In nove anni di vita all’estero immagino di essere cambiata almeno un po’. Quello che è rimasto invariato invece è….
Ascolta l‘intervista che Rosa Leanza mi ha fatto su Storia e Storie per scoprirlo.
Se poi qualcuno sapesse dirmi come salvare il file audio dato che non c’è in podcast gli sarei molto grata.
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Qui l’intervista per Expat
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Stamattina, bevendo il mio caffè, mi chiedevo quale fosse la differenza di un libro scritto con l’anima e uno scritto di pancia.
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Mentre le finestre sbattono, le pale dei mulini girano, l’ortica gigante cresce, succede che:
Rimango un po’ stupita quando vedo qualcuno riportare su un blog uno stralcio di un articolo o di un post altrui e aggiungerci qualche riflessione in cui ripete le stesse cose di ciò che nell’articolo o post è espresso meglio.
Perché sprecare tempo, parole, energia? Non è sufficiente riportare il pezzo e magari se proprio si vuol star tranquilli di non essere fraintesi, scrivere: condivido?
Ma quello che mi infastidisce è il comportamento dei commentatori che finiscono con l’attribuire lo stralcio dell’articolo o del post altrui a colui che l’ha riportato.
E allora: Insomma, tanto s’immerse nelle sue letture, che passava le nottate a leggere da un crepuscolo all’altro, e le giornate dalla prima all’ultima luce; e così, dal poco dormire e il molto leggere gli s’inaridì il cervello in maniera che perdette il giudizio. La fantasia gli si riempì di tutto quello che leggeva nei libri, sia d’incantamenti che di contese, battaglie, sfide, ferite, dichiarazioni, amori, tempeste ed altre possibili assurdità; e gli si ficcò in testa a tal punto che tutta quella macchina d’invenzioni immaginarie che leggeva, fossero verità, che per lui non c’era al mondo altra storia più certa.
E’ come se l’avessi pensato e scritto io, no?
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E’ da un anno circa che non scrivo più le mie storie per blog ed è un peccato perché mi divertivo parecchio a pensarle e a buttarle giù.
Le storie per blog avevano due caratteristiche: dovevano essere brevi e ironizzare su una categoria. Per poter fare dell’ironia su un gruppo devi conoscerlo bene, o ancora meglio starci dentro. E quindi ho scritto di blog e di bloggers e di scrittori e delle loro ansie di pubblicazione.
Oggi non ha più senso scrivere di blog perché questo è più o meno deceduto e quindi sono scomparse quelle dinamiche su cui costruivo le mie storielle. Anche il filone dello scrittore un po’ sfigato è esaurito.
Le mie preferite sono:
Per la categoria scrittore sfigato: Con simpatia, Adamo Risvolti e Scritto Mesto: dalla rete alla carta passando per la sacrestia
Per la categoria blog e bloggers: Senza complimenti non scrivo
Ci sono un paio di gruppi a cui pensavo stamattina, da cui potrei cavarne qualcosa, uno è formato da quelle donne che aprono il blog in quanto madri. Il concetto che sbandierano è questo: siamo imperfette, abbiamo un mucchio di difetti però… Però, poi, se vai a leggere tra le righe sono delle esaltate convinte di essere migliori solo perchè crescono dei figli. L’altra è quella degli italiani che vivono all’ESTERO e che parlano male del loro Paese e quelli che stanno in patria, con il mito dell’ESTERO ( che a leggerli o ad ascoltarli sembra un po’ che l’estero sia Marte se Marte fosse abitato da Marziani evoluti), ma che non si trasferirebbero mai pure se venissero pagati profumatamente, pure se li pregassero in ginocchio, eccetera eccetera.Di queste persone non faccio parte, ma ho il privilegio di osservarle da vicino o di leggerle attraverso la rete. Mi sa che appena finisco quello che sto facendo, provo a buttarne giù qualcuna. Tanto i commenti sono moderati perché quelli del secondo gruppo sono un po’, diciamo, suscettibili. E mi sa che pure le mamme esaltate non l’accettano tanto l’ironia.
E se ne scrivessi una su una SuperMamma che vive nel Paese di Bengodi?
E se poi mi uccide? E se mi riempie di maledizioni e di virus il blog? Io mica sono tanto coraggiosa…
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Qualche giorno fa, la capa del ritrovo dei cani al parco, mi si avvicinava con l’atteggiamento di chi mi stava per proporre qualcosa d’illegale e bisbigliava: “lo vuoi un video con Camilla e tutti i cani?” Io, un po’ inebetita dall’atteggiamento, dicevo sì e lei mi rispondeva: “bene.”
