Ma questo non sono io     11-12-2009  

Non ho mai scritto storie ispirandomi a persone a me vicine. Su persone lontane, sì. Anche se dopo che  é avvenuto il processo di trasformazione da persona a personaggio, quest’ultimo conserva poche caratterische dell’originale. Tant’è che se io andassi a rivelare al tipo/alla tipa: quello/quella sei tu, mi risponderebbe: “ma questo non sono io!”
Le persone si preoccupano se scrivi su di loro. A me invece piacerebbe che qualcuno scrivesse un racconto su di me. Pure se mi presentasse come un personaggio negativo, anzi diciamo che mi piacerebbe solo in questo caso. Ma forse  non mi preoccuperebbe perché conosco i meccanismi che portano alla nascita di un personaggio.
Una sola volta ho scritto di qualcuno a me vicino. Il soggetto che m’ispirò era mia figlio Lo, allora undicenne, e ne venne fuori un racconto (Il ventiquattresimo uovo che poi fu pubblicato su una rivista, che ora non c’è più, il Maltese Narrazioni).  Riuscii a portarlo sulla carta forse perchè aveva undici anni. Che è una bella età, a vederla da fuori. Sei un po’ bambino e un po’ adolescente. Sei un po’ ingenuo e un po’ scaltro.  Potenzialmente potresti diventare un  mucchio di cose. Naturalmente quando lesse il racconto mi disse: “ma questo non sono io!”
Nel romanzo che sto rivedendo il personaggio principale è  ricavato da una persona che ho conosciuto da lontano e ci sono alcuni dei personaggi minori ispirati a persone che ho conosciuto da lontano e superficialmente molto tempo fa.  Una di queste persone non l’ho mai incontrata. Mi è stata raccontata. Chissà come se la passa in questo momento.

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Ieri, mentre camminavo nel buio, pensavo che le luci rosse e bianche che si accendevano e spegnevano in lontananza avrebbero potuto pure essere l’inizio di una storia. La storia di un tipo che nel tardo pomeriggio andava in un parco senza lampioni a portare il proprio cane a giocare con altri cani. Il tipo camminava tranquillo, pensando chissà cosa,  fino a che il cane attaccava a ringhiare. Il tipo se ne stupiva, smetteva di pensare a chissà cosa, domandava: ma che hai da ringhiare? Alla fine proseguiva, malgrado il cane  cominciasse a guaire, cercando di impedirgli di continuare,  e quando il tipo arrivava al centro del parco, scopriva che le luci rosse non erano sui collari dei cani e le luci bianche non erano le torce dei padroni, ma sia le une che le altre erano su dei vestiti indossati  da alieni atterrati nel centro di quel parco.
A questo punto  mi fermavo un attimo e pure il tipo della mia storia si fermava.
Io mmaginavo i possibili sviluppi.
Nel frattempo il tipo era impegnato a sbalordirsi, a spaventarsi, eccetera.
Alla fine ne tiravo fuori quattro:
1)gli alieni erano buoni e il tipo riusciva a trarne qualche vantaggio per sé e per l’umanità.
2)Gli alieni erano cattivi e il tipo doveva salvare se stesso e l’umanità
3)Gli alieni erano indifferenti. Continuavano a fare quello che stavano facendo e il tipo ci restava malissimo. Un giorno veniva intervistato in tv e il conduttore a un certo punto gli diceva: ma insomma, lei ha avuto la fortuna d’incontrare gli alieni e non ha fatto nulla! E il tipo era desolato. Desolatissimo. Forse andava pure dallo psicologo.
4)Gli alieni erano indifferenti a lui ma non al cane. Il tipo ci rimaneva male e si metteva in competizione con il suo cane, arrivando persino a invidiarlo.
Lo sviluppo uno e due sono banali. Il tre e il quattro mi pare che lo siano un po’ meno. Dal quattro potrebbe venirne fuori un racconto comico. Ma non ho dubbi, se dovessi decidere di scrivere questa storia, è la tre che sceglierei. E la farei cominciare dall’intervista in televisione.

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La forma che fa la differenza     30-03-2009  

Una persona mi ha scritto una mail dove mi racconta perché ha capito di non voler continuare a scrivere. Fino a qui nulla di speciale: il mondo è pieno di persone che cominciano a scrivere oppure che smettono. E i motivi sono più o meno gli stessi: ci si annoia, è faticoso, ci si accorge di essere ripetitivi,  oppure di non aver nulla da dire, di avere qualcosa di meglio da fare. Molti dicono di aver smesso per mancanza di tempo, ma questa è una non motivazione secondo me. Quello che è sorprendente in questa mail scritta con parole semplici, con un tono lieve, che non passa concetti originali è la forma.

