Ma i gusti, si sa, non si discutono     29-04-2008  

Oh, oh. Sono finita tra le scorie. Ma ho scritto di peggio, per esempio: questo, dove non accade praticamente nulla e in cui ci sono parecchie cose terrificanti come il nome e il cognome della vecchia zingara con un occhio solo. Alba Ciechetta, ma come mi ha venuto in mente?

Categorie: Segnalazioni, dello scrivere

[ 5 commento(i) ]
Nome e cognome (2)     22-01-2008  

le-fils-de-lhomme.jpg
Sono andata a cercare su google Adriano Misurati, protagonista di un racconto lungo che sto revisionando, ma non esistono persone che si chiamano così o per lo meno google non lo sa. L’abbinamento di questo nome e cognome mi piace tantissimo, un personaggio che si chiama in questo modo può fare milioni di cose, secondo me. Adriano, all’inizio, l’avevo chiamato Luca, ma a un certo punto della storia compare una cartellina spiegazzata di colore verde chiaro con una macchia di caffè su un angolo e a matita c’è scritto un nome e un cognome, il suo nome e cognome, che lui legge ad alta voce: Adriano Misurati. E poi aggiunge: Adriano Misurati che sarei io.
Così l’ho dovuto modificare. E questo rappresenta uno dei lati piacevoli dell’inventare storie: quando hai la sensazione che la storia non sia tu a inventarla ma che s’inventa da sola.

Firmai con un Adriano Misurati che era uno scarabocchio, come ho già accennato fu l’anno seguente che mi nacque la passione per la scrittura senza errori e per la calligrafia che si capisce.
Il biliardino lo caricammo noi del B. L’ho già detto che eravamo divisi in bande a seconda dei Palazzi di residenza? Eravamo divisi in bande e facevamo la guerra dopo la scuola e durante l’estate, era un gioco, ma anche un affare serio, capitava che qualcuno si facesse male, ma non male da morirne, male da tenerci il ghiaccio, o al limite si scassava un osso quando facevamo gli spadaccini con le spranghe di metallo che sfilavamo dalle impalcature.
Che Natale! Che vacanze! E chi lo sentiva il freddo? Eravamo così presi a organizzare tornei su tornei, e io mi esercitavo anche alla luce della torcia, alcune sere, quando il patrigno girava letale per casa, e quanto era meraviglioso il risveglio la mattina con la giornata tutta da giocare. E i giocatori avevano gli occhi, la bocca, e soprattutto avevano un nome”.

“Non bisogna dirle certe parole, pensarle si può invece, si può fare tutto con il pensiero. Si può violare, usurpare, scopare, volare, diventare Dio. E io ci divento Dio, certe notti, e sono dentro e fuori nello stesso momento ma quando smetto di essere Dio mi rimane un po’ la tristezza in bocca perché è come non essere nessuno. L’ho raccontato al prete, questo pensiero, ci vado a confessarmi anche se non ci credo, tanto per fare qualcosa, e lui che è un tipo che lascia parlare, un po’ diverso dai preti in circolazione, ha perso la pazienza e stava quasi per darmi una sberla, allora gli ho chiesto se si sarebbe confessato per questo impulso di violenza e m’ha risposto che invece era contento perché aveva sconfitto il demonio ma che avrebbe fatto una penitenza ugualmente, e l’avrebbe fatta per me che non ci credo.
E’ che i preti mietono fedeli lavorando sul senso di colpa”.

Categorie: dello scrivere

[ 2 commento(i) ]
Chiamatemi Ismaele     03-12-2007  

E’ un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in strada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. ”

