La teoria dei sei gradi di separazione è un’ipotesi secondo cui qualunque persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari. Tale teoria è stata proposta per la prima volta nel 1929 dallo scrittore ungherese Frigyes Karinthy in un racconto breve intitolato Catene. (da Wikipedia)
Se vogliamo collegare tra di loro persone che stanno al potere i gradi di separazione diminuiscono vertiginosamente.
Triste. Tristissimo.
Mi è venuta voglia di leggere il racconto di Karinthy, in rete ho trovato solo la versione originale in ungherese. C’è qualcuno che lo ha in inglese o in italiano? Oppure: c’è qualcuno che avrebbe voglia di tradurlo?
Aggiornamento del 10 marzo: il racconto (ancora non completo) editato si trova qui.
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Ieri in rete ho letto un paio di articoli e innumerevoli commenti che mi hanno dato il voltastomaco. Il capo che sale sul predellino senza paura, il suo sguardo sperduto o stupito, la folla e il sangue, il corpo e il sangue, la sindone e la pietà.
Belle penne, grandi sensibilità. Ma la letteratura non è un piatto che va consumato freddo?
Intanto hackers pro-Berlusconi s’introducevano su Facebook, il Consiglio dei Ministri si prepara a scendere in campo. Loro consumano a due temperature, una contrassegnata con il puntino rosso, l’altra con quello blu. E faranno in fretta, ché tra un po’ è Natale.
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Davvero ci si può indignare o stupire per dei gruppi nati su facebook in appoggio a Massimo Tartaglia? Da quando la base dovrebbe essere migliore di chi la rappresenta?
Agli indignati e agli stupiti ricordo che poco prima che fosse colpito il capo del governo aveva parlato in questi termini.
E però io credo che esistano tante persone così e spero che la base, alla lunga, si dimostri migliore.
Un pensiero per i genitori di Massimo Tartaglia, per i medici che l’avevano in cura, per lui che non sa quello che ha fatto.
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Oggi al Dam, dove alle 15 eravamo circa duecento e un’ora dopo più del doppio.
 
foto scattate da Fabio Caramelli
Altre foto qui e qui
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Hanno ammazzato Brenda, una che si trovava sull’ultimo gradino della scala, una che veniva schifata indifferentemente da persone di destra e di sinistra, da gay di destra e di sinistra, e da quelli di destra e di sinistra che ci andavano a letto.
Qualcuno scrive (e presumo dica) che pare un giallo, un noir. Lo scrive con i punti esclamativi, la realtà accade ed è già letteratura, che emozione.
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Intervista tratta da qui
a cura di Ignace Audifac e Serge Bilè
Grazie all’insistenza di un seminarista africano, una suora congolese è d’accordo, finalmente, per testimoniare, “affinché – ci spiega-, il mondo intero sappia dove conduca la miseria religiosa”. Membro di una congregazione romana, in contratto con una casa di cura per anziani, ha trentaquattro anni:
Da quanto tempo è a Roma?
Sono arrivata cinque anni fa. La congregazione aveva bisogno di religiose. Ha così contattato la mia diocesi e mi hanno fatta venire.
Ha un permesso di soggiorno?
Si, un permesso di soggiorno per religiosi, che mi è stato confiscato il primo giorno.
Come mai?
Quando si è convocati in questura per ritirare la carta, la madre superiore vi accompagna. Una volta firmato il documento, lei lo prende e se lo tiene. Succede nella maggior parte delle congregazioni.
Perché?
Perché non si fidano. Pensano che una volta ottenuti i documenti, si diano alla macchia lasciando la congregazione.
È già successo?
Si.
Come si svolge il suo lavoro?
È dura. Le religiose bianche fanno i lavori più facili e a noi vengono lasciati i compiti più ingrati.
Cioè?
Le suore italiane per esempio lavorano all’amministrazione, si occupano di gestione, restano in portineria o alla reception. Mentre noi si passa il tempo a lavare e a stirare. Ci occupiamo degli anziani. Li cambiamo, gli facciamo il bagno, gli diamo da mangiare. Tutte le cose che richiedono grandi sforzi, toccano a noi. Lavoriamo dalle sei del mattino per finire talvolta alle otto di sera. Massacrante!
Quanto guadagnate?
Quanto guadagniamo? Vuole scherzare? Non siamo pagate. Siamo alloggiate, nutrite, sbiancate ( ride)
E le suore europee?
Per loro è diverso. Prendono qualcosa. Lo stesso per le suore filippine.
Quanto?
Non saprei.
Come è venuta a sapere allora che loro sono pagate?
Ma si capisce! Si comprano creme per il corpo, reggiseno, mutandine, scarpe. Noi, non abbiamo niente.
È questo che l’ha spinta a prostituirsi?
(silenzio)
Chi sono i suoi clienti?
