In fondo tutto è autobiografia…     20-04-2011  

E allora certe volte è meglio tacere.
Da un po’, da un bel po’ in effetti, l’autocelebrazione di se stessi in modo più o meno palese mi dà la nausea.
Anzi, tanto più si cerca di nasconderla, più mi infastidisce.
I reality show, Berlusconi, i blog prima, facebook adesso con le foto, gli inviti agli eventi… Non è patetico tutto questo affannarsi? Se non è patetico, è faticoso.
Per questo ho rallentato la produzione di post, mi pare più divertente fare altro o ancora meglio non fare niente. Vero che spesso quello che ho scritto da queste parti riguardava persone che mi passavano davanti, ma ultimamente stavo troppo a chiedermi quanto effettivamente riguardava l’altro e quanto riguardava me. E non posso nausearmi di me stessa: mi piaccio troppo!
Vabbé torno nell’ombra prima di scrivere qualcosa che potrebbe costringermi a prendermi un tè con limone e zucchero invece del mio solito caffé amaro delle dieci e mezza.

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Cercando un titolo     04-02-2011  

Stavolta faccio la scaletta.
Stavolta scrivo una roba commerciale.
Stavolta discuto della trama con più persone.
Stavolta mi sbrigo e i personaggi li gestisco io. Non permetterò che uno di loro, nato con lo scopo di restare sullo sfondo,  cominci a parlare e a parlare fino a diventare protagonista o comprimario. Glielo impedirò, lo giuro!
Stavolta il titolo lo decido alla fine.
Questi erano i punti che avrei dovuto seguire quando  a settembre ho cominciato a scrivere il romanzo. Anzi, quando l’ho ripreso perché, come d’abitudine,  avevo già scritto un paio di capitoli mentre terminavo La scelta.
Per ora ho rispettato solo l’ultimo punto.
E a che cosa  penso durante le lunghe passeggiate con la cana non curandomi del vento, della pioggia, delle cinciallegre che filo dopo filo stanno costruendo i nidi, dei narcisi che stanno spuntando o delle chiacchiere, al buio, della gente nel parco?
Al titolo, ovvio.
Farei meglio a cercarmi un editore, piuttosto, ma è un’attività  così noiosa. E a me annoia annoiarmi.

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Lui che cambia tutto     15-09-2010  

Ormai c’ero quasi con la scaletta quando è comparso lui:

Igino Pomellato era un uomo piccolo e di carnagione scura, che s’avvicinava all’età della pensione. Aveva dei capelli sorprendentemente folti e neri che però portava cortissimi a eccezione del ciuffo per cui aveva una cura maniacale. Abitava con la sorella, anche lei bidella ma in un istituto magistrale.
Alle otto di quella mattina Igino Pomellato si trovava in quell’aula non perché fosse in ritardo con le pulizie, come voleva dar a intendere, ma perché aveva un debole per la professoressa di matematica. Ce l’aveva da sempre, da quando lei, poco più che ventenne, aveva fatto la sua comparsa al liceo Giordano Bruno, dapprima come supplente e poi come insegnante di ruolo.
Sogni illeciti su di lei, nella sua cameretta nel seminterrato, ne aveva fatti e ne faceva parecchi, ma non avrebbe mai e poi mai esternato la sua voglia per quella donna fredda e pallida. Gli  era sempre bastato scambiarci qualche parola prima dell’inizio delle lezioni e durante l’intervallo.
Quell’estate, però, Igino Pomellato era volato in paradiso. Le lezioni erano terminate e c’erano gli scrutini finali. Il termometro segnava trentasei gradi e Igino Pomellato, uscendo dal parcheggio con la sua vecchia lambretta, aveva visto la professoressa che si sventolava sotto l’unico pino del cortile. Se ne stava seduta su un masso e appariva più pallida che mai, forse perché in quel periodo tutti, ma proprio tutti, erano tanto abbronzati.  Così  si era fermato, si era sfilato il casco, si era ricomposto il suo bel ciuffo nero, le aveva detto qualcosa, infine le aveva offerto un passaggio.
E lei aveva risposto: “perché no? Oggi ho pure i pantaloni!”
Dopo quell’ episodio, per innumerevoli notti, Igino Pomellato  aveva cercato di ricordare le parole con cui aveva azzardato la sua proposta, ma non c’era stato verso. Quello che gli era rimasto impresso, ma impresse davvero,  erano le dieci esili dita della professoressa Rinaldi sui suoi fianchi. . E poi la brezza tiepida che a un certo punto gli aveva mosso il ciuffo, l’odore aspro di lei. La sua Sicilia e la limonaia in cui giocava da bambino avevano fatto la comparsa in quell’afoso primo pomeriggio di giugno sotto quel pino afflitto dalla processionaria:  perché Stefania Rinaldi aveva l’odore della sua infanzia.

