorno, ho pulito il vetro con la mano, sono tornato a guardarmi, accidenti questo sono io ho pensato, credevo di essere un altro. Così mi sono messo a elaborare questa sensazione e m’è venuta bene, molto toccante. Tu hai la scrittura nel sangue, m’ha detto mia madre e non era la sola ad avere questo pensiero.
Tiziana ha due occhi neri sotto due sopracciglia ordinate e sottili, due polsi appesantiti da braccialetti che tintinnano quando parla: a me scrivere non è mai piaciuto. Facevo sempre fatica con i temi a scuola, poi al corso prematrimoniale, il prete, don Anselmo si chiamava poveraccio è morto l’anno scorso durante la benedizione, ci diede come esercizio da fare a casa quello di scrivere i nostri pensieri sul matrimonio, sui sacrifici e la fede. Così quando Roberto cominciò a passare ore sulla chat con quella, che io lo sapevo che mica era una cosa normale la chat anche se non gli dicevo nulla, ho aperto un quaderno a quadretti che usavo per annotare i conti del negozio, e ci ho scritto sopra un’immaginazione: Roberto mi faceva chiamare a C’è posta per te. E io ci andavo tutta apparecchiata, la faccia seria, le sopracciglia perfette e prima rispondevo che non lo rivolevo, poi Maria mi faceva ragionare, e dicevo che lo perdonavo. A quella trasmissione non ci sono mai andata, nemmeno ne conosceva l’esistenza lui: stava sempre attaccato a quel computer. Alla fine ci siamo lasciati e io ho continuato a scrivere i miei sogni sul quaderno con la speranza che s’avverassero e poi ho pensato che forse c’era un editore che me li pubblicava, e che ci diventavo anche ricca, che a volte, si sa, da un male spunta fuori un bene.
Beatrice ha dei capelli biondi e lunghi, che s’avvita di continuo intorno all’indice, un sedere abbondante compresso in un paio di jeans, un camicetta sbottonata su un piccolo seno: il mio sogno è sempre stato quello di diventare una scrittrice sin da quando ero alle medie. Poi ho scelto la facoltà di giurisprudenza perché avevo uno zio che m’aveva promesso un aiuto per entrare in banca, ma ho sempre continuato a covare quel sogno, anche quando facevo i conti. Non quando ero allo sportello però. Poi un giorno il mio ragazzo mi ha detto che gli sarebbe piaciuto leggere qualcosa e mi sono accorta che non avevo mai scritto nulla! Allora ho cominciato a buttar già la storia della mia vita, cambiandola un po’. E tutti mi hanno detto che era molto bella e allora ho continuato, del resto ci stanno tante schifezze in giro: se hanno pubblicato quelle perché non dovrebbero pubblicare le mie?
Stefano ha un corpo sottile come un cerino da caminetto, due mani che stanno tranquille su una ventiquattrore e che rimangono in quella posizione anche quando parla: sono sempre stato uno pigro, che detestava lo sport, il pallone poi solo a vederlo rimbalzare mi faceva salire le bolle. Così ho passato l’infanzia a leggere fumetti e libri per ragazzi, poi mi sono fatto i classici, mi sono innamorato degli scrittori americani, e del noir molto prima che venisse scoperto. E delletrame, i personaggi, i meccanismi che portano a una soluzione finale, l’unica possibile. Poi c’è un sacco di spazzatura in giro, la gente scrive ma non legge, così mi sono chiesto: io sarei in grado di scrivere un romanzo? Già scrivevo dei racconti, ma un romanzo è un’altra cosa. Sentivo questa urgenza, non ne potevo fare a meno.*
*Le risposte di Gianni, Tiziana, Beatrice e Stefano sono immaginarie, li ho descritti in modo un po’ ridicolo, avrei potuto renderli più commoventi di sicuro, ma mi serve per non prendermi troppo sul serio. Io avrei risposto, più o meno, come Patricia, ma se ci penso bene anche nelle risposte degli altri c’è qualcosa che mi riguarda anche se non saprei dire quale. Forse quella che non hanno detto.
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Detesto il barocco
E poi succede che a forse di correggere un racconto che hai scritto, una mattina te lo vai a rileggere e ti accorgi che è artificioso, forse anche un po’ barocco e le parole e le frasi che hai sostituito non c’entrano nulla con quello che avevi in mente.