(imbarazzata) Ho soltanto due, tre uomini. Di fatto tre. Due bianchi e un nero.
Ci sono preti fra di loro?
( molto imbarazzata, non risponde)
Le danno soldi?
( fa segno di sì con la testa)
Come li ha incontrati?
Sul luogo di lavoro
Alla casa per anziani o alla congregazione?
(alza gli occhi al cielo, infastidita)
Ci sono dei preti allora?
(chiede di spegnere il registratore e sussurra:) sì, un italiano e un congolese .
Come fate per vedervi?
Per Padre (in italiano nel testo,ndt) sono io a telefonargli quando voglio incontrarlo.
E dove vi incontrate?
Fuori Roma
E le dà dei soldi?
Si, a volte trecento , qualche altra volta quattrocento.
Tutte le volte?
Sì
E lo vede spesso?
Due, tre volte al mese
E per il prete congolese?
Tre, quattro volte al mese da uno dei suoi amici. Mi dà due, trecento euro. Dipende.
E per l’altro italiano?
Lo vedo in una casa. È un uomo ricco. Talvolta mi dà fino a mille euro. Mi fa anche dei regali, dei gioielli che mando alle mie sorelle in Congo. È stata una religiosa mia compatriota a presentarmelo.
E lei, chi sono i suoi clienti?
Italiani, c’è anche un prete.
Come fa a gestire tre uomini alla volta?
Mi organizzo, non si conoscono fra di loro .
E come fa a liberarsi dal convento?
Non è un problema. Li vedo il sabato o durante i miei giorni di riposo.
Cosa fa dei soldi che le danno?
Mando tutto alla mia famiglia rimasta in Congo, sono poveri.
I suoi parenti sanno cosa fa?
No. Non glielo posso dire questo.
Quante suore nere ci sono nella sua congregazione?
Un centinaio.
Ce ne sono delle altre che si prostituiscono come lei?
Si, molte. Ci conosciamo fra di noi
E le altre suore africane ne sono al corrente?
Sì
Non temete che possano denunciarvi?
No, nessuna del gruppo ha mai tradito
Nessuna di voi è stata mai scoperta ed espulsa?
Si. È successo a una suora originaria dell’Uganda. Ma non so come sia successo. Ad ogni modo, la madre superiora le ha comprato il biglietto aereo a sua insaputa, e le ha comunicato soltanto alla vigilia che l’indomani sarebbe partita. È capitato anche a una del Congo. Ma lei, è il giorno stesso della partenza che le è stato comunicato che avrebbe lasciato la congregazione. L’hanno portata in aeroporto con la forza.
Ha già praticato la prostituzione nel suo paese?
No, mai.
Come può provarlo?
Non ho nessuna ragione di mentire, altrimenti non avrei accettato di rilasciare questa intervista.
Ha qualche volta problemi di coscienza?
Si. Sempre. So che quello che faccio non è bene. Ma la mia famiglia è povera e qui si soffre.

Quando buttai giù il personaggio della suora lo feci nascere nelle Filippine e gli diedi il nome d’arte di Maria, ma il suo nome di nascita non me lo ricordo più. Poi ci pensai meglio e divenne Teresa Cordero, in arte Angelina, di Quito, Ecuador.
A un certo punto, in un convento di Roma, la madre superiora dice ad Angelina: Quelle negre sono addomesticabili, mansuete e stupide purtroppo, come le capre. Quelle asiatiche sono furbe e calcolatrici e, proprio per questa ragione, se le controlli per bene, non portano imprevisti, ma le meticcie come te non riescono a dimenticare la loro natura bastarda e peccano, peccano sempre.
Vanno schiacciate al muro come le zanzare.
Da qualche giorno ho scoperto che il mio romanzo si trova anche su IBS.
E ciò mi pare una buona cosa.
La foto l’ho presa qui.
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Nei diciotto giorni che ho passato a luglio a Roma, ho assistito a un episodio di violenza su una donna, una ragazza, di cui ho già scritto qui, e ad altri due in via indiretta.
Il secondo
Una notte passeggiavo con la cana e c’erano delle volanti che giravano. Una di queste si è fermata proprio davanti a me, ha bloccato un tipo in bicicletta, i poliziotti sono scesi.
“Fornisca i documenti”, ha detto un poliziotto.
“Ho lasciato il portafogli a casa, abito qui vicino”, ha risposto il tipo.
“Che hai menato alla tua ragazza?” ha chiesto il secondo poliziotto. “Hai menato alla tua ragazza e adesso stai scappando.”
“Abito in quel palazzo, con mia madre. Sono uscito per farmi un giro.”
“Stiamo cercando uno che ha massacrato di botte la ragazza, che adesso è in ospedale.”