Siccome è tutto proporzionato, ho sostituito la partenza per mare con l’acqua, e dunque ho lavato la macchina quando scendeva il buio, innaffiando col tubo anche me, facendo, per intenderci, la sintesi di Stanlio e Ollio in una scena di un film di cui non ricordo il titolo, raccolto le insidiose foglie di betulla sotto una pioggia leggera, ché le maledette s’infilano ovunque e impediscono all’acqua di defluire, guidato in autostrada con il tergicristallo semirotto durante un temporale, e passeggiato, semicostretta da Lo, per una strada commerciale a caccia non di capodogli, ma di un paio di felpe, progettato di andare a guardare il mare ma poi ho scritto una storia, decisamente brutta, ma perseguivo lo scopo di sperimentare. Tempo fa ne avevo tirata fuori una prendendo Lo e trapiantandolo in una famiglia di periferia e ne ero rimasta soddisfatta, così stavolta ho preso Fran, l’ho sfrondato di qualche dettaglio, ne ho aggiunti altri e ho lasciato la stessa scuola, lo stesso paese, gli stessi nomi, rubati alla rubrica telefonica scolastica. Il risultato, come accennavo prima, è stato un racconto scialbo, di quelli che non dicono nulla, che irriterebbe Fran se lo leggesse perché c’è una pesantissima morale, anzi ora che ci penso è partito proprio da qui la faccenda della malinconia e dell’acqua. E poi ricopio pezzi di romanzi altrui. Ti fa stare incredibilmente bene.

Categorie: dello scrivere

[ 4 commento(i) ]
L’istinto del narratore     20-11-2007  

Chi scrive, mi riferisco indifferentemente a uno scrittore o a un blogger, a uno cioè che rende il suo testo letterario pubblico, ha due mostri da combattere: la vanità e il desiderio di apparire buono. La vanità si può provare a eluderla raccontando storie con personaggi che sono apparentemente distanti dall’autore come status, come sesso, come principi.
Resta il secondo mostro da arginare che, una volta confinato il primo, tende a ingrandirsi come se si risucchiasse quei punti che sono stati sottratti all’altro.
Allora uno dice: faccio il cattivo, il cinico. Potrebbe essere una soluzione, ma si riuscirà a esercitare cattiveria, cinismo e loro derivati senza cadute rovinose dalla parte dei buoni? Ma anche se ci si riuscisse a essere un narratore con un’indole di questo tipo, - da non confondersi con la persona, eh - c’è sempre il rischio che l’accanimento nel ricoprire questo ruolo conduca verso l’inattendibilità di chi racconta, che può apparire esagerato, o semplicemente che appare “troppo” con il conseguente rischio di ricadere preda dell’altro mostro, la vanità.
Oppure una scappatoia può essere quella di raccontare se stessi, ma ridicolizzandosi un po’. Ma non è così semplice da realizzare.
Non c’è una ricetta per evitare che ciò accada. Si può leggere e rileggere quello che è stato fatto da altri prima di noi, ricopiarselo più volte su un quaderno o su word, ma a un certo punto tocca di nuovo a te, stai lì davanti alla pagina con il tuo potere immenso e devi decidere.

Categorie: dello scrivere

[ 8 commento(i) ]
Ma quello sono io     26-10-2007  

Prima che la storia finisca è il mio terzo romanzo.
Il primo cominciai a scriverlo subito dopo che era nato il mio primo figlio.
La maternità ti cambia - la vita, i pensieri e la testa - ti rende felice, ti guarisce - io, per esempio, prima che nascesse Fran non potevo attraversare una piazza senza stare male, e nemmeno stare compressa nella folla - ma ti divora tempo e ti succhia spazio. Ti risucchia e ti rimbambisce, se non stai attento.
Credo che sia questa la ragione per cui scrissi quel romanzo: il bisogno d’identificarmi con un personaggio senza responsabilità. Naturalmente non lo spedii a nessun editore. Era noiosissimo. E di lui, del romanzo intendo, non sarebbe rimasta traccia perché a un certo punto Emme cancellò la memoria del computer, ma riordinando la casa dei miei genitori ne trovai una copia tra la roba di mia nonna. Lei l’aveva letto, c’erano anche dei punti esclamativi in alcune pagine. La copia che aveva mia madre, invece, è sparita. Deve averla usata per accenderci il fuoco o chissà per che cosa altro. Mi ricordo che le chiesi: l’hai letto? E lei: sì, l’ho letto. E che ne pensi? E lei: mah! E a ripensarci adesso fu una risposta bellissima. La sintesi del suo giudizio espressa in tre lettere. A quel tempo invece la presi diversamente. Ma dopo un mese non ci pensavo più: al romanzo e alla risposta. In fondo avevo raggiunto lo scopo: mi ero distratta un po’.
Con Prima che la storia finisca mi sento un po’ come Mirco Pellicino
Era il terzo romanzo che aveva scritto.
Gli altri due giacevano spiegazzati sul soppalco del bagno.
A sua madre, a sua nonna e a Desirè erano piaciuti da impazzire, ma nessuna delle case editrici, a cui li aveva spediti, aveva risposto. Quell’estate li aveva riletti, dopo mesi che non li sfogliava, e li aveva trovati disgustosi, un pietoso intreccio di banalità. Questo, invece, l’aveva ripreso dopo averlo messo in quarantena e continuava a essere soddisfatto. Inoltre, Desirè aveva sbadigliato quando gliene aveva letto qualche pagina, la nonna era caduta in catalessi come faceva davanti alla trasmissione di Porta a Porta e a sua madre era salita una tosse nervosa. Erano segnali positivi questi.