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Cercando il sole     27-01-2009  

Ieri pensavo a delle frasi sul tempo per il romanzo che sto rivedendo.
Le frasi in cui c’è il tempo di mezzo sono complicatissime, si rischia facilmente di scivolare sopra lo zucchero o nel bollettino meteorologico,  oppure nel banale, nel già scritto.
Hanno le stesse difficoltà delle frasi d’amore. Anzi no. Per le frasi dell’amore  si può trovare la scappatoia del cinismo o dell’ironia. Certo, se il tono della narrazione fino a quel momento è stato diverso, è un metodo un po’  furbetto e comunque conduce a un altro problema: quella di avere l’abilità di introdurre gradualmente il cinismo o l’ironia, così da non far avvertire al lettore il gradino. Costruire una pedana, insomma, ma non è facile.
Quindi smettevo di scrivere.
Poi leggevo questo:
Attraversando la Germania e il Belgio su un’antiquata carrozza sovietica di un treno internazionale, ogni volta percepisci la tensione corrucciata del silenzio, l’instabilità del tempo, ma basta varcare il confine francese che in cielo echeggia un’esplosione silenziosa, le nuvole si disperdono da ogni parte, gli orizzonti si dilatano, il cielo spicca il volo, i pioppi a piramide si fanno più vigorosi, e attraverso il finestrino irrompe il sole.
Che è un pezzo bellissimo in cui si parla proprio del tempo.

L’ha scritto Viktor Erofeev in questo libro qui

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Coincidenze che danno la nausea     14-01-2009  

Chiunque legga abitualmente  fatti di cronaca e sia dotato di capacità d’immedesimazione è in grado di prevedere qualcosa che potrebbe accadere. Per esempio, riguardo agli sbarchi sulle nostre coste: non ci vuole molto a immaginare che possa esistere un’organizzazione di questo tipo.
Tuttavia quando leggo che un fatto è accaduto dopo che l’ho scritto, provo una sensazione strana. Decisamente non piacevole.
Ieri avevo scritto un brano. Dopo averlo terminato, ho infilato guanti, sciarpa e cappello, ho preso una busta, agganciato il guinzaglio alla cana e sono uscita. Mi sono diretta verso la scuola dove mi aspettava Fran, gli ho passato la busta attraverso il cancello, la cana ha piagnucolato un poco per non poterlo salutare come avrebbe voluto, siamo tornate indietro. All’altezza del sentiero che conduce al grande prato verde vicino casa, ho visto quello che avevo scritto. Due macchine della polizia parcheggiate di traverso per bloccare le strade, delle transenne a isolare quello che era accaduto. Be’, che c’è di strano in un incidente? Non ci sarebbe stato nulla di strano se mi fossi trovata a Roma. Descrivere un incidente e poi trovarselo davanti, è un po’ come scrivere: se giro la manopola con il puntino blu uscirà acqua fredda. Qui è diverso. E’ come se avessi scritto: se giro la manopola con il puntino blu uscirà acqua calda e poi esce effettivamente acqua calda benché fino a quel momento fosse uscita fredda. Perché in tre anni che vivo nel paese di W. è la prima volta che vedo qualcosa di genere. Dopo nel pomeriggio, ho ripreso il brano e l’ho modificato.

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Io funziono al contrario     12-01-2009  

Oggi 12 gennaio ho terminato la prima stesura del romanzo e comincio a buttare giù una scaletta e degli appunti.
Insomma sto facendo ora quello che dovrebbe essere fatto all’inizio come suggeriscono i manuali di scrittura (che a volte sfoglio in libreria) e alcuni scrittori.
E’ impossibile per me seguire questo procedimento dal momento che i miei romanzi e i miei racconti iniziano da un personaggio, anzi dal viso di un personaggio, che si porta dietro man mano che la storia viene scritta fatti e altri personaggi. Non posso saperlo prima. E occorre tempo perché io possa immaginarli e incastrarli insieme.
E’ un po’ come mi succedeva alle elementari e alle medie con i problemi di matematica: trovavo prima il risultato e solo dopo ragionavo sui passaggi. Al liceo invece era più dura e adottavo un’altra strategia. Pensavo ai teoremi che avevo studiato fino a isolare quello che mi sembrava più adatto. Non si può certo chiamarlo ragionamento il mio modo di risolvere, ma come diceva mia nonna: non si cava sangue dalle rape.