Dopo si allontanava e riprendeva a indirizzare il gruppo formato dai cani e dai loro padroni.
Più tardi, tornando a casa, riflettevo che invece non lo volevo.
Primo perché i cani che giocano con la mia cana al parco li vedo tutti i giorni e non mi interessa riguardarli in un video. Secondo perché ne ho girato uno io quando c’era la neve.
A cena raccontavo la faccenda. Si commentava e si rideva.
“Ora mi toccherà comprarlo per forza.”
“Scherzi?” “No che non devi!” Mi rispondevano.
“E se non andassi più in quel parco per un mese? Potrebbe essere il modo più semplice per chiudere la faccenda.”
Ma non ero veramente io ad avere questa idea. Era l’elaborazione fantastica di me che sceglieva una soluzione apparentemente più semplice ma che le avrebbe potuta portare a situazioni grottesche, un po’ come accade ne Il Piccione.
Questo potrebbe essere l’incipit provvisorio: Margherita B. era riconoscente a quella persona. Non poteva dimenticare quando era corsa dietro al suo cane, l’aveva agguantato e gli aveva strappato un airone morto da almeno da due giorni dalla bocca.
Nella realtà, la mia cana aveva preso una taccola. Ma quanti sanno cos’è una taccola? Di che colore ha le penne, di che grandezza è? Quindi andrebbe descritta. Andrebbe descritto pure l’airone. Però, in questo caso, si può fare con meno parole. Poi, di solito, preferisco un personaggio maschile. Lascia più spazio: può avere qualità maschili, e/0 anche femminili se si riesce a dosarle nel modo opportuno. Ma in questo caso, avrei scelto un personaggio femmina per contrapporlo all’altro che pure è di sesso femminile, ma parla, si muove e agisce come un maschio. Oddio, ora che ci penso sarebbe interessante avere un personaggio-uomo con un atteggiamento timido e pauroso e un personaggio-donna che è il suo esatto contrario. Ma a prescindere dalle caratterizzazioni dei personaggi, il centro della storia rimane l’ossessione che svilupperà Margherita B., le strategie che metterà in atto per non comprare quel maledetto video.
Quanto a me, il giorno dopo sono tornata al parco, ho preso la capa da una parte e le ho sussurrato: “Mi spiace, non lo voglio il video, ne ho già uno che ho girato prima di Natale con la neve.”
Ha insistito parecchio e io ho continuato a dire no. Alla fine mi ha detto che me l’avrebbe dato pure gratis. Allora le ho risposto: “grazie, sei gentile, ma sai, io la televisione non la guardo mai.”
E finalmente questa frase l’ha fermata.
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Non ho mai scritto storie ispirandomi a persone a me vicine. Su persone lontane, sì. Anche se dopo che é avvenuto il processo di trasformazione da persona a personaggio, quest’ultimo conserva poche caratterische dell’originale. Tant’è che se io andassi a rivelare al tipo/alla tipa: quello/quella sei tu, mi risponderebbe: “ma questo non sono io!”
Le persone si preoccupano se scrivi su di loro. A me invece piacerebbe che qualcuno scrivesse un racconto su di me. Pure se mi presentasse come un personaggio negativo, anzi diciamo che mi piacerebbe solo in questo caso. Ma forse non mi preoccuperebbe perché conosco i meccanismi che portano alla nascita di un personaggio.
Una sola volta ho scritto di qualcuno a me vicino. Il soggetto che m’ispirò era mia figlio Lo, allora undicenne, e ne venne fuori un racconto (Il ventiquattresimo uovo che poi fu pubblicato su una rivista, che ora non c’è più, il Maltese Narrazioni). Riuscii a portarlo sulla carta forse perchè aveva undici anni. Che è una bella età, a vederla da fuori. Sei un po’ bambino e un po’ adolescente. Sei un po’ ingenuo e un po’ scaltro. Potenzialmente potresti diventare un mucchio di cose. Naturalmente quando lesse il racconto mi disse: “ma questo non sono io!”
Nel romanzo che sto rivedendo il personaggio principale è ricavato da una persona che ho conosciuto da lontano e ci sono alcuni dei personaggi minori ispirati a persone che ho conosciuto da lontano e superficialmente molto tempo fa. Una di queste persone non l’ho mai incontrata. Mi è stata raccontata. Chissà come se la passa in questo momento.