Che poi è una cosa ovvia, ma che mi stupisce sempre. Scrivi una storia ispirandoti ad altro o ad altri, la vai a riguardare dopo un po’ e dici: ma questo sono io!
Come Mirco continuo a esserne soddisfatta. anche se seguito a ritoccarlo per farlo migliore ( nella vana
illusione di renderlo perfetto, perfetto secondo il mio punto di vista, intendo. Ma sempre d’illusione si tratta perchè mi stancherò prima, credo )

Sono impaziente di farlo leggere al mondo, ma anche il contrario: ché non mi voglio sciupare questa soddisfazione.
Come Mirco trovo incoraggiante la reazione di chi - uno solo finora - l’ha letto.
Emme l’ha terminato in tre sere, in un albergo, in un Paese in cui non è consigliabile andare in giro, e mi ha mandato un messaggio che diceva: L’ho finito è una figata! Certo, il giudizio dei familiari non conta, soprattutto se questi familiari sono fidanzati o mariti.
Però con le pagine de La regina del popolo muto credo ci abbia lucidato la chiglia della sua barchetta a vela, con Tre in Una Stanza ci si addormentava davanti al caminetto, mentre questo ha generato come reazione un messaggio e anche una serie di riflessioni quando è tornato a casa.
Sono segnali positivi questi, non c’è dubbio.

Categorie: Prima che la storia finisca, dello scrivere

[ 12 commento(i) ]
Di torte e romanzi     27-09-2007  

Nella stesura di Prima Che La Storia Finisca il dialogo a due non mi ha creato particolari problemi come nel pezzo in corsivo qui sotto. Devo ancora ragionare su parole o frasi, ma non è imbalsamato, è credibile insomma.
Invece ho avuto difficoltà a far parlare quattro personaggi insieme. Quattro personaggi che hanno quasi lo stesso peso e che si raccontano, in capitoli differenti,ognuno dal proprio punto di vista.
Quando finalmente si incontrano me la sono cavata, all’inizio, scrivendo le scene come fossero pezzi per il teatro.
Ma quando ho cominciato la revisione di quelle parti sono cominciati i miei guai.
Alla fine ho deciso così: la scena a quattro sarebbe stata raccontata dall’ultimo arrivato che è anche quello che ha un peso inferiore rispetto agli altri.
Da ieri sto lavorando a una scena a tre. Ancora più complicata da gestire. Perché tutti i personaggi hanno la stessa identica importanza.
Ho fatto una scelta simile alla precedente. E quindi sarà quello diverso ad avere la voce.
In questo caso la diversità era rappresentata dal sesso. Ci sono due uomini e una donna.
Sarà lei, Teresa, a condurre il gioco. Anche perché è stata proprio la donna, ma guarda un po’, a ideare l’azione per uscire da una certo problema.
Purtroppo avrò poche ore a disposizione oggi. Lo compie dodici anni e le torte olandesi sono belle ma cattive. Perciò mi tocca prepararne una, brutta ma buona (spero).

