Delle SuperMamme e di Bengodi     05-02-2010  

E’ da un anno circa che non scrivo più le mie storie per blog ed è  un peccato perché mi divertivo parecchio a pensarle e a buttarle giù.
Le storie per blog avevano due caratteristiche: dovevano essere brevi e ironizzare su una categoria. Per poter fare dell’ironia  su un gruppo devi conoscerlo bene, o ancora meglio starci dentro. E quindi ho scritto di blog e  di bloggers e di scrittori e delle loro ansie di pubblicazione.
Oggi non ha più senso scrivere di blog perché  questo è più o meno deceduto e quindi sono scomparse quelle dinamiche su cui costruivo le mie storielle. Anche il filone dello scrittore un po’ sfigato è esaurito.
Le mie preferite sono:
Per la categoria scrittore sfigato: Con simpatia, Adamo Risvolti e Scritto Mesto: dalla rete alla carta passando per la sacrestia
Per la categoria blog e bloggers: Senza complimenti non scrivo

Ci sono un paio di gruppi  a cui pensavo stamattina, da cui potrei cavarne qualcosa, uno è formato da quelle donne che aprono il blog in quanto madri. Il concetto che sbandierano è questo: siamo imperfette, abbiamo un mucchio di  difetti però… Però, poi, se vai a leggere tra le righe sono delle esaltate convinte di essere migliori solo perchè crescono dei figli. L’altra  è quella degli italiani che vivono all’ESTERO e che parlano male del loro Paese e quelli che stanno in patria, con il mito dell’ESTERO ( che a leggerli o ad ascoltarli  sembra un po’ che l’estero sia Marte se Marte fosse abitato da Marziani evoluti), ma che non si trasferirebbero mai pure se venissero pagati profumatamente, pure se li pregassero in ginocchio, eccetera eccetera.Di queste persone non faccio parte, ma ho il privilegio di osservarle da vicino o di leggerle attraverso la rete.  Mi sa che appena finisco quello che sto facendo, provo a buttarne giù qualcuna. Tanto i commenti sono moderati perché quelli del secondo gruppo sono un po’, diciamo, suscettibili. E mi sa che pure le mamme esaltate non l’accettano tanto l’ironia.
E se ne scrivessi una su una SuperMamma che vive nel Paese di Bengodi?
E se poi mi uccide? E se mi riempie di maledizioni e di virus il blog? Io mica sono tanto coraggiosa…

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Il video     28-01-2010  

Qualche giorno fa, la capa del ritrovo dei cani al parco, mi si avvicinava con l’atteggiamento di chi mi stava per proporre  qualcosa d’illegale e bisbigliava: “lo vuoi un video con Camilla e tutti i cani?” Io, un po’ inebetita dall’atteggiamento, dicevo sì e lei mi rispondeva: “bene.”
Dopo si allontanava e riprendeva a indirizzare il gruppo formato  dai cani e dai loro padroni.
Più tardi, tornando a casa, riflettevo che invece non lo volevo.
Primo perché i cani che giocano con la mia cana  al parco li vedo tutti i giorni e non mi interessa  riguardarli in un video. Secondo perché ne ho girato uno io quando c’era la neve.
A cena raccontavo la faccenda. Si commentava e si rideva.
“Ora mi toccherà comprarlo per forza.”
“Scherzi?” “No che non devi!” Mi rispondevano.
“E se non andassi più in quel parco per un mese? Potrebbe essere il modo più semplice per chiudere la faccenda.”
Ma non ero veramente io ad avere questa idea. Era l’elaborazione fantastica di me che sceglieva una soluzione apparentemente più semplice ma che le avrebbe potuta portare a situazioni grottesche, un po’ come accade ne Il Piccione.
Questo potrebbe essere l’incipit provvisorio: Margherita B. era riconoscente a quella persona. Non poteva dimenticare quando era corsa dietro al suo cane, l’aveva agguantato e gli aveva strappato un airone morto da almeno da due giorni dalla bocca.
Nella realtà, la mia cana aveva preso una taccola. Ma quanti sanno cos’è una taccola? Di che colore ha le penne, di che grandezza è? Quindi andrebbe descritta. Andrebbe descritto pure l’airone. Però, in questo caso, si può fare con meno parole. Poi, di solito, preferisco un personaggio maschile. Lascia più spazio: può avere qualità maschili, e/0 anche femminili se si riesce a  dosarle nel modo opportuno. Ma in questo caso, avrei scelto un personaggio femmina per contrapporlo all’altro che pure è di sesso femminile, ma parla, si muove e agisce come un maschio. Oddio, ora che ci penso sarebbe interessante avere un personaggio-uomo con un atteggiamento timido e pauroso e un personaggio-donna che è il suo esatto contrario. Ma a prescindere dalle caratterizzazioni dei personaggi, il centro della storia rimane l’ossessione che svilupperà Margherita B.,  le strategie che metterà in atto per  non comprare quel maledetto video.
Quanto a me, il giorno dopo sono tornata al parco, ho preso la capa da una parte e le ho sussurrato: “Mi spiace, non lo voglio il video, ne ho già uno che ho girato prima di Natale con la neve.”
Ha insistito parecchio e io ho continuato a dire no. Alla fine mi ha detto che me l’avrebbe dato pure gratis. Allora le ho risposto: “grazie, sei gentile, ma sai, io la televisione non la guardo mai.”
E finalmente questa frase l’ha fermata.