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Ieri, mentre camminavo nel buio, pensavo che le luci rosse e bianche che si accendevano e spegnevano in lontananza avrebbero potuto pure essere l’inizio di una storia. La storia di un tipo che nel tardo pomeriggio andava in un parco senza lampioni a portare il proprio cane a giocare con altri cani. Il tipo camminava tranquillo, pensando chissà cosa, fino a che il cane attaccava a ringhiare. Il tipo se ne stupiva, smetteva di pensare a chissà cosa, domandava: ma che hai da ringhiare? Alla fine proseguiva, malgrado il cane cominciasse a guaire, cercando di impedirgli di continuare, e quando il tipo arrivava al centro del parco, scopriva che le luci rosse non erano sui collari dei cani e le luci bianche non erano le torce dei padroni, ma sia le une che le altre erano su dei vestiti indossati da alieni atterrati nel centro di quel parco.
A questo punto mi fermavo un attimo e pure il tipo della mia storia si fermava.
Io mmaginavo i possibili sviluppi.
Nel frattempo il tipo era impegnato a sbalordirsi, a spaventarsi, eccetera.
Alla fine ne tiravo fuori quattro:
1)gli alieni erano buoni e il tipo riusciva a trarne qualche vantaggio per sé e per l’umanità.
2)Gli alieni erano cattivi e il tipo doveva salvare se stesso e l’umanità
3)Gli alieni erano indifferenti. Continuavano a fare quello che stavano facendo e il tipo ci restava malissimo. Un giorno veniva intervistato in tv e il conduttore a un certo punto gli diceva: ma insomma, lei ha avuto la fortuna d’incontrare gli alieni e non ha fatto nulla! E il tipo era desolato. Desolatissimo. Forse andava pure dallo psicologo.
4)Gli alieni erano indifferenti a lui ma non al cane. Il tipo ci rimaneva male e si metteva in competizione con il suo cane, arrivando persino a invidiarlo.
Lo sviluppo uno e due sono banali. Il tre e il quattro mi pare che lo siano un po’ meno. Dal quattro potrebbe venirne fuori un racconto comico. Ma non ho dubbi, se dovessi decidere di scrivere questa storia, è la tre che sceglierei. E la farei cominciare dall’intervista in televisione.
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Una persona mi ha scritto una mail dove mi racconta perché ha capito di non voler continuare a scrivere. Fino a qui nulla di speciale: il mondo è pieno di persone che cominciano a scrivere oppure che smettono. E i motivi sono più o meno gli stessi: ci si annoia, è faticoso, ci si accorge di essere ripetitivi, oppure di non aver nulla da dire, di avere qualcosa di meglio da fare. Molti dicono di aver smesso per mancanza di tempo, ma questa è una non motivazione secondo me. Quello che è sorprendente in questa mail scritta con parole semplici, con un tono lieve, che non passa concetti originali è la forma.
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Ieri pensavo a delle frasi sul tempo per il romanzo che sto rivedendo.
Le frasi in cui c’è il tempo di mezzo sono complicatissime, si rischia facilmente di scivolare sopra lo zucchero o nel bollettino meteorologico, oppure nel banale, nel già scritto.
Hanno le stesse difficoltà delle frasi d’amore. Anzi no. Per le frasi dell’amore si può trovare la scappatoia del cinismo o dell’ironia. Certo, se il tono della narrazione fino a quel momento è stato diverso, è un metodo un po’ furbetto e comunque conduce a un altro problema: quella di avere l’abilità di introdurre gradualmente il cinismo o l’ironia, così da non far avvertire al lettore il gradino. Costruire una pedana, insomma, ma non è facile.
Quindi smettevo di scrivere.
Poi leggevo questo:
Attraversando la Germania e il Belgio su un’antiquata carrozza sovietica di un treno internazionale, ogni volta percepisci la tensione corrucciata del silenzio, l’instabilità del tempo, ma basta varcare il confine francese che in cielo echeggia un’esplosione silenziosa, le nuvole si disperdono da ogni parte, gli orizzonti si dilatano, il cielo spicca il volo, i pioppi a piramide si fanno più vigorosi, e attraverso il finestrino irrompe il sole.
Che è un pezzo bellissimo in cui si parla proprio del tempo.
L’ha scritto Viktor Erofeev in questo libro qui
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