Apparvero le foto.
Alfonso chiese quale volesse proporgli, poi, senza nemmeno ascoltare la risposta, ne ingrandì una e disse: questa,cazzo! Questa è perfetta come copertina di natale. Chi sono ‘sti scemi?
Tre che ho conosciuto sotto un ponte.
Ci danno l’autorizzazione a pubblicare?
Certo.
Voglio la liberatoria.
Te la firmo subito, a nome loro s’intende.
S’intende. Sicuro che non avremo storie da questi tre? Accidenti che sguardi, ma come hai fatto a fermarli questi sguardi così?
Sicuro che non avremo storie da questi tre. E la telefonata al giornale?
Li chiamo subito. Due telefonate, un sacco di soldi. Mi devi come minimo una cena.
Una cena, un bacio, quello che vuoi purché non sia costretto a canticchiare quella canzone di Venditti.
Un bacio come?
Un bacio fraterno, che vai a pensare? Do via tutto per un lavoro tranne quello, quello non lo baratto nemmeno dopo dodici ore di marcia nel deserto in cambio di una bottiglia d’acqua gelata. Quello è sacro.
Sicuro?
Sicuro.
Hai troppe certezze, Antonio Piedimonti. Ma se non le avessi avute con tutte le volte che ti ho detto no a quest’ora saresti entrato in banca pure tu. Io Venditti non l’ho mai potuto sopportare,ero della linea del grande Fabrizio, pace all’anima sua.

Categorie: Prima che la storia finisca, dello scrivere

[ 6 commento(i) ]
E così Radio Madrid se ne va     17-09-2007  

Stavo per accingermi a scrivere l’ennesimo evento fighetto di cui era stata protagonista, mentre una pioggia ideale bagnava i vetri, quando ha suonato il campanello.

Il disturbatore è un tipo sui trentacinque, pantaloni beige tiepidi di tintoria, camicia con collo svolazzante, giacca grigia sbottonata e spiegazzata il giusto, scarpe lucide con fibbia splendente, pelle bianca maculata di rosa, mani da anfibio aggrappate a una cartellina.
Sì?
Garcia?
Non sono Garcia.
Stava per tendermi la mano, ma si è bloccato.
C’è Garcia?
No, non c’è.
Un agente immobiliare. L’ho riconosciuto. Dalla mutazione repentina dei modi.
Impossibile! Avevamo un appuntamento.
Questa non è la casa di Garcia.
Impossibile!
Le chiazze salgono di una tonalità. Lo so che cosa sta pensando. Pensa che il mio accento, la mia statura, la mia carnagione siano spagnoli, ma io non so cucinare la paella, caro agente con le scarpe a punta quadrata, al limite, se proprio sono costretta, posso tentare un’amatriciana, e…
Garcia mi ha detto che se lui non fosse stato in casa, potevo parlare con sua moglie. Devi essere sua moglie.
Di colpo mi appare Garcia che, sotto una luce giallastra, con una faccia triste, toglie le galline di ceramica dal davanzale della finestra, e io che mi dico: ecco qui la sua diletta moglie irritata da quei ridicoli richiami l’ha piantato e se ne è tornata a Madrid. E invece no, era triste quando toglieva le galline, Garcia, ma non così disperato come mi era parso, per colpa della luce, forse. La sua Paola Paola semplicemente aveva deciso di passare la gravidanza a Madrid, dove di sicuro poteva fare quei controlli che non le avrebbero fatto qui, e poi è tornata con la bambina e il nuovo nato. E’ così che si chiama Radio Madrid, dunque. Garcia. Nulla a che vedere con il sergente della mia infanzia.
Questo Garcia qui, la sera, scende saltellando dalla macchina e sorprende CameliaHof con il suo Paola Paola, sorride quando passa davanti alla mia finestra, s’intuisce che è proprio felice, e le galline sono tornate al loro posto, in fila, in ordine di altezza.
Forse Garcia abita lì, dico all’agente.
Lui consulta la cartellina, bagna l’indice su una linguetta rosa decisamente disgustosa, controlla il mio numero civico, si ricompone.
Portoghese? Mi chiede.
No.
Francese?
Italiana.
Ah. Di Sienna?
No, no, scusi vado un po’ di fretta, arrivederci.
Se devi vendere la casa ci devi pensar in anticipo, mi dice.
E mi ritrovo il suo biglietto da visita sul palmo della mano. Più rapido di un serpente, accidenti.
A casa di Garcia non c’è nessuno, l’agente monta su una supermacchinona e accenna a rombare via, nervoso. Poi incrocia la polizia che sorveglia Camelia come se fosse la residenza della regina e il motore scende di parecchie note.
Ritorno ai miei file, delle mirabolanti avventure superfighette non c’è traccia, apro allora si chiamava Akan Kappa e poteva dirsi fortunato, sospiro, e vorrei mettermi a scrivere, davvero, e invece comincio a pensare: a Garcia che se ne va, ai pantaloni beige con piega, a una storia pazzesca su un agente immobiliare, al fatto che gli agenti non hanno nazionalità, Pezzi di vetro sulle ginocchia nude, l’anello di Don Mario inciso sulla testa, la puzza di orina e di sudore e di vino nelle narici fino a su, tra gli intrecci del cervello, a un litigio tra Garcia e l’agente immobiliare, E poi parlava in punta di parole, il regista, ed era attento alle espressioni, come se davanti a una telecamera ci fosse lui, costantemente.
Però la botta di adrenalina che t’arriva quando scrivi un racconto che si conclude in una giornata non ce l’hai mica quando scrivi una roba più lunga.