Barocca è anche la tua faccia che ti sei truccata con tutto quello che hai accumulato nel cestino in anni di acquisti insensati in profumeria.
Perciò vado a riflettere in piscina, magari riesco a ricordare come era prima dei ritocchi.
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Stamattina mi sono svegliata pensando a questa frase. Non so se muta significa che cambia oppure che non parla. Non so se è legata ad un sogno. Sembrerebbe quasi un indovinello. Per ora la scrivo qui e prima o poi la metterò da qualche parte.
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Arriviamo a quel paese in orario. E seguiamo un gruppo che parla italiano e che pare conoscere l’unica porta aperta del palazzo gigantesco circondato da bandiere.
Il pomeriggio ha inizio e scopro che (non ho capito un accidente, ma questa non è una novità):
Il premio letterario è aperto a tutti. In pratica solo la giuria è formata da italiani che abitano la terra al di sotto del livello del mare e che i partecipanti sono stati 380.
I vincitori e i segnalati sono residenti a Roma, Chieti, Catania, ecc.
Hanno tutti pubblicato romanzi, raccolte, ecc. a parte il ragazzo di Chieti che è la prima volta che scrive un racconto.
A dire il vero avevo anche io il libro di FaM nella borsa, ma mi sono guardata bene dal tirarlo fuori, che poi se mi chiedevano cosa mi avesse ispirato a scrivere quella storia non avrei saputo cosa rispondere. Ecco in questo senso potrei definirmi autistica.
Le persone che hanno avuto menzioni e che hanno vinto sono tutte sui 50, a parte il ragazzo di Chieti che ne ha 21, credo.
I presenti parlavano delle loro opere o delle loro prova con un’aria che sottintendeva: guarda come sono bravo, a parte il ragazzo di Chieti che sembrava contento e basta.
Che i racconti vincitori non saranno letti,- a parte quello di uno con la menzione speciale che era molto lungo - e che saranno letti il giorno dopo prima di uno spettacolo teatrale a cui io non andrò perché ogni volta che sono andata a sentire una compagnia italiana ho pensato che era meglio che non andavo.
Che io sono l’unica che ha partecipato (presente) che non ha vinto o che non avuto menzioni.
Che insomma speravo di conoscere qualcuno che scriveva e che abitava qui e invece manco per niente.
In aggiunta ho speso anche 10 euro per comprare un libro di una delle vincitrici, un romanzo storico, ma che dopo avere letto il primo capitolo, mi sono accorta che non mi piace.
Che mal comune, mezzo gaudio perché il libro lo ha comprato anche Yota.
Che quella che faceva le domande apparteneva a quella categoria di persone (rare) che sa farsi ascoltare. E descriveva le storie o i romanzi dei presenti rendondoli speciali. E che era la seconda volta che la vedevo e che la prima l’avevo sentita parlare del Tamburo di latta - libro che non ero riuscita a leggere - e che poi invece avevo letto perchè lei lo aveva trasformato in un’ altra cosa. E penso che quello del narratore verbale sia un talento di cui sono dotati in pochi e che sia molto sottavalutato.
Che sono contenta di aver conosciuto lei, che dal vivo è molto più simpatica da come s’intuisce sul blog.
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Domani pomeriggio parteciperò anche io ad un raduno. Per l’esattezza ad una premiazione letteraria per italiani abitanti tra i tulipani. Sperando di trovare il paese, il palazzo, anzi l’insieme di palazzi e soprattutto l’ingresso che l’anno scorso mi ero persa nei corridoi deserti. Il luogo è bruttino, rubando una definizione da una mail che mi è arrivata di una persona residente in Olanda, un non-luogo. Una copia di Scheveningen, ma senza il mare.
Lì incontrerò Yota, sperando di riconoscerla che io della foto mi ricordo solo il piccione, ma dice che devo stare tranquilla, che viene senza, il piccione intendo. Ascolteremo i racconti dei partecipanti al premio. Solo se editi. Che quelli scritti su A4 non contano.
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Arriva la lettera del premio letterario a cui ho partecipato. Sezione narrativa. Un concorso per italiani residenti in Olanda.
Decido di aprirla dopo cena. Se non ho vinto mi dispiace. Se invece ho vinto, sono contenta per un’ora? Forse anche due. Se aspetto fino a sera permane quello stato di attesa su cui sono state scritte migliaia di pagine.
Alla fine prevale la curiosità.