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Raccogli la frase e mettila da parte     21-11-2008  

Lei è ancora normale, ma appena invecchia diventerà come le altre: una replicante.
Così Lo a proposito della nuova odontotecnica del centro dove va ogni due mesi per cambiarsi il filo dell’apparecchio.
E’ interessante l’abbinamento di normalità e differenza, considerata anche la sua giovane età. Prima o poi dovrò scriverci una storia su questo centro, di fantascienza, ovvio.

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Una sera, Emme e io, eravamo lì che andavamo per una strada, quando abbiamo incontrato qualcuno, qualcuno che non conoscevamo bene, che ci ha invitato a bere qualcosa, e io stavo per rispondere di no, tendo sempre a rispondere di no, ma Emme, che è più socievole di me, rispondeva: volentieri! e allora ci ritrovavamo in un posto dove non avremmo dovuto essere, e c’era un’atmosfera curiosa, non potrei definirla di disagio o imbarazzo, in effetti dovrei pensarci a lungo per definirla, comunque mentre sorseggiavamo gli aperitivi, – io detesto gli aperitivi, mi piace bere quando ho sete e ho sete mentre mangio o se fa caldo e non accetto nulla per cortesia, ché non sono cortese – Emme ha raccontato qualcosa, qualcosa che si dice per fare conversazione e io ho pensato: ecco la prima nota stonata che ha un suono identificabile, perché la persona che avevamo di fronte ha disapprovato quanto detto, uscendo fuori dal codice di chi ti invita a bere nel suo spazio. E questo essere fuori dal codice poteva essere anche interessante, perché non ci va nessuno fuori , non da queste parti, ma invece, per come l’ho sentita io, derivava da una posizione molto rigida, all’opus dei per intenderci, ma poi si è bloccato tutto perché si è verificato un piccolo imprevisto e siamo dovuti tornare per la nostra strada. Mentre tornavamo mi sono ricordata di una storia incompiuta che scrivevo un anno fa che raccontava di quattro persone che non avrebbero dovuto essere insieme una sera, ognuna aveva un suo motivo preciso per non stare in compagnia delle altre tre, ma siccome ci stavano, a un certo punto, ognuna rilasciava la sua nota stonata. Smisi di scriverla, quella storia, perché non era armonica, e avrei dovuto lavorarci e rilavorarci per dare un senso a quelle quattro note stonate , in effetti avrei dovuto cancellarla e riscriverla da capo, ma non ne ho avuto il coraggio o la voglia e l’ho congelata tra le sospese. E dopo essermela ricordata, ho pensato che avevo fatto bene a non continuarla, ché era falsa, e ne immaginavo una nuova, intanto l’aria si faceva bianca di nebbia, e a me piaceva molto, e quando stava per finire, la passeggiata ma anche la nebbia, domandavo a Emme: non ti pareva che ci fosse qualcosa di stonato poco fa? Qualcosa che potesse sfuggire all’improvviso? E lui rispondeva: assolutamente no!

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Progetti di collezioni     19-09-2008  

I romanzi sono come i matrimoni. E’ così triste finirli. Quando ho finito il mio primo libro mi è parso di essermi innamorato della mia protagonista e che fosse morta. Bisogna capire che scrivendo un romanzo nascono strani e invisibili amici e poi si devono uccidere, anche se sono stati vivi soltanto nella nostra immaginazione, e dopo averli uccisi si deve andare dal droghiere o parlare alla gente nei ricevimenti e simili. I personaggi dei racconti sono diversi. Diventano vivi negli angoli degli occhi. Non si deve vivere con loro. David Foster Wallace