Categorie: Prima che la storia finisca, dello scrivere

[ 4 commento(i) ]
Spero che sta’ storia finisca     07-09-2007  

Poi lavo le stoviglie, lucido persino i piatti di rame col Sidol, curo i fiori – tutto per non dovermi mettere subito alla scrivania. -
Ho libri sul pavimento, sulla scrivania, sul davanzale. A un certo punto, ieri, mi sono messa a cercare frasi per i miei personaggi.
Ne ho trovata solo una che mi ha soddisfatto: Era d’altronde uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla.
Si sarà notato che essi osservano il loro destino nel modo in cui, i più, sono soliti osservare una giornata di pioggia.

Per Danut, il rumeno.
Fran è assorbito dall’IB, Lo dagli allenamenti, il gatto dalle rane, Emme dalle missioni. La casa è vuota fino alle 17.30. Potrei raccogliere le foglie che cominciano a cadere - le erbacce ho deciso di lasciarle stare: fanno fiori più belli delle piante vere – potrei lavare i vetri, o fare un giro in bicicletta, e invece no, svolgo i lavori di casa prima delle otto di mattina o quando tornano i ragazzi. Smonto e rimonto la mia storia, per sette ore di seguito. Mi concedo trenta minuti per mangiare e per bere caffè che farei meglio a non bere. cubo_di_rubik.jpg
Verso sera mi sento come se mancasse poco a un esame. Perché ho tutta questa fretta? Mica ho una scadenza. E però poi apro il file e non lo riesco a lasciare più. Sono passata dalla terza persona alla prima, ma diventava un’altra cosa, e ci pensavo durante la cena che così non funzionava, vado a cambiarlo di nuovo ho detto a un certo punto, adesso basta ha detto Emme, adesso mi fai leggere le prime due pagine e ti consiglio io. E’ tornato dopo un po’ . La terza persona, ha detto. La terza persona perché…
Non mi tenere un corso di scrittura, eh.
Mi ha fatto l’esempio di Hitchcock, delle inquadrature, dei personaggi in un lungo discorso che mi ha quasi convinto.
E’ meglio così o così? ho chiesto a Lo quando stava per dormire.
Così! Ha risposto lui. Poi, per mitigare lo slancio della risposta, ha aggiunto: anche l’altro non è male, però è come quando ti danno il via e tu parti in ritardo.
Oggi avevo un invito per il pranzo d’accoglienza per le nuove famiglie italiane che si sono trasferite qui, ma ho rifiutato. Ho una scadenza di un lavoro per il 16 ottobre e sono in ritardo, ho detto.
Perché ottobre, perché il 16, perché sono in ritardo: non lo so.
Intanto da quando ho cominciato la revisione ho perduto tre chili e di questo sono assai contenta.