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Ma questo non sono io     11-12-2009  

Non ho mai scritto storie ispirandomi a persone a me vicine. Su persone lontane, sì. Anche se dopo che  é avvenuto il processo di trasformazione da persona a personaggio, quest’ultimo conserva poche caratterische dell’originale. Tant’è che se io andassi a rivelare al tipo/alla tipa: quello/quella sei tu, mi risponderebbe: “ma questo non sono io!”
Le persone si preoccupano se scrivi su di loro. A me invece piacerebbe che qualcuno scrivesse un racconto su di me. Pure se mi presentasse come un personaggio negativo, anzi diciamo che mi piacerebbe solo in questo caso. Ma forse  non mi preoccuperebbe perché conosco i meccanismi che portano alla nascita di un personaggio.
Una sola volta ho scritto di qualcuno a me vicino. Il soggetto che m’ispirò era mia figlio Lo, allora undicenne, e ne venne fuori un racconto (Il ventiquattresimo uovo che poi fu pubblicato su una rivista, che ora non c’è più, il Maltese Narrazioni).  Riuscii a portarlo sulla carta forse perchè aveva undici anni. Che è una bella età, a vederla da fuori. Sei un po’ bambino e un po’ adolescente. Sei un po’ ingenuo e un po’ scaltro.  Potenzialmente potresti diventare un  mucchio di cose. Naturalmente quando lesse il racconto mi disse: “ma questo non sono io!”
Nel romanzo che sto rivedendo il personaggio principale è  ricavato da una persona che ho conosciuto da lontano e ci sono alcuni dei personaggi minori ispirati a persone che ho conosciuto da lontano e superficialmente molto tempo fa.  Una di queste persone non l’ho mai incontrata. Mi è stata raccontata. Chissà come se la passa in questo momento.

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Ieri, mentre camminavo nel buio, pensavo che le luci rosse e bianche che si accendevano e spegnevano in lontananza avrebbero potuto pure essere l’inizio di una storia. La storia di un tipo che nel tardo pomeriggio andava in un parco senza lampioni a portare il proprio cane a giocare con altri cani. Il tipo camminava tranquillo, pensando chissà cosa,  fino a che il cane attaccava a ringhiare. Il tipo se ne stupiva, smetteva di pensare a chissà cosa, domandava: ma che hai da ringhiare? Alla fine proseguiva, malgrado il cane  cominciasse a guaire, cercando di impedirgli di continuare,  e quando il tipo arrivava al centro del parco, scopriva che le luci rosse non erano sui collari dei cani e le luci bianche non erano le torce dei padroni, ma sia le une che le altre erano su dei vestiti indossati  da alieni atterrati nel centro di quel parco.
A questo punto  mi fermavo un attimo e pure il tipo della mia storia si fermava.
Io mmaginavo i possibili sviluppi.
Nel frattempo il tipo era impegnato a sbalordirsi, a spaventarsi, eccetera.
Alla fine ne tiravo fuori quattro:
1)gli alieni erano buoni e il tipo riusciva a trarne qualche vantaggio per sé e per l’umanità.
2)Gli alieni erano cattivi e il tipo doveva salvare se stesso e l’umanità
3)Gli alieni erano indifferenti. Continuavano a fare quello che stavano facendo e il tipo ci restava malissimo. Un giorno veniva intervistato in tv e il conduttore a un certo punto gli diceva: ma insomma, lei ha avuto la fortuna d’incontrare gli alieni e non ha fatto nulla! E il tipo era desolato. Desolatissimo. Forse andava pure dallo psicologo.
4)Gli alieni erano indifferenti a lui ma non al cane. Il tipo ci rimaneva male e si metteva in competizione con il suo cane, arrivando persino a invidiarlo.
Lo sviluppo uno e due sono banali. Il tre e il quattro mi pare che lo siano un po’ meno. Dal quattro potrebbe venirne fuori un racconto comico. Ma non ho dubbi, se dovessi decidere di scrivere questa storia, è la tre che sceglierei. E la farei cominciare dall’intervista in televisione.