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Sempre la stessa storia     10-09-2010  

Lunedì ho cominciato a lavorare a un nuovo romanzo.
Veramente l’avevo già cominciato diversi mesi fa. Diciamo che ho scelto quale avrei continuato, dal momento che ne avevo anche un altro.
Ho deciso di scrivere la scaletta. Di scriverla prima, non a metà o alla fine come ho fatto finora. Così ho passato la mattina di martedì a riflettere sulla scaletta. E mi è venuto il blocco della scaletta.
Mercoledì, dopo aver contato tutte le foglie gialle della betulla, circa una settantina, ho pensato che era meglio lasciar perdere e ho finito il primo capitolo.
Giovedì ho ragionato ancora sulla trama e mi sono detta: “faccio parlare i protagonisti, li faccio pensare e dopo torno sulla scaletta. E ho scritto metà del secondo capitolo.
Oggi, venerdì, non è cambiato nulla. Non riesco proprio a immaginare quello che potrà accadere. Così ho riletto quanto avevo scritto e ho buttato giù un elenco dei personaggi principali e minori. E accanto al nome di ognuno mi sono appuntata l’età e qualche dettaglio fisico, qualche ossessione. Spero di riuscire ad averla alla fine del terzo capitolo. Sarebbe tranquillizzante, credo.

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Sì, sono di Roma.     23-07-2010  

In nove anni di vita all’estero immagino di essere cambiata almeno un po’. Quello che è rimasto invariato invece è….
Ascolta l’intervista che Rosa Leanza mi ha fatto su Storia e Storie per scoprirlo.
Se poi qualcuno sapesse dirmi come salvare il file audio dato che non c’è in podcast gli sarei molto grata.

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Scrivere all’estero     18-06-2010  

Qui l’intervista per Expat

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Chissà chi lo sa     26-05-2010  

Stamattina, bevendo il mio caffè, mi chiedevo quale fosse la differenza di un libro scritto con l’anima  e uno scritto di pancia.

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Mentre le finestre sbattono, le pale dei mulini girano, l’ortica gigante cresce, succede che:
Rimango un po’ stupita quando vedo  qualcuno riportare su un blog uno stralcio di un articolo o di un post altrui e aggiungerci qualche riflessione in cui ripete le stesse cose di ciò che nell’articolo o post è espresso meglio.
Perché sprecare tempo, parole, energia? Non è sufficiente riportare il pezzo e magari se proprio si vuol star tranquilli di non essere fraintesi, scrivere: condivido?
Ma quello che mi infastidisce è il comportamento dei commentatori che finiscono con l’attribuire lo stralcio dell’articolo o del post altrui a colui che l’ha riportato.

E allora: Insomma, tanto s’immerse nelle sue letture, che passava le nottate a leggere da un crepuscolo all’altro, e le giornate dalla prima all’ultima luce; e così, dal poco dormire e il molto leggere gli s’inaridì il cervello in maniera che perdette il giudizio. La fantasia gli si riempì di tutto quello che leggeva nei libri, sia d’incantamenti che di contese, battaglie, sfide, ferite, dichiarazioni, amori, tempeste ed altre possibili assurdità; e gli si ficcò in testa a tal punto che tutta quella macchina d’invenzioni immaginarie che leggeva, fossero verità, che per lui non c’era al mondo altra storia più certa.

E’ come se l’avessi pensato e scritto io, no?

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Delle SuperMamme e di Bengodi     05-02-2010  

E’ da un anno circa che non scrivo più le mie storie per blog ed è  un peccato perché mi divertivo parecchio a pensarle e a buttarle giù.
Le storie per blog avevano due caratteristiche: dovevano essere brevi e ironizzare su una categoria. Per poter fare dell’ironia  su un gruppo devi conoscerlo bene, o ancora meglio starci dentro. E quindi ho scritto di blog e  di bloggers e di scrittori e delle loro ansie di pubblicazione.
Oggi non ha più senso scrivere di blog perché  questo è più o meno deceduto e quindi sono scomparse quelle dinamiche su cui costruivo le mie storielle. Anche il filone dello scrittore un po’ sfigato è esaurito.
Le mie preferite sono:
Per la categoria scrittore sfigato: Con simpatia, Adamo Risvolti e Scritto Mesto: dalla rete alla carta passando per la sacrestia
Per la categoria blog e bloggers: Senza complimenti non scrivo