Categorie: Prima che la storia finisca, dello scrivere

[ 4 commento(i) ]
Ed è subito sera     29-08-2007  

Ieri me ne stavo sola in un angolo di una panchina trafitta da un raggio di sole e leggiucchiavo qualche pagina di un libro preso a caso da un mucchio prima di uscire.
Una sera d’estate Mrs Oedipa Maas, tornando a casa da un ricevimento Tupperware dove la padrona di casa aveva forse largheggiato un po’ col kirsck nella fonduta, scoprì di essere stata nominata esecutore o forse, più esattamente, esecutrice testamentaria dei beni di un certo…
Cosa leggi così attentamente? Il tuo libro?
Che potevo rispondere a una domanda del genere? E’ la seconda volta che me la fanno.
Una scrive dei racconti, poi parte alla ricerca di raggi e panchine e s’immerge nella lettura di qualcosa che conosce a memoria. Praticamente una deficiente. Un’innamorata di se stessa, delle proprie parole, delle proprie produzioni stampate su carta.
Oppure chi faceva la domanda aveva l’intento di sfottere un po’. Ma io non vado in giro a spiattellare questa mia attività, lo dico solo se costretta, provando anche un certo imbarazzo.
Comunque non me ne importa un accidente delle battute di questi qua, pronunciate tanto per riempire lo spazio. Ieri ho scritto l’ultimo capitolo del romanzo, e quasi mi scappava una lacrima, non perché lo avessi finito ma perché mi commuoveva per come fosse finito, ma poi ero troppo, troppo contenta, Emme dice che più che contenta sembravo in un’altra dimensione, in un altro mondo semmai, ho corretto io, e stasera si festeggia con barbecue e spumante.

Categorie: dello scrivere

[ 17 commento(i) ]