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La forma che fa la differenza     30-03-2009  

Una persona mi ha scritto una mail dove mi racconta perché ha capito di non voler continuare a scrivere. Fino a qui nulla di speciale: il mondo è pieno di persone che cominciano a scrivere oppure che smettono. E i motivi sono più o meno gli stessi: ci si annoia, è faticoso, ci si accorge di essere ripetitivi,  oppure di non aver nulla da dire, di avere qualcosa di meglio da fare. Molti dicono di aver smesso per mancanza di tempo, ma questa è una non motivazione secondo me. Quello che è sorprendente in questa mail scritta con parole semplici, con un tono lieve, che non passa concetti originali è la forma.

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Cercando il sole     27-01-2009  

Ieri pensavo a delle frasi sul tempo per il romanzo che sto rivedendo.
Le frasi in cui c’è il tempo di mezzo sono complicatissime, si rischia facilmente di scivolare sopra lo zucchero o nel bollettino meteorologico,  oppure nel banale, nel già scritto.
Hanno le stesse difficoltà delle frasi d’amore. Anzi no. Per le frasi dell’amore  si può trovare la scappatoia del cinismo o dell’ironia. Certo, se il tono della narrazione fino a quel momento è stato diverso, è un metodo un po’  furbetto e comunque conduce a un altro problema: quella di avere l’abilità di introdurre gradualmente il cinismo o l’ironia, così da non far avvertire al lettore il gradino. Costruire una pedana, insomma, ma non è facile.
Quindi smettevo di scrivere.
Poi leggevo questo:
Attraversando la Germania e il Belgio su un’antiquata carrozza sovietica di un treno internazionale, ogni volta percepisci la tensione corrucciata del silenzio, l’instabilità del tempo, ma basta varcare il confine francese che in cielo echeggia un’esplosione silenziosa, le nuvole si disperdono da ogni parte, gli orizzonti si dilatano, il cielo spicca il volo, i pioppi a piramide si fanno più vigorosi, e attraverso il finestrino irrompe il sole.
Che è un pezzo bellissimo in cui si parla proprio del tempo.

L’ha scritto Viktor Erofeev in questo libro qui

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Coincidenze che danno la nausea     14-01-2009  

Chiunque legga abitualmente  fatti di cronaca e sia dotato di capacità d’immedesimazione è in grado di prevedere qualcosa che potrebbe accadere. Per esempio, riguardo agli sbarchi sulle nostre coste: non ci vuole molto a immaginare che possa esistere un’organizzazione di questo tipo.
Tuttavia quando leggo che un fatto è accaduto dopo che l’ho scritto, provo una sensazione strana. Decisamente non piacevole.
Ieri avevo scritto un brano. Dopo averlo terminato, ho infilato guanti, sciarpa e cappello, ho preso una busta, agganciato il guinzaglio alla cana e sono uscita. Mi sono diretta verso la scuola dove mi aspettava Fran, gli ho passato la busta attraverso il cancello, la cana ha piagnucolato un poco per non poterlo salutare come avrebbe voluto, siamo tornate indietro. All’altezza del sentiero che conduce al grande prato verde vicino casa, ho visto quello che avevo scritto. Due macchine della polizia parcheggiate di traverso per bloccare le strade, delle transenne a isolare quello che era accaduto. Be’, che c’è di strano in un incidente? Non ci sarebbe stato nulla di strano se mi fossi trovata a Roma. Descrivere un incidente e poi trovarselo davanti, è un po’ come scrivere: se giro la manopola con il puntino blu uscirà acqua fredda. Qui è diverso. E’ come se avessi scritto: se giro la manopola con il puntino blu uscirà acqua calda e poi esce effettivamente acqua calda benché fino a quel momento fosse uscita fredda. Perché in tre anni che vivo nel paese di W. è la prima volta che vedo qualcosa di genere. Dopo nel pomeriggio, ho ripreso il brano e l’ho modificato.