Ci sono un paio di gruppi  a cui pensavo stamattina, da cui potrei cavarne qualcosa, uno è formato da quelle donne che aprono il blog in quanto madri. Il concetto che sbandierano è questo: siamo imperfette, abbiamo un mucchio di  difetti però… Però, poi, se vai a leggere tra le righe sono delle esaltate convinte di essere migliori solo perchè crescono dei figli. L’altra  è quella degli italiani che vivono all’ESTERO e che parlano male del loro Paese e quelli che stanno in patria, con il mito dell’ESTERO ( che a leggerli o ad ascoltarli  sembra un po’ che l’estero sia Marte se Marte fosse abitato da Marziani evoluti), ma che non si trasferirebbero mai pure se venissero pagati profumatamente, pure se li pregassero in ginocchio, eccetera eccetera.Di queste persone non faccio parte, ma ho il privilegio di osservarle da vicino o di leggerle attraverso la rete.  Mi sa che appena finisco quello che sto facendo, provo a buttarne giù qualcuna. Tanto i commenti sono moderati perché quelli del secondo gruppo sono un po’, diciamo, suscettibili. E mi sa che pure le mamme esaltate non l’accettano tanto l’ironia.
E se ne scrivessi una su una SuperMamma che vive nel Paese di Bengodi?
E se poi mi uccide? E se mi riempie di maledizioni e di virus il blog? Io mica sono tanto coraggiosa…

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Il video     28-01-2010  

Qualche giorno fa, la capa del ritrovo dei cani al parco, mi si avvicinava con l’atteggiamento di chi mi stava per proporre  qualcosa d’illegale e bisbigliava: “lo vuoi un video con Camilla e tutti i cani?” Io, un po’ inebetita dall’atteggiamento, dicevo sì e lei mi rispondeva: “bene.”
Dopo si allontanava e riprendeva a indirizzare il gruppo formato  dai cani e dai loro padroni.
Più tardi, tornando a casa, riflettevo che invece non lo volevo.
Primo perché i cani che giocano con la mia cana  al parco li vedo tutti i giorni e non mi interessa  riguardarli in un video. Secondo perché ne ho girato uno io quando c’era la neve.
A cena raccontavo la faccenda. Si commentava e si rideva.
“Ora mi toccherà comprarlo per forza.”
“Scherzi?” “No che non devi!” Mi rispondevano.
“E se non andassi più in quel parco per un mese? Potrebbe essere il modo più semplice per chiudere la faccenda.”
Ma non ero veramente io ad avere questa idea. Era l’elaborazione fantastica di me che sceglieva una soluzione apparentemente più semplice ma che le avrebbe potuta portare a situazioni grottesche, un po’ come accade ne Il Piccione.
Questo potrebbe essere l’incipit provvisorio: Margherita B. era riconoscente a quella persona. Non poteva dimenticare quando era corsa dietro al suo cane, l’aveva agguantato e gli aveva strappato un airone morto da almeno da due giorni dalla bocca.
Nella realtà, la mia cana aveva preso una taccola. Ma quanti sanno cos’è una taccola? Di che colore ha le penne, di che grandezza è? Quindi andrebbe descritta. Andrebbe descritto pure l’airone. Però, in questo caso, si può fare con meno parole. Poi, di solito, preferisco un personaggio maschile. Lascia più spazio: può avere qualità maschili, e/0 anche femminili se si riesce a  dosarle nel modo opportuno. Ma in questo caso, avrei scelto un personaggio femmina per contrapporlo all’altro che pure è di sesso femminile, ma parla, si muove e agisce come un maschio. Oddio, ora che ci penso sarebbe interessante avere un personaggio-uomo con un atteggiamento timido e pauroso e un personaggio-donna che è il suo esatto contrario. Ma a prescindere dalle caratterizzazioni dei personaggi, il centro della storia rimane l’ossessione che svilupperà Margherita B.,  le strategie che metterà in atto per  non comprare quel maledetto video.
Quanto a me, il giorno dopo sono tornata al parco, ho preso la capa da una parte e le ho sussurrato: “Mi spiace, non lo voglio il video, ne ho già uno che ho girato prima di Natale con la neve.”
Ha insistito parecchio e io ho continuato a dire no. Alla fine mi ha detto che me l’avrebbe dato pure gratis. Allora le ho risposto: “grazie, sei gentile, ma sai, io la televisione non la guardo mai.”
E finalmente questa frase l’ha fermata.

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