Pensavo qualcosa del genere stamattina mentre sceglievo i fiori. Il venerdì e il sabato, alla rotatoria, c’è un fioraio. Pensavo ‘sta cosa e volevo appuntarmela, ma poi l’ho cercata e l’ho trovata subito. Anche altri hanno scritto pensieri simili, alla fine sembra che tutto sia stato già scritto, già pensato, è solo questione di individuare la forma che ti si adatta meglio, oppure elaborartela a modo tuo.
Ho impiegato un po’ a scegliere i fiori. Alla fine ho preso sette crisantemi viola scuro, dello stesso colore del tulipano nero per intenderci, e un mazzo di rose rosa Almòdovar, mi piaceva il contrasto strampalato: solenne e kitsch, ma poi li ho sistemati in due vasi separati.
Quando tornavo mi è venuto in mente che potrei aprire un file dove raccogliere le frasi scritte da qualcuno che ha finito o sta per finire un romanzo oppure uno dove segnarmi descrizioni minime e/o dialoghi con le persone che incontro nel corso della giornata e che non conosco. Ieri notte, per esempio, c’era uno fuori di testa. Ero sempre alla rotatoria, stavo per attraversare quando ho visto questo tipo sui trenta, più o meno, che correva zoppicando. Correva come se stesse per arrivare un autobus, solo che andava nella direzione opposta alla fermata e l’autobus comunque non stava arrivando. Siccome procedeva nel senso contrario al mio, ho deciso di continuare. Invece improvvisamente ha cambiato idea, è tornato indietro e in una manciata di secondi era sulle strisce pedonali di fronte a me. Ha tirato fuori una bottiglia dallo zaino e si è fatto un lungo sorso. Poi ha cominciato ad attraversare. Allora sono tornata indietro. Prima col mio passo normale, poi ho accelerato. Avevamo la stessa andatura, cioè, credo che lui fosse più veloce, ma perdeva terreno quando scartava verso destra e verso sinistra. Era come avere dietro uno con una gamba di legno. Naturalmente non c’era nessun pericolo, bastava che m’infilassi nel giardino di una casa e in pochi secondi avrei raggiunto la porta, la finestra e la luce. Mi spaventava un po’ perché aveva un comportamento imprevedibile. Sono arrivata a CameliaHof, che ha un forma di un imbuto, ho percorso una decina di metri e mi sono fermata. Anche lui si è fermato ma per farsi un altro sorso e dopo ha proseguito con la sua andatura barcollante.
Oppure potrei trascrivere dettagli di queste passeggiate notturne. Due notti fa, per esempio, c’era una luna rotonda e una striscia che usciva da una nuvola a pochi centimetri da questa. Sembrava una roba da alieni. Ma sarebbe laboriosa da descrivere per bene. Però se lo scopo é di ricordarla per me, potrei sintetizzare: luna rotonda con striscia luminosa al fianco. Ma alla fine non faccio nulla di tutto questo: il pensiero gira sempre lì, sulla storia che sto scrivendo.

foto presa da qui

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Dei maiali rosa e neri     28-05-2008  

Ieri ero lì che riscrivevo delle pagine e mi sono bloccata, a un certo punto, su una frase che non funzionava. La frase riguardava due capelli spessi e chiari che un tale Tonino Pinna nota su un lavandino del bagno del luogo dove lavora. S’incanta su di loro, sui due capelli intendo, e pensa che sono identici alle setole di un maiale e poi fa ( più o meno) una riflessione del genere: “il maiale perde le setole in autunno non in estate, deve essere un maiale anomalo, questo”.
Ora, uno può scrivere quello che vuole, però per quanto possibile dovrebbe sapere se quello che sta scrivendo corrisponde o meno alla realtà.
Così ho cominciato a cercare informazioni sul maiale e sulla eventuale perdita di setole, ma non ho trovato nulla, intanto mi veniva in mente la faccia di una donna che era rossa come se si fosse scottata al sole ma che invece era naturale perché l’aveva anche in inverno di questo colore. Questa donna si chiamava Lucia, ed era sempre vestita di nero per la morte di qualche parente, addirittura portava il lutto anche per quelli emigrati e morti in Australia, che non li vedeva da almeno quindici anni e da cui riceveva delle lettere solo per i funerali e i matrimoni, e mi sono ricordata dei suoi occhi disperati, un giorno in cui era festa, quando scoprì che due dei suoi cinque maiali erano morti.
Entrarono tutti nella stalla, in fila, a guardarli, e dopo andarono stringerle la mano. I maiali sembravano addormentati, con gli occhi chiusi e le zampe composte, senza segni di sofferenza, tranne per la pancia che avevano gonfia come se avessero ingoiato una barra di metallo. Quelli superstiti erano agitatatissimi e strillavano con versi acuti che strappavano il cuore, e pure loro avevano quello barra nella pancia. Dal recinto mancavano alcune stecche, in effetti. E io non riuscii a trattenermi dal farlo notare, anche se lo sapevo che non bisognava, però la feci sottovoce, la mia osservazione. A un certo punto arrivò il marito di questa Lucia, e uscimmo tutti dalla stalla, e lui sparò ai maiali rimasti.
Oggi accompagno Lo a lezione d’italiano. Prima leggevo, ora, mentre l’aspetto, passeggio con il cane, ogni volta un po’ di più. Ci sono due possibili strade: una porta su un percorso di recinti di maiali (all’aperto) e di fattorie, l’altra conduce a un castello che finora ho guardato da lontano. Però questi maiali qui non mi servono a niente, ché sono diversi dai nostri: sono neri, giganteschi e senza setole, per lo meno così mi è parso dal punto in cui sono riuscita ad avvicinarmi, ché al cane fanno paura. E invece sono tranquilli, talmente tranquilli che le capre ci dormono sopra.

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