Sezione narrativa: un vincitore. Finalisti: 9. Non c’è il mio nome. Non compare neanche tra i 6 che hanno avuto una menzione speciale.
A quanto mi risulta questo premio non è pubblicizzato. E ho partecipato proprio per questo motivo. Che fossimo in pochi e quindi avessi una probabilità maggiore di arrivare in finale.
Mi assale una curiosità pazzesca: chi sono questi 16? Dove vivono? Di cosa scrivono?
Questa volta voglio esserci.
Saranno letti i racconti dei finalisti e dei vincitori e chi lo desidera ha la facoltà di presentare sue opere edite.
Il premio si svolge in un paese vicino all’Aja.
L’anno scorso mi sono persa nei corridoi del palazzo dove avveniva la premiazione.
Non sarei stata in grado di arrivare in quel paese (anche a quel paese, in fondo non cambia molto) con la mappa – mi perdo sempre con le mappe – quindi avevo preso la macchina di M., dove c’è quella voce che ti dice se devi svoltare a destra, a sinistra o rimanere sulla stessa strada. Mi perdo anche con la voce che mi indica la direzione da seguire, però in quell’occasione avevo capito tutte le istruzioni. Solo che ero arrivata dalla parte sbagliata.
Questa volta mi organizzo. Mi porto un navigatore umano. E anche degli aiutanti. Sono proprio curiosa di incontrare questi scrittori.
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Sul marciapiede con un gesso bianco scrive ogni notte il suo messaggio. A fianco del messaggio c’è un disegno di quello che sembra una bicicletta ed invece è una moto. La teneva legata alle inferriate della finestra della casa dove abita. Ed era protetta, oltre che dalla catena, da un antifurto sonoro che non ha funzionato o che hanno sabotato. Il tipo fa l’operaio in una fabbrica a Pomezia e vive nel seminterrato che una volta era occupato dal portiere. La moto gli è stata rubata giovedì notte. Il primo messaggio era disperato: Mi hai rovinato la vita. Il secondo minaccioso: ti ritroverò e ti farò del male. Il terzo puntava sulla commozione: Mi serviva per andare a lavorare. Da quello che ho letto stamattina, s’intuisce che il tempo trascorso lo ha spinto verso la razionalità: Dimmi quanto vuoi, pagherò tutto. La gente si ferma, legge e commenta. Dicono che un illuso e che un rottame del genere puo’ averlo rubato solo un tossico.
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La strada è deserta, quasi buia, i soggiorni delle case sono illuminati da lampade e candele e sui davanzali mazzi di fiori, statuette e vasi lucidi, ma se guardi con attenzione, se ti soffermi un attimo davanti al cancello di un’abitazione, in ognuna di queste stanze che affacciano sulla strada, scorgi il bagliore della tv accesa. Parcheggi la macchina vicino al porticciolo e vai all’appuntamento. Mentre aspetti ti chiedi come potresti definire questo insieme di case: un dormitorio, un paese, il quartiere della comunità americana e italiana? Mentre ti fai questa domanda fondamentale, arrivano le amiche, entri nel ristorante che è illuminato da candele e da un fuoco che brucia in un caminetto. Pelli di mucca sulle panche, una sala enorme in cui potrebbero mangiare oltre cento persone, che invece è vuota, a parte una coppia che sta finendo di cenare e, dal momento che ci sono solo loro e tu con le amiche, interrompono la conversazione e salutano.
Il cameriere è marocchino, sente parlare in italiano, chiede se conosciamo il francese, una di noi lo sa bene, lui è contento. Dalla finestra si vede il porto, per leggere il menù bisogna avvicinare la candela, comunque è scritto in olandese e spagnolo, il cameriere arabo lo traduce in francese, la nostra amica in italiano, passano due ore, l’amica che conosce il francese, ma anche il greco, il turco, l’inglese e l’olandese, racconta la storia della sua infanzia, in giro per l’Europa da un Paese all’altro, tu ascolti il racconto, continui a guardare l’acqua del porticciolo, spegni e accendi le candele, giochi con la cera, poi arriva la fine della serata, ma non del post.
Perché una serata con le amiche ad un ristorante non ha bisogno di una conclusione, quello che scrivi invece lo ha, per lo meno a me piace che lo abbia.
E allora modifichi il sottotitolo del blog, perché sia chiaro per tutti quelli che capitano una volta o molte che quello che leggeranno non sarà mai esattamente quello che è stato.
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