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Io funziono al contrario     12-01-2009  

Oggi 12 gennaio ho terminato la prima stesura del romanzo e comincio a buttare giù una scaletta e degli appunti.
Insomma sto facendo ora quello che dovrebbe essere fatto all’inizio come suggeriscono i manuali di scrittura (che a volte sfoglio in libreria) e alcuni scrittori.
E’ impossibile per me seguire questo procedimento dal momento che i miei romanzi e i miei racconti iniziano da un personaggio, anzi dal viso di un personaggio, che si porta dietro man mano che la storia viene scritta fatti e altri personaggi. Non posso saperlo prima. E occorre tempo perché io possa immaginarli e incastrarli insieme.
E’ un po’ come mi succedeva alle elementari e alle medie con i problemi di matematica: trovavo prima il risultato e solo dopo ragionavo sui passaggi. Al liceo invece era più dura e adottavo un’altra strategia. Pensavo ai teoremi che avevo studiato fino a isolare quello che mi sembrava più adatto. Non si può certo chiamarlo ragionamento il mio modo di risolvere, ma come diceva mia nonna: non si cava sangue dalle rape.

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Raccogli la frase e mettila da parte     21-11-2008  

Lei è ancora normale, ma appena invecchia diventerà come le altre: una replicante.
Così Lo a proposito della nuova odontotecnica del centro dove va ogni due mesi per cambiarsi il filo dell’apparecchio.
E’ interessante l’abbinamento di normalità e differenza, considerata anche la sua giovane età. Prima o poi dovrò scriverci una storia su questo centro, di fantascienza, ovvio.

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Una sera, Emme e io, eravamo lì che andavamo per una strada, quando abbiamo incontrato qualcuno, qualcuno che non conoscevamo bene, che ci ha invitato a bere qualcosa, e io stavo per rispondere di no, tendo sempre a rispondere di no, ma Emme, che è più socievole di me, rispondeva: volentieri! e allora ci ritrovavamo in un posto dove non avremmo dovuto essere, e c’era un’atmosfera curiosa, non potrei definirla di disagio o imbarazzo, in effetti dovrei pensarci a lungo per definirla, comunque mentre sorseggiavamo gli aperitivi, – io detesto gli aperitivi, mi piace bere quando ho sete e ho sete mentre mangio o se fa caldo e non accetto nulla per cortesia, ché non sono cortese – Emme ha raccontato qualcosa, qualcosa che si dice per fare conversazione e io ho pensato: ecco la prima nota stonata che ha un suono identificabile, perché la persona che avevamo di fronte ha disapprovato quanto detto, uscendo fuori dal codice di chi ti invita a bere nel suo spazio. E questo essere fuori dal codice poteva essere anche interessante, perché non ci va nessuno fuori , non da queste parti, ma invece, per come l’ho sentita io, derivava da una posizione molto rigida, all’opus dei per intenderci, ma poi si è bloccato tutto perché si è verificato un piccolo imprevisto e siamo dovuti tornare per la nostra strada. Mentre tornavamo mi sono ricordata di una storia incompiuta che scrivevo un anno fa che raccontava di quattro persone che non avrebbero dovuto essere insieme una sera, ognuna aveva un suo motivo preciso per non stare in compagnia delle altre tre, ma siccome ci stavano, a un certo punto, ognuna rilasciava la sua nota stonata. Smisi di scriverla, quella storia, perché non era armonica, e avrei dovuto lavorarci e rilavorarci per dare un senso a quelle quattro note stonate , in effetti avrei dovuto cancellarla e riscriverla da capo, ma non ne ho avuto il coraggio o la voglia e l’ho congelata tra le sospese. E dopo essermela ricordata, ho pensato che avevo fatto bene a non continuarla, ché era falsa, e ne immaginavo una nuova, intanto l’aria si faceva bianca di nebbia, e a me piaceva molto, e quando stava per finire, la passeggiata ma anche la nebbia, domandavo a Emme: non ti pareva che ci fosse qualcosa di stonato poco fa? Qualcosa che potesse sfuggire all’improvviso? E lui rispondeva: assolutamente no!

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