Il terzo
Una domenica mi sveglio con un dolore pazzesco a un fianco: non posso stare seduta, non posso stare distesa, se cammino il dolore è più sopportabile. Alla fine decido di andare al pronto soccorso. Tanto, mi dico, c’è il sole, è l’ora di pranzo, non ci sarà nessuno. All’accettazione mi danno un codice verde. Nella sala d’aspetto ci sono due persone, ci diciamo i colori dei codici, loro lo hanno bianco. “Bene”, penso, “ho la precedenza”.
Dopo un’ora siamo ancora lì tutti e tre. Ci sono state dei ricoveri per un paio d’incidenti stradali e li stanno visitando.
Fuori ci sono il marito e il figlio che mi aspettano. Decido di andarmene via, perciò vado dall’infermiera dell’accettazione.
L’infermiera sta alla scrivania, registra una paziente al computer, accanto a lei ci sono due infermieri.
La paziente è tra me e la scrivania, distesa su una barella.
Della paziente vedo i capelli biondi e lunghi, la barella è un po’ rialzata, dei sandali nocciola e le unghie dei piedi dipinte di rosso.
“Sospetto trauma cranico” dice l’infermiera mentre digita.
“Il polso”, dice, “il polso mi fa male, e faccio fatica a respirare”
“Fai vedere l’occhio” dice l’infermiera.
La donna solleva la borsa di ghiaccio.
“Ho perso anche un dente”
L’infermiera scrive.
Vedo i visi dei due infermieri. Mi spaventano come le parole della donna.
“Poi c’è lo zigomo” dice l’infermiera.
I due infermieri la continuano a guardare, mentre la collega digita la diagnosi dello zigomo.
“Ma come ti ha fatto a ridurre così?” dice uno dei due.
“Mi ha sbattuto contro un muro, per strada. Mi ha preso a calci.”
Nella stanza entra l’infermiere che l’ha soccorsa.
Le mette una mano sulla spalla, si china verso di lei: “ti ricordi che mi hai promesso in ambulanza? Ti ricordi? Che l’avresti denunciato! Lo devi fare, capito? Oggi puoi ancora parlare, ma la prossima volta, dà retta a me, io lo so, la prossima volta non potrai. Perché non ci arrivi viva qui, capito? Prometti!
“Sì” risponde lei.
A quel punto me ne sono andata.
Dopo, ogni tanto, domanderò a qualcuno: ma è normale? Tre donne in diciotto giorni, in un quartiere quasi centrale e abbastanza tranquillo? E leggerò articoli sulla rete, come per esempio questo, o questo.
O vedrò il trailer di Action for Women
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Ieri sera ho scoperto che c’è una donna in Nigeria che lava i pesci con il sapone. I pesci pescati nelle acque inquinate dalla compagnie petrolifere.a
Ho visto anche altre cose terribili, ma questa è quella mi ha impressionato più di tutte.
Ero molto nervosa prima della proiezione. La sala era piena, parecchi avevano in mano una confezione da mezzo chilo di gelato in omaggio e una bottiglietta con il solito intruglio colorato, e le bottigliette, lo so, poi rotolano. Vicino a noi sono capitati quattro americani sovrappeso che avevano contenitori enormi con nachos e pop corn, una busta di caramelle olandesi e quattro, dico quattro, barattoli di gelato omaggio. C’è stato un gran sgranocchiamento nel primo minuto, poi è calato il silenzio. I pop corn e i nachos non sono riusciti più a inghiottirli e alla fine del film sul pavimento c’erano i contenitori quasi pieni. E le bottigliette non sono rotolate.
A parte gli americani e noi, abbiamo costretto i figli a venire e abbiamo fatto bene, gli altri erano più o meno simili, sui trent’anni, non troppo magri non troppo grassi, abbigliamento non troppo colorato nè curato, molti portavano gli occhiali. Tipi dall’aspetto piuttosto biologico, a parte gli intrugli che si erano bevuti. Non credo sia un buon segnale questa uguaglianza. Bisognerebbe rendere questo film obbligatorio.
Qui il trailer.
After the End of the World, foto di Eric Vondy
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Ieri qualcuno mi ha detto: “In Italia non ho case, non ho redditi e quindi Berlusconi non può gestire la mia vita in alcun modo e ciò mi mette proprio di buonumore.” Però non sorrideva mentre lo diceva.
Due giorni fa qualcuno che vuole andarsene dall’Italia lasciava un commento fiume che si conclude così: il programma “Report” su Rai Tre, l’unico programma che fa giornalismo perché racconta ciò che accade senza strumentalizzazioni.
Ho scritto una mail a una deputata, ho firmato una petizione, e ho un desiderio: vorrei che quelli che incontro a una festa o per strada tornassero a farmi battute sul nostro governo, ormai sono parecchi mesi che non me le fanno più.
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