Ho ricevuto un invito per la presentazione di un libro, di un’opera prima per l’esattezza.
Come faccio sempre sono andata a cercare sulla rete notizie dell’autore e ho scoperto che Wiki già lo sa.
E’ uno scrittore italiano. E’ nato in un certo posto, un certo giorno e ha scritto un certo libro. Che era poi il libro che presentava.
Ho individuato tre possibili compilatori:
l’editore
lui stesso
parenti, amici e fidanzata.
L’editore non è stato. Non ha nemmeno inserito il suo libro nel catalogo. E’ un editore che fa “proposte editoriali” con cui s’intende, penso, che se reputa il manoscritto pubblicabile, lo stampa ma vuole un compenso.
Quindi deve essere stato lui stesso o i parenti, gli amici e la fidanzata a creare quella voce.
Sono andata a controllare se ci fossero commenti su ibs, ma non ho trovato nulla. Però è una questione di tempo e compariranno recensori entusiasti che assegneranno all’opera tutti cinque e qualche quattro.
Può sembrare un fatto comico questa presenza su Wiki, però se ci si riflette sopra è drammatica invece
Proviamo a immaginare come può essere andata.
Davanti al suo laptop, lo scrittore d’insuccesso inghiotte una saliva che non c’è più, scrive mail, telefona, sollecita letture del suo manoscritto, poi quando non ne può più dei dinieghi, dell’attesa, apre un nuovo file e scrive per un’ora come un forsennato. Dopo chiama la fidanzata o l’amico o la mamma e gli legge le pagine del nuovo romanzo. E’ bello, rispondono costoro alla fine della lettura. Questo piacerà, me lo sento, insistono ancora. Lo scrittore d’insuccesso sospira, più leggero. Si sente talmente leggero che per un po’ vola nel piccolo spazio della sua stanza. Poi si ributta a capofitto nella scrittura.
Quando il romanzo è terminato riparte con le spedizioni. Più sono gli editori a cui lo spedisco, pensa, maggiori sono le possibilità di essere pubblicato. E così lo invia anche a quello che stampa solo testi di numismatica. Ma ancora una volta il suo manoscritto viene respinto o non ha risposta.
Allora esamina altre possibilità.
Apre un blog e pubblica il romanzo a puntate.
E qui, supponendo che la sua opera sia una schifezza perché sono convinta che una buona storia viene sempre pubblicata prima o poi, tutto dipende dalla sua socialità.
Se riesce a creare dei rapporti con la gente della rete, costoro si sostituiranno ai suoi parenti, amici e fidanzata e gli lasceranno messaggi d’incoraggiamento e di complimenti. E lui s’illuderà ancora di più. La mia scrittura non è capita, ma presto lo sarà.
Se invece lo scrittore non è sociale, non lascia mille commenti in giro, ma se ne sta chiuso in sé e si limita a pubblicare giorno dopo giorno le puntate della sua opera, lo spazio commenti probabilmente resterà deserto. Anche questo caso non gli sarà d’aiuto. E giustificherà questo silenzio così: non mi notano perché non sanno che esisto, il mio testo si perde nell’immensità della rete.
Ma non ci credo molto a un comportamento del genere: il desiderio d’ essere letti abbatte anche la barriera della poca socialità.
C’è poi l’opzione di pagare per pubblicare.
Lo scrittore ci riflette su. Si dice: che mi importa di venti giorni a Creta, con Marina sono felice anche se il mese di agosto lo passo ad Anzio. E così stacca un assegno di mille euro e riceve in cambio centocinquanta copie del suo libro. (Ne compra cento e ne riceve cinquanta in omaggio)
Il giorno che apre il pacco annusa per dieci minuti l’odore della carta stampata. Barcolla. Poi si siede davanti al suo laptop e crea la nuova voce su Wiki. Subito dopo chiama la fidanzata e le dice: organizzerò presentazioni ovunque, venderò tutti i volumi, e invece di andarcene a Creta ci facciamo un bel viaggione negli Stati Uniti.
Se lo scrittore è un tipo che conosce un mucchio di persone probabilmente le riuscirà a vendere le sue copie, e a comprarle saranno soprattutto quelli che non comprano mai libri, altrimenti le lascerà nel chiosco sul lungomare di Anzio e spenderà una somma enorme in gelati e caffè per controllare come procedono le vendite.
Intanto finisce di lavorare a un altro romanzo. Nelle lettere d’accompagnamento dell’opera scrive che ha già pubblicato, ne allega una copia, informa anche della sua presenza su Wiki.
Un giorno telefona a un editore e gli chiede: l’ha letto il mio romanzo? Glielo ho spedito sette mesi fa! L’editore risponde: fa caldo, non ho voglia di cercare in archivio, dimmi il titolo.
E lui glielo dice il titolo. E l’editore gli obietta che è un brutto titolo. E lui risponde che per lui non c’è problema, che lo modificherà. E comunque, dice l’editore, a me non pare di aver letto una roba del genere. Qual era il contenuto della lettera d’accompagnamento, se lo ricorda? Lo scrittore fa una pausa come se riflettesse. E risponde: io sono quello che sta su Wiki.
Eh? Dice l’editore. Wiki? Che roba è?
Questa risposta dell’editore genererà il prolungamento dell’illusione dello scrittore. Non è colpa mia, si dirà, ma delle persone ignoranti che gestiscono il mercato del libro e da quel momento, riassumendo un discorso di un personaggio di Bolaño, dirà, a chiunque lo vorrà ascoltare, che non s’aspetta nulla, che è, in realtà, un modo di nascondere che s’aspetta tutto invece.

Insomma la vita dello scrittore d’insuccesso è triste e l’unica possibilità di uscirne fuori è che lui smetta di sperare. Che impari ad accontentarsi. E se non può fare a meno d’annusare le sue storie sulla carta, che vada in copisteria e che le stampi. Con cento, centocinquanta euro se la cava.
Però anche gli amici, i parenti e le fidanzate gli devono dare una mano, secondo me. E anche i blogger.

Categorie: dello scrivere

[ 14 commento(i) ]